venerdì, Settembre 25, 2020

Rimanere nelle mani di Dio (1991)

In questa omelia vorrei fermarmi sul Vangelo (cfr. Mc 4, 26-34) che abbiamo letto: questo Vangelo è preso da san Marco e riporta una parabola che è l’unico testo che sia proprio di questo evangelista. (…) Il contadino getta il seme, dice Gesù, e poi va a dormire; e il seme spontaneamente germina, accestisce e fa la spiga; quando è maturo si miete e il grano si ripone nel granaio. Cioè il contadino, una volta che lo ha seminato, non fa più nulla; fa tutto il seme da sé.

(…) Come il contadino, che non sa come è avvenuto che il seme abbia dato origine alla pianta e questa sia giunta poi a maturare i suoi frutti, così avviene per noi nella vita spirituale: ad un certo momento, se rimaniamo fedeli a Dio, tutto fiorisce e non sai in che modo sei arrivato a questo fiorire, a questo frutto ultimo di una vita che finalmente esplode nelle opere, ma soprattutto nell’amore di Dio, in una pace e una gioia che inonda tutto il tuo cuore.

(…) Che cosa vi devo dire in forza di quello che ci ha detto il Signore? Una cosa semplicissima: rimanete fermi, lasciatevi portare da Dio; non angustiatevi! Non crediate che dipenda da voi. Che cosa può dipendere da te? Di che cosa sei capace senza di Lui? Lascia che Lui operi in te e tu mantieniti semplicemente nelle sue mani. Saprà liberarti Lui dalle tue ansietà, e anche dai tuoi difetti, e ti porterà, senza che tu te ne renda conto.

Avviene così, come dimostrano anche i santi. Dopo anni e anni in cui tutto sembrava uguale e nei quali tu non riuscivi a concludere nulla, ad un certo punto ti si aprono gli occhi e il Signore ti mostra quello che ha compiuto in te. Non perché tu debba compiacerti di te stesso, ma perché tu possa avere motivo di ringraziarlo.

(…) Mi sembra che l’insegnamento che ci viene dalla parabola debba toglierci ogni perplessità, ogni timore, ogni angustia. Rimanete nelle mani di Dio e allora tutto andrà bene. Potrà sembrarvi che il Signore vi tolga tutto; nella misura che tutto vi toglie, tutto vi dona. Vi toglie quello che era vostro e vi dona quello che è suo; vi toglie l’amor proprio, l’impazienza, l’orgoglio, e vi dà quello che è suo: l’amore. Non è proprio questo il cammino dell’anima: diventare amore, come Dio è Amore? Non è soltanto questa la santità?

(…) Questo ci insegna il Vangelo di oggi. È un vangelo tanto bello, perché ci toglie ogni ansietà, ogni preoccupazione, ogni angustia. A condizione però che noi si dorma, perché l’unica legge per il cristiano è quella di riposare nelle braccia di Dio, è quella di avere una fiducia immensa nella sua azione e nella sua grazia. Dobbiamo credere a questo amore che non è mai lontano da noi! Noi siamo portati a pensare che Dio sia lontano; invece è più intimo a noi di noi stessi. Rimaniamo nel Signore! Non ci turbiamo nemmeno per i nostri peccati. Certo, dobbiamo pentircene; ma una volta ottenuto il perdono, dimentichiamo tutto e guardiamo Lui.

(…) Questo stesso insegnamento a volte l’ho presentato attraverso un’altra immagine. Lo Spirito Santo è come un’aquila che ci prende sulle sue ali e ci solleva su, a Dio. È evidente che se ci si agita, c’è pericolo di cadere; ma se ci si tiene fermi, l’aquila, lo Spirito Santo, ci porterà. È questo che dice il cantico di Mosè a riguardo del popolo d’Israele: il Signore aprì le sue ali e lo prese e lo portò attraverso il deserto (cfr. Es 19,4). E può portare anche noi sulle sue ali, facendoci superare con la più grande facilità tutte le difficoltà del deserto di questa vita.

Non moltiplicate perciò le vostre preghiere, perché moltiplicarle vorrebbe dire aver poca fiducia in Dio. Attenzione! Non vi dico di pregare di meno, ma di non moltiplicare le vostre preghiere, che è un’altra cosa. Moltiplicare le preghiere vuol dire che quanto più chiedete e tanto più pensate di poter ottenere, cosa appunto che dimostra che non si ha abbastanza fiducia. Invece la vostra preghiera fondamentale deve essere proprio questa fiducia, questo abbandono, questo rimanere nelle mani di Dio.

Ritiro del 16 giugno 1991 a Casa San Sergio

Il senso della rinuncia cristiana (1965)

La preghiera liturgica, come consuma la vita dell’universo, come consuma la vita della Chiesa, corpo di Cristo, così deve consumare la vita di ogni uomo e non lo può finché l’uomo non si identifica a tutto l’universo, non si fa uno con tutta la Chiesa. Non solo deve far parte della creazione, ma nulla deve sentire lontano ed estraneo alla sua vita. Tutta la creazione deve essergli vicina, fraterna, vivendo del suo ampio respiro in questa comunione continua con Dio. Allora la preghiera liturgica diviene la sua stessa preghiera.

