giovedì, Dicembre 12, 2019

Apostolato sociale

Il Papa [Pio XII] ha affermato che la responsabilità dei mali ricade anche sui cristiani. Perché questa responsabilità? Il cristiano non può e non deve volere che nella vita sociale valgano altre dottrine che la dottrina di Cristo, né può, senza rinnegare l’integralismo cristiano, affidare ad altri un compito che lui solo può e deve compiere. La società cristiana deve essere l’opera dei cristiani. Il dualismo nella vita del cristiano deve essere soppresso. Il Cristianesimo è la salvezza dell’uomo, dell’uomo come tale, di tutto l’uomo. (…)

È tempo di portare Dio nel mondo. È tempo che la luce di Cristo risplenda e il riconoscimento della sua Regalità universale doni agli uomini la giustizia, l’amore e la pace. Solo nel regno di Cristo la giustizia si abbraccia all’amore, e dall’amore e dalla giustizia nasce la pace (…).

Chi in questi giorni gravissimi rinnega la sua responsabilità di cristiano e non si sente la forza di assumere il proprio compito e non fa oggi il proposito di dar tutta la vita e di porre se stesso al servizio dei fratelli, lottando e sacrificandosi per l’avvento di una società finalmente cristiana, rinnega Cristo che vuol essere amato nei suoi propri fratelli e con la sua passività lavora in favore di coloro che preparano per il popolo amare illusioni e rovine.

«Esprimere il proprio parere sui doveri che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere ascoltato», non sono soltanto due diritti, sono anche i doveri dell’uomo nello stato. Il cristiano non può e non deve rinnegare e spogliarsi della sua libertà nemmeno dinanzi allo stato. AI di sopra dello stato e della società egli deve affermare i suoi diritti personali, la sua dignità naturale che è il fondamento necessario della sua dignità soprannaturale di figlio di Dio. Non può il cristiano accettare una vita di pura passività nello stato, delegando totalmente ad esso la cura e il rispetto di sé. Un cristiano che accetta un totalitarismo di stato, ha già rinnegato la sua dignità di persona, la sua libertà di figlio di Dio.

Nello stato l’uomo cristiano deve avere voce attiva perché anch’egli deve contribuire alla vita pubblica: egli deve insorgere quando si attenti ai diritti che ha ricevuti da Dio, non può permettere che lo stato attenti all’istituto familiare, alla vita dei cittadini, alla proprietà, alla libertà della Chiesa e nemmeno deve permettere che lo stato, ridotto a una parvenza di potere e di autorità, sia alla mercé della violenza rivoluzionaria, o consacri con la sua legislazione l’ingiustizia sociale contro le giuste rivendicazioni di una massa che deve sorgere a dignità vera di popolo fruendo realmente nella vita civile di quei diritti che Dio ha dato a ciascuno.

Mentisce a se stesso colui che si dichiara cristiano e non fa quanto è in lui perché l’odio delle classi e delle nazioni si plachi, che cessi l’ingiustizia sociale che grava sulle massa operaia; che la persona umana nel nuovo ordinamento sociale possegga quella libertà giuridica, politica ed economica che solo permette un vivere umano. E difficile è vedere come possa ciascuno contribuire a questo risanamento del mondo, senza entrare animosamente in un movimento politico che unisca in una sola aspirazione, in una sola forza, in una sola azione politica tutte le anime rette e di buona volontà. Mentisce al popolo colui che si dichiara cristiano e non fa quanto il popolo si aspetta da una fede che proclama la giustizia, l’amore fra gli uomini, la pace nella fraternità universale. Perché la massa oggi diserta la Chiesa, se non per colpa di noi, che non abbiamo dato al popolo una sufficiente prova che il Cristianesimo non era soltanto una luminosa dottrina, ma anche l’attuazione di essa? Azione è il comando dell’ora. Facciamo che il popolo veda la potenza miracolosa dell’amore cristiano, e il popolo non si agiterà più andando dietro a coloro che lo illudono con vane promesse.

Mentisce finalmente a Dio stesso colui che si dice cristiano e come cristiano non vive in un desiderio vivo di bene, in una volontà forte e decisa di servire Dio nel suo prossimo. Solo colui che serve è grande davanti al Signore, ed è nell’amore e nel servizio del prossimo che Dio riconosce i suoi figli.

Temi per una nuova coscienza sociale (1944), pp. 21-24

Un universo di nuovo trasparente (1960)

È possibile un incontro fra l’uomo e la vita animale, fra l’uomo e la vita vegetale, fra l’uomo e la vita minerale? Non ne sappiamo nulla. Siamo “exules in hac lacrimarum valle”, siamo esuli nella nostra vera patria; il mondo è estraneo a noi e noi estranei al mondo. Noi non ci rendiamo conto di questa estraneità perché usiamo di questo mondo, ma il mondo rimane sordo e muto; non ci parla e noi non gli parliamo, il mondo fisico non ci ascolta. Eppure ascoltava Gesù: la tempesta fu sedata (cfr. Mt 8, 23-27), Gesù camminò sulle onde (cfr. Mt 14, 22-32). Ma noi non ci ascolta, e noi non ascoltiamo questo mondo. Come mai?

Il mio linguaggio è un po’ ambiguo sul piano religioso? No, non è ambiguo. L’uomo ha una sua funzione nel mondo fisico. È stato chiamato per essere re del creato, e tutto quanto il mondo è stato creato come un giardino perché poi Dio potesse porvi l’uomo; era fatto per lui e ora non è fatto più per lui. Il mondo lo sente come estraneo e lui si sente estraneo al mondo. Quand’è che l’uomo riacquista un suo sentimento di comunione fraterna con le cose? Ecco, nei santi: ricordate il lupo di Gubbio nei Fioretti di san Francesco? Ricordate la predica agli uccelli di san Francesco? Ricordate quel che dice la vita di san Paolo primo eremita? San Girolamo scrive che, morto san Paolo, vengono due leoni, scavano la fossa, ci mettono san Paolo e se ne vanno come erano venuti. Sono leggende, ma è già interessante ed estremamente importante che nella storia della spiritualità cristiana, dai primi secoli fino ad oggi, questi fatti si rinnovino almeno come leggenda. È dunque un esigenza dello spirito umano che il mondo sia veramente fraterno con lui.

