domenica, Agosto 18, 2019

Una purificazione continua (1964)

Vorremmo un po’ più di pace, vorremmo che Nostro Signore non ci disturbasse troppo; invece nella misura che l’amore divino ci penetra e ci investe, ci ferisce, fruga nelle più intime profondità dell’essere creato e sembra, via che la purificazione procede, che debba cominciare ancora; sembra, tanto più Egli ci brucia, che tanto più rimanga da bruciare. Ecco perché i santi, ed erano santi, si sentivano peccatori al termine del loro viaggio più di quando l’avevano appena incominciato.

Verso la visione, I ed. p. 96

Saper riconoscere gli idoli (1959)

Tutto è mezzo per te. L’anima cristiana, per sé, non deve rinunziare a nulla. Non ha ragione nessuna rinunzia nel cristiano. L’unica rinunzia che si deve fare è all’idolatria, cioè a tutto quello che ferma l’anima, a tutto quello che impedisce che l’anima vada oltre. L’idolo è qualunque cosa: è anche il tuo cappotto, sono anche i tuoi capelli pettinati in un certo modo piuttosto che in un altro; diventa idolo qualunque cosa nella misura che ti ferma, perché nell’istante che ti ferma, questa cosa diviene il tuo dio.

Adunanza del 1° novembre 1959 a Firenze

L’oblio di se stessi (1973)

È proprio questo l’ultimo grado della vita spirituale: l’oblio di te stesso, come tu non fossi. All’inizio del cammino è come se Dio non fosse, non esiste che il mio egoismo, la mia ambizione, la mia sensualità! Dio è poco più che una parola.

Al termine invece Dio solo è, e l’uomo è come non fosse più, non vive più che di Lui.

La legge è l’amore, I ediz., p. 71-72

In discesa, non in ascesa (1988)

Dio ci fa santi maturandoci nell’umiltà, perché il vero cammino della santità è in discesa, non in ascesa. Il nostro cammino vero è lo sprofondare sempre più nel sentimento della nostra impotenza, della nostra miseria, perché Dio solo è Santo.

E noi saremo santi solo nella misura che Lui vivrà in noi.

Chiedere Dio a Dio, p. 102

Il desiderio del volto di Dio (1964)

Conoscere Dio! Come è fiacco in noi il desiderio della divina visione, in noi che ci sentiamo così ciechi alle cose divine! La frenesia della vita attiva è una giustificazione di un mondo che cerca di fuggire se stesso, cerca di contentare Dio, senza volerne vedere il Volto perché dispera di saperlo trovare, perché dispera di poterlo vedere.

Verso la visione, I ediz., p. 73

Di fronte a Dio (1957)

Tutto il cammino è un volgersi a Dio. Non volgere più le spalle al Signore, ma mettersi di fronte a Lui sicché scompaia ogni cosa per l’anima e non rimanga più, nella luce infinita, che il Signore.

Dio solo è. Diceva un giorno Dio a S. Caterina: «lo sono Colui che sono, tu sei colei che non è».

La via del ritorno, Ed. San Paolo, p. 36

Un cammino di obbedienza (1957)

Se la vita cristiana dev’esser concepita e vissuta come un ritorno dell’anima a Dio, dal quale l’anima si è allontanata per il primo peccato, San Benedetto ci dice che il ritorno dell’anima a Lui è un cammino di obbedienza.

Quanto S. Benedetto dice nella sua Regola ha un fondamento preciso ed esplicito nell’insegnamento di tutta la S. Scrittura.

Il testo fondamentale sull’obbedienza come atto di virtù che si contrappone al primo peccato, noi l’abbiamo nell’epistola ai Romani. Il primo Adamo trascinò tutta l’umanità nel peccato e nella morte per la sua disobbedienza e il secondo Adamo ecco rinnova tutta la creazione di Dio precisamente nell’atto della sua obbedienza (Rm 5, 19) è nella sua obbedienza che l’uomo viene redento, ritorna là donde per il primo peccato era stato bandito. E l’obbedienza, dice anche S. Paolo, è incarnazione di umiltà.