(…) Più ancora: vivendo fino in fondo la sua vita umana egli potrà vivere nella preghiera liturgica la vita stessa del Figlio di Dio fatto Uomo. Proprio in quanto vivrà pienamente la sua vita di uomo, egli potrà vivere e far sua la vita stessa del Cristo. Certo, non può far sua la preghiera di Gesù se non vive la sua vita, anzi la sua morte. Ma nella vita e nella morte il Cristo ha vissuto la vita e la morte dell’uomo. Di fatto, nella misura che l’uomo vive pienamente vive nel Cristo, la preghiera liturgica ha il suo compimento nel Sacrificio Eucaristico che fa presente il mistero della Morte di Gesù. Una partecipazione vera alla preghiera liturgica include così la vita dell’uomo e la sua medesima morte. Così l’uomo vivrà la preghiera dell’Ufficio, la sua partecipazione alla Messa, se vivrà pienamente, se realizzerà pienamente, in una sua comunione profonda con la creazione, in un suo inserimento vivo nel tessuto della storia, la sua vocazione umana. La vocazione soprannaturale dell’uomo non dispensa l’uomo dal vivere fino in fondo la sua vita, anzi, perché l’uomo è uno e una è la sua vita, egli, solo vivendo la sua vocazione umana, vivrà anche nel Cristo.

La vita religiosa nella vita presente non è mai rapporto immediato con Dio e la mediazione necessaria al rapporto è la creazione intera, è la storia degli uomini, è l’uomo nella vita più segreta e più sua. Il rapporto con Dio, al contrario di isolare l’uomo dal mondo o di sradicarlo da se medesimo, si realizza in una comunione con la creazione intera, con gli uomini, si realizza nella coscienza che l’uomo ha sempre più vigile e viva di sé. È nel rapporto con Dio che egli vive così la più alta pienezza di vita, cui nulla è negato, cui tutto al contrario è necessario nutrimento.

La rinuncia sarà un dovere austero per l’uomo che vuole vivere una vita religiosa e tanto più sarà esigente quanto più pura e intima dovrà essere la conoscenza che l’anima vuole avere di Dio. Ma non possiamo e non dobbiamo ingannarci. La rinunzia cristiana non darà mai luogo a una mistica cristiana acosmica e atemporale.

La rinunzia cristiana è il rifiuto a fermarsi al mezzo, a trasformare quello che è un mezzo; e perciò deve essere superata, col fine, quella che è la via con la meta stessa del cammino. La rinunzia cristiana è una scelta che sempre si ripropone, via via che l’anima ascende di valore in valore più alto, e impegna e sforza l’anima a un cammino senza fine. Ma proprio per questo la rinunzia esige la conoscenza e l’uso del mezzo; non si rinunzia che in quanto si supera. Non si rinunzia in quanto ci si mantiene al di qua, nell’ignoranza, ma in quanto piuttosto si oltrepassano tutte le creature per giungere a Dio. Ma, in fondo, neppure si oltrepassa ogni creatura se veramente si giunge a Dio e non si precipita al contrario nel vuoto, nel nulla. La creazione per l’anima pura acquista una trasparenza divina e rivela Dio; la storia degli uomini diviene veramente il segno di una presenza attiva di Dio che ti parla, ti cerca, si comunica a te; soprattutto l’uomo appare e si fa il sacramento di Dio.

Non si supera l’uomo per giungere a Dio, perché non si supera il Cristo. Nel Cristo, per sempre, Dio e l’uomo sono uno. La vita religiosa più alta è nella vita umana più piena, più pura. Chi giunge alla santità non cessa di essere uomo, è anzi allora che egli è uomo perfetto.

Introduzione al breviario, Ed. San Paolo, pp.79-81

I giovani e la fede (1980)

Ci sono due fattori che rendono difficile a una certa età ai giovani di rispondere, almeno apparentemente, all’amore dei genitori: il primo fatto è che un giovane, arrivato a una certa età, ha per natura l’esigenza di esprimere una sua autonomia. Il giovane la esprime nei confronti dei genitori rompendo apparentemente il legame con loro. D’altra parte il giovane, per vivere una vita religiosa, ha bisogno di una sua conversione. Non si nasce cristiani, si diviene cristiani; non è un fatto naturale l’esser cristiani. La vita cristiana in senso personale suppone in tutti una conversione. Anche in quei pochissimi casi che sembrano fare eccezione si può riconoscere una certa conversione nel passaggio da una religione ricevuta col sangue nella famiglia a una religione personale. Che cosa avviene nei giovani a 20 anni, oggi specialmente? Si rifiuta il fatto religioso, si rifiuta la Chiesa; ma anche questo è un fatto, direi, istintivo e naturale. Per molti non è il rifiuto della Chiesa, ma soltanto delle pratiche, di queste preghiere da beghine imposte loro dai genitori. Il giovane sente l’esigenza di incontrarsi da se stesso con Dio. Perciò bisogna pregare perché il Signore si manifesti a loro, senza pretendere di imporglielo; nella misura che tu glielo vuoi imporre, lui si ribella. Deve avere una sua vita religiosa personale, il giovane.

L’amore che voi dovete avere verso i vostri figli deve essere come l’amore stesso di Dio, che è discreto, umile e paziente. Questo perché è naturale ma anche necessario che siano loro a scoprire il volto del Cristo, e tu tanto più li aiuterai quanto più darai loro l’esempio di una vita religiosa nella pazienza, nell’umiltà. Fiducia assoluta! Non si può imporre Dio, perché Dio vive nel cuore; è dall’intimo che sorge. Fintanto che il bambino è puramente passivo nei confronti dei genitori, si capisce che rimanga fedele alle pratiche, voglia andare in chiesa, ma ad un certo momento cambia: ecco allora il compito dei sacerdoti e dei genitori di rivelargli Dio. Se questi preti non diventano un po’ più santi è un disastro, perché come rigettano le prediche dei genitori, così rigettano tanto più le prediche del parroco; ma invece non possono rigettare mai l’esempio di una vita santa, la rivelazione che di Dio dà con la sua dolcezza e umiltà un vero testimone di Dio.

