lunedì, Ottobre 21, 2019

Domande retoriche (1967)

«Stamani mi domandavo se la Parola di Dio era veramente per me la Parola di Dio. È Dio veramente che mi parla o sono io che mi fingo di ascoltare un altro, mentre ascolto solo me stesso? Mi domandavo: e la mia preghiera è veramente la mia parola rivolta a Dio, o non piuttosto rivolta a me stesso? Spesso la vita religiosa non è forse come irreale, senza vero contenuto, come un girare intorno a se stessi? (…).

Senza dubbio queste domande sono retoriche, ma dobbiamo ripetercele continuamente, perché non sia retorica la vita».

Battesimo di fuoco, p. 181 (6 novembre 1967)

Verginità e amore (1958)

“Credete voi che vivere nella verginità voglia dire di per sé essere santi? … Quante sono le anime che nella verginità hanno soltanto un impedimento alla carità! Hanno soltanto, non certo una causa, ma una occasione di maggiore peccato: di egoismi, di ambizioni, di pettegolezzi stupidi! (…).

Chi della castità non fa un mezzo di amore perfetto, ne fa un mezzo invece di rimpicciolimento, di inaridimento di amore; diventa peggiore di chi vive nel matrimonio”.

Esercizi spirituali a Firenze, 16-18 luglio 1958

Un nuovo tipo di santità (1947)

«Il nostro apostolato è vasto e tende a risanare, elevare, divinizzare l’uomo, non l’uomo soltanto che per ufficio è sacro, ma ogni uomo, ogni professione umana e, per mezzo dell’uomo, tutto il mondo, anche attraverso la tecnica. Questo è il compito più grande che lo Spirito Santo affida ai movimenti religiosi moderni: un nuovo tipo di santità, la “santità profana”, come dice il Maritain.

La santità non deve essere soltanto di quelli che per istituto giuridico sono consacrati a Dio. Non deve bastare agli altri una devozione comune: la santità deve essere per tutti».

Adunanza del 13 aprile 1947 a Firenze

Apostolato sociale

Il Papa [Pio XII] ha affermato che la responsabilità dei mali ricade anche sui cristiani. Perché questa responsabilità? Il cristiano non può e non deve volere che nella vita sociale valgano altre dottrine che la dottrina di Cristo, né può, senza rinnegare l’integralismo cristiano, affidare ad altri un compito che lui solo può e deve compiere. La società cristiana deve essere l’opera dei cristiani. Il dualismo nella vita del cristiano deve essere soppresso. Il Cristianesimo è la salvezza dell’uomo, dell’uomo come tale, di tutto l’uomo. (…)

È tempo di portare Dio nel mondo. È tempo che la luce di Cristo risplenda e il riconoscimento della sua Regalità universale doni agli uomini la giustizia, l’amore e la pace. Solo nel regno di Cristo la giustizia si abbraccia all’amore, e dall’amore e dalla giustizia nasce la pace (…).

Chi in questi giorni gravissimi rinnega la sua responsabilità di cristiano e non si sente la forza di assumere il proprio compito e non fa oggi il proposito di dar tutta la vita e di porre se stesso al servizio dei fratelli, lottando e sacrificandosi per l’avvento di una società finalmente cristiana, rinnega Cristo che vuol essere amato nei suoi propri fratelli e con la sua passività lavora in favore di coloro che preparano per il popolo amare illusioni e rovine.

«Esprimere il proprio parere sui doveri che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere ascoltato», non sono soltanto due diritti, sono anche i doveri dell’uomo nello stato. Il cristiano non può e non deve rinnegare e spogliarsi della sua libertà nemmeno dinanzi allo stato. AI di sopra dello stato e della società egli deve affermare i suoi diritti personali, la sua dignità naturale che è il fondamento necessario della sua dignità soprannaturale di figlio di Dio. Non può il cristiano accettare una vita di pura passività nello stato, delegando totalmente ad esso la cura e il rispetto di sé. Un cristiano che accetta un totalitarismo di stato, ha già rinnegato la sua dignità di persona, la sua libertà di figlio di Dio.

