lunedì, Ottobre 25, 2021

Non ti separare…

Dio solo e Gesù crocifisso, 1985, pp. 56-58

Noi viviamo con Cristo una sola vita e la nostra vita è la lode del Padre, è la salvezza del mondo. Se il Figlio di Dio è la lode sostanziale del Padre, tu dovrai essere la lode della sua grazia. (…) Ma Cristo è anche l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Noi dobbiamo essere la lode di Dio, perché siamo una sola cosa col Verbo incarnato, ma dobbiamo essere anche una sola cosa con tutti gli uomini perché siamo una sola cosa col Cristo Salvatore del mondo. Cristo è la santità di Dio e Cristo ha preso su di sé il peccato del mondo.

Questa è la vita paradossale del cristiano. Paradosso supremo: nel tuo amore, in Cristo, devi realizzare l’unione con Dio e con gli uomini peccatori, devi vivere la santità di Dio e rispondere per tutti i peccati del mondo. Non puoi dividerti da un solo peccatore: se ti dividi da un solo peccatore, ti dividi da Cristo. Essere uno col Cristo significa essere in Lui la lode di Dio e insieme l’Agnello che porta il peccato del mondo. Questo è divenuto il Cristo nella sua morte di croce.

Fino alla sua morte non aveva assunto il peccato; aveva assunto la nostra natura, ma non il peccato degli uomini. Nell’istante medesimo in cui ha assunto la responsabilità dell’universale peccato, si è rovesciato su di Lui il castigo di tutti i peccati, ed è morto. In quell’atto di morte Egli ha rivelato il suo amore, un amore più grande di tutti i peccati. Per questo, nella sua morte è divenuto il Salvatore di tutti. Vuoi tu dividere la tua responsabilità dalla responsabilità dei fratelli che ami? No. Allora anche tu devi assumere il peso di questi.

Si coltiva troppo il nostro piccolo giardino: si ricorda soltanto di aver mancato perché ci siamo distratti nella preghiera … Non ti separare dal peccato del mondo! Senti come tuo il peccato di tutti, perché tutti sono uno con te: nel tuo amore, tu devi salvarli.

Il peccato divide l’uomo da Dio, divide gli uomini fra loro; ma il tuo amore in Cristo deve superare il loro peccato e salvarli: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Questo è l’amore: gli uomini possono volersi dividere dal Cristo, odiarlo, ma il Cristo non si divide da alcuno. Il Cristo li abbraccia tutti nella sua misericordia e nel suo amore.

E abbracciare tutti nell’amore e nella misericordia significa per Cristo divenire responsabile di tutto il peccato del mondo dinanzi al Padre. Per questo Egli deve subire l’esperienza dell’abbandono del Padre, divenire come il peccato vivente. Lo dice san Paolo: “Egli divenne peccato” (cfr. 2Cor 5,21). Non perché abbia peccato, ma perché, assumendo tutti i peccati, di tutto il male Egli diventa responsabile di fronte a Dio.

Maddalena (di Canossa) ebbe questo amore. Nelle Memorie essa dice che vorrebbe rimanere in purgatorio per tutta la vita, pur di salvare tutte le anime. E voi, che cosa avete fatto, che cosa fate? A che ‘pro’ tutte le opere, se poi le anime che avete conosciuto dovessero andare all’inferno? La carità suprema verso il prossimo non potrà essere che la loro salvezza. Tutto quello che fate, ogni opera, è in ordine alla salvezza: senza questa tutte le opere precipitano nel nulla, vanno in fumo. Se dopo aver fatto tanto, le anime vanno all’inferno, quale bene avete procurato?

La carità è in ordine a questa salvezza. Come ha fatto Gesù Crocifisso: Egli ha amato, ma solo nella sua morte ha salvato, perché nella sua morte ha assunto il peccato dell’universo. Vi siete consacrate a Dio perché nessun uomo possa essere separato da voi. Non soltanto dovete abbracciare tutti i bisogni umani; dovete ancora essere consapevoli di tutti i peccati del mondo. Non dovete ritrarvi di fronte al peccato: nostro Signore non si ritrasse quando la Maddalena si gettò ai suoi piedi. Non dovete dividervi, non dovete condannare. Ogni condanna del prossimo è la vostra condanna, perché ogni condanna suppone una divisione, e una divisione anche dall’ultimo dei peccatori, è divisione da Cristo.