(…) I vostri figli non devono fare più passivamente la vostra volontà, perché altrimenti rimangono sempre dei bambocci. Devono incontrare personalmente il Signore e perché questo incontro possa avvenire a volte è necessario che si sottraggano alla vostra tutela. La vita di fede è eminentemente personale. La vita religiosa non si impone; cresce dall’intimo.

Voi padri e madri di famiglia, nei primi tempi quando sono ancora bambini e non sono capaci di una vita religiosa personale, dovete certamente aiutarli a scoprirla insegnando loro a pregare con l’esempio e con la parola, inducendoli lentamente nel piano cristiano. Ma ad un certo momento sono essi che devono scoprire il volto di Dio; ad un certo momento la vostra funzione tanto più sarà efficace quanto più sarà discreta e quanto più si fonderà sulla preghiera e sull’esempio. Sulla preghiera, perché nulla sostituisce la preghiera. Ricordatevelo! Voi avete dato la vita ai figli, ma secondo la dottrina cattolica la loro anima è stata creata immediatamente da Dio. Perciò i vostri figli non sono totalmente vostri nemmeno in quanto creature viventi e tanto meno in quanto sono cristiani e vivono una vita soprannaturale. Nella vita soprannaturale essi dipendono essenzialmente da Dio e voi non potete far altro che pregare perché questa loro unione con Dio divenga sempre più personale.

Bisogna che Dio stesso si riveli loro, bisogna che Dio entri nella loro anima e agisca nel loro cuore.

Esercizi spirituali a La Verna, 3-10 agosto 1980

La biblioteca: un luogo sacro (2001)

Certo, la chiesa che raccoglie i fedeli per la lode di Dio, la chiesa dove ogni giorno viene celebrato il sacrificio del Cristo, è il luogo più santo che abbiamo in questo mondo. Ma dopo la chiesa, vi è un altro luogo che raccoglie nell’amore le anime che cercano Dio. È la biblioteca.

Non ho mai capito che importanza potesse avere per me la conoscenza di una dottrina nella quale io non vivevo. Per me il libro è la reliquia più insigne che può lasciare un uomo ai fratelli. Diversi secoli fa si combatteva per avere il possesso del corpo dei santi. Oggi questo amore per le reliquie è venuto assai meno e si spiega: difficilmente l’uomo può vivere in comunione con coloro che egli ama e che lo hanno sostenuto, sorretto, alimentato nel suo cammino di fede. Invece il libro non fa presente soltanto un corpo ormai morto, delle ossa inaridite che non hanno più vita: per me il libro è veramente il mezzo più efficace per entrare in comunione con coloro che nei libri ci rivelano le loro passioni, la loro volontà e rendono testimonianza della loro vita. Attraverso i libri io entro in comunione con coloro che hanno scritto. Non sono mai stato molto capace di dare grande importanza ai libri di scuola, ai libri di insegnamento. Il libro per me è il mezzo per il quale può ogni giorno di più realizzarsi una comunione fra chi scrive e chi legge. Una comunione che dilata l’anima, l’arricchisce ogni giorno di più.

Il libro ha un rapporto necessario con lo scrittore e stabilisce un rapporto con coloro che leggono. Così avviene nella biblioteca: un luogo sacro in cui l’uomo non apprende soltanto delle dottrine astratte ma vive in una comunione d’amore. Io sento che ho bisogno di questa comunione: che cosa sarebbe la mia vita senza Agostino, Teresa, senza i grandi filosofi, i grandi poeti? Quale dono più grande potrebbero farmi gli uomini più del dono della loro stessa esperienza, della loro stessa vita? Un libro non è soltanto per un insegnamento astratto: è la volontà di una comunione d’amore. Per me ho sempre pensato che un libro vero, prima di darmi delle nozioni, prima di arricchire la mia intelligenza, è uno scritto autobiografico, è il dono che ognuno fa di se stesso ai fratelli. Attraverso la lettura non vieni soltanto a conoscere una dottrina ma vieni a conoscere gli uomini che sono tuoi fratelli: la tua vita non può che essere questa comunione d’amore che i libri assicurano. È in qualche modo una certa anticipazione della vita del cielo quella che la lettura può stabilire. Il libro rimanda a un domani la fine di una vita nel tempo: io vivo in comunione con Agostino ma anche con i tragici greci, con Dostoevskij… Essi fanno parte di me. Quello che io debbo loro è una parte di me stesso. Ed è bello, ed è grande sentire così che noi possiamo superare la difficoltà dei luoghi e dei tempi, non solo per vivere una comunione d’amore, ma per vivere in questa comunione la vittoria su tutto quello che ci divide e ci fa stranieri gli uni agli altri. Certo, alcune volte non è facile che lo scrittore si doni con semplicità: ma chi lo cerca gli chiede una parola di vita. Ma le difficoltà reali che vi sono a questa comunione d’amore non fanno che rendere sempre più forte la volontà di cercare di penetrare il mistero della persona di colui che ti scrive. Lo scrittore è un tuo fratello: non puoi rompere certo un rapporto con lui, tanto più che quello che scrive vuole essere il dono che egli ti fa di se stesso. Se tu ricevi tanto dalla lettura di un autore devi ricordarti che anche l’autore ha bisogno di te, che sente il bisogno di amare. Sente anche il bisogno di sentirsi amato. Anche gli autori ricevono qualche cosa da te, un prolungamento della loro vita, un dilatarsi della loro esperienza, una più profonda conoscenza di quello che è l’uomo, ogni uomo. Tu vuoi vivere di loro, vuoi che la loro vita sia alimento alla tua: ma anche l’autore, nella misura che vive vuole ricevere da te la possibilità di vivere oltre la morte in coloro che accolgono il suo messaggio di amore.

