giovedì, Dicembre 12, 2019

Portare nel mondo la gioia della risurrezione (1996)

Ne I fratelli Karamazov Dostoevskij ci avrebbe voluto annunciare profeticamente il trionfo del bene nella missione e nella vita di Alëša, l’angelo che lo staretz Zosima, morendo, manda nel mondo, perché nel mondo possa dilagare la gioia della risurrezione pasquale. Alëša è immagine pura del Cristo: la bellezza spirituale, manifestata nel volto del Cristo, salverà il mondo, lo rinnoverà. Manca al romanzo la fine, ma già nel suo grandioso inizio lo scrittore vede conservata nel silenzio dei monasteri l’immagine viva del Cristo. Con la sua missione Alëša dovrà lasciare l’ombra dei chiostri per portare questa immagine nel mondo.

Dostoevskij. La passione per Cristo, pag. 222-223 (I edizione)

L’eterna gioia pasquale (1970)

La Resurrezione non è perché Cristo ci lasci, ma perché Egli possa rimanere così sempre con noi, con chiunque, in ogni momento. Con la Resurrezione, Cristo non è più condizionato dal tempo, dai luoghi, perché Egli è la presenza pura, Egli è la realtà della presenza immutabile, piena.

Così in ogni luogo, così in ogni tempo, così ogni anima può vivere questa comunione di amore con Lui. Ed è questa l’eterna gioia pasquale.

Ritiro a Casa San Sergio (FI), 25 aprile 1970

La gioia è la legge del cristiano (1962)

La legge cristiana, i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa, tutti si adempiono nel fatto stesso che abbiamo la gioia cristiana, la gioia che deriva dal possesso di Dio, la gioia che deriva dal fatto che non soltanto siamo amati e crediamo all’amore, ma a quest’amore rispondiamo donandoci totalmente al Signore. «Beati»: ecco la prima parola che Gesù ha detto nel Sermone della Montagna (cfr. Mt 5, 2).

La gioia è un dovere per il cristiano. E infatti le Beatitudini nel Vangelo di san Matteo rispondono al Decalogo del Libro dell’Esodo. La prima alleanza fatta fra Dio e il popolo di Israele veniva ratificata nel dono della Legge e nell’accettazione da parte d’Israele di questa divina volontà. Il dono della Legge, anche oggi, per l’Ebraismo è tutto: il Decalogo. È questo che distingue la grandezza dell’elezione d’Israele; Dio ha parlato ad Israele, gli ha proclamato la sua volontà. La Nuova Alleanza ugualmente inizia con la legge, ma la legge della Nuova Alleanza sono le Beatitudini.

Al dono della Legge nell’Esodo rispondono le Beatitudini nel Nuovo Testamento. Ora, se vi è una rispondenza fra il Decalogo e le Beatitudini, noi comprendiamo come effettivamente l’unica legge del cristiano non può essere che la gioia, dal momento che tutte le Beatitudini iniziano sempre con la stessa parola. Dobbiamo essere beati perché poveri, dobbiamo essere beati perché miti, dobbiamo essere beati perché puri di cuore, perseguitati: comunque, sempre beati.

Come nell’Antico Testamento la legge era una legge negativa – iniziava sempre col «Non fare» (Non uccidere, non ammazzare, non fare adulterio, non desiderare) -, nel Nuovo Testamento è «Fare». È fare il massimo, perché la vita di ogni essere creato trova il suo compimento, trova la sua perfezione nella beatitudine. Quello che il Cristianesimo ti impone non è soltanto di essere perfetto, ma di essere beato nella tua perfezione, perché precisamente la perfezione non può essere distinta dalla tua felicità. Ecco dunque la legge cristiana: l’essere contenti, l’esser beati. Ma giustamente la beatitudine suppone la perfezione, e la perfezione che cos’è? È la presenza di Dio nel tuo cuore, è il vivere la vita stessa di Dio: e Dio si dona a ciascuno. Che l’anima divenga consapevole di questo dono che ha ricevuto: nella misura che ne sarà consapevole, nella misura che veramente crederà in questo dono, nella stessa misura avrà la percezione vera, sperimentale, di questo possesso nella sua gioia.

