giovedì, Ottobre 22, 2020

Credere nell’amore di Dio (1958)

Dio non ci chiede che questo: che noi veramente crediamo. Non è certo una cosa facile credere a questo amore, perché siamo sempre portati naturalmente a pensare che l’amore sia interessato, non sia un amore gratuito quello di Dio. Vorremmo giustificare Dio ad amarci precisamente nel cercare in noi, nel trovare in noi qualche cosa che attiri tanta Sua benevolenza. Siccome in noi non troviamo nulla che attiri questo amore infinito, per questo ci rimane estremamente difficile credere che Egli ci ami. Ma proprio qui, appunto, è la corrispondenza nostra all’amore Suo: che noi veramente crediamo, crediamo nonostante le apparenze, crediamo nonostante le nostre difficoltà, crediamo nonostante che la nostra vita sia così scialba, così misera, nonostante che noi siamo così poveri e imperfetti. Credere: ecco l’atto supremo della nostra risposta all’amore di Dio. Perché, in fondo, grande anche nella nostra corrispondenza non può essere che Lui, e Lui è grande precisamente nell’atto della nostra fede, perché è l’atto della nostra fede che misura precisamente il dono di questo amore infinito all’anima nostra. Noi siamo grandi per quello che Egli vive in noi ed Egli vive soltanto nella capacità che offriamo a Lui di vivere in noi attraverso la nostra fede. Perché il dono di Dio non è misurato in Lui che ama; è misurato da noi che siamo amati, e la misura che offriamo a Dio è precisamente la nostra fede.

(…) Anche se noi fossimo caduti nei peggiori peccati, rimane per noi, non soltanto l’obbligo di credere, ma più che l’obbligo la gioia di dover credere all’amore di Dio, perché la gratuità dell’amore divino non si smentisce. Egli ama chiunque, Egli ama tutti, e tutti ricevono l’amore, non secondo quello che essi sono, ma secondo la fede che hanno in questo amore divino. Per questo un peccatore può essere veramente più santo di un galantuomo, di un santo, di uno che si dice comunemente santo perché magari è perfetto in tutte le sue azioni. Perché può essere più santo? È naturale: perché la santità nostra non è altro che la presenza di Dio nell’anima, e Dio non si fa presente che nella fede di colui che accoglie il dono divino. Per questo un peccatore, una peccatrice pubblica, può essere immediatamente santa se accoglie questo dono. E una che vive invece sempre nella cura meticolosa di una propria sua virtù può essere del tutto estranea alla vita divina.

Maria Maddalena (notate bene, questa è una grande verità che il Vangelo ci insegna) è colei nella quale inizia il nuovo ordine della santità dopo il peccato. E Maddalena è colei che – peccatrice – si getta ai piedi di Gesù ed è sollevata da Gesù e presentata anche al fariseo Simone come l’esempio di un’anima che ha molto amato. Immediato il passaggio, perché per essere santi non abbiamo bisogno di cinquant’anni; basta che noi accogliamo Dio, perché Lui solo è santo, perché grande non è e non rimane nell’anima che Dio, e Dio vive nell’anima nella misura che lo lasciamo vivere, che lo lasciamo entrare, nella misura che lo lasciamo venire e riempire di Sé tutto l’essere nostro. 

Dal Ritiro a Venezia del 26 dicembre 1958

La gioia è la legge del cristiano (1962)

La legge cristiana, i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa, tutti si adempiono nel fatto stesso che abbiamo la gioia cristiana, la gioia che deriva dal possesso di Dio, la gioia che deriva dal fatto che non soltanto siamo amati e crediamo all’amore, ma a quest’amore rispondiamo donandoci totalmente al Signore. «Beati»: ecco la prima parola che Gesù ha detto nel Sermone della Montagna (cfr. Mt 5, 2).

La gioia è un dovere per il cristiano. E infatti le Beatitudini nel Vangelo di san Matteo rispondono al Decalogo del Libro dell’Esodo. La prima alleanza fatta fra Dio e il popolo di Israele veniva ratificata nel dono della Legge e nell’accettazione da parte d’Israele di questa divina volontà. Il dono della Legge, anche oggi, per l’Ebraismo è tutto: il Decalogo. È questo che distingue la grandezza dell’elezione d’Israele; Dio ha parlato ad Israele, gli ha proclamato la sua volontà. La Nuova Alleanza ugualmente inizia con la legge, ma la legge della Nuova Alleanza sono le Beatitudini.

Al dono della Legge nell’Esodo rispondono le Beatitudini nel Nuovo Testamento. Ora, se vi è una rispondenza fra il Decalogo e le Beatitudini, noi comprendiamo come effettivamente l’unica legge del cristiano non può essere che la gioia, dal momento che tutte le Beatitudini iniziano sempre con la stessa parola. Dobbiamo essere beati perché poveri, dobbiamo essere beati perché miti, dobbiamo essere beati perché puri di cuore, perseguitati: comunque, sempre beati.

