domenica, Ottobre 25, 2020

Lo stupore di fronte alla bellezza (1964)

La vita monastica implica un rapporto costante col mondo di natura. Per questo i monaci scelgono i monti o le valli, le foreste o i deserti, vivono sulle rive dei fiumi. Carlo de Foucauld insegna l’importanza che ha avuto nella sua vita religiosa il deserto. Nulla può sostituire per la vita contemplativa questo rapporto umile con una creazione che ancora parla di Dio.

Dobbiamo imparare di nuovo a gustare le cose, dobbiamo imparare di nuovo a meravigliarci, ad aprirci allo stupore dinanzi alla bellezza del mondo, dinanzi al silenzio dei cieli, dinanzi alla vastità dei mari, dinanzi all’umiltà del bambino, dinanzi a tutto quello che è puro. È necessario impararlo di nuovo.

Capisco quanto sia difficile per molti che vivono nelle città, vanno all’ufficio. La vita monastica implica il ritorno dell’uomo a un contatto più verginale con le cose. Bisogna che non si ottunda in noi il senso del sacro; bisogna che siamo sollecitati continuamente a un incontro con Dio attraverso tutte le cose, con un Dio che è bellezza più grande dei cieli, con un Dio che è vastità più grande dei mari, ed è luce più pura del giorno, ed è notte più fonda di ogni notte, ed è stabilità più ferma della roccia. Non sono questi i nomi di Dio? Egli è la Roccia, Egli è il Fuoco, Egli è la Montagna, Egli è il Cielo. Non perché il mare, il cielo, non perché il fuoco si identifichino con Dio, ma perché nel fuoco, nella luce, nel mare io non incontro che Lui.

Attraverso tutte le cose la mia comunione è con Dio che attraverso tutte le cose si rivela e si comunica a me. Non dobbiamo lasciarci prendere dalla fretta, dobbiamo saper gustare le cose. Rimandiamo sempre al minuto che sopravviene all’incontro. Hai da andare a far la Comunione? Ma intanto guarda il cielo com’è bello: è già questa una comunione con Dio. Hai da andare a fare scuola? Devi prendere il treno, il biglietto? Fermati un istante a guardare com’è bello il mare!

Non lasciamoci prendere dalle cose, non ci lasciamo usare dalle cose. Sappiamo invece mantenerci in umile attenzione perché le cose possano parlarci così come dice il salmo: “I cieli narrano la gloria di Dio”. Non soltanto i cieli, ma anche i monti, il mare, anche l’uomo: tutte quante le cose!

Nel mio contatto con tutto, nel mio incontro con le cose io debbo incontrarmi con Lui, che attraverso tutto mi viene incontro. Certo, questo incontro è un incontro reale ma nell’oscurità più fonda. Io non vedo il Suo volto; ho il presentimento soltanto di una Sua presenza, di una Sua realtà, che non somiglia alle cose, e pur tuttavia le cose mi fanno presente. Sappiamo attendere e gustare: la nostra anima ritorni verginale. Finché non ritorniamo ad essere capaci di questa gioia che è lo stupore di fronte alla bellezza, noi non riusciremo a essere veramente delle anime che vivono in una comunione costante con Dio.

Verso la visione, Edizione Morcelliana 1964, pp. 50-51

Una piccola lente che raccoglie tutta la luce (1986)

Vivere l’unione con Dio nella comunione di tutti i santi vuol dire essere come la lente che raccoglie tutta la luce del sole. Siamo una lente piccina davvero, se ci misuriamo con l’universo, ma siamo una lente che deve raccogliere tutta la luce; così anche nel cuore dell’uomo tutto il mondo deve farsi presente. Ecco il nostro impegno: vivere nella Chiesa ed essere la Chiesa nella misura che egli, essendo lo Sposo, mi comunica tutto se stesso (…).

Forse finora vivere una spiritualità ecclesiale voleva dire per voi soltanto fare il catechismo o spazzare la chiesa. La nostra carità non deve escludere nulla, però l’atto umile, semplice, che ci può essere chiesto, deve essere segno di una carità universale, che testimonia una purezza, una pienezza di amore che ci fa uno con tutti, che fa tutti uno con noi (…).

