sabato, Agosto 15, 2020

In dialogo col mondo

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

(…) Stamani mi dicevo: l’ateismo moderno che cosa è? Non forse una condanna alla Chiesa, a noi cristiani? L’ateismo moderno non sarà forse, almeno in parte, la testimonianza religiosa più valida della generazione presente? (…) Queste anime cercano: il fatto che esse cercano è importante. Vuol dire che in quelle anime c’è certamente l’azione di Dio. Un’anima non può cercare se Dio stesso non la muove. Probabilmente siamo noi che non cerchiamo più, che siamo estranei al Signore. Il fatto di non cercare per noi cristiani può significare soltanto una cosa: che abbiamo trovato. Ma l’aver trovato sul piano psicologico, sul piano morale, sul piano di una realizzazione di salvezza, vuol dire per noi cristiani essere già dei santi. Se nella nostra vita non c’è un certo dramma interiore, non c’è una certa volontà di purezza, non c’è una certa volontà di sincerità estrema, vuol dire che siamo tutti degli ipocriti, vuol dire che siamo tutte maschere che nascondono Dio; vuol dire che noi, molto spesso, diveniamo l’ostacolo primo alle anime sincere di trovare Dio.

(…) Miei cari figlioli, queste parole che vogliono dire? Che dobbiamo essere sinceri. E vogliono dire anche questo: che noi dovremmo forse di più ascoltare gli uomini di oggi. Certo, in quello che essi ci dicono avremo forse non soltanto da imparare, ma anche da metterci in guardia: è estremamente pericoloso per noi la suggestione della loro ricerca, perché noi non possiamo mettere fra parentesi la verità che noi possediamo, anche se dobbiamo mettere invece in discussione la testimonianza che di questa verità dà la nostra vita.

È certo pericoloso ascoltarli, ma è anche assolutamente necessario per noi. Cioè, per dirla in altre parole: il pericolo, il rischio non ci dispensa. La vita dell’uomo di per sé è una vita di rischio, è una vita di pericolo. Se evito il rischio, se evito il pericolo, bisogna che dorma, cioè che non viva. Vivere vuol dire per noi, certo, affrontare il pericolo di un colloquio, il pericolo di un dialogo come vuole il Sommo Pontefice. Ora io capisco la grandezza di quella sua enciclica, con la quale egli praticamente ha voluto dare come un programma al suo pontificato: il dialogo (cfr. Ecclesiam suam, 1964). Programma di un pontificato che vuol essere l’aprirsi della Chiesa al mondo in un dialogo vero. Dialogo del cristiano non soltanto con gli altri cristiani non cattolici, ma del cristiano anche con gli atei, del cristiano coi comunisti, del cristiano con tutti gli uomini, perché nella misura che gli uomini vivono hanno sempre qualche cosa da darti.

Ora ho capito come non la Chiesa Corpo Mistico del Cristo, ma la cristianità – cioè la Chiesa in quanto siamo noi che la componiamo – vive solo se noi ci manterremo aperti in un dialogo vero con tutte le anime vive, anche se queste anime bestemmiano, perché molto spesso la bestemmia può essere una testimonianza di Dio, come lo è nell’Antico Testamento il libro di Giobbe. Non è una ribellione continua il libro di Giobbe a Nostro Signore? Eppure rimane uno dei libri ispirati. Quanto spesso invece i nostri piccoli libercoli di pietà – che certamente non sono un’espressione di una ribellione a Dio – sono però veramente una maschera che nasconde la grandezza divina, sono soltanto dei piccoli sonniferi per le anime pie! E le anime pie sono le vecchie signore che ormai, poverette, non possono fare altro che dormire e passare dal letto alla poltrona. Queste siamo noi, probabilmente.

Ora, l’anima viva sa veramente affrontare la tempesta e l’uragano. E il cristiano deve affrontare l’uragano e la tempesta così come l’ha affrontata Gesù, che è veramente il nostro Maestro. Egli è vissuto in dialogo col mondo nel quale viveva; così noi dobbiamo vivere in un dialogo aperto, vivo con gli uomini di oggi.