Finché l’uomo non è morto, è sempre chiamato alla redenzione. Il Cristo è morto per lui, si è identificato con lui per assumere il suo peccato, il suo dolore, la sua sofferenza, la sua umiliazione. Tutto quello che è proprio di ogni uomo deve essere tuo. La carità deve farti una cosa con tutti e non ti chiede, per questo, meno della tua morte.

L’amore di Dio ci condanna per salvarci

Verso la visione (Ed. Paccagnella, 1999), pp. 113-117

Noi dobbiamo lentamente ricondurre tutte le potenze al servizio dell’amore, ad essere soggette alla forza di un amore che ci metta nella condizione di raggiungere Dio, di trasformarci in lui per poterlo vedere. Non sottraiamo nulla alla potenza della carità. Ma è questa la cosa che costa di più alla nostra natura, perché per sottoporre alla carità tutta la nostra vita interiore con le sue imperfezioni, le sue mancanze, noi dobbiamo accettare liberamente il giudizio divino, un giudizio sperimentato e vissuto nella nostra vita quotidiana. Perché ci distraiamo? Perché non tolleriamo questa condanna. Ma l’amore ci condanna per salvarci. La condanna di Dio fintanto che viviamo quaggiù è una condanna ordinata alla nostra salvezza.

Per salvarci bisogna che Dio ci condanni. Primo atto con cui Dio ci salva è quello con cui ci giudica e ci condanna. È nella misura in cui noi accettiamo questo giudizio, questa condanna divina, che noi, rinnegando noi stessi, ci uniamo con Dio, dice sant’Agostino. Perché la nostra purificazione si compia, prima di tutto si impone che noi subiamo questa condanna dell’amore. La nostra purificazione implica infatti l’esperienza di una condanna e di una pena: tu non accogli l’amore se non lasciandoti bruciare, consumare dal fuoco. In gran parte la vita interiore di un’anima finché non giunga alle soglie della contemplazione infusa, e più profondamente allora perché il fuoco dell’amore raggiunge l’intima radice dell’essere, è precisamente esperienza di un fuoco che ti brucia, esperienza di una spada che ti penetra e ti taglia. Così la vita del cristiano è in gran parte l’accettazione amorosa di un giudizio divino. Mantenerci nella presenza di Dio vuole dire sopportare pazientemente una luce che offende i nostri occhi troppo deboli e ci acceca, un fuoco che ci brucia. Noi saremmo contenti di possedere la grazia, ma vorremmo sottrarci al suo potere di investire totalmente l’essere nostro trasformandoci in Dio.

Perché tutto questo? Precisamente perché non sopportiamo questo bruciore, questa pena, questa luce che ci offende.

Gli antichi Padri parlano della vigilanza. Si tratta di mantenerci fermi nella luce di Dio per sopportare in ogni istante il suo giudizio che ci condanna: la vigilanza è ordinata a questo giudizio. Praticamente nella vigilanza di cui parlano i Padri si esercita il giudizio divino. Non sottrarre nulla a questo fuoco, non difendere nulla, che vuole dire: ricondurre sempre tutto in quel centro dove abita Dio, dinanzi alla sua presenza, portare tutto dinanzi alla sua luce perché la luce illumini tutto e tutto sia gettato nel fuoco della sua santità perché tutto, questo fuoco, bruci e consumi. Nessun attaccamento interiore o esterno, nessuna aspirazione, pensiero, nulla deve essere sottratto. Che Dio giudichi tutto. Se tu non hai il coraggio di rinunciare immediatamente alle tue imperfezioni, che almeno tu senta il disagio di conservarle. L’amore puro è soltanto dei santi; l’anima che non è santa, nella misura in cui non è santa, nella misura in cui si dona all’amore, non può volere altro che la sua purificazione. (…)

L’amore divino ti condanna per salvarti, deve spezzarti per poterti ricomporre, deve bruciarti perché tu possa resuscitare, e tu devi subire questo fuoco, devi accettare in questa presenza il peso di una condanna che ti spezza e ti frantuma. Si tratta di una purificazione che è propria dei principianti, di una purificazione dai peccati e dalle imperfezioni volontarie. Quando fossimo giunti a tanto che l’amore divino non avesse più da bruciare in noi le imperfezioni volontarie, avrebbe comunque da consumare la molteplicità degli affetti e dei pensieri, i modi umani. La purezza del cuore esige la riduzione all’unità.

