domenica, Gennaio 24, 2021

Il progressivo svelamento di un solo mistero

Dal mito alla verità, Gribaudi, Torino 1991, pagg. 12-16

Euripide è uno scrittore privilegiato per chi vuole tentare di scoprire l’azione segreta di Dio che, anche fuori di Israele, prepara lentamente l’avvento del Cristo, termine ultimo del cammino dell’uomo.

Se Dio ha elevato l’umanità all’ordine di grazia fin dalle origini, così da dover ammettere che lo stato di natura pura concretamente mai è esistito per l’uomo, dobbiamo anche affermare che fin dalle origini Dio ha ordinato l’uomo al Cristo futuro, anche prima del peccato di Adamo. Del resto la Bibbia non inizia con la vocazione di Abramo, ma con la creazione dell’uomo, e Adamo è già figura del Cristo, come Eva di Maria. Tutta la vita dell’umanità è una storia sacra. Certo, se difficile senza l’azione dello Spirito è riconoscere il carattere profetico della storia di Israele, tanto più difficile è scoprire il volto del Cristo nella rivelazione cosmica, fondamento delle religioni pagane. Tuttavia sempre più si impone alla teologia cattolica di studiare, non solo l’armonia dei due Testamenti, ma anche, e ormai soprattutto, il rapporto segreto e l’armonia fra tutte le religioni e la religione cristiana. Ho detto “ormai soprattutto” perché la conoscenza di ogni tradizione religiosa attraverso le comunicazioni sociali è divenuta tale che rimandare questo studio, che solo può assicurare la trascendenza della religione cristiana e la sua cattolicità, rischia di non giustificare più la sua affermazione di essere l’unica vera. Se non è cattolica non può essere unica, se non è unica non può essere vera.

Il cammino della umanità non è che il progressivo svelamento di un solo mistero. Così l’espressione di ogni cultura umana nella letteratura, nell’arte di ogni nazione, ha un carattere almeno parzialmente profetico, tutto annuncia e attende il compimento di quel mistero nella Presenza, anche velata eppure reale, del Cristo.

Privilegiata ci sembra, fra tutte, la cultura greca dal momento che la stessa rivelazione dell’Antico Testamento termina in lingua greca e abbiamo tutto il Nuovo Testamento in questa lingua. Se vogliamo ascoltare Dio, è attraverso questa lingua che Egli anche oggi ci parla. La lingua non è un mezzo indifferente alla trasmissione del messaggio di Dio. Con la lingua, Dio ha dovuto assumere in qualche modo anche il pensiero, anche la poesia, perché il pensiero e la poesia sono inseparabili dalla lingua. La lingua di ogni nazione è plasmata infatti dal pensiero e dalla poesia. Ci sembra pertanto un dovere scoprire nel pensiero e nella poesia dei greci la preparazione al Vangelo. Vi sono profeti anche fra i pagani secondo i mistici Giustino e Clemente di Alessandria, ma forse dobbiamo dire di più: ogni grande poeta, ogni grande filosofo misteriosamente annuncia il Cristo venturo, lo suppone se Egli è venuto.

Dobbiamo ascoltare Dio in ogni uomo che ci parla, perché Dio, prima di assumere la nostra natura umana, ne ha assunto la lingua.

 (…) Certo non dobbiamo sollecitare i testi. I testi debbono parlare da sé. Avviene tuttavia qualcosa di simile, per questi testi della letteratura classica, di quanto è avvenuto per i testi dell’Antico Testamento: solo nell’adempimento ultimo si è riconosciuta nei testi la profezia. Il Nuovo Testamento illumina l’Antico. Solo il Cristo può aprire il libro sigillato con sette sigilli, solo dal Cristo il libro riceve la sua interpretazione autentica. È cosi anche per la tragedia dei greci? È possibile che noi oggi riconosciamo nella letteratura classica quella preparazione evangelica di cui ci ha parlato il Concilio? Gli eroi più grandi, i più famosi nel mito sono Eracle e Dioniso; la loro storia era ricca di nuove e imprevedibili prove. Distingue i due eroi una sorte contraria: Eracle è un uomo e diviene al termine un dio, Dioniso è un dio e discende fra gli uomini, si fa vedere, vive con loro. Nel primo il mito risponde all’ansia dell’uomo che pretende di divenire immortale e compagno degli dèi, nel secondo il mito al contrario sembra voglia illustrare come il dio si faccia vicino all’uomo, cerchi la sua compagnia e, pur rimanendo dio, ponga la sua dimora fra loro. Sempre terribile è il dio e tuttavia l’uomo sempre lo cerca, tenta la sua vicinanza: il mito sembra nascere da questa invincibile attrazione del divino e insieme dal senso oscuro di una sua presenza.