Quante anime mi hanno detto: «Ma io faccio a meno dei santi, vado diretto a Dio». Forse Dio si fa trovare al di fuori di questa carità universale che tutto abbraccia, forse l’esperienza tua di Dio può essere più grande, più vasta, più profonda di quella di una santa Teresa, di quella di un sant’Agostino? Chi pretendi di essere? Dio ha comunicato alle anime tanta ricchezza di vita perché tu possa riceverla da loro, perché i santi posseggono il dono di Dio per donarlo, per comunicarlo a te che sei più che un fratello, al quale essi tutto debbono dare nella loro carità. Io debbo donare tutto, ma debbo anche saper ricevere tutto.

È significativo che nella spiritualità monastica, più ortodossa delle spiritualità moderne troppo legate alla psicologia, uno dei doveri fondamentali della vita religiosa fosse la lectio divina che non è soltanto la lettura della Sacra Scrittura, ma anche dei libri di tutta la tradizione monastica e teologica: i Padri della Chiesa, i monaci. San Tommaso ogni giorno leggeva in ginocchio una conferenza di Cassiano. Egli era certo più grande di Cassiano, eppure si sentiva debitore a lui e a tutti coloro che l’avevano preceduto. Conosceva i filosofi ebraici – Maimonide -, quelli arabi -Averroè, Avicenna -, conosceva i monaci e la loro teologia, conosceva i Padri. Egli possedeva nel cuore tutta la tradizione e ne era il testimone perché egli aveva assimilato, assunto ogni valore di cultura, di conoscenza di Dio. Egli è divenuto il più grande Dottore della Chiesa non con un’esperienza individuale di Dio, ma in un dilatarsi della sua anima ad abbracciare ogni cosa. Così egli ha vissuto un’altra grande, profonda, vasta conoscenza del mistero di Dio.

(…) Vivere il mistero della Chiesa vuol dire aprirci ad accogliere tutti e vivere sempre più la vita dell’universo. Tutta la tradizione deve in qualche modo coagularsi e farsi presente in ciascuno di noi; essa non consiste nei libri, che sono roba morta, ma è una corrente di vita che giunge fino a me attraverso tutti i rivoli; la teologia orientale, la teologia occidentale, la teologia francescana, la teologia domenicana, la santità di Teresa, la santità di Francesco. Tutto confluisce e si fa presente in me. La tradizione è la trasmissione della vita e avviene nella tradizione ecclesiale come nella vita naturale: attraverso tutte le generazioni ciascuno di noi è l’ultimo frutto. E questo avviene anche nella Chiesa cattolica; la vita procede, di generazione in generazione passa a coloro che vengono. Io debbo sentirmi impegnato a raccogliere tutta questa vita in me per comunicarla poi alle generazioni che verranno.

Cerchiamo allora di dilatare davvero il nostro cuore e di accettare la fatica immensa che ci vuole per vivere la vita cristiana nella consapevolezza, nella coscienza di non poter escludere nulla e nessuno, per identificare la nostra vita a tutta la Chiesa, a tutta la creazione, a tutta la storia del mondo. Gli etruschi, gli egiziani, gli assiro-babilonesi, gli ittiti, vogliono che tutti vivano in me; se nessuno li pensa, essi sono morti due volte. Devono risuscitare e vivere in me. Lo spirito umano è una lente che raccoglie la luce di tutti i secoli e di tutto l’universo; una piccola lente, ma in essa tutta la luce diviene un raggio solo.

Esercizi spirituali del 25-29 giugno 1986 a Paestum (SA)

 

Inferno e paradiso sono qui (1970)

Dio è veramente presente quaggiù: non si può dire che il mondo sia vuoto di Dio, non si può dire che la vita degli uomini sia il silenzio di Dio, non si può dire che Dio è scomparso e non è più presente nel mondo. Se non fosse presente nel mondo, già il mondo si sarebbe trasformato nell’inferno; l’inferno non è altro che questo. E difatti è certo e vero anche questo, che nella misura che noi non crediamo già il mondo diviene l’immagine dell’inferno di domani, perché è vero che siamo già in paradiso, ma si può dire anche che siamo già nell’inferno. L’inferno e il paradiso non sono aldilà, sono già ora: nella misura che tu non credi, nella misura che Dio già ora non si comunica a te, diviene per te veramente non più rivelato, tu sei già all’inferno (…).