Non vi lasciate affascinare dalle cose. Noi tutti siamo di fronte alle cose umane come gli antichi di fronte alla Medusa: rimanevano pietrificati. E noi stessi rimaniamo pietrificati e non abbiamo più la capacità di credere, di andare fino a Dio, di realizzare che nulla e nessuno potrebbe mai toglierci quella che è la massima nostra ricchezza, questa presenza di Dio nel nostro medesimo cuore. Non ti turbare per nulla: renditi conto che ogni turbamento, ogni ansietà in fondo dipende da questa paralisi che operano le cose in te. Le cose hanno un potere affascinatore; non soltanto ti strappano a Dio, ma ti paralizzano, ti impediscono di accedere a Lui, ti impediscono di avere una vera esperienza di quella che è la tua vera ricchezza, Dio stesso. Qualunque cosa avvenisse, se c’è qualche cosa in noi che non va, tanto meglio! Non dobbiamo legare la nostra felicità, la nostra pace a noi stessi, ma a qualche cosa che è al di là di tutto quello che il tempo rode, come dice il Vangelo, e che le creature ci possono rapire (cfr. Mt 6, 19).

Dal Ritiro del 1° Novembre 1962 a Palermo

La legge della gioia (1959)

Se la gioia è la legge fondamentale del cristiano, lo è perché la gioia implica prima di tutto l’amore. Giustamente si è visto sempre un legame fra l’amore e la felicità: chi sposa pensa che il giorno delle sue nozze sia il giorno più bello della sua vita. Effettivamente nell’amore anche umano l’uomo trova la sua completezza e nella sua perfezione naturale trova precisamente il compimento dei suoi desideri, la risposta della natura alle proprie esigenze, ai bisogni non solo dell’anima ma perfino del corpo. Tutto trova il suo compimento in quest’unione nuziale e l’unione nuziale non è che il frutto dell’amore. Amore e gioia sembrano andare d’accordo. La gioia è il frutto dell’amore; perciò anche la gioia implica l’amore. Nessuno potrà dunque possedere la gioia che non sia libero da ogni egoismo.

Se noi vogliamo possedere la gioia bisogna dunque liberarci da noi stessi. Ecco la prima esperienza. Bisogna vincere ogni egoismo che ci chiuda in noi stessi e faccia convergere a noi e attiri a noi le cose.

Ma se la gioia implica l’amore, esige a sua volta la vittoria sull’egoismo, implica l’oblio di se stessi. Nessuno che si chiuda in sé può possedere la gioia. È nel puro dono di sé piuttosto che l’anima trova la gioia. Ma il dono di sé a sua volta implica sacrificio. Non è dunque vero che il sacrificio sia contrario alla gioia. Non è dunque vero che la morte a se stessi sia veramente la fine della gioia: è anzi la porta che si apre all’infinita beatitudine, alla pienezza della pace, perché è anche la porta dell’amore.

Di qui deriva che se uno vuol possedere la gioia bisogna che non abbia paura della sofferenza. Può parere che questo linguaggio sia paradossale, sia contraddittorio; e invece nulla di più giusto, nulla di più naturale; non solo di più giusto e di più naturale, ma di più necessario. Veramente la gioia è un fiore che sboccia sul sacrificio. La gioia è veramente una partecipazione a una resurrezione che suppone la morte. Non aver paura della sofferenza: ecco un’esigenza della gioia. Esser disponibili alla sofferenza, esser disposti alla sofferenza. Proprio per possedere la purezza della gioia, proprio perché la gioia rimanga pura, incontaminata, proprio perché la gioia non possa essere turbata, non possa conoscere il pericolo di una sottrazione, il pericolo di una rovina, di uno smarrimento.

Ma se la gioia implica l’amore, se implica il dono di sé, se è frutto del dono di noi stessi che è sacrificio, un’altra conseguenza ne viene: la gioia più pura non è mai nell’assenza del dolore. È nella presenza stessa della sofferenza che l’anima ne gode. Paradosso cristiano, ma anche esperienza di vita. Colui che ha posseduto la gioia più pura è colui che è stato il più mortificato. Non solo beati i poveri di spirito, ma beati i perseguitati (cfr. Mt 5, 10). Ricordiamocelo, perché dobbiamo viverlo, l’insegnamento evangelico! Non dobbiamo farne argomento di accademia, di bei discorsi. Dobbiamo viverlo; e l’insegnamento evangelico è questo: la gloria della resurrezione, la gioia pasquale, è il frutto della morte.

(…) Temiamo quando la gioia non ci chiede nulla! È una gioia di per sé contaminata, forse; è una gioia equivoca, forse non cristiana, anche quando viviamo nelle dolcezze dell’orazione. Non è la pura gioia cristiana. Purezza della gioia che fiorisce nell’umiltà! Pienezza della gioia che è frutto del sacrificio! Immutabilità di una gioia che è il segno della presenza, anche, della povertà, dell’umiltà e della morte. Non temiamo il dolore: ecco cosa vuol dire avere per legge la gioia. Affidiamoci, abbandoniamoci alla sofferenza: ecco che cosa vuol dire avere per legge la gioia.

Ritiro a Settignano (FI) del 18 ottobre 1959