Tutta la tradizione patristica fa coro a S. Paolo cominciando da S. Ireneo il quale integra l’insegnamento dell’Apostolo opponendo a Eva, la prima disobbediente, la Vergine. Tutta la vita della Vergine è nell’abbandono dell’anima sua alla divina parola per cui Ella si dichiara l’ancella del Signore, pronta a compiere in tutto la sua volontà, perciò Ella si affida completamente all’onnipotenza di quella Parola che le è annunciata perché questa stessa Parola in Lei si compia, s’incarni.

Ma se questo di S. Paolo è il testo fondamentale perché più esplicitamente degli altri ci dice come la redenzione operata da Cristo sia un atto di obbedienza che si contrappone alla disobbedienza di Adamo, tutto l’Antico Testamento insiste sull’obbedienza quasi a dichiarare come sia attraverso precisamente questa virtù che l’uomo può riprendere il cammino di una redenzione, sia eletto da Dio, salvato da Lui, unito al Signore.

Prima ancora che Dio elegga il popolo d’Israele e lo faccia suo popolo nel dono di una legge che deve osservare, e nella grande storia di Abramo che noi rileviamo il peso che ha l’obbedienza alla parola di Dio. Il cammino di Abramo è determinato precisamente dall’obbedienza alla parola che lo ha chiamato, alla vocazione ricevuta.

Già in Abramo il cammino religioso dell’uomo non ha una iniziativa nell’uomo stesso, ma in Dio che chiama. Tutta l’azione, l’opera dell’uomo non è che rispondere, che obbedire, e l’obbedienza in Abramo è veramente perfetta, perché è immediata, è assoluta, disinteressata.

Immediata. Tutta la storia di Abramo nei vari suoi atti dimostra appunto questa immediata risposta dell’uomo alla divina parola. Altre volte nella S. Scrittura si vede l’uomo che indugia, che cerca di sottrarsi alle esigenze della divina volontà, pone le sue scuse, le sue riserve, le sue condizioni. Abramo, no, ed è per questo che la rivelazione divina esalta la sua figura. L’uomo non ha nulla da opporre alla parola di Dio, egli deve soltanto rispondere.

Considerate la vocazione. «Esci dalla tua terra … » (Gn 12, 1). Abramo immediatamente risponde. Considerate il sacrificio d’Isacco: Dio vuole che Abramo sacrifichi il figlio. Abramo non oppone resistenza né indugio, «sine mora», immediatamente risponde al comando di Dio: prende il figlio, prende il suo asino e va, va verso il monte, lontano, dove Isacco deve essere immolato.

È interessante notare come nella Genesi lo scrittore ispirato, se riporta il comando divino, non riporta una risposta verbale di Abramo: Abramo non perde il tempo nemmeno a rispondere con la parola. È talmente immediato il trapasso che, detta la parola, vien compiuto l’atto, quasi che l’uomo non sia da mettersi in sin toni a con Dio, non abbia da aderire a un divino comando, quasi che Abramo non abbia una sua volontà. La risposta di Abramo è come la risposta che dà il nulla alla parola creatrice: il nulla non ha un ostacolo da opporre, non ha da concordare, da aderire a Dio. E invece la volontà di Abramo è in fondo la volontà di un uomo; anche lui nasce nel peccato e perciò deve aderire ad una volontà che inizialmente gli è estranea; ma è talmente immediata la risposta, in Abramo, che sembra non costargli sforzo l’obbedienza. Non ha da mettersi in un rapporto, in sintonia col Volere divino; la parola divina attraverso di lui immediatamente passa e s’incarna, si compie e si realizza. «Instrumentum conjunctum Divinitati» egli è; certo, non in un modo perfetto come l’umanità di Cristo, come la volontà umana del Verbo incarnato, certo nemmeno con la stessa perfezione della volontà di Maria, che non ha conosciuto il peccato.

Dopo Cristo e dopo Maria, non si ha altro esempio in cui sia così immediata la risposta dell’uomo al divino comando. Le difficoltà all’obbedienza non sono poste da Abramo, sono dichiarate dalla stessa parola divina che comanda. Quando Dio comanda ad Abramo di sacrificare il suo figlio dice: «Prendi il tuo figlio, unico, quello che ami, e va’ sul monte» (Gn 22, 2). È Dio che dice tutta la difficoltà che Abramo può provare. Ma Abramo non ha da opporre alcuna difficoltà: immediatamente prende il figlio e va.

