giovedì, Ottobre 22, 2020

Amiamo perché amiamo (1980)

Miei cari fratelli, è stolto pensare che l’amore cristiano debba volgersi al terzo mondo, se intanto si rifiuta alle persone che ci sono vicine. È la Provvidenza che determina come il nostro amore deve essere vissuto, volendo che alcune persone siano anche concretamente più legate a noi e altre ci siano più vicine. Questo non implica che io sia eternamente condizionato dalla vostra presenza, ma se io cerco di amare al di là della mia famiglia di sangue o della mia famiglia religiosa, per amare gli altri, io non amo.

È facile amare gli altri, perché gli altri non ci danno noia. Il mio amore fraterno potenzialmente non deve escludere nessuno, deve essere universale per sé, però rimane condizionato dalla mia stessa natura, dal luogo dove sono, dall’ambiente in cui vivo, dalle persone che il Signore mi mette vicino. E questo che cosa vuol dire per noi? Prima di tutto amarci fra noi. È quello che ci ha insegnato Gesù medesimo nel IV Vangelo: «Amatevi vicendevolmente» (Gv 13, 34), Egli dice, e lo dice a proposito dei suoi discepoli.

(…) Si è detto altre volte che l’amore cristiano, come l’amore di Dio, non solo è universale, ma è anche gratuito, senza motivo. Io debbo amare non perché l’altro mi ama, io debbo amare non perché l’altro mi odia; amo perché amo. Ma il mio amore non è mai un amore di reazione. Nietzsche non ha capito nulla dell’amore cristiano, quando ha detto che la morale cristiana è la morale degli schiavi, perché – diceva – i cristiani fanno come i cani, che ricevono un calcio dal padrone e gli leccano i piedi invece di morderlo. «Tu, se uno ti dà un calcio, dagliene cinque – diceva Nietzsche – così dimostri di essere uomo; questi cristiani sono soltanto degli schiavi». Non è vero; non perché il nostro amore non debba rivolgersi anche a chi ci odia, ma perché noi non amiamo perché siamo odiati e neppure perché siamo amati; amiamo già in precedenza. Il nostro amore precede l’altrui atto e per questo rimane gratuito. Amiamo. Non possiamo vivere un rapporto con gli altri che come atto di amore. Così anche Dio.

Però se l’amore cristiano è un amore gratuito, se è vero, non pretende una risposta ma l’attende. Se noi fossimo indifferenti, nemmeno ameremmo. Saremmo alla pari del padrone che dà al suo cane un tozzo di pane e lo manda via, non gli interessa poi nulla, se il cane ha riconoscenza per lui. Dio non può amarci così. E nemmeno noi possiamo amare così, pur dovendo noi amare di un amore disinteressato, perché il nostro amore, se è cristiano, crea la comunità e la comunità non si realizza che in quanto l’amore diviene vicendevole. Io non faccio dipendere il mio amore per voi dal fatto che voi rispondiate o meno al mio amore, però l’amore vero crea la comunità, cioè all’amore che io dono risponde l’amore dell’altro. «Amor che a nullo amato amar perdona» (Dante, Inferno V, 103) rimane vero anche nell’amore cristiano.

E anche nell’amore di Dio. È l’amore di Dio che fa i santi, ma i santi devono rispondere all’amore. È indifferente per Iddio che uno risponda al suo amore? No, perché Egli dona il paradiso a chi gli risponde, mentre chi glielo rifiuta non può andare in paradiso. E non già perché Dio lo condanna, ma perché, se rifiuta l’amore, non può nemmeno riceverlo. Noi siamo realmente amati solo nella misura che, accettando l’amore, rispondiamo all’amore.

Esercizi spirituali a La Verna, 3-10 agosto 1980

Una carità senza confini (1962)

La legge per il Cristianesimo si riassume praticamente nella carità, nel vivere in modo concreto l’unione fraterna fra noi: viverla con uno scambio frequente, anche epistolare, viverla con l’ospitalità generosa (che le nostre case siano sempre aperte nella misura del possibile alle nostre sorelle, ai nostri fratelli), viverla con una carità fraterna che implichi il superamento di tutto quello che può opporsi alla carità. Amor proprio, suscettibilità, invidie, gelosie, non debbono esservi fra noi. Che si possa realizzare pienamente quello che si diceva della Chiesa primitiva: siamo cioè un cuor solo e un’anima sola. Non potremo mai vivere la nostra professione religiosa, la nostra consacrazione al Signore, che in un’umile, ma sincera volontà di amarci sempre più, e di amarci sempre di più nel Signore. La carità impegna più di tutto, dunque, a vivere nella Comunità creando questa unità dell’amore che deve essere la testimonianza più alta che noi dobbiamo rendere agli altri, a coloro che vivono al di fuori della Chiesa, anche a coloro che vivono nella Chiesa, ma non vivono un impegno di perfezione religiosa. Questo dunque ci deve caratterizzare, così come caratterizzò i cristiani primitivi: «Guarda come si amano».

Ma non è sufficiente. La carità non è soltanto un amore vicendevole e reciproco che ci unisce fra di noi: è un amore, anche, che trabocca dalla Comunità e non conosce confini e raggiunge tutti, e colma, nella misura del possibile, le aspirazioni di tutti, o almeno vuol venire incontro a ciascuno in un servizio vero, concreto, umile, di amore. Prima di tutto si impone alla Comunità il vivere l’ansia, l’aspirazione di una unità di tutti i cristiani nella Chiesa una. La Comunità, dunque, deve favorire la conoscenza dei cristiani da noi separati, tanto orientali che occidentali. Deve, se sarà opportuno, stabilire rapporti epistolari e anche rapporti umani con cristiani e movimenti religiosi di altre confessioni, senza voler fare del proselitismo, unicamente perché si stabilisca questo rapporto di amore. È l’amore, se è grande, che deve stabilire poi quella unità piena che ci ricongiungerà tutti insieme nell’unica Chiesa.