Ma non soltanto questo. È una promessa positiva del profeta Isaia: il lupo starà con l’agnello, e un bambino metterà la sua manina nella bocca dell’aspide e giocherà coi serpenti (cfr. Is 11, 6-8). Se fatti di questo genere forse sono leggendari nella storia della spiritualità cristiana, non è leggendario però il sentimento di comunione cosmica, di vera comunione fraterna con le cose, che è proprio di san Francesco di Assisi. Basta rileggere il Cantico delle creature: «Frate sole, sora acqua»: tutte le cose sono riavvicinate al cuore dell’uomo. L’uomo rivive come all’alba prima del peccato una innocenza che gli rende trasparente l’universo, lo fa vivere con esso, in modo che l’uomo partecipa la sua vita alle cose, e le cose rivelano il loro mistero al cuore dell’uomo.

Sono pagine veramente cristiane anche quelle di Dostoevskij, in cui Alioscia, dopo aver assistito alla lettura del Vangelo di Giovanni nella camera ardente dove è esposto il suo staretz morto, esce fuori e si getta in terra e la bacia: vuole abbracciare tutta questa terra e realizza una sua alleanza con essa. L’uomo si allea di nuovo con la terra, dalla quale si è separato col peccato e sente in questa alleanza che tutti i mondi vibrano nell’anima sua. Ricordate anche Macario nell’Adolescente, sempre di Dostoevskij? L’estasi di Macario all’alba, quando gli uccelli cominciano a cantare? «E io dico agli uccelli: cantate! E io dico alla acque: scorrete!» Questo senso che la natura è tornata nuovamente amica dell’uomo e l’uomo le parla perché la natura già vive in lui, con lui.

La redenzione dell’uomo porta alla redenzione delle cose, e la redenzione delle cose si realizza precisamente in questa comunione delle cose con l’uomo; attraverso questa comunione le cose si trasfigurano della stessa luce onde l’uomo si trasfigura, sono redente della stessa redenzione onde l’uomo è redento, sono illuminate e glorificate da Dio della stessa gloria e della stessa luce che glorifica l’uomo.

I “nuovi cieli e la nuova terra” promessi sono questa creazione, ma illuminata, trasfigurata dal di dentro, da quella medesima grazia che avrà trasfigurato l’uomo alla fine dei giorni.

Adunanza a Firenze, 2 ottobre 1960

SACRO E PROFANO? (1958)

Prima di tutto questo vorrei domandarmi stamani: se nel Cristianesimo vi è ancora qualcosa di profano. Abitualmente noi pensiamo alla vita religiosa come ad una vita che è tangente alla vita profana, ma non alla vita religiosa come vita unica, che tutto abbraccia, tutto penetra di sé e tutto trasfigura. Vien sempre fatto di pensare che altra è l’anima quando va in chiesa, quando compie certi atti religiosi, altra è la sua missione e la sua vita quando deve occuparsi della famiglia, della professione, del proprio lavoro. Anche quando un’anima religiosa, sinceramente religiosa, cercherà di fare in modo che la sua vita familiare, matrimoniale o professionale non sia di ostacolo alla vita religiosa, anche quando cercherà che questa sua vita debba essere espressione di vita religiosa, alimento alla vita religiosa, non sempre né totalmente l’anima vede che non vi è nessuna differenza fra la sua vita religiosa e quest’altra vita professionale o familiare che pure essa deve vivere. Cioè, si santifica la vita familiare o professionale cercando di accettarla come penitenza, senza vedere in essa una nostra testimonianza di vita cristiana (…).

Ora, è importante vedere invece come non vi è, per noi anime consacrate al Signore e che vogliamo tendere nella perfezione al Signore, alcuna distinzione tra sacro e profano: non vi è distinzione perché, per un’anima veramente consacrata a Dio, non esiste il profano. Il cristiano è colui per il quale tutta la creazione è rinnovata, è penetrata di grazia, è trasfigurata da una divina presenza; il cristiano è colui per il quale tutto l’universo è ritornato ad essere il Regno di Dio (…).

Un’anima che vive nel matrimonio, una sposa, una madre, una che ha una sua professione nel mondo, non vive nessuna separazione dal mondo – dico separazione nel senso effettivo: effettivamente può sentirsi anche meno a posto nel mondo di un’altra anima che ci ha rinunziato, ma effettivamente non vive alcuna separazione, vive come tutte le altre mamme, le altre spose. Appunto per questo, non vivendo alcuna separazione dalle altre, si impone soprattutto per queste anime il raggiungimento di una unità nel piano soprannaturale, nel piano di Dio; si impone cioè per queste anime, più ancora che per quelle che fanno i Voti, che non vi sia nulla di profano. Ma se vi è qualcosa di profano perfino per chi ha fatto i Voti, pensiamo quanto può essere difficile per chi praticamente si abbandona facilmente agli impulsi della natura, quanto sia difficile, vivendo nel mondo un impegno di lavoro, in una vita familiare di matrimonio, il realizzare tutta una trasfigurazione, tutta una penetrazione di grazia in tutto l’universo, in tal modo che per l’anima non vi sia divisione fra sacro e profano, ma quello che per gli altri è profano, che può esser profano per un’anima verginale, non sia invece per quest’anima che sacramento, segno di una divina presenza, comunione continua con la Divinità.