Apertura ecumenica

Ritiro del 19 gennaio 1986 a Casa San Sergio

Nell’Ottavario per l’unità dei cristiani… si vuole parlare soprattutto della riunione alla Chiesa di tutti i fratelli che hanno fede in Cristo. Allora un primo rilievo bisogna fare, a cui ci richiama continuamente il Papa [Giovanni Paolo II]: è vero, l’unità si esprime sul piano visibile nella Chiesa cattolica, che ha il suo centro nel papato, ma è vero che, indipendentemente dal papato, la Chiesa occidentale, tutta la Chiesa occidentale – perciò tutti i cattolici dell’America, dell’Africa, dell’Europa, cioè settecento milioni di cattolici – sono solo una parte dell’una catholica; è quello che continuamente ci dice il Papa. Non so se noi italiani l’abbiamo compreso. Guardate che il gesto del Papa di fare patroni dell’Europa Cirillo e Metodio sta a significare la parzialità del cattolicesimo latino. Se noi ci ritiriamo nel nostro cattolicesimo latino, noi, anche se siamo col Papa, praticamente impediamo alla Chiesa di essere cattolica di fatto, di mostrarsi “una” di fatto, perché la Chiesa già è Oriente ed Occidente.

(…) Fino da quando è nata la Comunità, si può dire, noi abbiamo avuto lo sguardo rivolto all’Oriente. Dobbiamo renderci conto che, anche se siamo pochi, quello che conta non è tanto la riunione degli orientali a noi, quanto la disponibilità nostra ad accogliere gli orientali. Rendiamoci conto, dunque, che il nostro cristianesimo ha bisogno di un suo completamento con la visione, con la mentalità, col senso cristiano che può avere l’Oriente (…).

Ed ecco la ragione di Casa San Sergio: in questa casa, infatti, noi abbiamo sentito di vivere questo bisogno di reintegrare nella Chiesa cattolica i valori della Chiesa orientale. A me fa un po’ paura tutto questo, perché non voglio che sia una moda, e non voglio nemmeno cessare di essere un cattolico latino; sono cattolico appunto se trascendo quello che è parziale nella mia confessione cristiana, integrandolo con quello che è parziale nella confessione cristiana dell’Oriente. Io debbo sentirmi veramente fratello di san Serafino, fratello di san Sergio, fratello di tutti i grandi santi che ha avuto la Russia e che ha avuto la Grecia in questi ultimi tempi.

(…) Dobbiamo avere ammirazione e amore per questi cristiani, e l’amore non è soltanto un dare, implica anche un voler ricevere; se tu rifiuti di ricevere, non ami. Io debbo amare l’Oriente e non devo pretendere nulla, però nemmeno posso rifiutare di ricevere; io debbo saper ricevere la testimonianza del loro cristianesimo, di un cristianesimo che è certo uno col nostro, eppure è diverso. Sono aspetti complementari di una medesima vita, e in questi aspetti complementari il nostro stesso cristianesimo diviene uno e cattolico, perché senza questi aspetti esso rischia di essere troppo razionale, troppo logico, troppo giuridico, difetti propri del cristianesimo occidentale.

Perché oggi molti sono contro la Chiesa come istituzione? Perché il senso giuridico ha pesato troppo sulla nostra esperienza cristiana. (…) È precisamente questo che noi dobbiamo imparare dall’Oriente: dobbiamo imparare a liberarci da un certo giuridicismo e anche da una concezione troppo moralistica del cristianesimo. Dobbiamo ritornare a una spiritualità di tipo maggiormente dogmatico e liturgico, piuttosto che moralistico. Che cosa mai sono le nostre virtù nei confronti dei sacramenti divini, che ci uniscono a Cristo e ci fanno una sola cosa con Lui? Dobbiamo ritornare a vivere i sacramenti; pensate che cos’è la Messa! È il Cristo che fa presente per noi l’atto supremo del suo amore.