(…) Ma non termina qui per noi l’esigenza della carità, legge suprema del cristiano, legge pertanto suprema della Comunità. Il traboccare della nostra carità verso gli altri ci porta a sentire profondamente il problema missionario, a studiarlo; importa che noi sentiamo il bisogno di vivere, di essere presenti in ogni luogo della terra, per rendere testimonianza di una presenza di Dio a tutte le anime, non solo ai cristiani di qui ma anche a coloro che ancora non conoscono il Cristo, ma anche a coloro che lo hanno perduto. È una esigenza della Comunità lo stabilirsi anche nei paesi infedeli, e prima o dopo la Comunità dovrà portare le sue tende al di fuori dell’Europa, in ogni continente, in ogni terra: non per fare l’apostolato diretto, ma perché è un’esigenza del nostro amore conoscere tutti, amare ciascuno, e volere l’unità con tutti, così come ognuno di noi vuole la sua unione con Dio; perché noi tutti – dal momento che possediamo la verità, possediamo il Signore, crediamo almeno di possedere la grazia – siamo debitori a tutte le anime di rendere testimonianza di questa presenza dell’amore dei nostri cuori, amando e sacrificandoci per tutti, mettendoci a servizio di tutti in umiltà, in semplicità ma nella verità.

E la legge dell’amore non termina qui, per noi, le sue esigenze: esige che ci sentiamo impegnati – ciascuno nel suo campo, ciascuno nella sua condizione e nel proprio stato, ciascuno secondo le sue possibilità, nell’esercizio della sua professione – ad un servizio che non conosce altra misura che le sue possibilità, altra misura che il dono di sé vissuto con semplicità ed umiltà ma realmente, nei riguardi di tutti i fratelli e particolarmente di coloro che sono a noi più vicini e di cui perciò possiamo conoscere più profondamente i bisogni.

Dobbiamo ricordarci che se in noi deve viver l’amore, l’amore ci impone la morte come la impose a Gesù. Non si ama mai senza morire: morire a noi stessi, ai nostri egoismi, alle nostre piccole invidie, alle nostre suscettibilità, alle nostre gelosie, alla nostra pigrizia e lentezza nel bene. Dobbiamo viver l’amore, e siamo impegnati perciò a morire continuamente a noi stessi per vivere il dono di noi stessi a ciascuno. Soltanto nel superamento continuo dei nostri egoismi la Comunità può vivere, la Comunità può essere davvero, come lo era la Chiesa primitiva, un cuor solo e un’anima sola. A questo ci impegna la nostra professione religiosa. E ci impegna poi a vivere un amore che non soltanto ci prenderà totalmente, ma crescerà sempre più nel nostro cuore fino a proporzionarci in qualche modo a Dio stesso, ci impegnerà ad amare ciascuno, non solo dentro la Comunità ma anche al di fuori: tutti i cristiani nei loro particolari bisogni, tutti i cristiani anche separati, tutti gli infedeli, gli atei, i nemici di Cristo e della Chiesa: ad amare tutti, a non avere per tutti altro che amore.

Dall’Adunanza del 4 Novembre 1962 a Firenze

“Chi ama suo fratello, dimora nella luce…” (1990)

Commento a 1Gv 2, 3-11

L’impegno dell’uomo è divenire Dio, Egli è il suo fine; e divenire Dio, vuol dire divenire, essere amore.

L’amore di Dio e l’amore del prossimo non sono due comandamenti. Se l’amore del prossimo infatti non fosse un solo comandamento con l’amore di Dio, come posso dire di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le mie forze? Non posso toglier nulla all’amore di Dio. L’amore del prossimo è incluso nel mio amore per Iddio. Ed è comandamento nuovo in Lui che si è fatto presente e accessibile in Cristo, ed è nuovo in noi perché ora noi possiamo non solo accoglierlo ma anche adempirlo nel Cristo. Così il Cristo è l’‘oggetto’ dell’amore dell’uomo, ed è per il Cristo che l’uomo può amare. La vera luce che ora risplende è la conoscenza di Dio in Cristo.

Finalmente gli uomini hanno conosciuto Dio che è l’Amore. Ma questo comandamento nuovo ora appare non tanto l’amore di Dio, quanto l’amore del fratello. L’amore del prossimo avrebbe dunque sostituito, in san Giovanni come in san Paolo (ai Romani) l’amore stesso di Dio? Certo è che in san Giovanni ai comandamenti si sostituisce un solo comandamento, e questo è l’amore del prossimo. Se le tenebre si sono diradate e già la Luce risplende e la Luce è Dio, la Lettera di san Giovanni ora, nella comunione dei fratelli, vede ed ha la rivelazione suprema di Dio. Gli apostoli hanno veduto il Cristo e lo hanno ascoltato, lo hanno toccato; per l’annuncio degli apostoli gli uomini, che hanno creduto nella loro parola, sono entrati in comunione fra loro, come essi erano in comunione col Padre e col Figlio.