Osare l’impossibile

«Dobbiamo capire che la fede è sempre un miracolo, ed esige da noi il superamento di ogni timore e la sicurezza nella potenza di Dio che vive nei nostri cuori. Sarebbe davvero non solo ingenuo, ma anche colpevole, pensare che vi possa essere in noi una capacità di compiere quello che umanamente parlando è impossibile all’uomo. E tutto quello che Dio ci chiede è quello che è impossibile all’uomo.
Ogni cristiano deve osare l’impossibile, e non solo può, ma è obbligato a osare, se crede in Dio».

Circolare del Notiziario, settembre 1999

In dialogo col mondo

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

(…) Stamani mi dicevo: l’ateismo moderno che cosa è? Non forse una condanna alla Chiesa, a noi cristiani? L’ateismo moderno non sarà forse, almeno in parte, la testimonianza religiosa più valida della generazione presente? (…) Queste anime cercano: il fatto che esse cercano è importante. Vuol dire che in quelle anime c’è certamente l’azione di Dio. Un’anima non può cercare se Dio stesso non la muove. Probabilmente siamo noi che non cerchiamo più, che siamo estranei al Signore. Il fatto di non cercare per noi cristiani può significare soltanto una cosa: che abbiamo trovato. Ma l’aver trovato sul piano psicologico, sul piano morale, sul piano di una realizzazione di salvezza, vuol dire per noi cristiani essere già dei santi. Se nella nostra vita non c’è un certo dramma interiore, non c’è una certa volontà di purezza, non c’è una certa volontà di sincerità estrema, vuol dire che siamo tutti degli ipocriti, vuol dire che siamo tutte maschere che nascondono Dio; vuol dire che noi, molto spesso, diveniamo l’ostacolo primo alle anime sincere di trovare Dio.

(…) Miei cari figlioli, queste parole che vogliono dire? Che dobbiamo essere sinceri. E vogliono dire anche questo: che noi dovremmo forse di più ascoltare gli uomini di oggi. Certo, in quello che essi ci dicono avremo forse non soltanto da imparare, ma anche da metterci in guardia: è estremamente pericoloso per noi la suggestione della loro ricerca, perché noi non possiamo mettere fra parentesi la verità che noi possediamo, anche se dobbiamo mettere invece in discussione la testimonianza che di questa verità dà la nostra vita.

È certo pericoloso ascoltarli, ma è anche assolutamente necessario per noi. Cioè, per dirla in altre parole: il pericolo, il rischio non ci dispensa. La vita dell’uomo di per sé è una vita di rischio, è una vita di pericolo. Se evito il rischio, se evito il pericolo, bisogna che dorma, cioè che non viva. Vivere vuol dire per noi, certo, affrontare il pericolo di un colloquio, il pericolo di un dialogo come vuole il Sommo Pontefice. Ora io capisco la grandezza di quella sua enciclica, con la quale egli praticamente ha voluto dare come un programma al suo pontificato: il dialogo (cfr. Ecclesiam suam, 1964). Programma di un pontificato che vuol essere l’aprirsi della Chiesa al mondo in un dialogo vero. Dialogo del cristiano non soltanto con gli altri cristiani non cattolici, ma del cristiano anche con gli atei, del cristiano coi comunisti, del cristiano con tutti gli uomini, perché nella misura che gli uomini vivono hanno sempre qualche cosa da darti.

Ora ho capito come non la Chiesa Corpo Mistico del Cristo, ma la cristianità – cioè la Chiesa in quanto siamo noi che la componiamo – vive solo se noi ci manterremo aperti in un dialogo vero con tutte le anime vive, anche se queste anime bestemmiano, perché molto spesso la bestemmia può essere una testimonianza di Dio, come lo è nell’Antico Testamento il libro di Giobbe. Non è una ribellione continua il libro di Giobbe a Nostro Signore? Eppure rimane uno dei libri ispirati. Quanto spesso invece i nostri piccoli libercoli di pietà – che certamente non sono un’espressione di una ribellione a Dio – sono però veramente una maschera che nasconde la grandezza divina, sono soltanto dei piccoli sonniferi per le anime pie! E le anime pie sono le vecchie signore che ormai, poverette, non possono fare altro che dormire e passare dal letto alla poltrona. Queste siamo noi, probabilmente.