Il grande combattimento dei monaci è la lotta contro i pensieri, non solo contro i pensieri cattivi, ma contro qualunque pensiero, perché l’anima tutta si raccolga in una attenzione umile e pura al Signore. L’uomo deve ridurre all’unità tutta la sua vita; deve rimanere nel vuoto di tutto, fisso, immobile in Dio, nel sentimento confuso della sua presenza, nell’attenzione a lui che è silenzio. Il contenuto della vita dell’anima è questa adesione nella fede pura. E per questo l’anima deve disprezzare ogni visione, ogni estasi, andare oltre perché Dio non assomiglia a nessun tuo pensiero, non si identifica a nessun sentimento.

La giustizia e la carità

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

Nell’ultima parte della parabola degli operai nella vigna Nostro Signore mette in rapporto e in contrasto la giustizia che gli uomini vogliono con la carità che Egli dona. (…) Che diritto poteva avere chi aveva lavorato mezz’ora, tanto più che Nostro Signore non gli aveva promesso nulla? Non soltanto non c’era nulla di pattuito fra i lavoratori e il padrone. A quelli che trova alla terza ora dice: «Andate, e quello che è giusto ve lo darò», ma alla sesta, alla nona, all’undecima ora, egli non dice nulla… «Andate anche voi a lavorare». E quelli certamente non si aspettano nulla. Possono pensare: «Beh, non si fa nulla, ci viene anche a noia di stare con le mani in mano, sempre al solicchio ad aspettare che ci prendano a lavorare. È meglio lavorare…». Non è vero? Non è vero forse che è già un dono quello di levarci dalla nostra ignavia, dalla nostra pigrizia per impegnarci a qualcosa? Si ringrazierebbe quello che ci chiede un qualche lavoro, piuttosto che essere lasciati sempre soli, senza far nulla.

Ed a questi che hanno lavorato in fondo per mezz’ora, ma hanno fatto quello che il padrone chiedeva, proprio a questi il padrone per primo si rivolge, questi premia per primi, a questi Egli tutto dona. Verso di loro Egli non ha che bontà, come verso di Lui questi operai non hanno avuto altro che il gesto affettuoso di fare un po’ di lavoro senza nulla pretendere. Essi non hanno preteso nulla e hanno ricevuto ogni cosa.

Ecco quello che c’insegna la parabola: c’insegna a vivere il nostro rapporto con Dio nella verità, come rapporto di amore. Noi sappiamo che quello che facciamo al Signore è soltanto un piccolo gioco; che volete, lavorare per dieci minuti non è un gioco? Non diamo importanza al nostro lavoro. Quelli che hanno lavorato tutto il giorno si danno importanza: «Come? Tu tratti quelli che sono venuti l’ultima mezz’ora come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo?» Si davano importanza. Ma che volete che sia la nostra vita di fronte al Signore, anche se noi abbiamo lavorato? È tutto un piccolo gioco. Il nostro lavoro è una cosa da niente, ma facciamolo volentieri dal momento che Egli ce lo chiede… E in cambio Egli ci dona l’amore. Non abbiamo fatto nulla e tutto abbiamo ricevuto. (…) Il santo sente sempre che tutto quello che dona è un piccolo gioco; è l’offerta di un sassolino che il bambino dona al babbo o alla mamma, nulla di più. È una cosa da nulla e, proprio perché è una cosa da nulla, Dio ti ricompensa con amore immenso, con amore infinito.