Come nell’Antico Testamento la legge era una legge negativa – iniziava sempre col «Non fare» (Non uccidere, non ammazzare, non fare adulterio, non desiderare) -, nel Nuovo Testamento è «Fare». È fare il massimo, perché la vita di ogni essere creato trova il suo compimento, trova la sua perfezione nella beatitudine. Quello che il Cristianesimo ti impone non è soltanto di essere perfetto, ma di essere beato nella tua perfezione, perché precisamente la perfezione non può essere distinta dalla tua felicità. Ecco dunque la legge cristiana: l’essere contenti, l’esser beati. Ma giustamente la beatitudine suppone la perfezione, e la perfezione che cos’è? È la presenza di Dio nel tuo cuore, è il vivere la vita stessa di Dio: e Dio si dona a ciascuno. Che l’anima divenga consapevole di questo dono che ha ricevuto: nella misura che ne sarà consapevole, nella misura che veramente crederà in questo dono, nella stessa misura avrà la percezione vera, sperimentale, di questo possesso nella sua gioia.

Non vi lasciate affascinare dalle cose. Noi tutti siamo di fronte alle cose umane come gli antichi di fronte alla Medusa: rimanevano pietrificati. E noi stessi rimaniamo pietrificati e non abbiamo più la capacità di credere, di andare fino a Dio, di realizzare che nulla e nessuno potrebbe mai toglierci quella che è la massima nostra ricchezza, questa presenza di Dio nel nostro medesimo cuore. Non ti turbare per nulla: renditi conto che ogni turbamento, ogni ansietà in fondo dipende da questa paralisi che operano le cose in te. Le cose hanno un potere affascinatore; non soltanto ti strappano a Dio, ma ti paralizzano, ti impediscono di accedere a Lui, ti impediscono di avere una vera esperienza di quella che è la tua vera ricchezza, Dio stesso. Qualunque cosa avvenisse, se c’è qualche cosa in noi che non va, tanto meglio! Non dobbiamo legare la nostra felicità, la nostra pace a noi stessi, ma a qualche cosa che è al di là di tutto quello che il tempo rode, come dice il Vangelo, e che le creature ci possono rapire (cfr. Mt 6, 19).

Dal Ritiro del 1° Novembre 1962 a Palermo

La legge della gioia (1959)

Se la gioia è la legge fondamentale del cristiano, lo è perché la gioia implica prima di tutto l’amore. Giustamente si è visto sempre un legame fra l’amore e la felicità: chi sposa pensa che il giorno delle sue nozze sia il giorno più bello della sua vita. Effettivamente nell’amore anche umano l’uomo trova la sua completezza e nella sua perfezione naturale trova precisamente il compimento dei suoi desideri, la risposta della natura alle proprie esigenze, ai bisogni non solo dell’anima ma perfino del corpo. Tutto trova il suo compimento in quest’unione nuziale e l’unione nuziale non è che il frutto dell’amore. Amore e gioia sembrano andare d’accordo. La gioia è il frutto dell’amore; perciò anche la gioia implica l’amore. Nessuno potrà dunque possedere la gioia che non sia libero da ogni egoismo.

Se noi vogliamo possedere la gioia bisogna dunque liberarci da noi stessi. Ecco la prima esperienza. Bisogna vincere ogni egoismo che ci chiuda in noi stessi e faccia convergere a noi e attiri a noi le cose.

Ma se la gioia implica l’amore, esige a sua volta la vittoria sull’egoismo, implica l’oblio di se stessi. Nessuno che si chiuda in sé può possedere la gioia. È nel puro dono di sé piuttosto che l’anima trova la gioia. Ma il dono di sé a sua volta implica sacrificio. Non è dunque vero che il sacrificio sia contrario alla gioia. Non è dunque vero che la morte a se stessi sia veramente la fine della gioia: è anzi la porta che si apre all’infinita beatitudine, alla pienezza della pace, perché è anche la porta dell’amore.

Di qui deriva che se uno vuol possedere la gioia bisogna che non abbia paura della sofferenza. Può parere che questo linguaggio sia paradossale, sia contraddittorio; e invece nulla di più giusto, nulla di più naturale; non solo di più giusto e di più naturale, ma di più necessario. Veramente la gioia è un fiore che sboccia sul sacrificio. La gioia è veramente una partecipazione a una resurrezione che suppone la morte. Non aver paura della sofferenza: ecco un’esigenza della gioia. Esser disponibili alla sofferenza, esser disposti alla sofferenza. Proprio per possedere la purezza della gioia, proprio perché la gioia rimanga pura, incontaminata, proprio perché la gioia non possa essere turbata, non possa conoscere il pericolo di una sottrazione, il pericolo di una rovina, di uno smarrimento.