L’obbedienza di Abramo non conosce indugio, ma è anche assoluta: assoluta perché non conosce condizioni, perché non ha alcuna riserva, assoluta perché tutto egli dona. Dio può comandargli tutto: Abramo non si rifiuta, non dà una parte di sé, del suo tempo, non dà solo qualcosa: dona tutto, tutto quello che ha, tutto quello che è.

Difficilmente si hanno nella S. Scrittura manifestazioni più forti, più decise, delle esigenze divine. Dio vuole tutto, e l’uomo tutto dona. Chiede prima ad Abramo che lasci, già vecchio, il suo paese, la sua casa, la sua tribù, la nazione che ha abitato; vecchio, deve andar lontano, intraprendere un cammino verso l’ignoto, senza difesa. Uscendo dal suo popolo, dalla sua famiglia, dalla sua nazione, egli è indifeso di fronte a tutte le minacce, a tutti i pericoli: si getta in pasto alla morte. Eppure, egli risponde e la sua risposta è assoluta: non chiede una difesa, un aiuto; dona tutto, senza riserve; non sa quello che la volontà divina vorrà ancora dal lui. Va.

Dal primo atto che lo introduce nella storia all’ultimo atto che precede la sua morte, tutta la vita di Abramo è obbedienza e la sua obbedienza è assoluta: egli dona tutto, si dona tutto, totalmente si pone a servizio di Dio; non ritiene nulla per sé, né la vita né i beni, e nemmeno il suo figlio che è tutta la sua speranza, tutto il suo orgoglio, il suo amore. Quando Dio gli chiede Isacco non gli chiede soltanto quello che ha, ma quello che Dio gli ha donato, quello che era la ragione della sua esistenza. E Abramo tace, e Abramo obbedisce.

L’obbedienza di Abramo è anche disinteressata. Al principio Dio non promette ad Abramo altro che una benedizione onde sarà capo di un grande popolo, onde in lui saranno benedette tutte le genti. Ma la promessa è lontana: si esige davvero la fede per Abramo ed è anche per Abramo una cosa veramente incredibile come egli possa sperare questo da Dio. Tuttavia può sperarlo, perché è Dio che gli parla. Ma quando Dio gli chiede Isacco che cosa rimane ad Abramo? Sembra che Dio abbia voluto tutto ed ora gli tolga anche ogni speranza. Certo, Abramo può sempre affidarsi a Dio, ma ogni motivo di speranza umana ora cessa. Nella lettera agli ebrei è detto che Abramo sperava che Dio gli avrebbe donato il figlio suo attraverso la morte, ma dalla Genesi non appare questa speranza.

L’atto supremo di Abramo nel sacrificio d’Isacco è ancora un atto di speranza o è un atto di puro amore onde l’uomo offre a Dio tutto senza compenso? Sembra più giusto, stando al libro della Genesi, che l’atto di Abramo nel sacrificio del figlio sia un atto di puro amore. La conferma alle divine promesse Abramo l’avrà, ma soltanto quando avrà dato prova che non avrebbe indietreggiato nemmeno di fronte alla immolazione del figlio. Avanti di questa conferma, nell’atto che Abramo prendeva il suo figlio Isacco e andava per immolarlo. Egli sapeva, sperava veramente di poter ottenere ancora una benedizione da Dio che lo avrebbe reso fecondo, padre di popoli? Dio gli aveva fatto lasciar nel deserto, alla fame, alla sete, l’altro suo figlio Ismaele; donando Isacco egli rimane privo di ogni sostegno, di ogni discendenza. E Abramo non sa nulla. L’atto di Abramo non esclude la speranza però la speranza non sembra esplicitamente presente. L’atto del sacrificio d’Isacco è meno un atto di speranza che un atto di amore, e di amore puro, anche se questo amore non esclude la speranza.

Come, del resto, è sempre l’amore del cristiano. L’amore del cristiano può essere puro, ma non può escludere di per sé la speranza. Ma la speranza è implicita, velata, dimenticata, nascosta. «Anche se tu non mi dessi il paradiso io ti amerei». Questo è l’atto dell’anima che vive l’amore perfetto: dona tutto, e non pretende nulla per sé.

