mercoledì, Giugno 26, 2019

Se tu vuoi Gesù… (1988)

Se tu vuoi Gesù, non cercarlo in chiesa: Egli si fa presente sotto le specie del pane non per rimanere lì fermo, ma per essere mangiato, perché vuol vivere in noi.
Ognuno di noi, se è in grazia, è il tabernacolo più vero del Signore, perché in noi Egli rimane e vuol rimanere.

Ritiro a Biella, 29 dicembre 1988

Il centro del mondo (1973)

Non siamo cristiani finché non realizziamo che là dove siamo è il centro del mondo, che là dove siamo è il cuore dell’universo, perché là dove siamo è Dio.
Roma non è più sacra del luogo dove io sono. Nemmeno il tabernacolo è più sacro del mio cuore, se in me vive Dio. 

La legge è l’amore, I edizione, p. 100

La mistica cristiana (1973)

La mistica cristiana non è evasione dal tempo, non è evasione dal mondo; nella evasione dal tempo e dal mondo, l’uomo non potrebbe trovare più Dio: crede di trovare l’eternità, crede di raggiungere l’immensità e, perdendo se stesso, perde anche Dio.
Non vi è possibilità di raggiungere l’eternità che nel tempo, non vi è possibilità di aprirci alla immensità divina che vivendo nel mondo. Ora e qui. 

La legge e l’amore, I edizione, p. 46

Tutta la vita è un culto (1957)

Atteggiamento di umiltà, di riverenza. Tu sei nel compimento di un rito sacro: tutta la vita è un rito sacro e tu usi strumenti che sono vasi sacri. È un vaso sacro il libro e il tavolino, la casa e gli utensili dei campi…
Sono vasi sacri come un calice, sono vasi sacri come la patena, sono oggetti sacri come la tovaglia dell’altare, sono oggetti sacri come tutto quello che riguarda da vicino il culto di Dio perché tutta la vita è un culto, tutta la vita è un rito e tu sei chiamato a vivere e a partecipare a questo rito sacrale. 

Ritiro a Viareggio, 16 gennaio 1957

Una fede sempre più pura e sempre più grande (1970)

Abbiamo bisogno di una fede sempre più grande. Certo, la Chiesa vive oggi un momento molto più tragico di ieri e deve crescere in te la fede, perché se non cresce in te la fede, non ti basta più la fede che avevi ieri. O la tua fede si purifica e cresce o altrimenti tu abbandoni anche il cristianesimo. Puoi dire quello che mi diceva tempo fa un sacerdote: “Non può essere possibile che la fede sia tutta un’illusione?”. Finora si aveva un qualche motivo di credere, motivo di credibilità nel senso appunto che – per esempio – il popolo ci credeva di più, il popolo ci seguiva di più; poi il mondo era più sacrale, si aveva di più un nostro compito, ci si sentiva integrati nella nostra vita proprio vivendo la vita religiosa. Oggi vivere il cristianesimo vuol dire uscire, si direbbe, dagli schemi consueti della vita moderna. Siamo dei disadattati, siano degli anormali; si diventa sempre più così. Vedete dunque che via via che si va avanti in questo cammino si impone per noi una fede sempre più grande, più eroica; perciò perseverare fino alla fine vuol dire crescere fino alla fine in una fede che diviene ogni giorno più pura, in una speranza che è sempre più un legarci all’assurdo, se non proprio all’assurdo, sembra all’impossibile, al miracolo. E di fatto è un intervento divino quello che speri, un intervento divino perciò essenzialmente gratuito che non ha altro appoggio, altro fondamento che la parola di Dio che te l’ha annunciata.

Ecco allora: perseverare, umilmente, serenamente nella fede in tal modo che le difficoltà che crescono, che le tentazioni che divengono più violente, purifichino questa fede, non la distruggano, la purifichino e la rendano più grande, non la eliminino dalla tua vita, facciano la tua fede più grande, più pura, più viva, così come la speranza. Non vi è modo per noi di rimanere fedeli a Lui che in un processo continuo di santificazione che esige anche un crescere continuo nell’esercizio delle virtù teologali.