Nello stato l’uomo cristiano deve avere voce attiva perché anch’egli deve contribuire alla vita pubblica: egli deve insorgere quando si attenti ai diritti che ha ricevuti da Dio, non può permettere che lo stato attenti all’istituto familiare, alla vita dei cittadini, alla proprietà, alla libertà della Chiesa e nemmeno deve permettere che lo stato, ridotto a una parvenza di potere e di autorità, sia alla mercé della violenza rivoluzionaria, o consacri con la sua legislazione l’ingiustizia sociale contro le giuste rivendicazioni di una massa che deve sorgere a dignità vera di popolo fruendo realmente nella vita civile di quei diritti che Dio ha dato a ciascuno.

Mentisce a se stesso colui che si dichiara cristiano e non fa quanto è in lui perché l’odio delle classi e delle nazioni si plachi, che cessi l’ingiustizia sociale che grava sulle massa operaia; che la persona umana nel nuovo ordinamento sociale possegga quella libertà giuridica, politica ed economica che solo permette un vivere umano. E difficile è vedere come possa ciascuno contribuire a questo risanamento del mondo, senza entrare animosamente in un movimento politico che unisca in una sola aspirazione, in una sola forza, in una sola azione politica tutte le anime rette e di buona volontà. Mentisce al popolo colui che si dichiara cristiano e non fa quanto il popolo si aspetta da una fede che proclama la giustizia, l’amore fra gli uomini, la pace nella fraternità universale. Perché la massa oggi diserta la Chiesa, se non per colpa di noi, che non abbiamo dato al popolo una sufficiente prova che il Cristianesimo non era soltanto una luminosa dottrina, ma anche l’attuazione di essa? Azione è il comando dell’ora. Facciamo che il popolo veda la potenza miracolosa dell’amore cristiano, e il popolo non si agiterà più andando dietro a coloro che lo illudono con vane promesse.

Mentisce finalmente a Dio stesso colui che si dice cristiano e come cristiano non vive in un desiderio vivo di bene, in una volontà forte e decisa di servire Dio nel suo prossimo. Solo colui che serve è grande davanti al Signore, ed è nell’amore e nel servizio del prossimo che Dio riconosce i suoi figli.

Temi per una nuova coscienza sociale (1944), pp. 21-24

Un universo di nuovo trasparente (1960)

È possibile un incontro fra l’uomo e la vita animale, fra l’uomo e la vita vegetale, fra l’uomo e la vita minerale? Non ne sappiamo nulla. Siamo “exules in hac lacrimarum valle”, siamo esuli nella nostra vera patria; il mondo è estraneo a noi e noi estranei al mondo. Noi non ci rendiamo conto di questa estraneità perché usiamo di questo mondo, ma il mondo rimane sordo e muto; non ci parla e noi non gli parliamo, il mondo fisico non ci ascolta. Eppure ascoltava Gesù: la tempesta fu sedata (cfr. Mt 8, 23-27), Gesù camminò sulle onde (cfr. Mt 14, 22-32). Ma noi non ci ascolta, e noi non ascoltiamo questo mondo. Come mai?

Il mio linguaggio è un po’ ambiguo sul piano religioso? No, non è ambiguo. L’uomo ha una sua funzione nel mondo fisico. È stato chiamato per essere re del creato, e tutto quanto il mondo è stato creato come un giardino perché poi Dio potesse porvi l’uomo; era fatto per lui e ora non è fatto più per lui. Il mondo lo sente come estraneo e lui si sente estraneo al mondo. Quand’è che l’uomo riacquista un suo sentimento di comunione fraterna con le cose? Ecco, nei santi: ricordate il lupo di Gubbio nei Fioretti di san Francesco? Ricordate la predica agli uccelli di san Francesco? Ricordate quel che dice la vita di san Paolo primo eremita? San Girolamo scrive che, morto san Paolo, vengono due leoni, scavano la fossa, ci mettono san Paolo e se ne vanno come erano venuti. Sono leggende, ma è già interessante ed estremamente importante che nella storia della spiritualità cristiana, dai primi secoli fino ad oggi, questi fatti si rinnovino almeno come leggenda. È dunque un esigenza dello spirito umano che il mondo sia veramente fraterno con lui.