(…) Così è Dio con l’uomo, miei cari fratelli. Il nostro rapporto con Dio si fonda sull’amore, sulla pura misericordia; deve essere veramente vissuto come il rapporto di un bambino con il suo Padre celeste, un bambino che sa che nulla vale quello che offre, ma sa che tutto può ricevere in cambio del suo piccolo dono. Perché la misura del premio non è il prezzo di quello che doni: è la grandezza dell’amore di Colui che risponde al tuo piccolo gesto.

Ecco, miei cari figlioli, quello che c’insegna la parabola. Non vi sembra che sia una cosa grande? E un’altra cosa grande della parabola è questa: che in fondo nessuno rimane senza lavorare. Più o meno tutti noi siamo ingaggiati, dunque, nel lavoro per il padrone, chiamati a un’ora diversa, lavorando di un lavoro più o meno faticoso e con spirito più o meno di amore; noi tutti, tuttavia, lavoriamo. E Dio dona a tutti una paga, un premio al termine della giornata. Tutti noi siamo diversi e lavoriamo con spirito diverso, ma tutti noi lavoriamo e lavoriamo per Lui.

Ecco, anche questo è bello sentire, per non opporci gli uni agli altri, come fanno qui gli operai della vigna. No, mie care figliole; (…) noi saremo ben contenti se domani saremo fianco a fianco, spalla a spalla a ricevere il premio insieme a qualche eretico o comunista che pure, senza saperlo, aveva lavorato per Lui. E non pretendeva nulla per il proprio lavoro, perché non sapeva nemmeno se ci sarebbe stato un padrone, che avrebbe dato qualcosa per questo lavoro.

Parlo molto, scrivo molto…

«Nessuna vocazione, non viene nessuno. Certo, la colpa è tutta mia. Parlo molto, scrivo molto… ma come sono lontano dalla santità che avrei dovuto raggiungere! Le parole suonano false e non hanno la forza di rinnovare gli animi, di accendere negli altri l’amore necessario al distacco. E tuttavia anche questo mio fallimento, il fallimento di ogni mia opera, non può e non deve essere motivo di scoraggiamento, ma di una fede più pura, di una speranza più grande.

Il nostro peccato non fa meno grande il suo amore».

Nel cuore di Dio, pag. 327,17 febbraio 1985

Un amante particolare…

Nostro Signore è veramente un amante particolare: non ci ama per le nostre doti, non per le nostre virtù: ciò che lo attira è il nostro peccato, perché da noi non può chiedere altro. Mentre quello che di positivo abbiamo, è Lui che ce lo dà.

Così è il vuoto e la miseria della nostra anima che attirano l’immenso amore di Dio.

Chiedere Dio a Dio, p. 93

Il senso del peccato (1980)

Se tu non avessi il senso del tuo peccato Gesù ti sarebbe estraneo, tu troveresti in te stesso la tua sufficienza.

È proprio nella misura che senti di essere povero che sei ricco; è proprio nella misura che ti senti indegno che Egli diviene colui che colma le tue deficienze.

Esercizi ad Arliano (LU), 15 giugno 1980

Basta che tu ti apra… (1980)

Noi dobbiamo essere sicuri, e dobbiamo esserlo realmente, che se Dio si è dato una volta per sempre, e si è dato senza pentimento, basta che l’anima tua s’apra ad accogliere il dono divino perché tutto sia tuo, ora e qui.
Anche se tu hai commesso qualche gravissimo peccato, basta che tu creda, che tu ti abbandoni; basta che tu ti apra in una speranza viva ad accogliere questo amore infinito che non suppone nulla in te se non il tuo pentimento. 

Ritiro a Firenze, 20 gennaio 1980

L’unica vera giustizia di Dio è la sua misericordia (1990)

Dal commento a 1Gv 1,8 – 2,2 – Vivere nella Luce, camminare nella Luce vuol dire aver coscienza di essere peccatori; ma proprio perché ci riconosciamo peccatori siamo perdonati da Dio. Sant’Agostino ha detto: Dio accusa il tuo peccato, se lo accusi anche tu, già si inizia una tua unione con Lui, già ti trovi d’accordo con Dio. Dio ci chiede che noi riconosciamo il nostro peccato, perché possiamo essere perdonati ed amati da Lui. La condizione per ricevere il suo amore è sapere che questo amore non solo è gratuito, ma è un amore che suppone il nostro nulla, e il nostro peccato. In un certo piano ipotetico Dio doveva essere soltanto bontà che si effondeva nel nulla della creatura, ma sul piano della concreta realtà il rapporto dell’uomo con Dio suppone il peccato dell’uomo. L’amore di Dio è l’amore di Colui che è morto per l’uomo.