La fede che avevano i nostri padri nel ‘400, nel ‘500 ma anche nell’800 è un nulla in paragone alla fede che devi avere tu. Allora era difficile non credere perché tutto il mondo nel quale si viveva era un mondo di fede – almeno tradizionalmente di fede, tradizionalmente cristiano – ma ora, chi ti fa credere? Puoi benissimo farne a meno; non solo puoi farne a meno perché il mondo non ti aiuta più, ma verrà a prenderti sempre più in giro, diverrai sempre più una mosca bianca, diverrai sempre più un custode di museo per gli uomini che vivono nel mondo. E tu cercherai, ecco la tentazione tua grande, non soltanto lo sconforto, lo scoraggiamento, ma anche quest’altra tentazione: cercherai un’alleanza col mondo, con Assur, con l’Egitto, un’alleanza coi pensieri del mondo, col modo di giudicare del mondo, con l’efficienza operativa che è propria del mondo. Queste alleanze che cerchi mascherano un venir meno in te della fede.

Si impone, invece, per noi, per rimanere fedeli a Dio, una fede che deve divenire ogni giorno sempre più pura e più grande.

Dal Ritiro a Viareggio del 9 marzo 1970

Un monachesimo interiorizzato, sulle orme di Dostoevskij (1970)

Io credo che in fondo la vocazione di tutti noi sia molto grande anche se è semplice: è una vocazione monastica vissuta nel mondo, una vocazione a un monachesimo interiorizzato per adoperare il linguaggio dell’Evdokimov, il quale tenta, con questa parola, di definire quello che profeticamente Dostoevskij sentiva come la testimonianza che il cristianesimo avrebbe dovuto dare nei prossimi tempi all’umanità.

Mi ricordo quando io venni a Firenze che D. Mario Lupori, don Bartoletti, Meucci, mi chiamavano Alëša; poi, quando venne Antonio, io divenni lo Staretz e Antonio divenne Alëša. È significativo questo. Credo che questo nome dipendesse da un carisma che loro avevano, un carisma profetico nei confronti di quello che doveva essere veramente la mia funzione, la mia risposta a Dio, e la risposta anche della Comunità.

Voi avete presente I fratelli Karamazov. Il mondo dostoevskiano è il mondo del male. Tutta l’azione è sempre demoniaca, ma tutta l’azione del male è purificata dalla presenza dell’icona, che è il santo, il quale non agisce: c’è. Il monaco Tichon ne I demoni, Macario (lo Strannik, il pellegrino) ne L’Adolescente, ma soprattutto ne I fratellii Karamazov lo staretz Zosima, non entrano in medias res; sono al di fuori dell’azione del romanzo e tuttavia tutto quanto s’illumina della loro presenza. Lo stesso Alëša non agisce: raccoglie le confidenze di tutti e purifica. La sua presenza purifica Grušenka, una donna più o meno di malaffare, purifica Dimitri, purifica perfino Ivan, gelido, freddo nei confronti di Alëša. Ivan sente benissimo che non riesce a scalfire la limpidità di quest’anima, a introdurvi il dubbio, a distruggere la sua purezza. Anche se non vien convertito, rimane come paralizzato nei confronti della semplicità pura del fratello minore. Non agiscono i santi, sono, così come Dio.

Avete presente la ‘Leggenda del Grande Inquisitore’? Il Grande Inquisitore ha davanti Cristo, accusa il Cristo: “Noi finalmente abbiamo salvato gli uomini, mica tu! Abbiamo dato il pane. Tu hai rifiutato, tu hai caricato gli uomini di un peso intollerabile, che è la libertà. Bisogna togliere la libertà e dare agli uomini il modo di soddisfare i loro bisogni immediati”. E il Cristo che cosa fa? Tace. Ascolta l’accusa e rimane in silenzio. La risposta è la sua presenza silenziosa. Al termine di tutta l’accusa, che cosa fa il Cristo? Si avvicina al Grande Inquisitore e lo bacia, poi sparisce. È impressionante l’insegnamento che ci viene dai romanzi di Dostoevskij sulla funzione del bene o piuttosto la funzione del Cristo, perché Dostoevskij non crede al bene e non crede al male: crede in Cristo e a Maria. È veramente un cristiano che non ha trasformato la presenza attiva personale di Dio in un valore astratto che è il bene e il male.