È certo che è difficile, ma è certo che questo è anche l’impegno vostro. Non vivere due vite: una vita religiosa e una vita profana, una vita naturale e una vita soprannaturale. (…). Non così, non così! Ma vivere invece tutta una vita, che è vita di santità, e vivere questa vita, che è vita di santità, non tanto quando si dicono le Lodi di Dio, quanto piuttosto quando siamo coi bambini, quando dobbiamo pensare al marito, quando provvediamo alla famiglia, o quando lavoriamo. Se voi sottraete a questo impegno di consacrazione religiosa la vostra vita familiare, i vostri impegni di lavoro, praticamente sottraete a questo impegno la massima parte del vostro tempo, nella vostra vita. Voi, invece, vi siete consacrate totalmente: questo importa che tutta la vostra vita sia veramente un rapporto costante col Signore, una continua comunione con la Divinità, sia veramente vita religiosa.

(…) Bisogna concepire la nostra vita come essenzialmente una vita di comunione con Dio. Dio non sta a fianco di coloro che amiamo, Dio non è l’invisibile presenza di una Realtà che non ha nulla a che vedere col rapporto continuo che noi dobbiamo stabilire coi nostri familiari – col marito, coi figlioli (…). No, non ci deve esser differenza fra l’atto onde noi accudiamo alle faccende domestiche e l’atto onde noi viviamo la comunione con Dio, la nostra vita divina. È nel lavorare in casa che noi dobbiamo vivere la nostra vita divina, è nel pensare ai figli, è nel vivere la nostra vita matrimoniale che noi dobbiamo vivere la nostra unione con Dio.

Esercizi spirituali a Firenze, 16 luglio 1958

Dov’è carità e amore, qui c’è Dio

La vita dei cristiani è una vita che deriva da una sola sorgente, da un solo principio “quasi formale”; lo Spirito Santo che vive in tutti noi perciò deve manifestare sempre più l’unità ontologica che è propria dell’essere nostro. Lo Spirito Santo non soltanto unifica le potenze dell’uomo, unifica gli uomini fra di loro in una Chiesa unica che è il corpo di Cristo, ma questa unità che è di tutta la Chiesa deve rivelarsi nell’attività sua propria. Se lo Spirito Santo ha creato una comunità cristiana, la comunità cristiana ora deve manifestare questa unità.

Come? Nell’amore, in un amore fraterno che dona a tutti gli stessi sentimenti, gli stessi pensieri, in un amore fraterno che fa sì che l’amore dell’uno prevenga l’altro, sia un amore preveniente, un amore per il quale ognuno è a servizio dell’altro. Sia dunque un amore vicendevole che si traduce nell’umiltà, nella benignità, nella pazienza, un amore che mai opprime, che mai possiede, ma invece si dona. Quando il dono è reciproco realizza davvero l’unità, perché se io donassi soltanto senza ricevere, io mi perderei; è vero che donando senza nulla ricevere, riceviamo sempre Dio; comunque non ricevendo mai nulla dalla comunità non si creerebbe veramente l’unità tra i fratelli, che si realizza nella misura in cui l’amore è reciproco; io mi dono e l’altro ugualmente si dona e io vivo nell’altro e l’altro vive in me. Ma tutto questo può avvenire a una condizione: che il nostro amore si incarni come l’amore del Cristo nell’obbedienza, nell’umiltà, nella pazienza, che sono il vero volto dell’amore cristiano.

Ecco perché nel capitolo XIII della Prima Lettera ai Corinzi Paolo dice che la carità è benigna, è longanime, è paziente, che la carità tutto sopporta, tutto spera; è una carità che non è mai vinta da alcuna cosa perché mai nulla aspetta, perché non è mai una risposta all’amore dell’altro; se fosse una risposta all’amore dell’altro sarebbe anche misurata dall’amore dell’altro e dal valore dell’altro; invece è misurata soltanto da Dio, che vive in te, dalla possibilità che dai a Dio di vivere in te.

Amore paziente, benigno, longanime, umile – come dice san Pietro -, un amore che non risponde all’ingiuria con l’ingiuria, ma nemmeno risponde con una benedizione alla benedizione dell’altro, perché l’amore che previene è sempre un amore gratuito: io non amo perché l’altro mi ama, amo perché amo come Dio, e proprio perché non aspetto nulla non può mai venire meno il mio amore per l’altro e non può nemmeno esservi una reazione contraria all’amore, se da parte dell’altro ricevo ingiuria. Come l’amore di Dio è una pura effusione di luce senza fine verso tutti, noi siamo stati chiamati a questo: a vivere l’eredità dei santi e l’eredità dei santi è Dio stesso. Dio che vive nel tuo cuore e Dio altro non è che l’amore.

(…) Questa vita composta in unità e nella pace è una vita in cui è presente Dio stesso; gli occhi di Dio riposano così sopra il giusto ed Egli ascolta le loro preghiere, cioè la vita dell’uomo non è più una semplice vita umana, è già il segno, il sacramento di una presenza del Cristo fra gli uomini, perché là dove regna l’amore, là dove si stabilisce la pace, quivi Dio è presente: dov’è carità e amore, qui c’è Dio. L’insegnamento ultimo di questa catechesi sembra precisamente questo: una vita di pace, di serenità, di benevolenza è già il sacramento di una divina presenza; i cristiani, già in questa vita, realizzano e danno agli altri la testimonianza di una presenza di Dio ed essi stessi vivono in questa divina presenza la gioia di una intimità divina, la gioia di una comunione che trascende il tempo e le cose; anzi, in questa comunione con gli uomini, l’uomo comunica già con l’Assoluto, l’uomo comunica con Dio.