(…) Miei cari fratelli, noi dobbiamo liberarci da questi difetti, che dicono la parzialità del nostro cristianesimo. Certamente anche quello orientale è un cristianesimo parziale, ma, siccome noi siamo cattolici, è giusto che non guardiamo tanto i difetti degli altri, quanto piuttosto quello che manca a noi, pur sapendo e riconoscendo che noi siamo nella vera Chiesa. Dobbiamo essere grati a Dio, che ha voluto che nascessimo nella Chiesa cattolica, che per noi sia così facile e così naturale riconoscere nel Papa veramente il vertice di tutta la gerarchia, il sacramento dell’unità visibile della Chiesa. Ma questa gratitudine a Dio non ci deve impedire di sentire, come vuole il Papa attuale, la parzialità del nostro cristianesimo, il quale deve trovare il suo compimento in un cristianesimo che è complementare al nostro. Tutto questo non vuol dire diventare orientali, perché, se diventiamo orientali, non saremo più né orientali né occidentali. Siamo nati qui, il nostro latte materno è quello che ci ha dato la Chiesa latina e un figlio rimane sempre figlio della sua madre; però dobbiamo aprirci ad accogliere quello che può darci la Chiesa orientale perché il nostro cristianesimo sia più vivo, più pieno, più uno, più cattolico.

Uno che sa scrivere…

«Uno che sa scrivere, sa darla ad intendere. Ve lo dico io che scrivo tanto: dai miei libri sembra che io sia chissà chi, poi quando mi si conosce, ci si accorge chi sono: un pover’uomo. Non vogliamo certamente ingannare, ma siamo portati naturalmente e quasi senza accorgercene a farci belli con le belle frasi e i bei discorsi».

Dio solo e Gesù crocifisso (1985), p. 15

I tre silenzi

«Prima è il silenzio che raccoglie l’uomo dal turbinio di pensieri, poi il silenzio nell’ascolto della parola di Dio che ti chiama e finalmente il silenzio che stabilisce l’uomo nel riposo di una comunione perfetta».

Cento pensieri sulla conoscenza di Dio, n. 92, p. 98

Domande retoriche (1967)

«Stamani mi domandavo se la Parola di Dio era veramente per me la Parola di Dio. È Dio veramente che mi parla o sono io che mi fingo di ascoltare un altro, mentre ascolto solo me stesso? Mi domandavo: e la mia preghiera è veramente la mia parola rivolta a Dio, o non piuttosto rivolta a me stesso? Spesso la vita religiosa non è forse come irreale, senza vero contenuto, come un girare intorno a se stessi? (…).

Senza dubbio queste domande sono retoriche, ma dobbiamo ripetercele continuamente, perché non sia retorica la vita».

Battesimo di fuoco, p. 181 (6 novembre 1967)

Verginità e amore (1958)

“Credete voi che vivere nella verginità voglia dire di per sé essere santi? … Quante sono le anime che nella verginità hanno soltanto un impedimento alla carità! Hanno soltanto, non certo una causa, ma una occasione di maggiore peccato: di egoismi, di ambizioni, di pettegolezzi stupidi! (…).

Chi della castità non fa un mezzo di amore perfetto, ne fa un mezzo invece di rimpicciolimento, di inaridimento di amore; diventa peggiore di chi vive nel matrimonio”.

Esercizi spirituali a Firenze, 16-18 luglio 1958

Un nuovo tipo di santità (1947)

«Il nostro apostolato è vasto e tende a risanare, elevare, divinizzare l’uomo, non l’uomo soltanto che per ufficio è sacro, ma ogni uomo, ogni professione umana e, per mezzo dell’uomo, tutto il mondo, anche attraverso la tecnica. Questo è il compito più grande che lo Spirito Santo affida ai movimenti religiosi moderni: un nuovo tipo di santità, la “santità profana”, come dice il Maritain.

La santità non deve essere soltanto di quelli che per istituto giuridico sono consacrati a Dio. Non deve bastare agli altri una devozione comune: la santità deve essere per tutti».