L’inferno è già qui, come è qui il paradiso. La morte non porta nessun cambiamento essenziale, tranne questo: il compimento di un’esperienza. Oggi sul piano ontologico siamo quello che saremo domani; sul piano sperimentale, oggi, la mia esperienza di essere in paradiso è minima, così come è minima la mia esperienza di essere all’inferno. Tuttavia anche questo dobbiamo dire: non è vero affatto che l’essere cristiano nella vita presente sia soltanto un fatto ontologico e non anche sperimentale. Vi è un’esperienza cristiana e vi è un’esperienza anche dell’inferno quaggiù. (…) Anche sul piano sperimentale c’è già un certo senso dell’immutabilità dell’essere, c’è un certo senso della pienezza dell’essere; la pace. C’è un certo senso della gioia di essere amati, per te cristiano. Lo stesso è anche di questo essere nell’inferno che è proprio di colui che rifiuta la fede, di colui che non vuol vedere più Dio, di colui per il quale Dio ritorna a non essere rivelato: quest’uomo non perde forse il significato della vita? Può cercare di ubriacarsi, può cercare di affogarsi nelle donne, nei piaceri, in tutto quello che volete; ogni sua angoscia però nel fondo rimane. Egli sente che la sua vita è sospesa nel vuoto, sente che la sua vita non ha nessun senso, sente l’assurdità dell’esistenza. Per me gli scritti più religiosi oggi – anche più religiosi di quelli di Paolo VI – sono gli scritti di Samuel Beckett: non perché sia cristiano, ma perché ci dice questa esperienza dell’inferno dell’uomo contemporaneo. Avete presente in “Giorni felici” la donna prosperosa che viene riassorbita come dalle sabbie mobili? E lei canta e dice: “Oh, com’è bella la luce”. Prega, e nessuno risponde. La vita umana non ha senso, e tu, ubriaco, non te ne rendi conto e intanto affondi: l’inferno.

Inferno e paradiso non sono realtà del tutto escatologiche; sono sì escatologiche, ma non sono realtà che sono future perché l’escatologia già è anticipata. Con il Cristo l’ultima età è venuta, se noi siamo cristiani. E non lo siamo altrimenti; se noi siamo cristiani noi crediamo che col Cristo si sono adempiute le promesse di Dio. Ora, se si sono adempiute le promesse di Dio, già dunque l’umanità è stabilita nel piano ultimo e il piano ultimo è uno solo: il cielo e l’inferno, cioè il vuoto di Dio, ormai totale, o invece la presenza di Dio. (…). L’uomo che non vede più Dio e vive già il vuoto, lo vive in anticipazione, e vive già la sua condanna, la vive in anticipazione, in un’anticipazione reale.

L’inferno e il paradiso non sono di domani, sono di oggi.

Dal ritiro tenuto a Bologna il 5 febbraio 1970

Una spina nel fianco (1967)

Ecco quello che s’impone a noi in quanto apparteniamo alla Comunità dei figli di Dio: essere la presenza viva di Gesù in mezzo agli uomini, essere la testimonianza di Dio per gli uomini che lo hanno perduto. Noi dobbiamo essere questo, dunque non possiamo rinunziare ad essere santi; non si impone a noi che questo. Badate, se la Comunità vi avesse chiesto di fare le infermiere in un ospedale, di insegnare in una scuola cristiana, voi potevate pensare di rispondere alla vostra vocazione per il fatto che eravate dei buoni professori o delle buone infermiere, ma io non vi chiedo di essere delle infermiere, anche se lo siete: io vi chiedo di essere figli di Dio. Ut sitis filii Patris vestri, “affinché siate figli del vostro Padre che sta nei cieli”. Ed essere Figli vuol dire vivere come il Figlio per essere la manifestazione, la rivelazione della santità di Dio in mezzo agli uomini, la santità di Dio che è la purezza, la santità di Dio che è l’umiltà, la santità di Dio che è carità, che è luce. È questo che ci dice la preghiera che diciamo ogni giorno, ma noi non la diciamo mai, forse, come il programma stesso della nostra vita. “Tu sei l’umiltà e amore, Tu sei sapienza, Tu sei pazienza”: tutto quello che Dio è, tu devi esserlo, perché quello che il Padre è si rivela nel Figlio e tu sei il figlio nel quale Dio si vuol rivelare.