Abramo obbedisce e obbedisce per nulla. Dio poi confermerà la promessa, ma Abramo non contratta con Dio il prezzo della sua obbedienza.

Abramo inizia la storia di una redenzione, una storia di ritorno al paradiso perduto. E in Abramo, la virtù che maggiormente appare, che si rivela più magnifica, è l’obbedienza. L’obbedienza è in Abramo fede ed è amore. E lo sarà sempre, perché in concreto la nostra fede e la nostra carità non potranno mai essere, secondo l’insegnamento evangelico, che un atto di obbedienza (…).

La via del ritorno, Ed. Carroccio, pp. 52-57

Tutti in cammino (1988)

Siamo tutti figli di Dio, ma veri figli di Dio ce ne sarà, sì e no, una quindicina ogni generazione. Nemmeno di tutti i santi si può dire che abbiano realizzato pienamente questa dignità di essere figli. Infatti anche fra i santi c’è una perfezione più o meno grande di santità, una identificazione più o meno grande col Cristo. Noi non siamo figli di Dio, ma il fatto di essere la Comunità dei figli di Dio vuol dire per noi impegnarci a realizzare quello che mediante il Battesimo siamo divenuti. In potenza siamo tutti figli di Dio, ma nella realtà noi sentiamo di esserne infinitamente lontani dal vivere secondo questa natura nuova che ci è stata conferita col Battesimo. Siamo in cammino. Anche il fatto di aver fatto la Consacrazione nella Comunità non implica minimamente che sentiamo di aver realizzato quello che vuol dire essere cristiani. Sentiamo tutti di essere in cammino. Quello che proprio ci distingue è che noi sentiamo di essere in cammino e vogliamo fare questo cammino per vivere veramente come figli di Dio. Non dobbiamo illuderci; probabilmente rimarremo in cammino. Però sappiamo una cosa: che chi è in cammino è salvo. Non chi raggiunge la meta, ma chi è in cammino è salvo, perché la santità cristiana non consiste nel raggiungere la meta che ci è proposta. Consiste invece nell’avere un desiderio vivo, una aspirazione costante, una volontà ferma e continua di tendere a Dio. La meta non si raggiunge mai, perché Dio è l’infinito; perciò la perfezione cristiana è quella di essere in cammino. Ecco perché vi dicevo che non dobbiamo mai presumere di essere già arrivati. Lo dice anche san Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Dimenticando quello che è dietro di noi, ci protendiamo in avanti verso la meta che ci è stata prefissa» (cfr. Fil 3, 13-14) e che è Dio stesso (…).

Noi che abbiamo fatto la Consacrazione dobbiamo sentirci sempre debitori. Siamo sempre in debito, ma questo non ci fa perdere di coraggio, perché lo Spirito Santo vive in noi. Non possiamo esser soddisfatti di noi, non possiamo pretendere mai di aver realizzato la nostra vocazione cristiana e di aver raggiunto la meta, ma siamo santi nella misura che siamo in cammino. Ed è questo che noi tutti che ci siamo consacrati dobbiamo chiedere a Dio: che rimanga sempre vivo in noi il desiderio, la tensione verso di lui. Non ci dobbiamo contentare mai di noi stessi. Le anime che sono soddisfatte di sé non ci piacciono, non le vogliamo. Chi è soddisfatto di sé crede di aver già raggiunto la meta e si ferma. Noi invece vogliamo esser sempre in cammino, perché sappiamo che Dio è a infinita distanza da noi. È così semplice tutto! E non vi sembra che sia anche bello? Vi lascio alle vostre occupazioni: chi è sposato rimane sposato, chi svolge una professione continua a svolgerla, chi invece è chiamato da Dio alla castità perfetta, vivrà la castità perfetta; chi è chiamato a vivere la vita contemplativa in un eremo, lo si lascia vivere in un eremo; ma ci sentiamo tutti fratelli, perché viviamo tutti lo stesso cammino verso il Signore. Io non mi sento migliore di voi. E nessuno, anche se vive una vita contemplativa in puro silenzio, si deve sentire diverso da voi. Siamo tutti in cammino, lo stesso cammino. Alcuni sono chiamati a vivere questo cammino sotto una certa forma di vita, altri sotto un’altra, ma la meta ultima alla quale tendiamo è unica per tutti: è il primato della carità che ci fa una cosa sola con Dio e una cosa sola con gli uomini.