La Koinonia è subentrata alla Presenza visibile del Verbo della vita. La comunità dei credenti ora è il sacramento visibile di Dio. Come gli apostoli hanno vissuto una comunione con Dio nell’esperienza del Figlio di Dio fatto uomo, così i credenti vivono ora una comunione con Dio nella comunione fra loro. L’amore di Dio non è sostituito, ma come gli apostoli hanno vissuto questo amore nella loro comunione col Cristo vivente, così ora i credenti vivono l’amore di Dio in questa comunione fra loro. In questa comunione essi vivono la comunione col Padre e col Figlio. Questa stessa comunione dei fratelli è il sacramento della Presenza di Dio.

Questo dunque manifesta come noi siamo nella luce e non nelle tenebre: che amiamo i fratelli. Il Regno di Dio nel quale siamo entrati, questa luce che deve illuminarci e accompagnarci nel cammino, è precisamente l’amore. La comunione dei fratelli è già il Regno di Dio: le tenebre per il discepolo sono scomparse. Egli vive nella luce. «Dio è Luce e in Lui non vi sono tenebre». Non si cerchi Dio al di fuori dell’esercizio di questo amore umile, sereno, semplice, ma che è la vita.

Così nella comunione è presente, per l’uomo, Dio. La notte è superata e l’uomo che ama è già entrato nella luce. È il trionfo della Comunità. In un mondo chiuso nell’odio e nell’egoismo, in un mondo di tenebra si è fatta la luce, perché è nata la Comunità dei fratelli (…).

Nessuno più di Giovanni ci ha dato una teologia della Chiesa come comunione degli uomini fra loro e degli uomini con Dio. È vero che la comunità dei fratelli, in san Giovanni, sembra essere una comunità chiusa: è aperta a tutti coloro che amano e vogliono amare, ma non può accogliere chi non ama. Chi non ama è nelle tenebre e cammina nelle tenebre. «La luce già risplende», ed è la presenza di Dio nel Cristo, ma chi non ama è cieco e non può vedere. Come non vive una comunione coi fratelli, così non vive una sua comunione con Dio.

Meditazioni sulle tre lettere di Giovanni, San Paolo 2013, pp. 43-47

Umiltà e purezza, le note dell’amore (1980)

L’amore implica la dimenticanza di sé, l’amore implica lo sparire. Chi vuol essere qualcuno, questi non ama; perché siamo soltanto nella misura che amiamo, e nella misura che amiamo ci doniamo, non siamo più per noi, siamo per gli altri. Di qui l’umiltà. Per essere chiari, si cresce nell’amore nella misura che si cresce nell’umiltà. Senza umiltà non vi è amore, perché anche se ci sembrerà di amare, noi faremo tutto soltanto per dire di aver fatto qualcosa e di essere qualcuno. Soltanto l’umiltà alimenta l’amore. Se noi non ci sapremo liberare progressivamente da ogni orgoglio interiore, da ogni vanità, da ogni amor proprio, da ogni desiderio di emergere, da ogni volontà di affermarci, noi non ameremo.

Anche quando diciamo di amare, il nostro amore non è vero perché anche attraverso quello che facciamo, diciamo noi stessi. Ecco perché dice san Paolo: «Se tu dai tutti i tuoi beni ai poveri, non giova a nulla» e vai all’inferno lo stesso. E quanti sono nella Chiesa che vanno all’inferno lo stesso, anche se fanno tante opere di carità, perché attraverso queste opere non vogliono altro che far risaltare il loro nome (…).

Non sono nemmeno le opere che si fanno che dimostrano la nostra carità, ma l’umiltà vera che noi abbiamo. Senza l’umiltà l’amore non esiste, perché l’amore implica sempre il metterci noi a servizio dell’altro, il vivere noi ordinandoci all’altro; non ordinare l’altro a noi, non ordinare tutto quello che facciamo alla nostra gloria, alla nostra fama, ma far tutto e non chiedere nulla per sé, perché questo è l’amore, la dimenticanza di sé. «Mi dimentico talmente di me, che non so più nemmeno se esisto», diceva santa Teresa. Ecco la vera espressione della carità.

La carità esige umiltà; tanto sapremo amare, quanto sapremo essere umili; ecco la prima esigenza. La seconda esigenza è la liberazione dalla concupiscenza. Il cercare il nostro piacere, il volere il nostro godimento fa sì che noi, senza rendercene conto, strumentalizziamo le altre cose a noi, per cui siamo noi che vogliamo qualcosa, non siamo noi che ci doniamo. L’umiltà e la purezza sono sempre la nota fondamentale dell’amore. Là dove non c’è l’umiltà, là dove non c’è la purezza non c’è amore.

Ecco perché l’amore cristiano, anche nel matrimonio, esige la monogamia, esige la fedeltà a un’unica sposa, esige che proprio nel matrimonio si possa vivere questa liberazione da tutte le tentazioni che possono sorgere e che ci fanno sbandare, che ci portano lontano, che intristiscono anche l’amore. Tante volte, perché tanti matrimoni non reggono più? Perché sotto sotto o il marito o la moglie hanno altri amoretti, perché sorgono certi altri amori, oltre l’amore consacrato da Dio. E questo anche quando non si può dire che ci sia peccato; ma è sempre come un deposito che perde l’acqua, perché cede da ogni parte. L’amore non c’è più, e pian piano la famiglia intristisce e invece di essere una chiesa domestica – espressione stessa di una comunità cristiana in cui regna l’amore -, diviene soltanto una pensione dove il marito va a dormire e ci va perché ci trova una donna che gli fa da mangiare, ma il suo cuore e l’anima sua vivono altrove. Quante volte tutto questo avviene oggi! Perché anche qui non sappiamo essere casti. Anche l’amore esige la castità, perché esige una fedeltà all’unica persona alla quale ti sei donato e ti sei donato per sempre.