Miei cari fratelli, mie care figliole, ora certo sento più profondamente la mia responsabilità nei confronti della Chiesa e nei confronti di Dio, perché se Dio non si è stancato di me io debbo anche rendermi conto che non basta una qualunque virtù perché possa rispondere ai suoi disegni divini. Probabilmente Dio mi vuole un gran santo: non dico nemmeno un santo, ma un gran santo. Sono ben lontano dall’esserlo, ma non posso rifiutarmi dal volerlo divenire, non posso rifiutarmi di tendervi. Si impone una grande santità che sia veramente non solo esemplare, ma una forza che trascini il mondo, che ridoni al mondo la verità e la vita. Quando a tre anni volevo essere arcipapa, in fondo già il Signore mi chiamava a quello che anche oggi io sento: essere una guida per il mondo di oggi, essere una luce per il mondo di oggi, essere una forza per il mondo di oggi, e non posso rinunciarvi. Può sembrare megalomania questa: lo sarebbe se non sapessi fino in fondo quanto sono lontano da essere tutto quello che debbo essere, lo sarebbe se non fossi consapevole che non posso avere altra speranza che nella misericordia di Dio che mi ha sopportato finora e che, nonostante me stesso, ancora mi vuole, non mi ha tolto la vocazione che un giorno mi diede. Sento dunque la mia responsabilità verso di Dio, ma la sento anche nei vostri confronti. La sento perché quello che Dio vuole da me lo vuole anche da voi, e io non dovrei lasciarvi in pace fintanto che voi non sapete rispondere a questa voce divina; non dovrei lasciarvi nella vostra mediocrità, contente, soddisfatte di quello che avete fatto, di quello che fate. Dovrei essere uno stimolo sempre nel vostro fianco, una spina nel vostro fianco, come diceva Kierkegaard di sé, per impedire di riposare. Come il cavaliere con lo sprone stimola il cavallo alla corsa, così io sono vicino a voi.

Ritiro a Firenze, 23 aprile 1967

 

 

La ribellione dell’ateo ci interpella (1968)

La nostra vita religiosa è manifestazione di falsità e di ipocrisia. Si deve aggiungere che è soprattutto nella nostra vita religiosa che noi siamo ipocriti: molto spesso all’atto della nostra vita religiosa non risponde nulla. Ed è proprio per questa ragione che il mondo ci rifiuta. Non è soltanto perché la vita religiosa – come molti di loro dicono – non è efficiente, non opera nulla; è perché non realizza nulla per Colui stesso che la vive. Viviamo realmente un rapporto con Dio? Usciamo veramente di noi stessi? Non è dunque allora molto meglio andarsene a spasso e mangiare dei gelati piuttosto che dire l’ufficio e fare la meditazione?

Molto spesso la vita religiosa non solo è vuota e inutile ma rischia di compromettere l’autenticità della nostra vita umana. Il rifiuto di molti ad essere religiosi ha un suo fondamento, non giusto in sé oggettivamente, ma giusto perché è reazione alla nostra vita religiosa che non e autentica, reazione di una umanità concreta a una vita in cui invece la stessa nostra umanità viene disciolta, viene dissipata, viene sciupata. Come più nobile, molto spesso, è la vita di chi non vive e non vuole vivere una vita religiosa: non in quanto va contro Dio (almeno direttamente), ma in quanto va contro i cristiani, contro le anime religiose. E come questa reazione e questo rifiuto da parte di tanti di vivere una vita religiosa non solo è un rimprovero ai cristiani, ma è testimonianza a rovescio, ma più efficace, della stessa vita religiosa di coloro che si professano credenti. Forse è testimonianza più vera e autentica la loro che la nostra, e pertanto glorifica Dio più la loro che la nostra vita.

Per questo dobbiamo applaudire gli atei? Non voglio subito dire di no. Ma anche se non dobbiamo arrivare ad applaudire gli atei, dobbiamo accusare i cristiani e accusare soprattutto noi stessi. Molto spesso del peccato dell’ateismo colpevoli sono i cristiani, anzi soprattutto i cristiani, anzi soltanto i cristiani. Dico soltanto i cristiani.

Chi conosce Dio e non è santo è sempre un ipocrita, assolutamente un ipocrita e soltanto un ipocrita.

Vivere un rapporto con Dio dovrebbe impegnare talmente tutto il nostro spirito, tutto l’essere nostro da dare alla nostra vita non solo un contenuto di grandezza, ma un tale splendore, una tale luminosità da essere noi il segno di una Divina Presenza. Nessuno potrebbe negare Dio se ci fosse un cristiano vivo, perché un cristiano vivo è per gli uomini già segno inconfutabile di Dio, garantisce gli uomini di una sua presenza viva. Non per quello che egli fa: per il fatto che è, perché anche Dio non fa nulla, Egli è. E così il cristiano non è soltanto grande per quello che fa, quanto per il fatto che realizzando la sua vocazione diviene segno di Dio.