Commento alla Prima Lettera di Pietro, pp. 94-97

L’amore puro

Nel Vangelo, quando lo scriba si rivolge al Maestro e gli domanda qual è il più grande comandamento della legge (cfr. Mt 22, 36), Gesù ripete per lui il comandamento come risulta dal Deuteronomio: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la tua forza» (Dt 6, 4-9), aggiungendo, subito dopo, il precetto dell’amore del prossimo, che pure si trova nell’antica legge e precisamente nel Libro del Levitico (cfr. Lv 19, 18).

Perché nel Vangelo di oggi questo comandamento si trasforma? (cfr. Mt 10, 37-42). Di fatto le parole del Deuteronomio erano parole che dovevano realizzare il rapporto di assoluta dipendenza, di assoluta dedizione a Dio, come Dio. Qua a Dio Gesù sostituisce Se stesso. Ora, quando Gesù parla di Dio, intende il Padre; perché in questo Vangelo esige l’amore per Sé? E quale amore esige? Evidentemente, quando gli si domanda qual è il comandamento, Gesù richiama la parola di Dio nell’antica Alleanza: erano ebrei, dovevano sapere che tutta la legge si compendiava in questo comandamento del Deuteronomio. Li rimanda dunque a quello che essi già sapevano e che tuttavia non avevano mai realizzato. Perché invece, qui Gesù sostituisce all’amore di Dio, l’amore di Sé? (…).

«Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non èdegno di me» (Mt 10, 37). Sono due i motivi e tutti e due grandi (si potrebbe dire anche un motivo solo, ma è meglio distinguere). Primo, l’amore di Dio noi possiamo concepirlo in duplice modo: o amore fisico, come dice san Tommaso d’Aquino, o amore estatico, come (invece) dice san Bernardo. A proposito dell’amore fisico san Basilio, nelle Regulae fusius tractatae, ci dice che l’amore di Dio è un amore naturale; non si potrebbe non amare Dio, l’amore di Dio è un fatto, il più spontaneo, il più semplice del cuore umano, perché il cuore umano è fatto per la verità, per la bellezza, per la bontà, per la gioia, e Dio è tutto questo. È fatto cioè, l’uomo, per avere in Dio il suo fine, e allora la natura stessa lo spinge, lo stimola in questo cammino, in questo rapporto che deve unire l’uomo a Dio. Già, ma è questo l’amore più perfetto? No, questo è amore di concupiscenza. Sarà un grande amore anche questo, perché è l’amore per il quale in Dio l’anima trova la sua perfezione e la sua felicità… ma ama Dio o ama se stessa l’anima, amando Dio in quanto è la sua felicità, amando Dio in quanto è la bellezza cui l’anima aspira, amando Dio perché Dio è la bontà che l’anima vuole?

È un fatto molto importante questo. Nel cattolicesimo, per secoli e secoli, i più grandi maestri della spiritualità e i più grandi mistici hanno combattuto fra loro, proprio a proposito dell’amore puro. L’amore puro è un amore che non ha riferimenti a sé: è l’amare Dio per Iddio. L’amore di Dio per Iddio implica che l’uomo esca di sé, non voglia attrarre Dio a sé come suo bene, non voglia considerare in Dio la sua felicità e la sua perfezione, ma che, nella dimenticanza totale di sé, si ordini a Lui. A differenza di san Tommaso, l’amore per Iddio, in san Bernardo, è un amore estatico; prima di lui anche Dionigi l’Areopagita aveva affermato che Dio, amando, esce di Sé, infatti si fa uomo; e anche l’uomo, amando Dio, esce di sé, dimentica se stesso, non vuole che Lui.

In un sonetto famoso, che è stato attribuito a san Francesco Saverio, si dice: «Non m’importa, o Dio, del paradiso, non m’importa, o Dio, dell’inferno: io amo Te per quello che sei, non penso a me, nonvoglio nulla per me, voglio che Tu sia». Dunque per tanti secoli, nella spiritualità cristiana, è stato presente questo problema, o meglio questo comandamento dell’amore puro che non si capiva che cosa fosse, né come doveva viverlo l’anima. Comunque rimane vero che l’amore puro è l’amore estatico, è un amore per il quale l’uomo esce di sé; non trae a sé Dio, ma egli si ordina a Lui e muore per Lui, cioè dimentica se stesso, non vuole se stesso, vuole Dio solo. Allora l’amore nel Cristianesimo non può essere più soltanto l’amore del Vecchio Testamento, perché nel Vecchio Testamento non c’è mai un amore puro. Nell’Antico Testamento il testo più bello in cui si esprime l’amore è il v. 28 del Salmo 72: «Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 72, 28). Ma… «il mio bene»! L’amore nel Vecchio Testamento è sempre un amore di desiderio, è l‘eros, il tendere di tutta l’anima a Dio, in quanto Dio è la nostra suprema felicità. Sempre è eros l’amore di Dio nell’Antico Testamento, nel Nuovo Testamento è l’agàpe; ed perciò un amore che implica lo strapparsi alle proprie radici, al proprio egoismo. Non voler se stessi, non pensare più a sé, ma volere che Dio sia Dio.

Adunanza a Firenze, 1° luglio 1984

Che Dio sia!

Di fronte all’infinita santità di Dio l’anima sente che tutto quello che possiede, se non è un puro dono di Dio, è qualcosa che usurpa alla Sua pienezza divina. Ogni lode, ogni stima, ogni sentimento di affetto è usurpazione a Dio. È perché Dio non è davanti ai nostri occhi, che noi possiamo star qui e c’è posto per noi in questa casa. Se Dio fosse davanti a noi nello splendore della Sua Santità, noi non potremmo tollerare di esser qui, imploreremmo di esser cacciati fuori.