Ma se la gioia implica l’amore, se implica il dono di sé, se è frutto del dono di noi stessi che è sacrificio, un’altra conseguenza ne viene: la gioia più pura non è mai nell’assenza del dolore. È nella presenza stessa della sofferenza che l’anima ne gode. Paradosso cristiano, ma anche esperienza di vita. Colui che ha posseduto la gioia più pura è colui che è stato il più mortificato. Non solo beati i poveri di spirito, ma beati i perseguitati (cfr. Mt 5, 10). Ricordiamocelo, perché dobbiamo viverlo, l’insegnamento evangelico! Non dobbiamo farne argomento di accademia, di bei discorsi. Dobbiamo viverlo; e l’insegnamento evangelico è questo: la gloria della resurrezione, la gioia pasquale, è il frutto della morte.

(…) Temiamo quando la gioia non ci chiede nulla! È una gioia di per sé contaminata, forse; è una gioia equivoca, forse non cristiana, anche quando viviamo nelle dolcezze dell’orazione. Non è la pura gioia cristiana. Purezza della gioia che fiorisce nell’umiltà! Pienezza della gioia che è frutto del sacrificio! Immutabilità di una gioia che è il segno della presenza, anche, della povertà, dell’umiltà e della morte. Non temiamo il dolore: ecco cosa vuol dire avere per legge la gioia. Affidiamoci, abbandoniamoci alla sofferenza: ecco che cosa vuol dire avere per legge la gioia.

Ritiro a Settignano (FI) del 18 ottobre 1959

Apertura senza confini (1961)

Siamo invitati alle nozze (cfr. Mt 22, 1-14); tutti sono invitati alle nozze. Non vi è uomo che non sia elevato all’ordine soprannaturale, non vi è uomo che non sia chiamato alla beatitudine eterna. È dottrina di fede per noi cattolici che la volontà di Dio è una volontà di universale salvezza.

Dio sinceramente vuole la salvezza di tutti e a tutti perciò appresta i mezzi per poter giungere là dove Egli li chiama (…). Pur consapevoli di essere nella vera fede, pur consapevoli della verità del Cristianesimo, non possiamo mai dividerci da alcuno. La nostra separazione da una sola anima è una separazione da Cristo. Non siamo tenuti a fare la separazione; è Dio che la farà, e sono gli uomini in quanto non rispondono a Dio, alla loro vocazione divina.

È certo che, consapevoli della verità del Cristianesimo, consapevoli della verità della Chiesa cristiana, noi non possiamo accomunare ogni confessione religiosa degli uomini, ma il fatto che vi siano diverse confessioni religiose non ci autorizza mai a sentire un fratello, a sentire un uomo separato da noi, diviso da noi, a qualunque confessione appartenga: perché tu non sai se attraverso quella confessione, o nonostante quella confessione, egli non viva come te nel seno della Chiesa madre e non viva come te nella famiglia dei figli di Dio. Tu non lo sai. Vi è dunque qualche cosa in comune in ogni uomo, non soltanto perché chiamato alla grazia ma anche perché questa chiamata è efficace, anche perché in ogni vita religiosa umana io debbo riscontrare qualcosa di un’azione di Dio che efficacemente opera la salvezza di tutti coloro che volontariamente, coscientemente non si oppongono a questa azione segreta. Non solo tutti siamo chiamati al Cielo ma in tutti lavora l’azione di Dio, in tutti l’azione della grazia opera in vista di questa città futura che tutti ci adunerà in Cristo Signore e di tutti noi farà un solo corpo e a tutti noi darà una medesima vita.

Con quale rispetto dunque e con quale amore ciascuno di noi deve avvicinarsi ad ogni uomo! Non solo perché, depositario di una dottrina di verità, partecipe di una grazia divina, egli deve comunicare questa verità e questa grazia attraverso tutta la sua vita, oltre che un suo ministero, agli altri fratelli, poiché ogni uomo è sacramento per l’altro uomo; non solo per questo dobbiamo avvicinarci ad ogni fratello, ma dobbiamo avvicinarci con venerazione ad ogni fratello perché in ogni fratello dobbiamo saper riconoscere il Cristo: non tanto per una vocazione che egli ha certamente alla salvezza, quanto perché non sei tu che puoi determinare riguardo a nessuno che egli è separato da Cristo, che egli non appartiene perciò alla famiglia dei figli di Dio. Con quale rispetto tu devi avvicinare ogni anima per avvertire in ogni anima il mistero di un Dio che si comunica all’uomo, di un Dio che ci ama e nel modo più misterioso e segreto lavora nell’intimo del cuore di ognuno per fare ciascuno di noi un degno figlio di Dio, una degna abitazione dello Spirito divino!

(…) Come è bello e come è consolante saper riconoscere l’azione segreta di Dio in tutte le anime, in tutto questo universo, in tutta questa umanità! Come dobbiamo non rifiutare a priori che Dio agisca anche in quelle anime che sono affidate a dottrine, a movimenti non direttamente religiosi ma che tuttavia usurpano, si appropriano quanto è proprio della religione, imponendosi alle anime come qualcosa di assoluto, esigendo dagli uomini un servizio totale!