È partendo dalla posizione del mondo moderno nei confronti della religione che dovremo rivedere la nostra stessa vita religiosa. È giusto. Oltre tutto saremmo già dei dannati se non ci rendessimo conto che ogni persona che vive in questo mondo pone un problema all’uomo. Non solo siamo interpellati da Dio attraverso la Scrittura e gli avvenimenti; siamo interpellati da chiunque vive con noi: dagli atei, dagli assassini, da chiunque.

Perché il cristiano non è solidale con tutto il mondo, ma ha la missione per tutto il mondo di essere il Cristo. Cioè la relazione che passa fra l’uomo e Dio (ed è necessaria) è la relazione che passa in concreto fra gli uomini e i credenti, fra tutti gli uomini e me che sono cristiano, fra tutto il mondo moderno e me che sono il testimone di Dio. Io non posso leggere nessuno scritto di un ateo – letterato, filosofo – senza sentirmi personalmente interpellato. Non lo condanna Dio; è Lui che condanna me, perché se condanno, io già per questo medesimo fatto non sono più cristiano. Non siamo chiamati a condannare nessuno. Ma qualunque posizione degli altri é di fatto una domanda che ti si fa, è un problema che ti si pone. Siamo veramente interpellati da tutto.

Dicevamo che si deve partire dalla posizione dell’uomo moderno nei confronti della religione. Intanto si pone questo: l’uomo moderno, anche quello che vuol rimanere cristiano, è essenzialmente portato all’opposizione alla religione. Questo è vero per tutto il protestantesimo, ma anche per tutta la cattolicità. Non possiamo negare, per esempio, che qui in Italia ci sono circa cinquantadue milioni di battezzati. Non c’è in tutti loro, una segreta polemica nei confronti dei preti, dei frati, della curia romana, del Papa? E non perché sono atei: perché sono cristiani. A meno che non vogliate dire che tutta questa gente – che non è battezzata veramente e consapevolmente – con piena responsabilità voglia opporsi a Dio. È troppo comodo per chi vuol rappresentare Dio il condannare tutti gli altri. Ma quando si condannano gli altri, già siamo condannati noi stessi, perché nessuno ci autorizza a condannare. Io non posso condannare né Mao, né Marcuse. Se tu lo condanni, già sei fuori del Cristianesimo. Nessuno ti ha dato l’autorizzazione a condannare. Metterti al posto di Dio è per te la condanna all’inferno, perché finché vivi sei chiamato a salvare e non a condannare nessuno dei fratelli”.

Esercizi spirituali a Villazzano (Trento), 12 agosto 1968

 

 

Una tentazione insidiosa: lo scoraggiamento (1970)

Noi in fondo siamo tentati in duplice modo: o ci abbandoniamo al facile entusiasmo di chi sempre più si sgancia dalla parola divina, sempre più si sgancia dal mistero del Cristo per una dissoluzione del mistero cristiano nella pura socialità, nella pura storia mondana ed è molto spesso la tentazione che prende i più oggi nella Chiesa. Ma un’altra tentazione, ugualmente pericolosa, sotto certi aspetti più pericolosa ancora, ci può sviare ed è la tentazione dello scoraggiamento, è la tentazione che sia in qualche modo irrevocabile, sia in qualche modo senza possibilità di soluzione questo slittamento verso un mondo sempre più ignaro di Dio, un mondo sempre più, se non ostile, indifferente al problema religioso e al Signore. Questa tentazione è anche più pericolosa ed è quella che può prendere noi della Comunità. Siamo abbastanza preservati, abbastanza difesi nei confronti della prima tentazione; tutta la nostra formazione infatti ci porta a difenderci contro una visione del cristianesimo che praticamente si risolve nella pura vita mondana. Ma noi non siamo preservati da essere tentati dallo scoraggiamento per l’inutilità dei nostri sforzi, non siamo preservati dalla tentazione di sentire come inevitabile, come irrevocabile, questo cammino che ci porta lontani da Dio, che sembra veramente sostituire a Dio un mondo profano, un mondo del tutto vuoto di ogni sacralità. Alcuni giorni fa un sacerdote mi diceva: «Ma lei ha fede? Ma sì, qualche volta mi domando se non è tutta una illusione il nostro cristianesimo (…). Non ci saremo noi stessi illusi? Noi stessi non abbiamo forse giocato di fantasia?».