Forse questo è un po’ troppo? No, non è troppo. Sentiremmo proprio come una cosa incomprensibile la misericordia di Dio, che ci permette di abitare in questa santa casa; non ci riavremmo dallo stupore di come il Signore potesse permettere ancora che rimanessimo qui, che fossimo tollerati qui. Non è questo che insegna santa Caterina di Genova? L’anima che non si è ancora purificata di ogni ombra, si getterebbe piuttosto nell’inferno che accettare di vivere nella Luce della Presenza ineffabile. Pensate ad una santa Geltrude che non si riaveva dallo stupore di come la terra non la inghiottisse viva! Ella viveva in una confidenza nel Signore del tutto straordinaria; la virtù propria della Santa è precisamente la sua confidenza illimitata nell’amore di Dio. Ma quando ella dinanzi alla santità infinita di Dio guardava se stessa, non sapeva capacitarsi come l’inferno non l’ingoiasse viva. Certo, anche fra noi ci saranno di queste anime che implorano costantemente dal Signore nuove umiliazioni e nuovi patimenti. È questo il cibo dell’anima che ha conosciuto Dio (…).

Sentiamo la nostra presenza come uno sgorbio in un immenso capolavoro, come una macchia nella purezza infinita della Luce, se viviamo davanti al Signore. E l’anima non può sentire che questo bisogno di esser fatta a pezzi, di esser macinata, di essere distrutta: l’unica gioia dell’anima che contempla Dio non può essere che la croce, non può essere che l’umiliazione, l’unica gioia l’oblìo. Anche per voi certamente non esiste altra gioia che questa: di essere umiliati come Giovanni della Croce, di essere messi in un canto (…).

Se volete essere qualcosa ancora è segno che Dio per voi non è tutto, che Dio per voi non è Dio, perché Dio è l’Unico. Se volete essere qualcosa… ma è vero che voi non volete essere proprio nulla di nulla? È proprio vero che nell’intimo non c’è più alcuna pretesa di compatimento, di comprensione, non conservate ancora un certo desiderio di esser conosciuti? Vivete per voi o vivete per Dio? Dio che cos’è per voi? Certo, se il Signore aspettasse la nostra preghiera per condurci per questa via, forse avrebbe da aspettare!… Misericordiosamente è Lui stesso che provvede e molto spesso ci conduce per una via d’immolazione e d’umiltà. Ma quando l’anima fa la vittima, quando l’anima sente di essere immolata, molto probabilmente già ha ricevuto il suo compenso, già è uscita da quella via che nell’amore ci conduce all’oblìo di noi stessi, ed essa cerca di nuovo se stessa nel compatimento. Cosi avviene che le vittime, non avendo il compatimento degli altri, almeno hanno il loro proprio e non fanno altro che guardarsi e compassionarsi molto amorosamente. Umiltà, figlioli, umiltà! È l’unica garanzia di una vita religiosa autentica e profonda. Umiltà vera, umiltà grande… irresistibile bisogno di scomparire, di non essere più: che Egli sia!

(…) Ricordate il Cantico di San Sergio? Ecco la via per giungete davvero alla trasformazione d’amore: «Nessun uomo, nessuna creatura, – nulla nel cielo e sopra la terra ti adori di più; – nessuno ti conosca o ti ammiri, – nessuno ti serva, ti ami»: nessuno. Nulla per sé, ecco la condizione. Allora «illuminato dallo Spirito, battezzato nel fuoco, chiunque tu sia: vergine, monaco, sacerdote, – tu sei trono di Dio, sei la dimora, sei lo strumento, sei la luce della Divinità». A una condizione: non essere nulla! (…).

Che il Signore si degni di condurci per questa via fin sulla cima, finché non saremo Dio per partecipazione. «Tu sei Dio, Dio, Dio», dice ancora San Sergio. «Dio nel Padre, Dio nel Figlio, Dio nello Spirito Santo, sei Dio». Non è più che Dio, Dio solo, Dio che vive in te, perché anche tu non sei più che pura condizione a una Sua presenza, una presenza che tutto allontana e consuma perché Egli è l’Unico, il Solo.

Luce, umiltà, amore, pp. 89-92

Aprirci ad accogliere Dio che viene (1984)

(,..) Crediamolo anche in questo momento: Egli è nato ed è per noi. Abbiamo cantato all’inizio dell’Ufficio delle Letture: «Christus natus est nobis – Cristo è nato per noi». Per noi, per essere nostro! Non dubitiamo del dono di Dio! Certo, noi dobbiamo accogliere questo dono in un sentimento di profonda umiltà, nel sentimento cioè di una gratuità assoluta del dono divino, perché il dono di Dio non suppone in noi nessun merito, suppone soltanto il peccato. Egli è disceso precisamente per donarsi a noi peccatori. Quello che dice san Paolo a proposito dall’amore di Dio, che si manifesta nella morte di Cristo, è vero già nella nascita di Gesù: «In questo si prova l’amore di Dio per noi: che essendo noi peccatori, Egli è nato per noi» (Rm 5, 8). Non solo «è morto», dice san Paolo; anche «è nato». Tutto il prodigio, tutta l’immensa bontà di Dio che si manifesta nei misteri del Cristo, suppone in noi non virtù, non bontà, ma solo la miseria e il peccato.

Possiamo noi crederlo? Siamo così capaci di credere da superare la vergogna di sentirci ancora tutti contaminati dal male? Dobbiamo superare questa vergogna in una fede viva; dobbiamo cercare, non di riconoscere il nostro peccato, ma di riconoscere che immensamente più grande è la misericordia di Dio e, peccatori quali siamo, aprirci ad accogliere questo dono infinito di misericordia che Egli ci fa.

Sì, Lui stesso ce l’ha insegnato. Perché non credere alla sua parola? Non ha detto forse che dobbiamo saper perdonare, a imitazione di Dio, settanta volte sette (Mt 18, 22), cioè che ogni qualvolta l’anima si apre a Dio, Egli la colma di bene?