(…) Uno che immediatamente rifiuta, respinge, si salva più facilmente, si difende più facilmente contro dottrine estranee, contrarie; uno che rifiuta, che respinge, più facilmente protegge la propria verità nei confronti degli altri. Ma questo poteva essere l’atteggiamento dell’antico Israele, per il quale l’amore, la carità si rivolge prima di tutto al correligionario oppure al conterraneo oppure al proselita. Non vi è nell’Antico Testamento un comando che prescriva l’odio ai nemici, è vero; ma pure Nostro Signore può dire: «Vi è stato detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico» (cfr. Mt 5, 43). Gesù poteva dire queste parole, quantunque non vi sia nell’Antico Testamento il comando di odiare il proprio nemico. Ma Gesù poteva dirle perché effettivamente tutta la morale dell’Antico Testamento tende a separare l’Israelita dagli altri popoli, tende a farlo consapevole di una divisione dalle altre nazioni abbandonate da Dio, non elette da Lui.

Per te cristiano questo non può esser più vero. Il tuo amore non può conoscere confini, il tuo amore, se è vero amore, non può essere soltanto in te desiderio e volontà di donarti: è anche volontà di ricevere.

Adunanza del 1° ottobre 1961 a Firenze

L’esigenza di conoscerci e di amarci (1980)

Vorrei semplicemente pensare, insieme a voi, che cosa abbia voluto dire lo stare insieme in questi giorni. Abbiamo ascoltato Dio, ma lo abbiamo ascoltato insieme; abbiamo fatto gli esercizi, e questi non solo ci hanno legato ancora di più a Dio, ma ci hanno legato maggiormente anche fra noi. È evidente che la risposta dell’anima al Signore che ci unisce più intimamente a Sé non può dividersi da una unione più intima che la grazia deve realizzare fra noi. Di fatto ogni volta che l’anima, prendendo coscienza di sé, risponde al Signore, questa risposta la si riconosce come autentica nell’amore dei fratelli che è il segno di quella. Ne deriva che da ogni corso di esercizi la Comunità rimane rafforzata e in qualche misura ne viene nuovamente fondata. Di qui non solo un dovere e un bisogno maggiore di amare Dio, ma anche un dovere e un bisogno maggiore di essere uniti fra noi.

Ci siamo incontrati con Dio, ma io mi sono incontrato con Dio anche quando stamani parlavo con uno di voi. Mi sono incontrato con Dio proprio nell’incontrarmi con ciascuno di voi, nell’imprimere sempre più profondamente in me non solo l’immagine fisica di ciascuno di voi (anche questo è importante dal momento che siamo uomini), ma anche la conoscenza di quello che siete voi; perché è indubbio che non conoscerei Dio se questa conoscenza di Dio non mi desse la capacità di penetrare maggiormente la vostra anima, di conoscervi più profondamente. Come l’amore per Iddio ha la sua prova nell’amore che ci lega ai fratelli, così anche la conoscenza di Dio implica una conoscenza reale, più vera, degli altri e di tutti gli altri. La mia gioia è stata grande proprio perché vi ho conosciuto di più.

La mia vita eterna, con l’amore che porto a Dio e con la conoscenza che ho di Lui, non potrà non essere anche l’amore e la conoscenza che ho avuto di voi. Una conoscenza e un amore che allora saranno perfetti, ma che sono incominciati quaggiù, perché vi è continuità vera fra la grazia e la gloria. E se vi è continuità, questo significa che la Comunione dei Santi già si matura nel tempo. Ecco perché ogni società religiosa anticipa la vita stessa del cielo. Non la anticipa soltanto nella lode divina, non la anticipa soltanto nella preghiera, ma anche nella conoscenza reciproca di coloro che il Cristo ha unito.

Dobbiamo dunque conoscerci e amarci. È una esigenza della vita cristiana, ma è una esigenza anche più profonda della vita religiosa, perché se siamo maggiormente impegnati ad amare Dio, siamo anche maggiormente impegnati a conoscerci fra noi e a volerci bene.

Esercizi ad Arliano (LU), 13-17 giugno 1980 – Omelia di chiusura

Farsi pane…per essere mangiati (1970)

La Comunità è una; così dobbiamo realizzare sempre di più che siamo uno (…). Come dobbiamo sentirci uno per vivere questa unità! Quanti siamo in Comunità? Uno, siamo Cristo; se siamo due è già la fine della Comunità. La Comunità allora si può dire reale quando ha la percezione viva di questa unità in cui Dio la raccoglie. Certo, siamo anche trecento, perché l’unità di un solo corpo, di un solo spirito non esclude la distinzione delle persone. Se escludesse la distinzione delle persone, escluderebbe lo stesso amore.