Ora, l’anima viva sa veramente affrontare la tempesta e l’uragano. E il cristiano deve affrontare l’uragano e la tempesta così come l’ha affrontata Gesù, che è veramente il nostro Maestro. Egli è vissuto in dialogo col mondo nel quale viveva; così noi dobbiamo vivere in un dialogo aperto, vivo con gli uomini di oggi.

Apertura ecumenica

Ritiro del 19 gennaio 1986 a Casa San Sergio

Nell’Ottavario per l’unità dei cristiani… si vuole parlare soprattutto della riunione alla Chiesa di tutti i fratelli che hanno fede in Cristo. Allora un primo rilievo bisogna fare, a cui ci richiama continuamente il Papa [Giovanni Paolo II]: è vero, l’unità si esprime sul piano visibile nella Chiesa cattolica, che ha il suo centro nel papato, ma è vero che, indipendentemente dal papato, la Chiesa occidentale, tutta la Chiesa occidentale – perciò tutti i cattolici dell’America, dell’Africa, dell’Europa, cioè settecento milioni di cattolici – sono solo una parte dell’una catholica; è quello che continuamente ci dice il Papa. Non so se noi italiani l’abbiamo compreso. Guardate che il gesto del Papa di fare patroni dell’Europa Cirillo e Metodio sta a significare la parzialità del cattolicesimo latino. Se noi ci ritiriamo nel nostro cattolicesimo latino, noi, anche se siamo col Papa, praticamente impediamo alla Chiesa di essere cattolica di fatto, di mostrarsi “una” di fatto, perché la Chiesa già è Oriente ed Occidente.

(…) Fino da quando è nata la Comunità, si può dire, noi abbiamo avuto lo sguardo rivolto all’Oriente. Dobbiamo renderci conto che, anche se siamo pochi, quello che conta non è tanto la riunione degli orientali a noi, quanto la disponibilità nostra ad accogliere gli orientali. Rendiamoci conto, dunque, che il nostro cristianesimo ha bisogno di un suo completamento con la visione, con la mentalità, col senso cristiano che può avere l’Oriente (…).

Ed ecco la ragione di Casa San Sergio: in questa casa, infatti, noi abbiamo sentito di vivere questo bisogno di reintegrare nella Chiesa cattolica i valori della Chiesa orientale. A me fa un po’ paura tutto questo, perché non voglio che sia una moda, e non voglio nemmeno cessare di essere un cattolico latino; sono cattolico appunto se trascendo quello che è parziale nella mia confessione cristiana, integrandolo con quello che è parziale nella confessione cristiana dell’Oriente. Io debbo sentirmi veramente fratello di san Serafino, fratello di san Sergio, fratello di tutti i grandi santi che ha avuto la Russia e che ha avuto la Grecia in questi ultimi tempi.

(…) Dobbiamo avere ammirazione e amore per questi cristiani, e l’amore non è soltanto un dare, implica anche un voler ricevere; se tu rifiuti di ricevere, non ami. Io debbo amare l’Oriente e non devo pretendere nulla, però nemmeno posso rifiutare di ricevere; io debbo saper ricevere la testimonianza del loro cristianesimo, di un cristianesimo che è certo uno col nostro, eppure è diverso. Sono aspetti complementari di una medesima vita, e in questi aspetti complementari il nostro stesso cristianesimo diviene uno e cattolico, perché senza questi aspetti esso rischia di essere troppo razionale, troppo logico, troppo giuridico, difetti propri del cristianesimo occidentale.

Perché oggi molti sono contro la Chiesa come istituzione? Perché il senso giuridico ha pesato troppo sulla nostra esperienza cristiana. (…) È precisamente questo che noi dobbiamo imparare dall’Oriente: dobbiamo imparare a liberarci da un certo giuridicismo e anche da una concezione troppo moralistica del cristianesimo. Dobbiamo ritornare a una spiritualità di tipo maggiormente dogmatico e liturgico, piuttosto che moralistico. Che cosa mai sono le nostre virtù nei confronti dei sacramenti divini, che ci uniscono a Cristo e ci fanno una sola cosa con Lui? Dobbiamo ritornare a vivere i sacramenti; pensate che cos’è la Messa! È il Cristo che fa presente per noi l’atto supremo del suo amore.