Ma non soltanto questo. È una promessa positiva del profeta Isaia: il lupo starà con l’agnello, e un bambino metterà la sua manina nella bocca dell’aspide e giocherà coi serpenti (cfr. Is 11, 6-8). Se fatti di questo genere forse sono leggendari nella storia della spiritualità cristiana, non è leggendario però il sentimento di comunione cosmica, di vera comunione fraterna con le cose, che è proprio di san Francesco di Assisi. Basta rileggere il Cantico delle creature: «Frate sole, sora acqua»: tutte le cose sono riavvicinate al cuore dell’uomo. L’uomo rivive come all’alba prima del peccato una innocenza che gli rende trasparente l’universo, lo fa vivere con esso, in modo che l’uomo partecipa la sua vita alle cose, e le cose rivelano il loro mistero al cuore dell’uomo.

Sono pagine veramente cristiane anche quelle di Dostoevskij, in cui Alioscia, dopo aver assistito alla lettura del Vangelo di Giovanni nella camera ardente dove è esposto il suo staretz morto, esce fuori e si getta in terra e la bacia: vuole abbracciare tutta questa terra e realizza una sua alleanza con essa. L’uomo si allea di nuovo con la terra, dalla quale si è separato col peccato e sente in questa alleanza che tutti i mondi vibrano nell’anima sua. Ricordate anche Macario nell’Adolescente, sempre di Dostoevskij? L’estasi di Macario all’alba, quando gli uccelli cominciano a cantare? «E io dico agli uccelli: cantate! E io dico alla acque: scorrete!» Questo senso che la natura è tornata nuovamente amica dell’uomo e l’uomo le parla perché la natura già vive in lui, con lui.

La redenzione dell’uomo porta alla redenzione delle cose, e la redenzione delle cose si realizza precisamente in questa comunione delle cose con l’uomo; attraverso questa comunione le cose si trasfigurano della stessa luce onde l’uomo si trasfigura, sono redente della stessa redenzione onde l’uomo è redento, sono illuminate e glorificate da Dio della stessa gloria e della stessa luce che glorifica l’uomo.

I “nuovi cieli e la nuova terra” promessi sono questa creazione, ma illuminata, trasfigurata dal di dentro, da quella medesima grazia che avrà trasfigurato l’uomo alla fine dei giorni.

Adunanza a Firenze, 2 ottobre 1960

SACRO E PROFANO? (1958)

Prima di tutto questo vorrei domandarmi stamani: se nel Cristianesimo vi è ancora qualcosa di profano. Abitualmente noi pensiamo alla vita religiosa come ad una vita che è tangente alla vita profana, ma non alla vita religiosa come vita unica, che tutto abbraccia, tutto penetra di sé e tutto trasfigura. Vien sempre fatto di pensare che altra è l’anima quando va in chiesa, quando compie certi atti religiosi, altra è la sua missione e la sua vita quando deve occuparsi della famiglia, della professione, del proprio lavoro. Anche quando un’anima religiosa, sinceramente religiosa, cercherà di fare in modo che la sua vita familiare, matrimoniale o professionale non sia di ostacolo alla vita religiosa, anche quando cercherà che questa sua vita debba essere espressione di vita religiosa, alimento alla vita religiosa, non sempre né totalmente l’anima vede che non vi è nessuna differenza fra la sua vita religiosa e quest’altra vita professionale o familiare che pure essa deve vivere. Cioè, si santifica la vita familiare o professionale cercando di accettarla come penitenza, senza vedere in essa una nostra testimonianza di vita cristiana (…).