Che la nostra anima si apra in un sentimento vivo della propria povertà spirituale, della propria miseria, del proprio peccato, per accogliere questa misericordia infinita! (…) Oh, davvero un abisso immenso di amore è Dio verso l’uomo; veramente noi non potremo mai giudicare quanto grande sia la bontà che Egli ci porta, la misericordia che Egli ha verso di noi! Sembra così inconcepibile riuscire a crederla, che cerchiamo sempre di proporzionare la misericordia di Dio ai nostri pensieri. Sì, possiamo pensare che Dio sia buono, ma non riusciremo mai a pensare quanto Egli sia buono. La nostra intelligenza si rifiuta e, d’altra parte, non potrebbe la nostra intelligenza stendersi quanto si stende l’immensità di questa misericordia infinita.

Dobbiamo aprirci umilmente ad accogliere Dio che viene, dobbiamo veramente credere a questo amore. E nonostante l’esperienza delle nostre cadute, credere che Egli è tutto nostro, tutto per noi; che Egli non ci rifiuta nulla, che tutto quello che Egli è, è il suo dono di amore. Non le sue cose Egli ci dà, ci dona Se stesso. In nessun altro modo Egli avrebbe manifestato più chiaramente di voler essere Lui stesso la nostra ricchezza se non nascendo da noi, nascendo per noi.

Ecco il Natale, miei cari fratelli. Cerchiamo davvero di vivere questo mistero in una fede profonda, che ci doni di vivere la gioia del Natale pur vivendo sempre una vita di povertà, pur vivendo sempre una vita di umiltà e forse anche una vita di tante imperfezioni. Chiediamogli almeno che queste imperfezioni non siano pienamente volontarie e che la nostra miseria faccia sì che veramente a Lui solo risalga la lode, il riconoscimento della sua bontà infinita che si dona senza misura. E si dona anche a coloro che non meritano nulla, anche a coloro che a noi sembrerebbero divenire di giorno in giorno sempre più meritevoli di essere rifiutati da un amore che calcolasse, ma invece non sono rifiutati da un amore che non condanna alcuno, perché non conosce riserva.

Ecco, miei cari fratelli, quello che a noi stanotte dice il mistero di questo Natale.

Conclusione dell’Omelia della Messa di Natale, 24 dicembre 1984

Contenti di Dio, ma non di noi stessi (1984)

Due sono le feste che a noi sono particolarmente care, perché ci ricordano quello che soprattutto siamo chiamati a vivere in forza della nostra vocazione, se pure non l’abbiamo perduta: è una vocazione alla preghiera, all’intimità con Dio, alla contemplazione. Se noi avessimo fiducia nella grazia divina, ci sarebbe un po’ da vergognarci a parlare di queste cose.

Si parlava stamani dell’importanza che ha la memoria nella vita cristiana. Il “ricordo di Dio” (espressione cara a San Basilio Magno, che è in fondo il Dottore della vita contemplativa nell’Oriente, il maestro del monachesimo orientale) è precisamente questo lento essere investiti dalla presenza di Dio in noi, cosicché noi abbiamo coscienza precisamente di questa sua Presenza nella nostra vita. Bisogna che sempre più, sia pur lentamente, questa invasione di luce penetri in noi e ci trasformi, faccia sì che tutta la nostra vita sia un’adesione pura alla luce divina. Non si tratta di far grandi cose, anzi la vita contemplativa semplifica. Se ora dite tante preghiere ne direte meno, però direte una preghiera che investe tutta la vita, ed è, come diceva san Gregorio di Nissa, il “sentimento di Dio”: di Dio non come una presenza a noi estranea, non come una presenza contigua davanti a noi, ma come una Presenza che ci investe nell’intimo. Ci sentiamo posseduti da Lui, sentiamo che la sua presenza in noi ci trasforma, diveniamo come lo strumento della sua azione. Posseduti dal Signore, sentiamo che Egli vive attraverso le nostre potenze, pensa con la nostra intelligenza, ama col nostro cuore, opera con le nostre mani.

Fintanto che non viviamo questo non possiamo dire di vivere la nostra vocazione nella Comunità. Bisogna che veramente il Signore ci strappi a noi stessi ed Egli stesso viva in noi. Siamo un solo corpo con Lui e, se siamo un solo corpo con Lui, è Lui che deve vivere in noi. Le parole di san Paolo dovrebbero essere vere per ogni cristiano, ma debbono assolutamente esserlo per noi, se non vogliamo essere dei mentitori: «Vivo io ma non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).

Ed è questo che dobbiamo chiedere ogni giorno al Signore. Pensate: riceviamo tutti i giorni la Comunione! Possibile? Ma noi giochiamo! Che possiamo dire della nostra vita? Che abbiamo giocato tutta la vita. Riceviamo il Signore tutti i giorni e ancora il Signore non ci ha trasformati in Sé! Oh, lo so bene che siamo delle povere creature, delle misere creature, ma so anche quanto questo dipende da noi, dal nostro poco impegno, dalla nostra scarsa volontà e soprattutto dal nostro orgoglio; crediamo di aver fatto tutto e ancora abbiamo da cominciare la vita cristiana. Meglio di noi sono i peccatori, i pubblici peccatori; non lo credete? Io lo credo. È mai possibile che noi si possa parlare di queste cose ed essere ancora così lontani dall’averle realizzate? (…).