La presenza del Cristo si fa visibile nei santi, prima in Sonia, la prostituta, poi meglio nell’Idiota (ma è sempre un po’ equivoca questa figura del Cristo, nonostante quello che dice Guardini) e finalmente poi invece nei veri santi: Macario, ne L’Adolescente, poi Tichon ne I demoni, finalmente, il più grande di tutti: lo staretz Zosima.

Cristo è presente ed opera. Opera con la sua presenza pura, con la sua presenza che è irraggiante, illuminante, purificante. E badate che questa potenza del bene, senza fare nulla, ha la capacità di sciogliere tutti i mali, di ridare la fiducia, la fede, la speranza anche al peccatore più indurito, purché non si rifiuti l’amore, purché l’uomo creda e si abbandoni.

Ora, ecco, qual è l’insegnamento? Come ci viene incontro la presenza del bene e del male? Cristo è vivente nei santi. Così la presenza del male è il Maligno presente e operante attraverso gli strumenti che sono gli uomini: il padre dei Karamazov, Piotr e Stavroghin ne I Demoni, Raskolnikov in Delitto e castigo, ma il male poi può purificarsi per la presenza di Sonia; anche Rogozin, Agafia, ecc. si purificano attraverso l’Idiota.

L’insegnamento che viene da Dostoevskij non è soltanto la presenza del Cristo nel monaco: l’insegnamento ultimo che egli ci dà – ed è veramente forse lo scrittore profetico più grande che abbia avuto la cristianità da secoli e secoli – è precisamente quello che ci dice per mezzo dei  Karamazov: lo staretz non vuole che il suo discepolo rimanga in convento. Nel monastero ci appare il monaco Ferapont, quel monaco tutto tetro del Medio Evo che vede il diavolo su tutte le porte, che ha schiacciato la coda al diavolo perché ha chiuso violentemente la porta, ecc.: un cristianesimo nero, senza speranza, un cristianesimo soltanto di orrore. Nel monastero vivevano questi uomini. Lo staretz manda invece il suo discepolo nel mondo: avanti che egli muoia Alëša deve lasciare il monastero, deve ritornare in mezzo ai suoi, rivedere la casa sua, deve rientrare non solo dal padre, ma deve entrare anche nella casa di Grušenka. Grušenka stessa si mette a sedere sulle ginocchia di Alëša, e Grušenka è salvata. Grušenka vuole portare Alëša nel peccato; con Rakitin, un seminarista scettico che aveva perduto la fede, aveva combinato per cercare di corrompere Alëša. Alëša va nella casa ed è lui che purifica Grušenka. Grušenka respinge Rakitin, respinge tutti gli altri ed è salvata. Salvata come può essere salvata lei: ritornerà da suo marito, non sarà più una donna di tutti.

Alëša entra in tutte le case e là dove entra purifica. E io ho l’impressione veramente che questa sia la nostra vocazione. Noi dobbiamo vivere nel mondo per essere testimoni viventi del Cristo, ma non possiamo essere testimoni del Cristo che precisamente operando come Egli ha operato. La luce non ha bisogno di far nulla per risplendere, per illuminare; basta che sia. E noi non dovremmo aver bisogno di nessuna opera nostra specifica perché di fatto la nostra testimonianza abbia una efficacia di sacrificio nel mondo. Dobbiamo rivelare Dio; è nel rivelare Dio che lo comunichiamo. Se Dio è Spirito, Dio ci santifica, Dio si comunica a noi precisamente in quanto si rivela. Di fatto noi possederemo Dio, saremo trasformati in Lui perché lo vedremo come Egli è. Saremo simili a Lui perché lo vedremo: “Similes Ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est”. La visione di Dio purificherà, la visione dei Santi purificherà. Quello che vi chiedo non è di fare, vi chiedo di essere. Quello che Dio ci chiede non è di operare; è di essere, di essere Lui. Veramente non possiamo contentarci finché non saremo trasformati in Lui.

Dobbiamo vivere la vita contemplativa nel mondo, una vita cioè in cui l’opera vera è l’esercizio delle virtù teologali, la contemplazione divina, l’Amore, in una speranza che vinca ogni scoraggiamento, che vinca e superi ogni audacia, ogni ardimento. Voi lo vedete: che cosa siamo? E che cosa il mondo che ci è stato affidato? Noi non possiamo separarci dal mondo avendone paura per rifugiarci in Dio, perché non è questo il modo per noi di possedere Dio. Il modo per noi di possedere Dio è veramente non fuggire Dio, ma certo nemmeno fuggire gli uomini; entrare nella pasta. Vivere in mezzo agli altri, come il Cristo. È stata la tentazione del Cristianesimo quella di poter vivere una vita contemplativa in una evasione dal mondo, in un’evasione dalla storia, in una evasione dal tempo e dalla creazione. La nostra vita contemplativa deve essere vissuta senza clausura, esser vissuta senza difese, nel mondo.