Ora, è importante vedere invece come non vi è, per noi anime consacrate al Signore e che vogliamo tendere nella perfezione al Signore, alcuna distinzione tra sacro e profano: non vi è distinzione perché, per un’anima veramente consacrata a Dio, non esiste il profano. Il cristiano è colui per il quale tutta la creazione è rinnovata, è penetrata di grazia, è trasfigurata da una divina presenza; il cristiano è colui per il quale tutto l’universo è ritornato ad essere il Regno di Dio (…).

Un’anima che vive nel matrimonio, una sposa, una madre, una che ha una sua professione nel mondo, non vive nessuna separazione dal mondo – dico separazione nel senso effettivo: effettivamente può sentirsi anche meno a posto nel mondo di un’altra anima che ci ha rinunziato, ma effettivamente non vive alcuna separazione, vive come tutte le altre mamme, le altre spose. Appunto per questo, non vivendo alcuna separazione dalle altre, si impone soprattutto per queste anime il raggiungimento di una unità nel piano soprannaturale, nel piano di Dio; si impone cioè per queste anime, più ancora che per quelle che fanno i Voti, che non vi sia nulla di profano. Ma se vi è qualcosa di profano perfino per chi ha fatto i Voti, pensiamo quanto può essere difficile per chi praticamente si abbandona facilmente agli impulsi della natura, quanto sia difficile, vivendo nel mondo un impegno di lavoro, in una vita familiare di matrimonio, il realizzare tutta una trasfigurazione, tutta una penetrazione di grazia in tutto l’universo, in tal modo che per l’anima non vi sia divisione fra sacro e profano, ma quello che per gli altri è profano, che può esser profano per un’anima verginale, non sia invece per quest’anima che sacramento, segno di una divina presenza, comunione continua con la Divinità.

È certo che è difficile, ma è certo che questo è anche l’impegno vostro. Non vivere due vite: una vita religiosa e una vita profana, una vita naturale e una vita soprannaturale. (…). Non così, non così! Ma vivere invece tutta una vita, che è vita di santità, e vivere questa vita, che è vita di santità, non tanto quando si dicono le Lodi di Dio, quanto piuttosto quando siamo coi bambini, quando dobbiamo pensare al marito, quando provvediamo alla famiglia, o quando lavoriamo. Se voi sottraete a questo impegno di consacrazione religiosa la vostra vita familiare, i vostri impegni di lavoro, praticamente sottraete a questo impegno la massima parte del vostro tempo, nella vostra vita. Voi, invece, vi siete consacrate totalmente: questo importa che tutta la vostra vita sia veramente un rapporto costante col Signore, una continua comunione con la Divinità, sia veramente vita religiosa.

(…) Bisogna concepire la nostra vita come essenzialmente una vita di comunione con Dio. Dio non sta a fianco di coloro che amiamo, Dio non è l’invisibile presenza di una Realtà che non ha nulla a che vedere col rapporto continuo che noi dobbiamo stabilire coi nostri familiari – col marito, coi figlioli (…). No, non ci deve esser differenza fra l’atto onde noi accudiamo alle faccende domestiche e l’atto onde noi viviamo la comunione con Dio, la nostra vita divina. È nel lavorare in casa che noi dobbiamo vivere la nostra vita divina, è nel pensare ai figli, è nel vivere la nostra vita matrimoniale che noi dobbiamo vivere la nostra unione con Dio.

Esercizi spirituali a Firenze, 16 luglio 1958

Più santi, sì, ma… (1980)

La nostra vocazione è terribile perché può farci dei farisei, invece che farci somigliare a Gesù: dei farisei che si sentono puliti nei confronti degli altri che sono sudici, che si sentono buoni nei confronti degli altri che sono maledetti. È terribile questo! La nostra vocazione cristiana deve, sì, farci più santi, ma il farci più santi implica il crescere di un amore che, come ci fa una sola cosa con Dio, così ci fa una sola cosa con tutti gli uomini, cosicché io non posso sentirmi più diviso da alcuno.

Esercizi spirituali a La Verna, 6 agosto 1980