Umiltà e castità, ecco le note vere dell’amore. Là dove non ci sono queste due virtù non c’è nemmeno l’amore. Che cresca in noi questa umiltà, che cresca in noi sempre più anche questa castità, questa libertà da ogni istinto, per vivere davvero l’ordinarsi nostro a quelli che amiamo, il vivere noi per gli altri; non volere che gli altri vivano per noi.

La nostra gioia è quella di poterci donare, è quella di poter vivere noi per coloro che amiamo.

Esercizi spirituali a Chiusi della Verna, 3-10 agosto 1980

Amore e odio (1990)

Commento a 1Gv 3, 13-15.

II mondo è dominato dal maligno. I discepoli hanno fede e conoscono Dio, hanno l’amore e vivono in comunione fra loro. Ma il mondo non solo non conosce Dio ma non conosce neppure i fratelli, e come non ama Dio, così odia i fratelli. (…) Così i fratelli si trovano a vivere come stranieri nel mondo, ma vivono una perfetta comunione di amore fra loro; in questa comunione, Dio stesso è presente e diviene la loro vita. La divisione si è già compiuta. Chi ama è già entrato nella vita, chi non ama è già nella morte. La divisione è determinata precisamente dall’amore e dall’odio.

L’accento diviene lirico ed è sentimento di vittoria: «Noi sappiamo, dice il testo, di esser passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli». L’amore dei fratelli, così com’era predicato, ma soprattutto com’era vissuto, era una meravigliosa novità per coloro che avevano creduto ed erano venuti a far parte della Comunità. Essi sperimentavano il dono della salvezza nell’amore che li univa fra loro. Era l’amore che essi avevano conosciuto, perché si erano sentiti amati da Dio, da un Dio che si era fatto uomo per loro e aveva dato la suprema testimonianza di amore nella sua morte. Quel medesimo amore regnava ora nella Comunità. Fra poco l’apostolo dirà: «anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli», come fosse la cosa più ovvia e naturale. Era quel medesimo amore e non poteva operare diversamente. Ma l’esperienza dei fratelli ora faceva conoscere meglio anche lo stato di chi non aveva conosciuto l’amore. «Chi non ama rimane nella morte». Sono parole e sono testimonianza di un’esperienza, ma dell’esperienza di prima, di quando essi non avevano ancora conosciuto l’amore. «Chi non ama rimane nella morte».

(…) Si può anticipare a proposito dell’amore, quanto l’autore scriverà poco dopo: «Chi ama è nato da Dio». La fede può essere implicita. Chi ama è nato da Dio. Non si dice chi ama Dio, non si dice che questo amore debba essere cristiano. È sufficiente che sia amore, perché sia cristiano; è sufficiente che sia amore perché debba essere già la prova di una presenza di Dio nel cuore dell’uomo, perché la carità è da Dio e non può esservi amore là dove non vi è Dio. La grande novità cristiana è precisamente l’amore. Detto così senza alcuna determinazione è già amore gratuito e universale, ha i caratteri stessi dell’amore di Dio. Non è amore di alcuni, non avendo un suo oggetto si estende a ciascuno. Chi sceglie non ama, il motivo per cui si sceglie toglie all’amore la sua gratuità. Se questo amore riguardo all’oggetto è universale, riguardo al soggetto è come l’amore di Cristo ed esige il dono totale. Chi ama veramente è colui che nell’amore realizza se stesso ed è amore. Nel suo atto impegna se stesso fino alla morte. È l’amore di Dio che vive nel cuore dell’uomo; è la prova di una presenza di Dio nel cuore del mondo. Si rivolge a tutti: non è detto «chi ama i fratelli»; è un amore che non conosce un oggetto precedentemente al suo atto, perché tende per sé a tutti. Non ha limiti nell’oggetto, non ha limiti nel soggetto.

(…) Chi ama, nel suo amore medesimo salva. Invece «chi odia il suo fratello, è omicida». L’atto interiore non è un atto gratuito e inefficace, ha una sua efficacia reale. Se l’odio esclude e respinge, opera veramente la morte. Nel suo odio un uomo ha già ucciso il fratello; ha espulso dal suo cuore il fratello, quasi egli non fosse, in se stesso gli ha dato la morte. Ma se questo è vero dell’odio, è vero anche dell’amore. Chi ama porta tutto il mondo dentro di sé e in sé lo salva. Così ha salvato il mondo Gesù.

(…) In me tutti debbono essere salvi. Porto in me tutto quello che amo; non posso dividermi da alcuno, perché l’essere del cristiano in cui egli sussiste, è il Cristo, e il Cristo è tutta l’umanità redenta divenuta una con Lui. Ogni uomo è come l’ipostasi dell’universo. Così la salvezza di uno solo è in qualche modo la salvezza di tutti; ma così nell’odio ogni uomo più ancora che dare la morte al fratello, uccide se stesso. «Chi odia è omicida», scrive l’apostolo; egli uccide il fratello perché dà la morte a se stesso. Nella sua morte muore anche il fratello, come nella sua vita, se ama, anche il fratello si salva.