Noi stessi dobbiamo vedere Dio. Se lo vedremo non potremo non essere illuminati dalla sua luce e, se saremo illuminati dalla sua luce, a nostra volta noi illumineremo il mondo, come la luna. È uno dei simboli più costanti nella teologia spirituale sia dei monaci, sia dei Padri: Cristo è il sole e la Chiesa è la luna, ma la luna sono anche le anime. Perché quello che si dice della Chiesa si può dire di ogni anima; così se la Chiesa è la luna, rivestita della luce del sole, così anche ogni anima è rivestita della luce del sole. In questa notte che è la vita di fede (non è il giorno ancora, lo dice san Giovanni della Croce), Dio illumina gli uomini attraverso la luce riflessa dei santi. Dio non si rende visibile se non nei santi che sono rivestiti della sua luce. Essi non irraggiano una luce propria ma, rivestiti della luce di Dio, a loro volta illuminano il mondo. In questa notte del mondo in cui noi viviamo, noi dobbiamo essere questa luce che si irraggia e illumina, ma lo saremo se, come la luna, noi rifletteremo la luce del sole. Per riflettere la luce del sole bisogna essere in faccia al sole, come la luna. La terra non vede il sole, la terra è nell’ombra nei confronti del sole, il sole gli è nascosto nella notte, ma la luna non è nascosta al sole proprio perché la luna è in faccia al sole, la luna e rivestita dalla luce del sole e manda la luce a noi. Così il santo.

Pellegrinaggio a Monte Senario (Firenze), 20 agosto 1970

Il tesoro nel campo (1970)

Due cose ci dice la parabola di Matteo del tesoro nel campo: «Il Regno dei cieli è un tesoro nascosto». E poi anche: «Colui che lo trova lo nasconde di nuovo» (cf. Mt 13, 44).

(…) Che cos’è questo Regno dei cieli paragonato ad un tesoro nascosto? E come mai anche dopo trovato lo si deve nascondere ancora? Intanto è vero un fatto, che Dio è nascosto dalle cose; Dio non è un bene che appare direttamente; è sempre nascosto, anche se si trova ovunque, in ogni situazione.

Se voi volete trovare Dio senza affondare, senza scavare in quello che fate, nella situazione nella quale vi trovate, voi non lo troverete mai perché Dio non si manifesta mai apertamente. Dio rimane presente ma sempre nascosto.

Che cos’è questo Dio che tu devi trovare? Probabilmente non si trova lontano da quello che fate, non è in un luogo diverso da quello in cui voi vivete, non implica per voi un andare lontano, un lasciare le vostre cose; implica invece un cercare un poco, uno scavare un poco nel terreno che vi circonda.

(…) A tutti è dato un campo da lavorare ed è la nostra medesima vita, ed è in questa medesima vita che Egli è nascosto, ma noi non lo sentiamo, non lo vediamo. Perché? Perché Egli è nascosto e ci vuole la fede in Dio per poterlo scoprire. Ed ecco perché tutti evadiamo dalla situazione nella quale ci troviamo per cercare di trovare chissà che cosa, e non ci rendiamo conto che nella misura che cerchiamo qualche altra cosa da quello che noi possediamo, in realtà noi perdiamo Dio, perché probabilmente per ciascuno di noi Dio non si troverà mai che nel campo dove la Provvidenza ci ha posto a lavorare.

Soltanto bisogna che si lavori molto sodo, che si scavi molto profondo per poter trovare proprio in questo campo, che la Provvidenza ci ha dato, il tesoro. La nostra vita terrena, la nostra malattia, la nostra povertà, la nostra vecchiaia… dobbiamo renderci conto che questo è il campo dove è nascosto il tesoro. Perché se lo cerco altrove non solo perdo la pace del cuore, ma perdo Dio stesso perché non compio la sua volontà, perché è nell’accettazione umile e serena a questa volontà divina che il mio cuore trova la pace, trova la gioia.