L’unità ontologica, fondata sull’unità di natura, non esclude la distinzione delle persone, anzi in questa unità di natura le persone si affermano in quanto amano, si amano fra loro, in quanto le persone, sussistendo in questa natura una, vivono una relazione totale di amore all’altra persona, ed è proprio questo che realizza l’unità. Questo vuol dire che ciascuno di noi realizza la sua persona come relazione pura d’amore alle altre persone. Io non sono che un dono di amore per tutti voi: dovete mangiarmi a colazione, a mezzogiorno e a cena. Non so se sarò indigesto, ma dovete mangiarmi sempre, non dovete lasciarmi più nemmeno un minuto di tempo, un affetto solo, un pensiero solo che non sia per voi. Lo dicevo a Firenze: ho capito che io non devo evadere più dalla Comunità, nemmeno per essere amico di monsignor Bartoletti o del cardinale Pellegrino.

Io debbo vivere per la Comunità fino in fondo, fino all’ultima goccia di sangue, fino all’ultimo minuto della mia vita, senza sottrarvi più nulla perché io non sono che amore verso di voi: verso ciascuno in particolare, verso tutti in generale, senza escludere nulla. Tutto per voi, solo e unicamente per voi. Ma anche per voi è lo stesso! Altrettanto voi dovete vivere totalmente per gli altri, per tutti quelli della Comunità così da non sottrarre nulla. Essere a disposizione, essere totalmente mangiati l’uno dall’altro come ha fatto nostro Signore. Che cosa vuol dire per nostro Signore essere puro rapporto di amore agli uomini, Egli che è il Salvatore del mondo? Farsi pane per essere mangiato, e così ciascuno di noi dovrà farsi pane per essere mangiato. Non vivere che per donarsi, non vivere che il dono di sé agli altri e sentire che, quando non siamo mangiati, quello che ci rimane imputridisce, è perduto. Noi siamo soltanto se siamo amore; Dio è ed è l’Amore. Essere vuol dire amare; così noi non siamo, non realizziamo noi stessi come persone che in quanto siamo amore. Amore che è dono di noi stessi senza fine, senza misura, senza nulla trattenere per noi.

Questo certo ciascuno di voi lo deve vivere anche per i suoi, ma anche per la Comunità; proprio per questo io ho sempre detto che quando entra una madre, entrano anche i figlioli nella Comunità, che quando entra un marito entra la moglie, perché non possono dividersi! Il vostro dono al marito, il vostro dono ai figli è il modo di rispondere al vostro impegno religioso, non è più soltanto un fatto di natura; è veramente una risposta alla vostra Consacrazione e vi impegna a vivere questo dono totale di voi stessi a tutti coloro che Dio ha voluto una sola cosa con Lui nella Comunità, o attraverso la Comunità.

Esercizi spirituali a Brescia, 17-20 settembre 1970

Accogliere gli altri (1959)

Come realizzare questa universalità, questa unità in noi di tutte quante le cose? Come vivere in noi la vita di tutto l’universo? (…) Dobbiamo avvicinarci agli uomini, alle creature, ai fenomeni della storia umana, a fenomeni umani di razze, di culture, di lavoro, con un’anima pronta ad accogliere, con un’anima fraterna, disposta all’amore (…).

Ora, una conoscenza di cose che almeno momentaneamente ci sono estranee, non si impone a noi soltanto in forza di un impegno religioso, si impone perché effettivamente la Provvidenza ci pone in rapporto con gli altri. La Provvidenza stessa s’incarica di saggiare la tua carità mettendoti in rapporto con persone a te estranee. Tu devi saperle accogliere, devi saperle capire, assumere in te. Andate per le strade? Che nessuno vi rimanga indifferente, che non siate soltanto degli spettatori di questo vano andare degli uomini; sappiate immedesimarvi a ciascuno che voi incontrate, con cui dovete trattare. Se sei a lavorare, le persone per le quali tu lavori non devono esser soltanto delle persone che ti danno poi un salario; devono essere per te veramente delle anime che tu assumi, di cui tu assumi la responsabilità, di cui tu cerchi di penetrare il mondo per inserirti nel loro cuore o perché essi si inseriscano in te. Superare insomma l’estraneità che la nostra mancanza di amore cerca sempre di opporre; cercar di superare quel senso di diffidenza e di difesa del nostro egoismo che ci mantiene estranei alle persone con le quali noi viviamo, con le quali noi dobbiamo trattare, che noi vediamo giorno per giorno.

Si vive spesso il nostro rapporto con gli altri con gentilezza, con discrezione, magari con bontà, ma senza questa partecipazione intima, in modo che tutta la tua gentilezza non solo non distrugge la estraneità, ma la rende ancora più fonda: tu non disturbi l’altro, l’altro non disturba te. Quant’é meglio litigare in modo davvero che gli altri entrino in te, che tu li debba digerire e gli altri debbano digerire te!

Conoscenza che importa precisamente questo fondersi insieme, questo prendersi l’un l’altro. Prima di tutto attuare questo con quelli con cui vivete insieme, vivere già con essi l’unità vera, questa conoscenza intima l’uno dell’altro; saper accettare a prendersi, saper entrare nell’anima degli altri, nella mentalità degli altri, vedere le cose con i loro occhi, amarle col loro medesimo cuore, soffrire della loro stessa sofferenza. Questo bisogna fare con quelli con cui viviamo: la Provvidenza ci ha intanto offerto questi, prima di allargare i nostri confini.