Sì, una biblioteca è un luogo sacro: più grande è certo la comunione che l’uomo vive con Dio attraverso la preghiera, il Sacrificio eucaristico. Ma la biblioteca ci fa vivere più concretamente una comunione con i fratelli i quali, tutti, hanno da darci qualcosa, come a tutti tu vorresti donare te stesso. La perfezione ultima della carità dovrebbe essere proprio questa comunione universale, che ci fa tutti un solo Cristo.

Dio è l’uomo, Piemme 2001, pp. 183-185

La Bibbia dei poveri (1975)

Dicevo ieri all’Omelia che ho ricevuto da un eremita (Daniel Ange) un libro piuttosto singolare: [Dalla Trinità all’Eucarestia, poi pubblicato nel 1980 da Ancora], la contemplazione del Mistero della Trinità in due veglie di preghiera fatte dinanzi all’icona della Trinità del Rublev e che introducono l’anima nel Mistero della Santissima Trinità proprio attraverso questa medesima icona. Fino a qualche secolo fa il popolo cristiano meditava i misteri della nostra religione contemplandoli nell’arte dei musei o negli affreschi di cui erano letteralmente piene le pareti del tempio: la ‘Bibbia dei poveri’ si chiamava allora, ma qualche volta è una Bibbia più sapiente, più ricca, più viva dei nostri commenti della Scrittura, che poi d’altra parte non raggiungono più tutto il popolo cristiano, perché oggi si compra la Bibbia o i commenti della Sacra Scrittura… e chi li legge? In realtà la visione di una pittura, di un affresco, di una tavola è non solo infinitamente più facile, ma può offrirsi in un modo più semplice a tutti i cristiani, ed è veramente grave che nella nostra Chiesa cattolica l’arte sia divenuta soltanto un fatto di decorazione, di ricchezza; la ricchezza non è mai un fatto religioso.

L’arte puramente decorativa distrugge l’arte sacra, sia architettura, scultura o pittura. Non nego che vi siano grandissimi pittori italiani; nego che dopo un certo periodo della storia, questa pittura o scultura o architettura sia sacra: è una scultura e una pittura che dovrà essere portata fuori di chiesa. Bisogna dare tutta questa pittura allo Stato perché se la conservi, perché in realtà questa pittura distrae; è cosa antireligiosa e antisacrale.

Ma l’arte non è stata sempre così; si è detto che per tanti secoli è stata invece lo strumento più universale di formazione, di educazione religiosa per il popolo e lo è ancora nella Chiesa orientale e nella Chiesa ortodossa. Noi abbiamo una grandissima e ricchissima, ma non in senso vero, arte sacra, fino forse a tutto il secolo XIV, e anche forse XV, almeno una parte. Invece di meditare solo gli scritti di santa Teresa o di san Giovanni della Croce o di sant’Ignazio di Loyola o di san Francesco, sarebbe molto importante che noi meditassimo la pittura per esempio di Giotto, di Cimabue, forse anche di Masaccio, e – perché no – il Beato Angelico. In ogni città vi sono delle grandi opere d’arte sacra; sarebbe meraviglioso, per esempio, se Valentina volesse istruirci sull’arte di Chiusi, se se ne ricorda. Non farci una relazione sull’arte, ma arrivare veramente a una meditazione, a una contemplazione teologica del Mistero attraverso proprio il contatto con certe opere d’arte; è una cosa che dobbiamo cominciare a fare. Guardate che sono 500 anni che non lo fa più nessuno.

Lo dobbiamo fare noi; è meraviglioso pensare che nell’Oriente le opere d’arte sono teologia. Guardate che anche oggi in Russia si può dire che i teologi son nati da un secolo e non sono mica grandi, ma teologia vera sono le opere di Teofane il Greco e di Rublev, ed è vero ed è giusto che sia così, anche perché a differenza del ‘Testamento’ di san Francesco o delle opere di san Giovanni della Croce, le opere d’arte pittorica hanno un carattere più universale della poesia e del trattato. Gli scritti di santa Teresa ci rivelano, ci rendono testimonianza della sua esperienza interiore – così è per san Giovanni della Croce – e non si adattano a tutti. È un grave errore che tutti si voglia passare per quella via; l’arte non tanto è testimonianza ed espressione della religione propria di colui che dipinge, quanto forse anche di tutto un mondo, di tutta un’epoca. È indubbio che le grandi cattedrali romaniche in Italia e le grandi cattedrali gotiche della Francia, sono più la testimonianza della religione di un popolo che la testimonianza della religione di un architetto. E quello che è vero per la grande architettura è vero anche in un certo senso per la pittura; ecco perché nell’Oriente le icone non hanno in generale il nome dell’artista che le ha dipinte – in generale non si conosce e non ha importanza – però in realtà l’icona è la testimonianza, è l’espressione della vita religiosa di tutta la Chiesa ortodossa russa, di tutta la Chiesa ortodossa greca, dei popoli orientali cristiani.

Sarebbe una cosa meravigliosa se un altro anno Margherita (Santi) facesse una relazione sulla Maestà di Cimabue, che è stupenda; Cimabue è veramente un uomo religioso. Si può fare un libro di studio teologico e spirituale sulla Maestà di Cimabue, sulla Maestà di Giotto. Anche i palermitani possono fare uno studio su alcuni mosaici di Monreale o della Cappella Palatina. Chi è di Venezia (qui abbiamo la nostra carissima Fernanda) può meditare su alcune opere di San Marco (…).