(…) Miei cari fratelli, noi dobbiamo liberarci da questi difetti, che dicono la parzialità del nostro cristianesimo. Certamente anche quello orientale è un cristianesimo parziale, ma, siccome noi siamo cattolici, è giusto che non guardiamo tanto i difetti degli altri, quanto piuttosto quello che manca a noi, pur sapendo e riconoscendo che noi siamo nella vera Chiesa. Dobbiamo essere grati a Dio, che ha voluto che nascessimo nella Chiesa cattolica, che per noi sia così facile e così naturale riconoscere nel Papa veramente il vertice di tutta la gerarchia, il sacramento dell’unità visibile della Chiesa. Ma questa gratitudine a Dio non ci deve impedire di sentire, come vuole il Papa attuale, la parzialità del nostro cristianesimo, il quale deve trovare il suo compimento in un cristianesimo che è complementare al nostro. Tutto questo non vuol dire diventare orientali, perché, se diventiamo orientali, non saremo più né orientali né occidentali. Siamo nati qui, il nostro latte materno è quello che ci ha dato la Chiesa latina e un figlio rimane sempre figlio della sua madre; però dobbiamo aprirci ad accogliere quello che può darci la Chiesa orientale perché il nostro cristianesimo sia più vivo, più pieno, più uno, più cattolico.

Uno che sa scrivere…

«Uno che sa scrivere, sa darla ad intendere. Ve lo dico io che scrivo tanto: dai miei libri sembra che io sia chissà chi, poi quando mi si conosce, ci si accorge chi sono: un pover’uomo. Non vogliamo certamente ingannare, ma siamo portati naturalmente e quasi senza accorgercene a farci belli con le belle frasi e i bei discorsi».

Dio solo e Gesù crocifisso (1985), p. 15

I tre silenzi

«Prima è il silenzio che raccoglie l’uomo dal turbinio di pensieri, poi il silenzio nell’ascolto della parola di Dio che ti chiama e finalmente il silenzio che stabilisce l’uomo nel riposo di una comunione perfetta».

Cento pensieri sulla conoscenza di Dio, n. 92, p. 98

Domande retoriche (1967)

«Stamani mi domandavo se la Parola di Dio era veramente per me la Parola di Dio. È Dio veramente che mi parla o sono io che mi fingo di ascoltare un altro, mentre ascolto solo me stesso? Mi domandavo: e la mia preghiera è veramente la mia parola rivolta a Dio, o non piuttosto rivolta a me stesso? Spesso la vita religiosa non è forse come irreale, senza vero contenuto, come un girare intorno a se stessi? (…).

Senza dubbio queste domande sono retoriche, ma dobbiamo ripetercele continuamente, perché non sia retorica la vita».

Battesimo di fuoco, p. 181 (6 novembre 1967)

Verginità e amore (1958)

“Credete voi che vivere nella verginità voglia dire di per sé essere santi? … Quante sono le anime che nella verginità hanno soltanto un impedimento alla carità! Hanno soltanto, non certo una causa, ma una occasione di maggiore peccato: di egoismi, di ambizioni, di pettegolezzi stupidi! (…).

Chi della castità non fa un mezzo di amore perfetto, ne fa un mezzo invece di rimpicciolimento, di inaridimento di amore; diventa peggiore di chi vive nel matrimonio”.

Esercizi spirituali a Firenze, 16-18 luglio 1958

Un nuovo tipo di santità (1947)

«Il nostro apostolato è vasto e tende a risanare, elevare, divinizzare l’uomo, non l’uomo soltanto che per ufficio è sacro, ma ogni uomo, ogni professione umana e, per mezzo dell’uomo, tutto il mondo, anche attraverso la tecnica. Questo è il compito più grande che lo Spirito Santo affida ai movimenti religiosi moderni: un nuovo tipo di santità, la “santità profana”, come dice il Maritain.

La santità non deve essere soltanto di quelli che per istituto giuridico sono consacrati a Dio. Non deve bastare agli altri una devozione comune: la santità deve essere per tutti».

Adunanza del 13 aprile 1947 a Firenze