Quello che è il campo che Dio mi ha dato da coltivare, questo è il campo del mio tesoro, un tesoro che è al di sopra di ogni cosa, ma è nascosto. Troppe volte per noi rimane sempre nascosto, e si vive tutta una vita senza scoprirlo. Se poi tu questo dono lo conquisti e ti rendi cosciente che, davvero nella tua vita, povera e modesta fin che vuoi, in una situazione concreta anche la più umile, Dio è con te, tu lo perderai ugualmente se tu non lo nascondi nuovamente! Perciò con quale umiltà e gelosa cura dobbiamo conservare il tesoro, dobbiamo conservare la grazia di questa coscienza di essere di Dio, questa coscienza che Dio è nostro, che Dio è con noi e che noi siamo con Lui.

Esercizi spirituali a Venezia, 23 ottobre 1970

Non soffochiamoci! (1988)

Per me, parlo di Divo Barsotti, Casa San Sergio o è il centro del mondo o non è nulla, e non c’è altro centro per me che questo luogo dove mi sono incontrato con Dio, dove io vivo giorno per giorno in unione con Lui. Non vi può essere un altro luogo per me più sacro di queste pietre, di questo cielo, di questi alberi: qui Dio si è incontrato con me.

Il mio spirito che ha conosciuto Dio, non è uno spirito disincarnato, non è uno spirito disincarnato la mia anima, la stessa che ha vissuto una certa esperienza religiosa. La mia esperienza religiosa è legata a un luogo: a questo paesaggio così dolce e a quello così aspro di Palaia, è legata a questi alberi, i cipressi, gli ulivi, è legata a queste pietre… o altrimenti io non sono (…).

Ecco, miei cari fratelli, non possiamo separarci. Ogni separazione è separazione dal Cristo. L’incarnazione sembra un atto minimo, ma è un atto che in sé, in potenza, implica la salvezza di tutto l’universo, la salvezza di ogni luogo, di ogni tempo, di ogni cultura, di ogni razza, la salvezza di tutto. Non è l’anima che si salva. Come è sbagliata la concezione riportata fino ad ora sulla salvezza delle anime! Certo, l’anima nostra si salva, ma con la nostra anima si salva tutto il mondo, tutto l’universo. Può separarsi l’esperienza religiosa umana dal cielo, dal paesaggio nel quale si vive? Se fate questo distruggete veramente ogni esperienza religiosa.

(…) Rendiamoci conto che la salvezza è la salvezza di tutto l’uomo. Ma allora noi dobbiamo anche venerare e dare un’importanza decisiva alla città in cui abitiamo e al luogo dove viviamo. Non è indifferente per noi tutto questo. E se Dio ci ha voluto qui, ha voluto che attraverso di noi questo luogo fosse salvato. Noi non siamo piovuti dal cielo, siamo il prodotto di questa terra; «terra dedit fructum suum» (Sal 66, 7). Anche Nostro Signore è il frutto di tutta la terra, ma io sono il frutto di questa terra: sarò sempre un toscano. Devo essere fedele alle mie origini, al luogo di nascita nel quale sono apparso sulla terra; debbo sentire che la mia missione è salvare prima di tutto, con me stesso, ogni luogo che ho abitato, questo tempo che ho vissuto, le persone che ho incontrato. (…) Siamo quaggiù nel mondo non per salvare la nostra anima sciolta da tutto, ma per salvare noi stessi e con noi stessi questo mondo che è più o meno legato a noi. (…) Nella mia salvezza si salva ogni luogo nel quale sono passato, si salvano tutte le persone che ho incontrato per via perché l’incontro con ogni persona ha un valore di eternità. Noi troppo spesso viviamo senza mai realizzare la grandezza di questo rapporto, che implica per noi una missione di salvezza nei riguardi degli uomini che si incontrano con noi, nei confronti dei luoghi nei quali abitiamo, per i quali passiamo, nei quali soffriamo anche solo per qualche giorno; missione di salvezza per ogni avvenimento, per ogni evento della nostra vita, per tutto. Quale impresa, miei cari fratelli! Non si tratta di salvare soltanto la nostra anima! E allora rendetevi conto come dobbiamo amare ogni cosa (…).