Meditazioni sulle tre lettere di Giovanni, pp. 91-95

È il tuo amore che fa la prossimità (1980)

Miei cari fratelli, nelle nostre Costituzioni vi è un comma che ci parla dell’amore del prossimo. Oggi tutti i movimenti, tutte le congregazioni parlano dell’amore del prossimo, dicendo che si deve fare questo e quello e si è dimenticato che l’amore di Dio si rivela nel modo più alto proprio nel morire per i peccatori, nella morte per il peccato del mondo. Il nostro amore per il prossimo – ecco il punto specifico della Comunità – consiste soprattutto nell’intercessione; non esclude tutte le altre forme dell’amore, ma include soprattutto l’intercessione per i peccatori. Come Silvano del Monte Athos, noi dobbiamo sentirci impegnati a pregare per coloro che perseguitano la Chiesa, per coloro che ci umiliano, per coloro che ci calpestano; per coloro che calpestano Dio, per coloro che bestemmiano Dio, per coloro che fanno il male del mondo. Il mondo per questi uomini è sotto la minaccia di essere distrutto; siamo arrivati a tal punto che non c’è più sicurezza. Siamo veramente smarriti e sgomenti perché il male oggi sembra avere ogni potere; ci troviamo realmente di fronte alla possibilità di essere distrutti. E noi dobbiamo pregare per loro e dobbiamo sentirci fratelli di questi! E dobbiamo donare la nostra vita per loro, perché essi siano salvi.

Tutto questo lo possiamo fare soltanto con la preghiera, perché questi uomini non hanno bisogno di altro: il nostro amore non si può manifestare altro che in una preghiera vera, perché non vi è altro modo per prendere sopra di noi il loro peccato. Essi ci possono calunniare, ci possono perseguitare, ma dipende da loro; noi non possiamo provocare il loro male. Fintanto che noi non siamo chiamati a sopportare le loro persecuzioni, noi non abbiamo altro mezzo di vivere il nostro amore per loro che in una preghiera umile ma piena di amore, che ottenga per tutti il perdono di Dio. Certo questo perdono implica prima di ogni altra cosa la grazia della loro conversione. È evidente questo, ma non dobbiamo amarli in quanto si possono convertire, ma in quanto ora sono peccatori ed hanno bisogno di più della nostra offerta d’amore. Quando si saranno convertiti sarà facile amarli, perché ci sentiremo uno con loro nei nostri sentimenti; è nella misura invece che sono ora nel peccato che il nostro amore deve essere reale, deve essere concreto, deve offrire qualcosa a Dio, perché essi con noi siano salvi.

(…) Avete capito cos’è l’amore del prossimo? Si tratta di qualche cosa che trascende ogni nostro pensiero, di qualche cosa che è superiore a tutti i poteri dell’uomo. Notate che nei primi due secoli cristiani quello che distingue la morale cristiana nella Didachè, nello Pseudo–Barnaba, nel Dialogo con Trifone e nelle Apologie di san Giustino, in sant’Ireneo, in tutti i Padri della Chiesa, quello che distingue il Cristianesimo non è l’amore del prossimo, ma l’amore dei nemici, perché il prossimo non è dato ora dal legame del sangue o dalla razza o dalla stessa religione: la prossimità la fa il tuo amore. È prossimo per te colui che tu ami; allora siccome tu ami universalmente tutti, tutti sono tuo prossimo, tutti sono tuoi fratelli. Sono tuoi fratelli i terroristi, è tuo fratello l’assassino di tua moglie, come è tuo fratello colui che perseguita la Chiesa. È il tuo amore che fa la prossimità. È l’amore di Dio che non soltanto ha fatto prossimo del Cristo ogni uomo, ma l’ha fatto suo fratello, suo corpo, suo sangue, l’ha fatto uno con Lui. Certo, rimane da parte delle singole persone il consenso ad essere amate, ma in atto primo il Cristo ha perdonato già tutti, tutti ha salvato e ha fatto uno con sé.

Sentirci amati da questo amore che supera ogni abisso di colpa, che vince tutte le nostre resistenze; abbandonarci a questo amore, ma anche sapere amare come ha amato Gesù! Ecco quello a cui ci chiama la Comunità. Ed è un comma delle nostre Costituzioni: l’intercessione. Ci siamo tutti dati a Dio come vittime per il peccato del mondo, ci siamo offerti come Gesù sopra l’altare perché la nostra vita paghi il peccato degli uomini.

Esercizi spirituali a La Verna, 6 agosto 1980

Credere all’amore (1984)

 È la vostra fede che realizza in voi la divina Presenza, perché credere all’Amore è aprirsi secondo l’amore nel quale si è creduto. Tanto vi dilatate nella fede quanta è la vostra fede in Dio che è l’Amore.

Credere all’Amore! Volete essere sante come santa Teresa? Non potete chiedere questo a Dio, perché, voler essere santi ‘come’ è già offendere Dio. Forse sarete meno sante di santa Teresa, ma non potete dare una misura all’amore divino. Io non posso accettare e mi ribello, quando leggo nella vita di certi santi – per esempio del beato Bertone o di san Paolo della Croce – che vogliono essere più santi degli altri! ‘Più’: che senso ha il più? Che senso ha il più e il meno, quando si tratta di Dio? lo voglio amare Dio come Dio si ama. Non c’è un più e un meno: c’è l’infinito e perciò soltanto l’infinito è la misura con la quale si può amare Dio. Altrimenti il mio amore l’offende, è indegno di Lui.