Mi piacerebbe che tutti facessero qualcosa; magari soltanto una paginetta, non chiedo di più.

Ritiro del 29 giugno 1975 a Casa San Sergio (FI)

 

L’unica vera giustizia di Dio è la sua misericordia (1990)

Dal commento a 1Gv 1,8 – 2,2 – Vivere nella Luce, camminare nella Luce vuol dire aver coscienza di essere peccatori; ma proprio perché ci riconosciamo peccatori siamo perdonati da Dio. Sant’Agostino ha detto: Dio accusa il tuo peccato, se lo accusi anche tu, già si inizia una tua unione con Lui, già ti trovi d’accordo con Dio. Dio ci chiede che noi riconosciamo il nostro peccato, perché possiamo essere perdonati ed amati da Lui. La condizione per ricevere il suo amore è sapere che questo amore non solo è gratuito, ma è un amore che suppone il nostro nulla, e il nostro peccato. In un certo piano ipotetico Dio doveva essere soltanto bontà che si effondeva nel nulla della creatura, ma sul piano della concreta realtà il rapporto dell’uomo con Dio suppone il peccato dell’uomo. L’amore di Dio è l’amore di Colui che è morto per l’uomo.

«In questo – scrive Paolo – si riconosce l’amore di Dio, che essendo noi peccatori, Cristo per noi morì» (cfr. Rm 5, 8). L’unica cosa che importa è che noi riconosciamo il nostro peccato. La compunzione è una delle componenti essenziali della vita cristiana. Il sentimento del peccato che ci accompagna, non è un motivo di angoscia che ci allontana da Dio, ma piuttosto ci avvicina se Dio si è fatto presente come Salvatore. Per questo le parole di Giovanni sono particolarmente forti: dire che non abbiamo peccato è far bugiardo Dio.

Così ci impedisce di accostarci a Dio l’orgoglio, che non vuole accettare il perdono. Non è la nostra natura che lo attira, è stato invece per il peccato dell’uomo che si è incarnato in una natura umana passibile, che doveva conoscere la morte.

Di qui la conseguenza: «Se dunque riconosciamo il nostro peccato, Dio è fedele e giusto, e ci perdonerà». Sembrerebbe che, essendo giusto, al riconoscimento del nostro peccato dovrebbe seguire la nostra condanna, ma la giustizia di Dio non è una giustizia per la quale Egli ci accusa e ci condanna, è la giustizia per la quale Egli giustifica l’empio, insegna san Paolo. La giustizia è quella virtù che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto. Ma che cosa è dovuto all’uomo da parte di Dio? Dio non ha nessun dovere nei confronti dell’uomo, e l’uomo non ha nessun diritto nei confronti di Dio. Dio non può esercitare questa giustizia. Che cos’è allora la giustizia di Dio? È la giustizia per la quale Egli deve a Se stesso di essere Dio e, siccome Dio è Amore, il fatto che Dio deve a Se stesso di essere Dio, implica per Iddio di essere misericordia infinita. È l’insegnamento del Beato Suso: «L’unica vera giustizia di Dio è la sua misericordia».

Anche una condanna eterna non può riparare il peccato. Il peccato rimane e rimane per sempre l’inferno; dunque l’inferno non ripara il peccato altrimenti la pena non sarebbe eterna. Nessuna pena, nemmeno tutta l’eternità potrebbe mai cancellare il peccato. Se Dio vuole che si compia giustizia, Egli stesso deve farla a Se medesimo. Ma come la fa? Che cosa deve Dio a Dio? Quello di essere Dio, e Dio è l’Amore, l’Amore infinito. Alla giustizia di Dio risponde solo un Amore, una Misericordia infinita.

Ed Egli è fedele: ci ha scelto fino dall’eternità, rimane fedele per l’eternità. Dio ha scelto Israele, Israele rimane sempre il popolo prediletto da Dio. La Chiesa non subentra a Israele, ma la Chiesa è l’olivo che si innesta nella radice santa. L’elezione divina rimane… Dio non cambia. Una scelta che Egli abbia fatto, rimane per sempre. Ma vi è una condizione alla giustizia e alla fedeltà di Dio perché ci perdoni e ci riammetta nella sua intimità: è che noi riconosciamo il nostro peccato.

La prima condizione della vita cristiana non è quella di essere buoni, ma quella di riconoscere il nostro peccato.

Il peccato precede la nostra fedeltà ai comandamenti, ma l’Amore di Dio precede anche il nostro peccato e Dio ci ha scelto nel Cristo, in Colui che avrebbe pagato per noi con la morte di croce, fino dall’eternità.

La prima esperienza che l’uomo ha di se stesso nei confronti di Dio è di essere peccatore. Questo riconoscimento è la condizione prima alla vita. 

Meditazioni sulle tre lettere di Giovanni, San Paolo 2013, pp. 39-42

Senso del peccato e misericordia di Dio (1980)

Il sentimento di umiltà nasce dal rapporto vero col Cristo. È nella misura che conosco Dio che conosco me come creatura, perché fintantoché non conosce Dio, l’uomo si sente sempre qualcosa. Altre volte vi ho detto che l’umiltà deriva dalla fede; cioè se non mi pongo davanti a Dio non sarò mai umile. Potrò esser modesto, ma non sarò mai umile. Nei tuoi confronti io sono un uomo; io posso avere una certa intelligenza e tu ne hai un’altra; ma non c’è mai umiltà, perché nei confronti di un altro uomo io resisto. È soltanto nei confronti di Dio che in me viene meno ogni senso di un mio valore perché tutto ricevo. Lo stesso essere non è mio, ma mi è stato donato. Io non sono nulla! Non potrei mai usare in senso proprio il verbo ‘essere’, perché perfino l’essere mi è stato donato; io non ne ho la proprietà, perché mi può essere tolto in qualunque istante. Io sono sicuro della mia eternità perché Dio me la garantisce, ma in me non c’è nulla che me la possa assicurare. È soltanto dunque di fronte a Dio che posso realizzare il mio nulla.