Adunanza del 13 aprile 1947 a Firenze

Apostolato sociale

Il Papa [Pio XII] ha affermato che la responsabilità dei mali ricade anche sui cristiani. Perché questa responsabilità? Il cristiano non può e non deve volere che nella vita sociale valgano altre dottrine che la dottrina di Cristo, né può, senza rinnegare l’integralismo cristiano, affidare ad altri un compito che lui solo può e deve compiere. La società cristiana deve essere l’opera dei cristiani. Il dualismo nella vita del cristiano deve essere soppresso. Il Cristianesimo è la salvezza dell’uomo, dell’uomo come tale, di tutto l’uomo. (…)

È tempo di portare Dio nel mondo. È tempo che la luce di Cristo risplenda e il riconoscimento della sua Regalità universale doni agli uomini la giustizia, l’amore e la pace. Solo nel regno di Cristo la giustizia si abbraccia all’amore, e dall’amore e dalla giustizia nasce la pace (…).

Chi in questi giorni gravissimi rinnega la sua responsabilità di cristiano e non si sente la forza di assumere il proprio compito e non fa oggi il proposito di dar tutta la vita e di porre se stesso al servizio dei fratelli, lottando e sacrificandosi per l’avvento di una società finalmente cristiana, rinnega Cristo che vuol essere amato nei suoi propri fratelli e con la sua passività lavora in favore di coloro che preparano per il popolo amare illusioni e rovine.

«Esprimere il proprio parere sui doveri che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere ascoltato», non sono soltanto due diritti, sono anche i doveri dell’uomo nello stato. Il cristiano non può e non deve rinnegare e spogliarsi della sua libertà nemmeno dinanzi allo stato. AI di sopra dello stato e della società egli deve affermare i suoi diritti personali, la sua dignità naturale che è il fondamento necessario della sua dignità soprannaturale di figlio di Dio. Non può il cristiano accettare una vita di pura passività nello stato, delegando totalmente ad esso la cura e il rispetto di sé. Un cristiano che accetta un totalitarismo di stato, ha già rinnegato la sua dignità di persona, la sua libertà di figlio di Dio.

Nello stato l’uomo cristiano deve avere voce attiva perché anch’egli deve contribuire alla vita pubblica: egli deve insorgere quando si attenti ai diritti che ha ricevuti da Dio, non può permettere che lo stato attenti all’istituto familiare, alla vita dei cittadini, alla proprietà, alla libertà della Chiesa e nemmeno deve permettere che lo stato, ridotto a una parvenza di potere e di autorità, sia alla mercé della violenza rivoluzionaria, o consacri con la sua legislazione l’ingiustizia sociale contro le giuste rivendicazioni di una massa che deve sorgere a dignità vera di popolo fruendo realmente nella vita civile di quei diritti che Dio ha dato a ciascuno.

Mentisce a se stesso colui che si dichiara cristiano e non fa quanto è in lui perché l’odio delle classi e delle nazioni si plachi, che cessi l’ingiustizia sociale che grava sulle massa operaia; che la persona umana nel nuovo ordinamento sociale possegga quella libertà giuridica, politica ed economica che solo permette un vivere umano. E difficile è vedere come possa ciascuno contribuire a questo risanamento del mondo, senza entrare animosamente in un movimento politico che unisca in una sola aspirazione, in una sola forza, in una sola azione politica tutte le anime rette e di buona volontà. Mentisce al popolo colui che si dichiara cristiano e non fa quanto il popolo si aspetta da una fede che proclama la giustizia, l’amore fra gli uomini, la pace nella fraternità universale. Perché la massa oggi diserta la Chiesa, se non per colpa di noi, che non abbiamo dato al popolo una sufficiente prova che il Cristianesimo non era soltanto una luminosa dottrina, ma anche l’attuazione di essa? Azione è il comando dell’ora. Facciamo che il popolo veda la potenza miracolosa dell’amore cristiano, e il popolo non si agiterà più andando dietro a coloro che lo illudono con vane promesse.

Mentisce finalmente a Dio stesso colui che si dice cristiano e come cristiano non vive in un desiderio vivo di bene, in una volontà forte e decisa di servire Dio nel suo prossimo. Solo colui che serve è grande davanti al Signore, ed è nell’amore e nel servizio del prossimo che Dio riconosce i suoi figli.