Voi sarete forse meno sante di santa Teresa, ma non potete mettere un limite alla vostra santità. Lasciate che lo metta la vostra natura, non la vostra volontà; lasciate che lo metta il decreto divino ma non mettetelo voi. Voi dovete adeguarvi a Dio. D’altra parte, il nostro adeguarci a Dio avviene secondo le possibilità della nostra natura. Il concetto che noi possiamo avere di Dio, non sarà mai adeguato alla sua infinita essenza. Perciò un limite vi è, ed è nella nostra natura, ma non deve essere nella nostra volontà, nel nostro giudizio. lo non posso volere esser santo come santa Teresa o san Paolo. Certamente sarò molto meno, ma non è questo che conta. Conta il fatto che io devo essere colmato secondo la misura, secondo il concetto, secondo la conoscenza che Dio mi dà di Se stesso, perché la legge dell’uomo è Dio stesso. Nel cristianesimo non c’è altra legge. Lo dice san Paolo e lo dice san Giovanni della Croce. Leggete quella che è veramente la promulgazione della legge, nel Nuovo Testamento, alla fine del Sermone della montagna: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). La legge dell’uomo è Dio. Tu devi essere Lui! E naturalmente Dio si rivela a ciascuno in modo diverso ma per ciascuno la rivelazione di Dio è sempre la rivelazione di una perfezione che l’uomo non potrebbe pensare più grande. È secondo quella misura che io devo essere santo. Un’intelligenza più alta della mia o un’anima più pura della mia può avere di Dio una concezione ancor più alta della mia, ma sempre finita. L’infinito – è vero – si proporziona alla finitezza della mia intelligenza, ma la misura è quella e non un’altra: è Dio stesso.

Ecco che cosa vuol dire credere all’Amore: aprirsi, dilatare la propria anima ad accogliere Dio.

(…) Non scoraggiatevi mai, non trovate mai motivo di delusione o di stanchezza. Credere all’Amore vuol dire avere una riserva continua ed inesauribile per proseguire il cammino. Come fai a temere? Come fai a scoraggiarti? Come fai a fermarti lungo la via? Come fai a essere delusa? Dio con tutta la sua onnipotenza, Dio con tutto il suo amore, tutto ti si dona. Credere all’Amore!

(…) Apritevi all’amore di Dio. Se la santità alla fine rimane dono di Dio, a voi tocca soltanto di aprirvi nella fede ad accogliere il suo amore. È troppo facile questa santità? Non è più facile di quella che acquistò santa Maria Maddalena che era una donna di strada. Si gettò ai piedi del Cristo e quando si alzò ottenne il suo elogio: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato» (Lc 7, 47). Perché «ha molto amato»? Che cosa aveva fatto? Aveva creduto all’Amore, non c’era altro. Tutto il suo peccato non l’aveva arrestata nel suo ardore, l’aveva gettata ai piedi del Cristo. Aveva creduto e si era abbandonata, si era aperta a ricevere il dono dell’amore divino.

Questo è credere all’Amore.

Spiritualità carmelitana e sacramenti, Edizioni OCD, Roma 2014 (II ediz.), pp. 303-308

 

 

Dio non è Dio senza di me (1984)

Quando io nella Messa dico «Padre veramente santo», dovrei morire sull’istante se capissi qualcosa. È che non capisco nulla!… È una cosa enorme, più grande di quanto si possa immaginare, che noi, povere creature da nulla – ma fosse pure tutta la creazione, tutti gli angeli insieme – proprio noi entriamo nel movimento di amore eterno, infinito onde il Figlio unigenito si volge al Padre suo. Siamo sul piano della Trinità, non siamo sul piano della divinità una. Perché il rapporto con la divinità una è il rapporto della creatura, ma il rapporto con le Persone divine è proprio soltanto della Trinità. Noi entriamo a far parte di questo mistero. Vi entriamo a motivo dell’Incarnazione del Verbo, vi entriamo per il fatto che il Verbo, incarnandosi, ci ha assunti tutti nell’unità della sua natura umana. Ha fatto di noi tutti il suo stesso corpo e ora tutti ci coinvolge in quell’infinito movimento di amore che lo porta al Padre: «Padre veramente santo!».

(…) Vivere la Messa – aveva ragione san Vincenzo Ferreri – è molto più di qualsiasi contemplazione mistica, molto più di qualsiasi esperienza mistica. Nessuna esperienza mistica può essere paragonata alla Messa. Se la viviamo! È che nessuno la vive! Nemmeno san Lorenzo da Brindisi che ci metteva quattordici ore per dirla! Ma anche dicendola così, non la si vive lo stesso. Perché è vivere la stessa vita di Dio. Ora, quando si meditano certi testi della Messa si rimane senza fiato: che cosa avviene? Avviene che Dio, il Padre, riceve il suo Figlio da me: Offerimus. «Ti offriamo, Padre santo, questa vittima». Lo si dice in tutte le preghiere eucaristiche.

Il Padre può essere senza il Figlio? Che Dio sia Dio lo deve a me! Capite che cosa vuol dire la Messa? Perché il Padre non può essere senza il Figlio e il Padre riceve il Figlio da me, dalle mie mani! Certo che me lo dà per riceverlo, perché il Padre non può mai essere separato dal Figlio suo, però lo riceve da me. Me lo dà realmente in tal modo che da me deve riceverlo: Offerimus! Ma ci rendiamo conto? Dio non è Dio senza di me! Dio ha voluto in tal modo unirmi alla sua intima vita che, in qualche misura, senza di me Egli non è. Queste parole sembrano bestemmie, ma le hanno dette dei mistici. Non so se conoscete il Silesio, il più grande mistico tedesco del secolo XVII. Lui dice precisamente questo: «Senza di me, Egli non è». Certo, sarebbe lo stesso, ma ha voluto in tal modo amarmi, in tal modo ha voluto legarmi alla sua intima vita che da me Egli riceve Se stesso. Se io vivessi la Messa!