 Noi molto spesso viviamo una vita di evasione, ci pesa il vivere tutti i rapporti umani, ci pesa il vivere tutti gli avvenimenti; ci si restringe a vivere una piccola vita, si soffoca dentro questo spazio, nel quale noi ci angustiamo e ci leghiamo… Non soffochiamoci!

Ritiro a Firenze del 18 dicembre 1988

Ridare sacralità a tutta la vita (1957)

Perché molto spesso la religione, la nostra religione cioè, ha per gli altri qualche cosa di fastidioso, di puramente gratuito? Perché ha per gli altri un certo carattere farisaico o un pietismo che umilia, avvilisce la nostra umanità? Tutta la letteratura moderna è contro un certo pietismo che veramente abbassa, deprime, avvilisce l’umanità di molte persone religiose cristiane. Perché tutto questo? Mi pare che la risposta sia facile ed è questa: non si riconosce come le rivelazioni successive si radicano nelle rivelazioni precedenti. L’economia religiosa in tanto è vera, è valida, in tanto è vitale, in quanto suppone l’economia religiosa precedente e in essa si radica.

Ora, alcune volte almeno, coloro che fanno professione di essere cristiani vivono il loro cristianesimo come se questo cristianesimo non fosse radicato in una economia religiosa precedente al cristianesimo stesso. Il cristianesimo deve essere cattolicesimo non soltanto per quello che riguarda la estensione di tutti i valori, l’abbracciare che è proprio della fede cristiana di tutti gli uomini e di tutti i valori umani, ma anche è cattolico in quanto abbraccia tutti i tempi. Nessun tempo, perciò nessuna economia religiosa, nessuna esperienza religiosa può escludere.

(…) Un compito importante può essere, a proposito di questa universalità, il risentire profondamente la sacralità di tutta la vita umana; non dividere cioè più la nostra vita in atto sacrale, quale è quello, per esempio, di andare in chiesa, di fare la meditazione, e in attività invece profana.

Quello che è il compito di tutti nella Comunità e che potrebbe essere veramente una delle sue linee direttive di spiritualità è proprio questo: il voler negare, il voler escludere, il non voler accettare una divisione fra quello che è il campo sacrale e quello che è il campo profano della nostra vita, non negare cioè una sacralità anche a quella vita che normalmente noi sentiamo separata dalla nostra vita religiosa, o che noi consacriamo, ma soltanto dall’esterno, perché la offriamo o Dio. La scuola per te può essere una penitenza e allora la offri al Signore; fai questa mortificazione, ma non cerchi di trasfigurarla dall’intimo. Così per l’Anna il suonare il pianoforte, così per me lo studio: lo sento come un dovere gravoso che mi viene dall’esterno e cerco di santificarlo nell’offrirlo al Signore, non lo trasfiguro interiormente. Rimane un atto profano in sé, diviene sacro soltanto in quanto lo offro, in quanto attraverso quell’atto io esercito delle virtù di pazienza, di mortificazione, di carità magari… ma non trasfiguro l’atto in me, non lo rendo veramente preparatorio di una Comunione Eucaristica.

Ora il compito della Comunità è questo: ridare una sacralità a tutta la vita, al mangiare e al bere, al dormire e al passeggiare. Stamani venendo qua sull’automobile pensavo, di fronte alla bellezza di un paesaggio così puro, così limpido e così bello: ma perché noi non dovremmo rivelare agli uomini il senso religioso che hanno tutte le cose belle, tutte le cose buone della vita e della natura? Il nostro cristianesimo non deve essere un pietismo, non deve essere qualche cosa che sta a fianco della nostra vita naturale. Si vive, si va a passeggio e poi… si fa anche la meditazione, e poi si fa la Comunione, e poi si va anche in Chiesa e poi si dice anche l’ufficio, e poi magari si legge la Sacra Scrittura.

(…) Il compito nostro è proprio questo: sentire e dare alle cose quello che le cose già hanno, ma che il nostro peccato ha tolto loro: la sacralità. Il peccato dell’uomo, il nostro egoismo ha reso profane le cose; dobbiamo ri­tornare nel paradiso terrestre, dobbiamo ritornare all’innocenza del primo ­Adamo, perché tutte le cose veramente manifestino Dio, perché tutte le cose ci comunichino Dio.

Ritiro del 16 gennaio 1957 a Viareggio