Prima, l’impegno è l’amore per quelli vicini a te, quelli che il Signore ti pone istante per istante accanto, presenti nella tua vita: i colleghi d’insegnamento, i bambini della scuola, i compagni di lavoro,… con questi creare l’unità. Poi andare più in là: anche con quelle persone con le quali occasionalmente siamo in rapporto, o anche semplicemente che incontriamo per le strade; pensate le intime pene, i problemi, i drammi che si celano in tanta gente che incontriamo per via! Ogni persona è un mondo, eppure questi mondi come spesso sono estranei l’uno all’altro! Qualche volta ci si pensa, ma con superficialità, tanto per pensarci; non avvertiamo queste ansie. Tante volte possiamo esser passati accanto a dei santi e non ce ne siamo accorti, o accanto a dei demoni e siamo rimasti indifferenti. Perché questo? Perché ci chiudiamo, ci difendiamo: come dobbiamo rimproverarci!

Ritiro a Firenze del 18 gennaio 1959

La correzione fraterna (1959)

La carità fraterna ci renda meno suscettibili fra noi, permetta di correggerci a vicenda, di dirci le cose con chiarezza. Non dobbiamo aver paura di manifestare l’uno all’altro quelle che sembrano le deficienze fraterne, i difetti e magari i peccati. La correzione fraterna è uno degli obblighi più precisi e più gravi della carità. Un’anima che per falsa carità non volesse correggere il proprio fratello già per questo medesimo fatto si separerebbe da lui; e un’anima che non volesse accettare la correzione, per questo medesimo fatto non avrebbe quella carità che è anche umiltà, quella carità che non ha nulla da difendere, quella carità che importa precisamente un superamento di ogni orgoglio, che è l’orgoglio che ci chiude, che è l’orgoglio che ci difende.

Uno dei difetti fondamentali della Comunità mi sembra che sia questo: non ci si può correggere a vicenda, non ci si può dire l’uno all’altro: guarda, in questo fai male, guarda in questo devi smettere. Non lasciate che debba essere sempre il superiore a intervenire nel correggere. La correzione del superiore indubbiamente non è scusa, ma è l’ “ultima ratio”. Anche nel Vangelo si dice: prima di tutto correggi il tuo fratello nel segreto e se il tuo fratello non ti ascolterà vai allora dalla Chiesa. Prima di tutto l’esercizio di questa carità fraterna che importa un’unità vera, reale, esige una correzione fraterna semplice, cordiale, veramente umile e sincera fra noi. Tutti abbiamo difetti: non dobbiamo pretendere che gli altri non li riconoscano. Anzi, quanto dovremmo ringraziare Dio che gli altri riconoscano i difetti nostri e loro stessi ce li manifestino, loro stessi ce li dicano! Perché ai nostri medesimi occhi molto spesso (siamo così miseri!) i nostri difetti si ammantano di speciosi pretesti per essere giustificati. Non siamo così suscettibili, non siamo così ipersensibili da non sopportare un richiamo fraterno! Credo che la carità che ci unisce si debba provare massimamente da questo.

Perché come si può dire di amare veramente i nostri fratelli quando, riconoscendo in loro qualcosa che può essere difettoso, noi non procuriamo con la nostra preghiera prima, ma anche col nostro aiuto, col nostro consiglio, con la nostra correzione, di richiamare il fratello su questi difetti perché egli possa liberarsene?

Sia però la nostra correzione tale che non dimostri in noi saccenteria od orgoglio, che non dimostri in noi la pretesa di vedere sempre bene, non ci metta al di sopra degli altri. Noi, anche se possiamo correggere, sentiamoci a nostra volta più difettosi di coloro che correggiamo, così da saper accettare noi stessi il richiamo dei fratelli. Siamo cioè veramente un cuor solo ed un’anima sola. Proprio per questo la correzione fraterna è un grande bene, perché non importa che chi corregge si ponga su un piedistallo più alto di colui che è corretto, ma veramente in questa correzione si esercita una carità che pone tutti sul medesimo piano che è espressione di una medesima vita. Proprio per questo la correzione fraterna è superiore, in efficacia e con prova di amore, alla correzione che deve fare il superiore, il padre o la madre, perché la correzione che fa il padre o la madre necessariamente riveste un altro carattere: è una correzione che suppone non una maggiore virtù nel superiore, ma suppone però una responsabilità maggiore ed esige da parte di chi è corretto una maggiore umiltà.

Ecco, vi chiedo questo, miei cari figlioli. Mi sembra che sia molto importante. Il tacere, il non volere toccare gli altri per la paura che gli altri mettano fuori – come il riccio – le spine, è segno che effettivamente la Comunità non esiste. Non vi è ancora una vera unità di amore fra noi. L’ipersensibilità di coloro che si sentono offesi, che si sentono turbati da un richiamo, è indice in fondo che queste anime si difendono contro l’amore, non vivono una medesima vita con gli altri.