È che la Messa mi trascende infinitamente. lo nemmeno capisco qualcosa. Ma se la vivessi anche un poco, sarebbe già l’andare oltre ogni esperienza mistica, perché nella Messa non solo si dà Dio a Dio in Dio, ma in tal modo si dà che, senza di me, Dio non sarebbe. Togliete una Persona divina alla Trinità e la Trinità stessa non esiste più. E il Padre mi dona il Figlio e me lo dona così realmente che da me ora deve riceverlo.

Si impone però che io abbia coscienza che il Figlio è mio, come diceva san Giovanni della Croce: «Gesù Cristo è mio e tutto per me». Dio è nostro! La prima cosa che dobbiamo realizzare nella Messa è precisamente questa. Dio in tal modo si dona alla Chiesa che la Chiesa possiede il Figlio di Dio come sua ricchezza, come sua gioia, come sua vita, come sua proprietà. lo non posseggo me, ma posseggo Lui.

(…) Noi non siamo: l’essere che abbiamo lo riceviamo da Dio. Ma il mistero che supera ogni grandezza è che io non ho da Dio soltanto l’essere creato, non ho soltanto questo mondo. Infatti me l’ha dato: sono re del creato. Oh, la povertà… la povertà è soltanto per essere ricchi. Perché dopo il peccato originale il possedere le cose ci fa essere posseduti dalle cose, schiavi delle cose. Nella misura che ce ne liberiamo, ne diveniamo padroni. Chi è stato più padrone del mondo di san Giovanni della Croce o di san Francesco d’Assisi? (…) C’è veramente in loro una presa di possesso della creazione. Ma che cos’è tutto questo? Anche se il Signore mi desse – e me l’ha data – tutta la notte stellata come a san Giovanni della Croce, che me ne farei? Dio non mi dona soltanto il mio essere, Dio non mi dona soltanto la creazione: Dio mi dona Se stesso.

Spiritualità carmelitana e sacramenti, OCD 2014, pp. 220-223

L’amore di Dio è eterno (1958)

L’eternità dell’amore divino di una cosa ci fa certi: che Egli ci ha preceduto. Non è conseguenza di cosa alcuna, l’amore di Dio: prima che noi fossimo, prima che il mondo fosse Egli ci amava. Ci rendiamo noi conto di cosa voglia dire questa verità?

Se Egli ci ha amato sempre non può che amarci sempre, perché l’amore onde Egli ci ama è l’amore stesso onde Egli si ama. Allora, se è l’amore onde Egli si ama, penso che non abbia mai amato me? Non certo me in quanto sono separato da Lui: amandomi Egli di fatto mi trae in Se stesso. L’atto dell’amore divino non è soltanto l’atto onde Egli si dona alla creatura, è l’atto onde Egli trae la creatura nel Suo intimo seno. L’atto dell’amore di Dio, l’atto dell’amore del Padre, è il dono dell’Unigenito Figlio al mondo, ma il dono dell’Unigenito Figlio al mondo che cos’è? È l’assunzione della natura umana da parte di Dio. Vedete dunque che l’atto dell’amore di Dio onde Dio si dona, è anche l’atto dell’amore onde Egli si ama, perché amando Egli porta veramente la creatura dentro di Sé. E proprio perché è così l’amore di Dio, non possiamo temere e non dobbiamo temere.

Egli ci ama come ama Se stesso. Se Egli ci amasse in modo diverso dubiteremmo di essere mai amati e di essere amati da Lui, ma se Egli ci ama come ama Se stesso il suo amore è indefettibile, nulla può stancarlo, nulla può far finire questo amore. Potrebbe non amarci più, quando non potesse amare più Sé.

(…) Egli ci ama di un amore eterno. Guardate che questa verità ci radica nel più intimo della vita  divina, ci radica nell’intimo centro dell’essere stesso di Dio; siamo come radicati, piantati nel cuore stesso della Divinità. Certo, il nostro peccato ci separa da Dio, ma non separa Dio dall’amore onde Egli si ama, non toglie a Dio di poterci amare di un amore eterno ugualmente, fintanto che noi rimaniamo quaggiù. Rimanere quaggiù vuol dire rimanere in un’economia di salvezza, in un’economia di chiamata. Che cosa vuol dire Vangelo? “Buona novella”, il messaggio dell’amore di Dio. Ora fin tanto che rimango nel mondo, questo messaggio io l’ascolto. Perciò i predicatori dicono male quando dicono: «Pensa, Dio potrebbe stancarsi!». Dio non si stanca mai: sei tu che cadendo con la morte in un mondo in cui tutto è definitivo e non vi è più un messaggio, in cui Dio non più offre l’amore, ma stabilisce le cose ormai per sempre là dove sono, sei tu che cadendo in quest’altra economia ti escludi per sempre da Dio. Ma fintanto che vivo quaggiù, io son chiamato ad essere incorporato a Cristo, ad essere assunto da Lui, ad essere uno con Dio. Non io soltanto, ma ogni uomo che vive! Dio ci ha amato di un amore eterno: «in caritate perpetua dilexi te» (Ger 31, 3). Quello che dice Dio a Israele non è che l’eco di quello che dice il Padre al Figlio suo, perché d’un amore eterno, come d’un amore divino, Dio non può amare che Sé. Il Padre il Figlio, il Figlio il Padre eternamente, inviolabilmente, indefettibilmente, immensamente di un amore unico ed immenso; è l’eco di quella parola, è anzi quella stessa parola, è anzi quel medesimo amore, perché io effettivamente sono veduto dal Padre come già una sola cosa col Cristo, anche se sono peccatore; altrimenti faremo offesa al Cristo, perché Gesù ha preso veramente sopra di sé tutti i miei peccati, non quelli soltanto che ho commesso, ma quelli che potrei commettere, tutti.