Ma su ventiquattro ore quanto tempo stai alla presenza di Dio? Si parla di Dio come concetto, ma come si vive realmente alla presenza di Dio? Il problema è tutto qui. Infatti che cos’è la vita del cielo? In cielo non hai da fare altro che stare alla presenza di Dio e vivi questo tuo nulla e l’essere infinito di Dio. Per stare in paradiso non dobbiamo fare altro che vivere nella Presenza. Ed è questo che dobbiamo vivere anche quaggiù. So benissimo che davanti a Dio non siamo nulla, ma lo si dice a parole, perché di fatto poi, non vivendo davanti a Dio, crediamo sempre di essere qualcosa e oltretutto ci teniamo ad essere qualcosa. Il problema è qui: tu devi mantenerti nella sua presenza per sentire il tuo nulla.

Nei confronti del Cristo poi – ecco il peccato – è vero che se tu approfondisci soltanto il senso della colpa, questo non ti porta ad una umiltà che apre, ma ad un senso di abiezione che fa più male che bene, anche sul piano spirituale. Non per nulla sul piano spirituale, indipendentemente dal fatto religioso, oggi, proprio perché c’è meno fede, si desidera che il senso del peccato venga meno perché così l’uomo acquista una maggiore libertà. È giusto? Per chi non ha fede non trovo nulla da eccepire, perché chi non ha fede non ha modo di superare questa paralisi che il senso della colpa crea in lui. Meglio eliminare il senso della colpa, il complesso della colpa, come vi diranno tutti gli psicanalisti. Su un piano naturale è giusto perché non vi è modo di rimediare al peccato.

Per noi il problema è un altro: il senso del peccato nel cristianesimo nasce dal fatto che siamo amati e amati per nulla. E tanto più l’amore di Dio è reale, quanto più si riconosce che questo amore è gratuito. Ma se l’amore di Dio è veramente gratuito, il senso del peccato, invece di paralizzarti, ti apre ad una confidenza sempre maggiore. Ecco quello che dice santa Teresa di Gesù Bambino nell’ultima pagina della sua Autobiografia: «Io sento che se anche avessi commesso tutti i peccati possibili, in me non diminuirebbe di un grado la mia confidenza in Lui» (…).

È la misericordia infinita che fa nascere in noi il senso del peccato; proprio perché non crediamo nella misericordia, noi ci atteggiamo sempre a essere buoni. Proprio perché non crediamo nella misericordia, cerchiamo di farci belli. Una donna che invecchia e può non piacere più al suo uomo, sta davanti allo specchio anche delle ore per farsi bella, e ugualmente le anime pie cercano di farsi belle perché non credono nella misericordia di Dio. Invece nella misura che conosci il Cristo e lo conosci come misericordia infinita, e lo conosci come l’amore incarnato, è proprio il senso del tuo peccato che fa presente in te Lui che è misericordia (…).

Il senso del peccato nel cristiano non è mai separabile dall’atto col quale l’anima si apre alla misericordia infinita, perché se separi il senso del peccato da questo senso della misericordia di Dio, allora tu rompi l’unità della vita spirituale. L’unità della vita spirituale è sempre Dio e l’uomo che realizzano una loro unione nell’amore. L’amore che realizza l’unità fra l’uomo e Dio è un amore che è misericordia, è un amore che suppone il nulla della creatura e il peccato dell’uomo.

Esercizi spirituali ad Arliano (LU), 15 giugno 1980

Sperare nella misericordia (1988)

Una delle pagine più belle che abbia mai scritto il Papa Giovanni Paolo II è sulla misericordia di Dio; la parte finale della enciclica Dives in misericordia è una visione terrificante della situazione del mondo… Però, al termine, una pagina magnifica di speranza, perché se è grandissimo il peccato dell’uomo, la misericordia di Dio è infinita. Noi dobbiamo sperare, non ‘possiamo’, ma ‘dobbiamo’ sperare nella salvezza del mondo, anche se ci sembra che le nostre possibilità siano nulle.

Sì, le nostre sono nulle, ma le possibilità di Dio sono infinite e io debbo sperare nella salvezza. Non posso condannare nessuno: se condanno anche una che ha abortito cinque volte, vado io all’inferno, perché io non posso condannare. Colui che solo condanna è anche Colui che prima di tutto è misericordia. Certo suppone il tuo pentimento, perché non può riceverti se non ti apri ad accogliere il dono divino, però io debbo sperare, e in me la speranza deve crescere. Anche di fronte all’abisso del male che si è rovesciato sul mondo la mia speranza deve crescere; non possiamo essere pessimisti. Dio è il salvatore, se no che cosa sarebbe valso morire su una croce se noi dovessimo essere tutti dannati? E se noi guardiamo intorno a noi, sembra che non vi sia che peccato, immoralità, incredulità… Ma più grande di ogni peccato è l’infinita misericordia divina.

Noi dobbiamo sperare. E tanto più è vera la speranza quanto più essa è priva di motivi umani, il che è come dire che solo il disperato può veramente sperare. Fintanto che tu hai un grosso conto in banca, speri nei soldi, poi speri nella tua salute per potere dare gli esami, speri di avere una buona moglie, e poi in una vita lunga, ecc., ma fintanto che speriamo queste cose non si spera in Dio. È quando ci mancano tutte queste cose che la nostra speranza è vera. E di fronte alla visione terrificante di un mondo che sembra precipitare nel vuoto, deve crescere la speranza nella Chiesa, perché Dio ha voluto la Chiesa per salvare il mondo, non per far bella figura. Dio l’ha voluta perché la Chiesa deve salvare questo mondo, deve operare la salvezza (…).