Basterebbe davvero che Egli ci possedesse, basterebbe che noi ci abbandonassimo alla sua azione. Una cosa sola si impone: la docilità allo Spirito Santo. Perché vedete, miei cari fratelli, ha ragione il padre Lallemant quando dice che per paura di essere infelici noi scegliamo di essere infelici tutta la vita: abbiamo paura cioè di donarci a Dio. Proviamo un certo sgomento, vogliamo tenere il timone nelle nostre mani, vogliamo essere noi a guidare il nostro cammino, e così non ci doniamo a Dio, e così rimaniamo infelici. Credo infatti che nessuno di noi sia contento interamente di sé. Oh, certo, noi dobbiamo essere contenti di Dio, se non altro per averci sopportato fino ad oggi! Noi dobbiamo essere certo contenti di Dio, per il suo amore che mai ci ha sottratto; anche stasera ci chiama, anche stasera Egli ci dice: «Vuoi tu essere per me? Io sono tutto per te, io mi donerò tutto a te, e tu in cambio vuoi darmi te stesso?». Non possiamo certo non essere contenti di Dio, ma chi di noi può dire di essere contento di sé? Chi è contento di sé non può essere altro che un disgraziato! I santi, quanto più erano santi, tanto più sentivano l’infinita distanza che li separava da Dio. E noi?

Miei cari fratelli, non dobbiamo disanimarci. Che cosa chiediamo tutti i giorni nella preghiera di Sant’Efrem? «Liberaci dallo spirito di oziosità, dallo scoraggiamento»: è la seconda cosa che chiediamo. Prima di tutto l’oziosità, perché dobbiamo metterci d’impegno; non dobbiamo giocare, non dobbiamo dormire. Passano gli anni e dobbiamo impegnarci sul serio non soltanto ad ascoltare Dio, ma anche ad abbandonarci a Lui.

Poi lo scoraggiamento. Dio è l’onnipotenza: abbiamo perso tutti questi anni? Coraggio! Anche in meno di quattro anni Lui può farci santi.

Omelia per la festa della Trasfigurazione, 6 agosto 1984, Firenze

Vivere la Settimana santa

Tutto l’anno liturgico non fa che render presente il mistero della Morte e della Resurrezione di Cristo. La Messa è l’annuncio della morte e la vita della Chiesa è iniziazione a questo mistero e applicazione dei suoi frutti. Il Battesimo ci rende atti ad assistere e a partecipare al sacrificio di Gesù; tutti i sacramenti sono una grazia che ci fa partecipare al mistero di Cristo. Ma una grazia sola ci è concessa: quella di esser cristiani, di rinnovare e continuare in noi il suo mistero, il mistero dell’Incarnazione, della Morte e della Resurrezione di Gesù. Non c’è che una grazia e questa è lo stesso Gesù.

Ma questo dono come ci viene se non nel mistero della Morte e della Resurrezione dì Gesù? Quando Dio ci dona il Figlio suo unigenito se non quando Egli morì sulla croce? Ecco la manifestazione dell’amore di Dio per noi! Il testo seguente ci fa contemplare l’amore di Dio per noi nel mistero della Croce: «Noi abbiamo conosciuto la carità di Dio per noi perché Egli ha dato per noi la sua vita», dice san Giovanni (cfr. 1 Gv 3, 16). L’amore di Dio si manifesta nel sacrificio: quando Gesù è morto. La grande grazia, l’unica grazia, è la morte di Gesù, l’offerta del sangue del Signore, del suo Corpo immolato; del suo Sangue versato – della carne e del sangue – offerta continuamente fatta presente in tutti i tempi e in tutti i luoghi (…).

I giorni che stiamo per vivere sono di una grandezza unica in tutto l’anno. Si celebra un avvenimento che supera ogni avvenimento, una vittoria che eclissa ogni vittoria: tutto cessa perché la morte di Gesù tutto riassume in sé. Questi sono i giorni più santi: è mai possibile vivere altri avvenimenti? Se tutta la realtà, la storia altro non sono che la morte di Gesù, il cristiano è richiamato dalla Chiesa a vivere e a inserirsi nel mistero di Cristo. Questi sono giorni di veri esercizi spirituali; quando la Chiesa veramente viveva, viveva la liturgia di questi giorni. Cosa possono rappresentare certi esercizi spirituali in confronto a quello che ci insegna il mistero di Cristo? Dobbiamo dimenticar tutto, sottrarci ad ogni pensiero estraneo: come la vita del cielo è il consumarsi di questo mistero nella gloria, così anche noi dobbiamo vivere una vita di resurrezione nella morte di Gesù.

Questi giorni esigono che l’anima s’immerga, precipiti nel mistero di morte e di resurrezione che si celebra ora in un medesimo istante perché ora il mistero di Cristo è unico: è la morte e la resurrezione, non ci sono momenti diversi. Anche la liturgia di oggi (Domenica delle Palme) parla di morte e di resurrezione e questo anche il Venerdì Santo. La liturgia ha un senso eterno: ci pone sul piano di Dio, è morte e resurrezione, è assorbimento della natura umana di Gesù nella gloria del Padre. «Noi ti celebriamo, o Cristo, perché è per la tua Croce che la gioia è venuta in tutto il mondo»; il giorno di Pasqua, in cui tutto ritorna intimo, ha meno espressioni di gioia e di gloria che il Venerdì Santo, giorno in cui col canto degli inni Vexilla Regis prodeunt e Pange lingua gloriosi si dice il trionfo del Cristo vittorioso. Nel Cristianesimo non c’è morte senza resurrezione, non c’è sofferenza senza gloria: è l’immersione nell’eternità, dove tutto dura e si identifica. Dobbiamo vivere il mistero di Cristo uscendo dai nostri modi umani, viverlo come il mistero che tutto unisce e riassume in una pura, immensa unità. La Settimana Santa non è soltanto la meditazione del dolore di Gesù: non si deve dissociare la Morte di Cristo dalla sua Resurrezione. (…).