Sicché non c’è mai un ‘basta’ all’amore di Dio fintanto che vivo quaggiù.

Dal Ritiro a Venezia del 26 dicembre 1958

Una sposa che ti ami… (1990)

«Una sposa che ti ami» [cfr. terza Romanza di S. Giovanni della Croce]. Se il Padre vuol donare una sposa al Figlio, il Figlio sarà lo Sposo che si dona alla sposa, e la sposa dovrà donarsi allo Sposo. Nessun altro legame tra la sposa e lo Sposo, tranne quello dell’amore. «Una sposa che ti ami»: che cosa vogliono dire queste parole? Suppongono che l’unione nuziale si debba compiere in un duplice dono: il dono dello Sposo, perché la creatura non potrebbe esser la sposa del Figlio di Dio se il Figlio non amasse e si donasse per primo; ma anche il dono della sposa che risponde all’amore dello sposo col suo medesimo amore. In questo vicendevole dono si consuma l’unione.

È necessario che un medesimo amore regni nell’uno e nell’altro; in questo amore si unisce lo sposo alla sposa e la sposa allo sposo. Come lo Spirito Santo è l’Unità del Padre e del Figlio, così nello Spirito Santo si compie l’unione dello Sposo, che è il Figlio di Dio, con la sposa che è la creatura. È nell’atto di quell’amore che ordina l’uno all’altro gli sposi e realizza il dono vicendevole dell’uno all’altro, che si compie l’unione. Il Padre celeste, nel disegno di dare al Figlio una sposa, determina anche che la sposa lo ami. Non è solo lo Sposo che ama, anche la sposa amerà lo Sposo. E potrà amare lo Sposo di quell’amore che Egli “merita”, perché il suo amore è di Spirito Santo.

Una volta che la persona creata diviene la sposa del Cristo, avviene quello che dice il Padre: «La quale sposa, per il tuo valore, meriti di aver la nostra compagnia». Se tu sposi, tu perdi il tuo nome, prendi il nome dello sposo. Nel matrimonio la sposa perde il suo nome e acquista il nome dello sposo. Per il valore e la dignità dello Sposo, la sposa stessa entra ora nel mondo di Dio, «in compagnia» non solo del Figlio ma anche del Padre. Il Figlio stesso la solleva e la porta per la forza del suo Spirito. Se la sposa acquista la dignità dello Sposo, essa ora per il Padre conta quello che conta il Figlio di Dio. Il Padre non separa più quello che ha unito l’Amore. La sposa è veramente una cosa sola con lo Sposo, possiede la sua stessa ricchezza, vive la sua medesima vita. Per questo entra nel mistero inaccessibile di Dio, è ammessa a vivere una sua comunione col Padre. Inseparabile dal Figlio, essa in Lui diviene inseparabile anche dal Padre. Dal Padre essa viene generata nella generazione stessa del Figlio, col Figlio essa vive nell’Abisso di Dio, in pura relazione di amore al Padre. Non si moltiplicano le Persone divine, ma la sposa non è più estranea alla compagnia dei Tre, la sua vita è la vita stessa di Dio.

Il disegno di Dio dipende tutto dalla libertà dell’amore, dall’amore del Padre che vuol donare una sposa al suo Figlio, dall’amore del Figlio che gradisce la sposa. La libertà tuttavia non toglie nulla alla realtà dell’amore. Non sarebbe amore se non fosse libero, ma perché è l’amore di Dio, è anche un amore infinito, e nulla esclude nel dono che Dio fa di Sé come Sposo alla sposa.

Se la sposa si nutrirà del medesimo pane del Padre, allora conoscerà il suo Sposo come lo conosce il Padre e in questa conoscenza godrà del suo possesso. Nel possesso dello Sposo, essa vivrà la pienezza di tutti i suoi beni, come li conosce e li gode il Padre: «affinché conosca i beni che io ho in tal Figlio, e con me si feliciti della tua grazia e leggiadria».

Davvero, come scrive l’apostolo Giovanni, «il Figlio di Dio è la vita eterna», ed è nel Figlio di Dio che l’uomo possiede questa vita che è la vita anche del Padre. Il Figlio si darà alla sposa e diverrà tutto il suo bene come Egli è il bene del Padre. La vita della sposa non è che lo sposo. La conoscenza di Dio non può moltiplicare Dio in una sua immagine vana, la sua conoscenza vera non può essere che il possesso di Dio, non può essere che la sua dimora nell’uomo.

Alle parole del Padre il Figlio risponde: «Molto lo gradisco, Padre». Libertà nel Padre, libertà nel Figlio. È libero l’amore del Padre nel creare e nel voler dare una sposa al suo Figlio, è libero l’amore del Figlio che fa sua la volontà del Padre.

La teologia spirituale di San Giovanni della Croce, pp. 115-117