Ritiro a Bolzano del 23 ottobre 1988

Oggi o mai più (1959)

Bisogna realizzare in questo istante quanto il Signore ci chiede, in un abbandono perfetto, in una fede assoluta nel suo amore. Qualunque sia il nostro dovere e il nostro lavoro nel mondo, il nostro dovere e il nostro lavoro non devono essere che il segno sacramentale di una unione che rimane totale: tutto l’essere nostro in Dio e Dio in noi. Dio non è aldilà: ora e qui è tutto il Paradiso per te, ora e qui ti è data la possibilità di possedere la pace e la gioia di un’anima che si sa amata. Nell’istante che tu accogli la parola di Gesù, i tuoi peccati sono distrutti; non per nulla Gesù dice al ladrone «oggi». Se credi che i tuoi peccati ti allontanino da Cristo, non credi abbastanza al suo amore. Non è il tuo sforzo che può introdurti in Paradiso ma il suo dono gratuito; non puoi meritarlo, puoi solo accettarlo.

(…) Non rimandiamo a domani: i nostri peccati non sono delle difficoltà a questa vita d’unione, perché nel cristiano che attende e spera essi sono cancellati. Noi diamo troppa importanza a noi e alle cose e per questo Dio non è per noi tutto. In questo stesso momento noi siamo figli del Re: Egli ci innalza a questa dignità e non abbiamo che da accogliere il suo dono. Noi ci rendiamo conto di questo soltanto per dire «non mi riesce». Invece, ora e in questo momento dobbiamo essere santi. Non è facile dimenticarci di noi e di ogni condizione esteriore. Non è facile ma è semplice: basta credere. Gesù ci dice: «Se tu credi, tutto è possibile a chi crede» (cf. Mc 9,23). Non è che la nostra fede compia il miracolo, ma Dio risponde alla nostra fede, e credere è sperare, cioè credere che questa potenza è al mio servizio. Dio si dona nella misura che a Lui ti abbandoni.

Oggi e qui è il Paradiso. Sentite qui la Vergine e i Santi? Tutto il mondo è lontano, non c’è che Dio. Cercate di allontanare dal cuore la presenza delle cose, degli uomini, voi stessi. Egli è qui e noi siamo in Cielo. Gli ultimi avvenimenti sono l’avvenimento che viviamo ora e qui. Quali sono gli ultimi avvenimenti? Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. La morte la viviamo nel distacco dal mondo, il giudizio non dobbiamo temerlo perché è sempre un’assoluzione: Gesù non condannò mai nessuno. Noi possiamo presentarci a Lui come peccatori ed Egli ci salva.

L’Inferno poi, secondo Santa Caterina da Genova, è chiuso, mentre il Paradiso è aperto. Qui infatti sta la differenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento: nell’economia profetica l’uomo, chiamato a esser salvo, trovava il Paradiso chiuso, mentre ora non ci sono più porte. Giacobbe, per poter rientrare nella terra di Dio (figura del Paradiso), dovette lottare tutta la notte con l’angelo. Nel Nuovo Testamento il Paradiso non ha difese: «Oggi sarai con me…». Dio invita tutti, non c’è nessuno a interdire l’entrata. Siamo già ora cittadini del Cielo; la vita cristiana è un poter passare di là in ogni istante, perché Dio è, e tu sei. Vuol dire che tutto quel che è mutevole è passato, e la tua vita è la vita di Dio. Tu vivi nell’immutabilità dell’amore di Dio.

Il significato della lotta con l’angelo è la violenza che occorre per entrare in Paradiso fino alla Morte di Cristo; dopo possono entrare tutti. Nell’entrare Dio ti perdona e sei rivestito della veste nuziale. La violenza ora occorre per non entrare; vien cacciato dal bacchetto solo quello che ha rifiutato la veste nuziale, cioè la grazia.

Ma il Paradiso non si apre domani: non ci entrerai domani se non ci sei già oggi. Oggi o mai più.

Dal Ritiro del 24 novembre 1957 a Firenze