Eppure diviene sempre più difficile credere. Fintanto che l’uomo era al centro della creazione e la terra il centro dell’universo, era più facile credere che Lui potesse anche farsi uomo, visto che l’uomo valeva qualche cosa. Ma via via che si è proceduto col pensiero, che cosa è diventato non dico l’uomo, ma la storia, la terra, il sistema solare? Eppure io debbo credere che Nostro Signore debba conoscere anche me, pover’uomo. Dio mi conosce e mi ama, Dio che è l’Infinito, Dio che è il creatore degli astri. Credere diviene sempre più difficile, ma è una cosa bella che si debba crescere e sapere che la fede rimane un dono di Dio. Così la speranza. Si va sulla luna, ma intanto non sappiamo nemmeno se fra cinquant’anni l’atmosfera sarà tale da consentire di respirare in santa pace senza restare avvelenati. Tutto sembra crollare intorno a me e poi la morte, e poi il peccato: dov’è per me la possibilità di sperare? Questo peccato che inonda, che allaga la terra, e poi la morte… come faccio a sperare? È proprio per questo che debbo sperare, perché mi manca tutto.

In un apologo buddhista si narra di uno che, precipitando in un burrone, riesce ad aggrapparsi alla radice di un albero e, mentre è lì sospeso sul baratro, vede due topi che rosicchiano la radice. Tale e quale sono io, ma so che le mani di Dio mi tengono su. La radice può essere anche rosicchiata, ma è Lui che mi regge: ecco la speranza, Lui che mi regge, però non vedi le radici. È una speranza che sembra, umanamente parlando, nulla, perché ti devi fidare di un Dio che tace, di un Dio che sembra irreale. Eppure la tua speranza è tanto più vera, quanto più ti mancano motivi umani, perché allora la tua speranza poggia unicamente su Dio.

Ritiro a Casa San Sergio (FI), 12 giugno 1988

Responsabili di tutti i peccati (1980)

Tu puoi essere – e lo sei – il peccato vivente; tu sei responsabile di tutti i peccati del mondo, solidale con tutto il peccato umano; ed è nella misura che realizzi questo che puoi vivere la santità stessa del Cristo.

Non nella misura che ti senti già santa, dato che hai commesso soltanto qualche atto d’impazienza o ti sei semplicemente distratta nella preghiera; per questo fatto sei sul piano dei farisei che pensavano che la grazia divina non fosse altro che un far sì che Dio fosse un tuo debitore. Pretendere che l’uomo abbia dei diritti di fronte a Dio è negare l’amore.

Ora è precisamente questo che a noi cattolici impedisce di essere santi; è questa pretesa stupida e assurda di credere che l’uomo abbia dei diritti davanti a Dio. L’uomo è soltanto colui che è amato ed è amato per nulla; e amato in tal modo che veramente l’amore vince in lui non soltanto il peccato realmente commesso, ma anche la capacità stessa di peccare che è uguale per tutti ed è la possibilità di poter arrivare a commettere tutti i peccati. Se non senti che in te è stato perdonato ogni peccato di adulterio, di assassinio, ecc., tu non vivi l’amore di Dio, perché pretendi di portare davanti a Dio la tua bella faccia, quasi fosse tuo merito se non sei caduta in qualche peccato; quasi fosse tuo merito, indipendentemente dalla grazia divina, il fatto di non essere una adultera, un’assassina, ecc. In ognuno di noi Dio perdona tutti i peccati, ma li perdona nella misura che ne siamo consapevoli.

(…) Vi ho detto altre volte che ciascuno di noi è tutta la Chiesa, ma devo dire di più. La persona è un tale valore che in sé, in atto primo, è potenza di assumere tutta l’umanità. In ognuno di noi è tutta l’umanità. In ognuno di noi è tutta l’umanità che Egli perdona, in ognuno di noi è tutta l’umanità che Egli a sé associa. Ma se in noi è tutta l’umanità, in noi è anche tutta la potenza del peccato. Prima ancora che il Cristo si faccia solidale con tutti nell’essere l’unico uomo, tu sei l’unica sposa. Non è forse vero che il matrimonio implica non solo la indissolubilità, ma anche la monogamia? Il carattere della monogamia e della indissolubilità non sono propri soltanto del matrimonio umano. Sono propri del matrimonio umano perché prima di tutto sono note caratteristiche di questa unione di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. Come Egli è l’”Unico” uomo («Ecce Homo»!; Gv 19, 5), il nuovo Adamo, così ciascuno di noi realizza la propria vocazione cristiana nella misura che è tutta la Chiesa, nella misura che è tutta l’umanità, nella misura che ciascuno di noi si sente responsabile di tutti i peccati per esser perdonato da Lui.

Ma la misericordia divina è tale che realmente ti fa santa della sua santità; non di un’altra santità, ma della sua santità. Nella misura che ti ama, Egli in te depone il suo amore. Nella misura che ti ama e tu accetti di essere amata e perciò credi al suo amore, Egli vive in te e in te non vive che la sua santità.