Temi per una nuova coscienza sociale (1944), pp. 21-24

Un universo di nuovo trasparente (1960)

È possibile un incontro fra l’uomo e la vita animale, fra l’uomo e la vita vegetale, fra l’uomo e la vita minerale? Non ne sappiamo nulla. Siamo “exules in hac lacrimarum valle”, siamo esuli nella nostra vera patria; il mondo è estraneo a noi e noi estranei al mondo. Noi non ci rendiamo conto di questa estraneità perché usiamo di questo mondo, ma il mondo rimane sordo e muto; non ci parla e noi non gli parliamo, il mondo fisico non ci ascolta. Eppure ascoltava Gesù: la tempesta fu sedata (cfr. Mt 8, 23-27), Gesù camminò sulle onde (cfr. Mt 14, 22-32). Ma noi non ci ascolta, e noi non ascoltiamo questo mondo. Come mai?

Il mio linguaggio è un po’ ambiguo sul piano religioso? No, non è ambiguo. L’uomo ha una sua funzione nel mondo fisico. È stato chiamato per essere re del creato, e tutto quanto il mondo è stato creato come un giardino perché poi Dio potesse porvi l’uomo; era fatto per lui e ora non è fatto più per lui. Il mondo lo sente come estraneo e lui si sente estraneo al mondo. Quand’è che l’uomo riacquista un suo sentimento di comunione fraterna con le cose? Ecco, nei santi: ricordate il lupo di Gubbio nei Fioretti di san Francesco? Ricordate la predica agli uccelli di san Francesco? Ricordate quel che dice la vita di san Paolo primo eremita? San Girolamo scrive che, morto san Paolo, vengono due leoni, scavano la fossa, ci mettono san Paolo e se ne vanno come erano venuti. Sono leggende, ma è già interessante ed estremamente importante che nella storia della spiritualità cristiana, dai primi secoli fino ad oggi, questi fatti si rinnovino almeno come leggenda. È dunque un esigenza dello spirito umano che il mondo sia veramente fraterno con lui.

Ma non soltanto questo. È una promessa positiva del profeta Isaia: il lupo starà con l’agnello, e un bambino metterà la sua manina nella bocca dell’aspide e giocherà coi serpenti (cfr. Is 11, 6-8). Se fatti di questo genere forse sono leggendari nella storia della spiritualità cristiana, non è leggendario però il sentimento di comunione cosmica, di vera comunione fraterna con le cose, che è proprio di san Francesco di Assisi. Basta rileggere il Cantico delle creature: «Frate sole, sora acqua»: tutte le cose sono riavvicinate al cuore dell’uomo. L’uomo rivive come all’alba prima del peccato una innocenza che gli rende trasparente l’universo, lo fa vivere con esso, in modo che l’uomo partecipa la sua vita alle cose, e le cose rivelano il loro mistero al cuore dell’uomo.

Sono pagine veramente cristiane anche quelle di Dostoevskij, in cui Alioscia, dopo aver assistito alla lettura del Vangelo di Giovanni nella camera ardente dove è esposto il suo staretz morto, esce fuori e si getta in terra e la bacia: vuole abbracciare tutta questa terra e realizza una sua alleanza con essa. L’uomo si allea di nuovo con la terra, dalla quale si è separato col peccato e sente in questa alleanza che tutti i mondi vibrano nell’anima sua. Ricordate anche Macario nell’Adolescente, sempre di Dostoevskij? L’estasi di Macario all’alba, quando gli uccelli cominciano a cantare? «E io dico agli uccelli: cantate! E io dico alla acque: scorrete!» Questo senso che la natura è tornata nuovamente amica dell’uomo e l’uomo le parla perché la natura già vive in lui, con lui.

La redenzione dell’uomo porta alla redenzione delle cose, e la redenzione delle cose si realizza precisamente in questa comunione delle cose con l’uomo; attraverso questa comunione le cose si trasfigurano della stessa luce onde l’uomo si trasfigura, sono redente della stessa redenzione onde l’uomo è redento, sono illuminate e glorificate da Dio della stessa gloria e della stessa luce che glorifica l’uomo.

I “nuovi cieli e la nuova terra” promessi sono questa creazione, ma illuminata, trasfigurata dal di dentro, da quella medesima grazia che avrà trasfigurato l’uomo alla fine dei giorni.

Adunanza a Firenze, 2 ottobre 1960