«In questo – scrive Paolo – si riconosce l’amore di Dio, che essendo noi peccatori, Cristo per noi morì» (cfr. Rm 5, 8). L’unica cosa che importa è che noi riconosciamo il nostro peccato. La compunzione è una delle componenti essenziali della vita cristiana. Il sentimento del peccato che ci accompagna, non è un motivo di angoscia che ci allontana da Dio, ma piuttosto ci avvicina se Dio si è fatto presente come Salvatore. Per questo le parole di Giovanni sono particolarmente forti: dire che non abbiamo peccato è far bugiardo Dio.

Così ci impedisce di accostarci a Dio l’orgoglio, che non vuole accettare il perdono. Non è la nostra natura che lo attira, è stato invece per il peccato dell’uomo che si è incarnato in una natura umana passibile, che doveva conoscere la morte.

Di qui la conseguenza: «Se dunque riconosciamo il nostro peccato, Dio è fedele e giusto, e ci perdonerà». Sembrerebbe che, essendo giusto, al riconoscimento del nostro peccato dovrebbe seguire la nostra condanna, ma la giustizia di Dio non è una giustizia per la quale Egli ci accusa e ci condanna, è la giustizia per la quale Egli giustifica l’empio, insegna san Paolo. La giustizia è quella virtù che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto. Ma che cosa è dovuto all’uomo da parte di Dio? Dio non ha nessun dovere nei confronti dell’uomo, e l’uomo non ha nessun diritto nei confronti di Dio. Dio non può esercitare questa giustizia. Che cos’è allora la giustizia di Dio? È la giustizia per la quale Egli deve a Se stesso di essere Dio e, siccome Dio è Amore, il fatto che Dio deve a Se stesso di essere Dio, implica per Iddio di essere misericordia infinita. È l’insegnamento del Beato Suso: «L’unica vera giustizia di Dio è la sua misericordia».

Anche una condanna eterna non può riparare il peccato. Il peccato rimane e rimane per sempre l’inferno; dunque l’inferno non ripara il peccato altrimenti la pena non sarebbe eterna. Nessuna pena, nemmeno tutta l’eternità potrebbe mai cancellare il peccato. Se Dio vuole che si compia giustizia, Egli stesso deve farla a Se medesimo. Ma come la fa? Che cosa deve Dio a Dio? Quello di essere Dio, e Dio è l’Amore, l’Amore infinito. Alla giustizia di Dio risponde solo un Amore, una Misericordia infinita.

Ed Egli è fedele: ci ha scelto fino dall’eternità, rimane fedele per l’eternità. Dio ha scelto Israele, Israele rimane sempre il popolo prediletto da Dio. La Chiesa non subentra a Israele, ma la Chiesa è l’olivo che si innesta nella radice santa. L’elezione divina rimane… Dio non cambia. Una scelta che Egli abbia fatto, rimane per sempre. Ma vi è una condizione alla giustizia e alla fedeltà di Dio perché ci perdoni e ci riammetta nella sua intimità: è che noi riconosciamo il nostro peccato.

La prima condizione della vita cristiana non è quella di essere buoni, ma quella di riconoscere il nostro peccato.

Il peccato precede la nostra fedeltà ai comandamenti, ma l’Amore di Dio precede anche il nostro peccato e Dio ci ha scelto nel Cristo, in Colui che avrebbe pagato per noi con la morte di croce, fino dall’eternità.

La prima esperienza che l’uomo ha di se stesso nei confronti di Dio è di essere peccatore. Questo riconoscimento è la condizione prima alla vita. 

Meditazioni sulle tre lettere di Giovanni, San Paolo 2013, pp. 39-42