Quanto dobbiamo ringraziare Dio che non siamo soltanto noi a vedere noi stessi, a esaminare noi stessi! Ma l’esame della nostra vita è fatto da cento persone che appartengono alla Comunità e sotto gli occhi delle quali si svolge la nostra vita! Quanto siamo fortunati proprio per questo! Perché, è certo, è più facile che non sfugga nulla a duecento occhi mentre è molto facile che ci sfuggano ai nostri occhi tanti difetti, perché noi tutti siamo pieni di amor proprio e cerchiamo di velare, di nascondere a noi stessi i veri motivi del nostro operare, specialmente quando questi motivi sono motivi che indicano in noi una imperfezione reale.

Chiarezza! Umiltà! Cerchiamo di essere ruvidi gli uni con gli altri: che sia veramente l’amore, un amore umile e sincero quello che ci rende aperti e più chiari. Sarà prova di vera umiltà e di vera carità se noi arriveremo a vivere questa correzione fraterna in semplicità di amore. Il risentimento, la reazione immediata di chi si sente corretto e che a sua volta condanna può essere veramente anche questo indice di quanto sia povera la virtù e la pietà dell’anima stessa. E quante sono le anime che magari credono di andare in estasi e non possono essere corrette, richiamate anche in un solo punto senza immediatamente reagire, se non esteriormente (perché hanno una bella cura di non manifestarsi quali sono) almeno interiormente, col sentire un certo risentimento verso colui o colei che l’ha richiamato!

Umiltà vera, sincera, dolcezza di rapporti fraterni. Vorrei proprio che quest’anno che incomincia facesse cadere tutte le pareti che ci nascondono gli uni agli altri, tutte le difese del nostro egoismo e del nostro orgoglio che ci impediscono di essere gli uni agli altri chiari, manifesti, aperti, come agli occhi di Dio.

Ecco, figliole, quello che mi aspetto da voi. Ecco quello che mi sembra che il Signore ci chieda. È una cosa, in fondo, che tutti sentiamo che doveva essere, ma abbiamo fatto ben poco perché in realtà esistesse quest’apertura, questa chiarezza di rapporti.

Adunanza del 6 settembre 1959 a Firenze

Contemporanei di tutte le età (1959)

 Sentire che il mondo cinese, il mondo indiano è il nostro mondo; non vivere soltanto una civiltà come nostra civiltà, ma vivere in una simpatia viva verso ogni espressione di vita, verso ogni aspirazione umana, ma riassumere in noi tutti i bisogni umani, tutte le pene umane, tutti i peccati degli uomini come nostri, come fa Gesù.

Non sentire estranei a noi nessuno, né i poveri né i ricchi, né i malati, né i carcerati, né i vescovi, né gli umili, nessuno; non sentire estranei a noi non solo gli uomini che vivono oggi, ma gli uomini che vivevano migliaia di anni fa, le civiltà antiche ormai sepolte… Migliaia e migliaia di anni sono vissuti gli uomini prima che la storia parlasse di loro! Riviviamo noi questa oscura ricerca di Dio propria di millenni e millenni di storia umana, che è caduta come nel buio, che è come sommersa nella tenebra? Riviviamo noi questa ricerca ansiosa, paurosa, dolorosa dell’uomo, di una ragione, di un senso della vita, prima che Dio chiamasse Abramo? Riviviamo noi tutto questo? Eppure ciascuno di noi deve rivivere in sé tutto il travaglio umano, tutta la storia umana. Nel nostro povero atto, nella nostra povera vita, noi dobbiamo farci contemporanei di tutte le età, fratelli di tutti gli uomini, vicini ad ogni essere vivente: nella nostra misera vita, non soltanto contemporanei di tutti, ma prossimi a ciascuno.

Quant’è grande il Vangelo! L’amore cristiano che è amore universale, che non conosce limiti in sé, si chiama amore del prossimo. Come può essere universale se è amore del prossimo? Se è del prossimo non è amore dei lontani? Ma non esistono più lontani, tutti sono divenuti prossimi a te, tu sei contemporaneo di tutte le età. Uomini che sono morti cinquantamila anni fa, centomila anni fa, sono tuoi contemporanei: tu ne vivi la vita, tu devi riassumere la loro pena nella ricerca di Dio. Tu devi vivere l’ingenua ricerca di una divinità propria di queste anime che emergevano appena dal buio dell’incoscienza e della barbarie; tu devi vivere la vita di ognuno come tua propria, devi assumere il peccato di ognuno come il tuo proprio peccato, devi sentire nelle tue membra il tormento, la sofferenza, il dolore, il bisogno di ogni anima. Non è mica facile! Chi di noi può vivere una tale perfetta carità? Eppure è la nostra vocazione perché siamo chiamati a questo amore. La vocazione monastica ci chiama a realizzare l’unità della Chiesa in noi stessi. Ognuno di noi tutto; in Cristo è stata ricomposta l’unita dell’uomo. In quanto persone certo ci distinguiamo gli uni dagli altri, ma non possiamo separare più alcuno da noi. Noi siamo uno, il solo Cristo; siamo una sola cosa tutti, siamo un solo essere, una sola vita.