Ecco la santità di Maria. La vocazione cristiana è stata realizzata in un modo pieno soltanto dalla Vergine; non perché la Vergine sia diversa da noi, ma perché ha creduto all’amore mentre noi non ci crediamo. «Beata tu che hai creduto!» (cfr. Lc 1, 45). La beatitudine di Maria è soltanto in questo credere all’amore di Dio che Ella ha vissuto sino in fondo. Tu non ci credi, io non ci credo, san Paolo non ci ha creduto, san Pietro non ci ha creduto: nessuno ci ha creduto come la Vergine. Per questo solo la Vergine ha realizzato sino in fondo questa vocazione ed è santa. Ma nella misura che ciascuno ci crede, realizza questa vocazione ed è santo. Santo di una santità minore della Madonna, ma non per questo meno reale, perché la fede nell’amore di Dio non raggiunge la purezza, la semplicità, l’universalità della fede della Vergine pura. Ma proprio perché la sua fede è piena, proprio per questo in Lei è stato rimesso ogni peccato. Tutto il peccato umano è stato in lei rimesso prima ancora che lo contraesse; ed è per questo che Ella è il rifugio dei peccatori, la prima perdonata, colei che – come dice la Bolla Ineffabilis – è «sublimiori modo redempta».

 

Esercizi ad Arliano (LU), 13-17 giugno 1980

 

La pena più grave (1984)

La Chiesa è la sposa e anche ciascuno di noi è la sposa, perché ciascuno di noi è tutta la Chiesa. Dice san Pier Damiani: In pluribus una, una in tutti, ma anche in singulis tota, tutta in ciascuno. Io sono tutta la Chiesa e ognuna di voi è tutta la Chiesa, nella misura in cui si realizza la nostra vocazione alla santità.

E che cosa vuol dire essere tutta la Chiesa? Che cosa dà l’umanità al Cristo? La morte, i peccati. Che cosa dà il Cristo a noi? La sua vita divina, il suo Spirito.

Che cosa dobbiamo portare al Cristo? Non solo il nostro peccato, ma il peccato di tutta l’umanità. Sentiamoci responsabili di tutto il peccato del mondo per offrirlo a Lui e ottenere per tutti misericordia e perdono. Quella misericordia che vogliamo per noi, non possiamo dividerla dalla misericordia che dobbiamo volere per gli altri, per tutti.

(…) Noi tutti dobbiamo sentirci impegnati a vivere questa corredenzione, assumendo sopra di noi, insieme a Gesù, il peso del peccato del mondo. Peso che Gesù in qualche modo riceve da noi, sia perché noi siamo peccatori in atto, sia perché anche il peccato che non abbiamo commesso è in certo modo nostro per il fatto che siamo una sola cosa con tutti. Non possiamo dividerci dagli altri. Pertanto è il peccato di tutti che, attraverso di noi, viene ad essere assunto dal Cristo.

Ecco che cosa vuol dire vivere la dimensione ecclesiale dell’Eucaristia: vuol dire vivere questa solidarietà col peccato umano.

È impressionante la preghiera di Gregorio di Narek in cui egli si accusa, per pagine e pagine, dei peccati più gravi: stupri, assassini, adulteri, sacrilegi innumerevoli. Si rimane senza fiato! Eppure non possiamo dividerci da alcuno. Divenendo la sposa del Cristo, per l’Eucaristia ognuno di noi diviene tutta l’umanità che Egli chiama di nuovo all’unione con Lui.

(…) È questa solidarietà che la Comunione deve sviluppare in noi dandoci il senso del peccato universale, per portarlo a Cristo, perché Lui lo vuole da ciascuno di noi. Dobbiamo sentirci coperti, oppressi dalla responsabilità del peccato universale, perché, in noi che Egli ama, questo peccato sia redento, sia cancellato e in noi Dio usi misericordia a tutti. Perché noi siamo tutti.

(…) Santa Teresa di Gesù Bambino, assumendo il peccato del suo tempo, l’incredulità, deve vivere l’angoscia terribile della mancanza di fede, quasi Dio non fosse più. Lei stessa dice infatti di non credere più. Usa proprio questa espressione. Certamente credeva, se no, chi la faceva stare lì, chi le faceva vivere quella vita di preghiera? Però era come se non credesse, tanta era la sua pena, tanta era l’angoscia. Il peccato del mondo gravava su di lei con i suoi effetti, col senso dell’irrealtà del mondo divino.

È la pena più grave che un’anima possa soffrire. Ma è proprio questa la purificazione che Dio oggi chiede alle anime. Santa Teresa di Gesù non l’ha conosciuta, e nemmeno san Giovanni della Croce, mentre santa Teresa di Gesù Bambino, vissuta in un tempo in cui l’incredulità avanza, deve vivere questo senso dell’assenza di Dio, questo senso della morte di Dio, per usare il linguaggio proprio di certa teologia moderna.

E anche voi, nella misura in cui vivete la vostra unione nuziale col Cristo, vivrete questo dramma perché il peccato del mondo deve pesare su di voi, non in quanto voi lo commettete, ma in quanto dovete portarne il castigo: l’abbandono del Padre. Sentirsi come sospese nel vuoto, sentire inutile, forse assurda, la propria vita è la pena che possono provare le anime religiose di oggi e che non provavano quelle di cento anni fa.

Chi ci farà resistere? (…) La grazia di Dio. Questa grazia farà vivere anche a voi la morte, perché l’unione col Cristo si realizza nella sua morte. Il talamo delle nozze con Lui è la Croce, nella quale ci si distende come Lui ci si è disteso. Forse non è troppo piacevole, però è così che si ama!

È in questa morte che veramente l’anima vive l’unione, perché è nella morte che si dona al Cristo quello che si è, quello che si ha. E il Cristo ci dona quello che Egli è: l’Amore.

Spiritualità carmelitana e sacramenti, II ediz., pp. 208-214