Vivere la Settimana Santa vuol dire precipitare in Dio, vivere nell’eternità, morti a noi stessi e a tutto per vivere unicamente in Dio e vivere in Lui la sua stessa vita. È così che noi partecipiamo alla Morte di Gesù e partecipiamo alla sua Resurrezione. Umiliazione ed esaltazione (vedi Epistola di oggi: Fil 2, 5-11). Sempre questo mistero parla di morte e di gloria, mistero unico, mistero dell’uomo e di Dio che importa umiliazione e gloria, morte e vita, uomo e Dio.

Usciamo dagli avvenimenti presenti, usciamo nella presenza di Dio! Viviamo lo stesso mistero di Cristo! Dobbiamo essere noi l’Agnello immolato nel cospetto della maestà divina, sull’altare sublime della gloria del Padre. Questa nostra partecipazione esige il raccoglimento se vogliamo veramente precipitare in questo mistero che la liturgia ci insegna a vivere nell’unità dei suoi elementi; nel Venerdì Santo vivremo l’unità di questo mistero nella Morte e nella Resurrezione. Il Giovedì Santo vivremo l’unità di Dio e degli uomini; il Sabato Santo, nel trionfo della Resurrezione, vivremo anche l’angoscia, l’attesa di tutta l’umanità che invoca l’adempimento delle promesse divine, il compimento del disegno di Dio nella Resurrezione di Gesù, che è già avvenuta e che pure deve sempre avvenire.

Comunità dei figli di Dio! La nostra dimora è il seno del Padre, la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ecco la patria, la dimora, la gloria nostra.

Adunanza 6 aprile 1952 a Firenze

Vivere la Quaresima (1985)

Che cosa vuol dire vivere la Quaresima? Non solo vivere l’ascolto della Parola di Dio, ma vivere anche la preghiera, l’aspirazione a Lui. Non dovete tanto moltiplicare le vostre formule, ma dovete far in modo che la vostra aspirazione a Dio sia continua e viva.

Non avete bisogno di moltiplicare le parole. Tante volte, moltiplicando le parole, si vive meno intensamente l’atto del nostro dono a Dio. Anche nell’amore: tanto più è profondo, tanto più è silenzioso, tanto più tende al silenzio. Così è Dio: sentire che tutta la nostra vita è questo continuo trasporto che ci muove incontro a Lui. Siete stati mai fidanzati? Quando eri fidanzato, eri come ossessionato dalla presenza di lei nella tua vita; tutta la tua vita era naturalmente ordinata a colei che tu amavi e lei che ti amava era ordinata a te. L’amore ci ordina. Ebbene, noi una volta che abbiamo ascoltato Dio, diventiamo parola, aspirazione a Lui, trasporto di tutto l’essere a Lui, con tutte le nostre potenze tendiamo a Lui: nei nostri sentimenti interiori, nella nostra intelligenza che lo vuole conoscere, nella nostra volontà che lo ama, in tutto l’essere nostro che si eleva sempre più verso il Signore.

Noi dobbiamo vivere in questa Quaresima una preghiera più viva e continua. Guardate che non si tratta tanto di dire più preghiere, quanto di vivere più intensamente le preghiere che fate. I primi cristiani – secondo la Didaché – dicevano soltanto tre Pater Noster al giorno, ma li dicevano bene (…).

S’impongono poi altre cose: la penitenza, la mortificazione, il digiuno. Che cosa sono questo digiuno, questa penitenza, questa mortificazione? È liberarci dalle passioni che ancora tiranneggiano la nostra anima e ci impediscono l’ascolto e la preghiera. Fintanto che noi siamo schiavi di noi stessi, schiavi delle nostre passioni, non siamo disponibili a Dio. Di qui l’importanza che ha il tempo della Quaresima per operare questo distacco. Ora la penitenza, la mortificazione più grave, non è tanto la mortificazione corporale, quanto la mortificazione dello spirito. Che cosa chiedo come mortificazione dello spirito? Non alimentate il vostro spirito di curiosità e di superficialità.

Non dovete moltiplicare le vostre opere, tanto meno moltiplicare tutto quello che fate per sottrarvi a questa Presenza. Letture frivole, televisione… è impossibile arrivare ad essere anime di preghiera, anime di ascolto, se perdete molto tempo nel guardare delle cose che hanno maggiore presa su di noi delle semplici letture. Le immagini hanno maggiore efficacia d’imprimersi nella nostra fantasia, nella nostra immaginazione di quello che può essere una semplice lettura. Ecco allora che si vive soltanto di riflesso: quello che abbiamo immagazzinato con dei rapporti frivoli, con delle letture più o meno leggere, con lo stare alla televisione senza motivo. Dovete naturalmente conoscere quello che avviene nel mondo, ma, quando in questa Quaresima voi aveste aperto le televisione per vedere il telegiornale, può bastare. Questo è il digiuno vero che il Signore vi chiede. È molto meno importante il digiuno corporale del digiuno dello spirito. Diceva uno dei più grandi maestri della spiritualità italiana, Battista da Crema (1460-1534), che una delle cose che maggiormente danneggiano la vita spirituale è la curiosità, è lo spirito che divaga qua e là e non si raccoglie mai in Dio. Ora noi viviamo proprio questa curiosità: spesso siamo portati via da questa curiosità che minaccia l’integrità e la unità nella nostra vita interiore.

(…) Allora, prima di tutto, vi raccomando il digiuno dello spirito. Non divagate, non cercate dei motivi per passare il tempo, come si dice. Oltre tutto il tempo passa lo stesso. Perciò non si tratta di passare il tempo: ci pensa il tempo da sé a passare. Voi invece dovete mantenervi fermi davanti al Signore. Per quanto è possibile, raccogliete la vostra vita in questo ascolto di Dio. L’ascolto di Dio è la maggiore penitenza perché il nostro spirito, così superficiale e distratto, vorrebbe sempre qualche cosa di nuovo che lo arricchisca. In realtà invece non lo arricchisce: lo impoverisce.

Ritiro a Merano del 3 marzo 1985