Vivere questa universalità: ecco l’impegno nostro. Così, proprio così, si collabora più efficacemente all’unità stessa della Chiesa, a quella unità della Chiesa che apparirà piena e perfetta solo dopo questo tempo, dopo questa economia presente, quando l’imperfezione propria della condizione umana sarà finalmente superata e visibilmente risplenderà la redenzione che già ogni anima vive nel suo intimo cuore.

Vi sembra che quello che ho detto sia un po’ troppo per aria? Ma si deve tendere a questo.

Dal Ritiro del 16 gennaio 1959 a Viareggio

Quando nasce la Comunità? (1955)

Nella prima alleanza, segno dell’alleanza stessa fu la Legge, il Decalogo. (…) L’alleanza antica si esprimeva cosi: Israele sarà legato a Dio attraverso il Decalogo. Nella nuova alleanza si dà una nuova legge, il comandamento nuovo: a tutti i comandamenti dell’antico patto risponde un solo nuovo comandamento: il comandamento dell’amore e dell’amore fraterno. San Giovanni insiste sull’amore fraterno più che sull’amore dell’uomo per Iddio. L’amore dell’uomo per Iddio non lo conosce san Paolo e lo conosce poco san Giovanni, benché i vangeli sinottici lo riconoscano. Gesù non dà un nuovo comandamento dell’amore dell’uomo verso Dio, non fa altro che confermare il comandamento del Deuteronomio: «Amerai il Signore con tutto il tuo cuore…».

Il nuovo comandamento di Dio è l’amore scambievole che debbono portarsi i discepoli. Ma attenzione: non è nemmeno l’amore del prossimo, non è un amore – questo è importante per noi della Comunità – come si esprime nei Vangeli sinottici: amore che rompe tutti i limiti, che non conosce le divisioni di razza, di religione; non è un amore universale gratuito. Può sembrare che il nuovo comandamento di Cristo sia di fatto un amore che restringa la concezione della carità cristiana, come era già stata espressa nei Vangeli sinottici. Di fatto non restringe nulla. Questo amore che è comandato da Cristo dopo l’ultima cena, è l’amore scambievole, quello che gli uomini debbono portarsi gli uni agli altri, e non gli uomini in genere, ma i suoi discepoli: un amore onde gli uni debbono amare gli altri come Gesù ha amato, di un amore totale, di un amore che è dono pieno e intero di sé, di un amore che importa anche il ricevere pienamente il dono dell’altro, di un amore che crea la comunità, l’unità dei credenti, l’unità dei fedeli, dei discepoli.

Un amore universale è un amore donato, offerto, ma non ha necessariamente una risposta. L’amore che invece è comandato da Cristo dopo l’ultima cena, è l’amore che esige la risposta, l’amore vicendevole: «Amatevi l’un l’altro». È l’amore che crea la comunità, che dimostra anzi, l’unità di tutti in Lui (…).

Comunità: omnia mea tua sunt et tua mea sunt. Non vi è più né tuo né mio: ognuno è impegnato a donarsi totalmente e non soltanto a donarsi, ma a ricevere anche il dono dell’altro. Non è vera carità quella che è soltanto dono. Ci manteniamo sempre in una condizione di privilegio, in fondo, donandoci soltanto. Dare e ricevere: dobbiamo sentire questo. Non vivremmo la Comunità se noi sentissimo soltanto di dover donare ad un’altra figliola perché è più semplice, più povera di noi. Anche questa figliola ha molto da donarci e noi dobbiamo ricevere il suo dono, sentire il bisogno del suo dono ed accettarlo. Con umiltà e semplicità essere veramente impegnati ad amarci l’un l’altro. Credo che sia questo veramente il nuovo comandamento di Cristo e che la Comunità esiga l’esercizio precisamente di questo amore vicendevole, che importa una compenetrazione dell’uno nell’altro, quasi una “circuminsessione” fra noi, una pericoresis. Quello che è proprio delle persone divine deve essere proprio anche delle persone umane nel mistero di quell’unità che è il Cristo totale. Come nell’unica natura di Dio sussistono tre persone divine le quali l’una all’altra e l’una all’altra si donano, così nell’unità del corpo mistico di Cristo, di quel corpo che ha realizzato precisamente l’unione eucaristica, nell’unità di questo corpo mistico l’uno vive nell’altro, dona se stesso all’altro e riceve (…).

In fondo, c’è dell’orgoglio nel voler soltanto amare e donare, nel voler soltanto far noi: dobbiamo sentire anche il bisogno degli altri. Non soltanto il bisogno di darsi, ma anche il bisogno di ricevere. Vi potrà sembrare che io non possa ricevere nulla: io debbo invece ricevere tutto da voi, come tutto voi dovete ricevere da me.

Allora nasce la Comunità: quando il dono è veramente reciproco.

Incontro del 7 aprile 1955, Firenze