La tentazione non è magari portata a questi estremi, ma, forse, non la sentiamo portata a questi estremi perché siano meno impegnati di tanti sacerdoti. Nella misura che uno è impegnato sente l’inutilità del suo sforzo, nella misura che uno è impegnato sente in fondo che il popolo è sordo; tutto quello che egli fa non gli dice più nulla. O tu ti metti sul suo piano, o se no tutto quello che fai è veramente olio sull’acqua, non ha più nessuna incidenza, più nessun potere. E allora è inevitabile che la tentazione ci prenda, ci stringa alla gola e sentiamo come se fossimo davvero dei fossili, come se fossimo davvero delle reliquie di un passato ormai morto. È proprio giusto per noi rimanere così legati a un passato che non risorgerà mai più? Ecco la tentazione che ci può prendere.

Rendiamoci conto: Dio è presente ed è vivo! (…) Credo proprio che s’imponga per noi non essere dei Geremia, non fare delle geremiadi, ma attendere con sicura fiducia il momento di Dio. Non soltanto però attenderlo, anche cercare di anticiparlo. In che modo? Attraverso il lavoro? No, perché tu senti benissimo che per quanto riguarda il lavoro, il lavoro diviene sempre più inutile, sempre meno incide, sempre più tutto quello che fai non ha peso, non tanto nel lavoro, quanto precisamente in quello che è stata sempre la nostra vocazione. Oggi tanto più s’impone che noi viviamo nell’esercizio di una fede che è tanto più grande quanto deve vincere l’assurdità del mondo, quanto più deve farci forti nei confronti di una tentazione che sembra insuperabile.

Noi dobbiamo essere anime di fede. Mai come oggi si poteva imporre questa fede, mai come oggi s’impone una speranza in Dio. Siamo in un mondo che è ostile, in un mondo che è indifferente, in un mondo che è vuoto di Dio. Ricordiamoci i dodici pescatori della Galilea: erano dodici che entravano nel mondo, vi entravano con la sicura certezza che tutto il mondo era fatto per Cristo: “Andate, predicate a tutte le genti, vi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra”. Erano dodici uomini che non avevano fatto nemmeno le elementari e tanto meno le medie, e a loro ha confidato questa immensa missione. Essi non si sono turbati; sono entrati nel mondo. Non avevano mezzi, non avevano lingua, non avevano nessuna udienza. (…) Il fatto che questo mondo è totalmente estraneo al cristianesimo non toglie minimamente agli Apostoli questa fede generosa, questa fede viva, questa fede eroica che fa assumere loro il peso immenso di una missione universale di salvezza.

Proprio così noi dobbiamo vivere; proprio perché manca di più la fede nel mondo, tanto più dobbiamo irrobustirci noi in questa fede. Laddove manca l’amore aggiungi amore; se manca, dunque, fede nel mondo, in te deve essere ancora più grande questa fede. Dobbiamo reagire così.

Ritiro a Viareggio del 9 marzo 1970

Non mandatemi all’inferno! (1982)

La sequela del Cristo non implica una purificazione dall’egoismo metafisico, cioè un superamento di quelle che sono le esigenze proprie della nostra natura umana, in quanto siamo uomini; e di fatto, in questo campo ci sono santi che hanno vissuto una vita normale. Quello che è importante nel seguire Cristo è la purificazione dall’attaccamento ai beni in quanto questi beni divengono fine e non mezzo, la liberazione dall’egoismo in quanto noi non dobbiamo vivere per noi stessi ma dobbiamo vivere per Dio, per i fratelli, e questo è il cammino della nostra vita spirituale. Io non vi chiedo di cambiare esternamente la vostra vita: chiedo a voi e chiedo a me di esaminarci costantemente se il nostro cuore, se la nostra anima vive questo bisogno continuo di liberazione dall’egoismo, sia sensibile, sia spirituale che mira a fare degli altri soltanto il piedistallo della nostra gloria.

Sapete che è una cosa terribile, per esempio, per me essere a capo della Comunità? Per me è facile strumentalizzare voi alla mia gloria. Io sono il fondatore, e allora è facile per me strumentalizzare perfino gli uomini, perfino le anime immortali, a una mia gloria, a una mia piccola fama. È un pericolo costante; bisogna che io costantemente cerchi di purificare ogni mio rapporto con voi, sentirmi vostro servitore e non sentire voi a servizio della mia gloria, del mio orgoglio, del mio amor proprio, della mia vanità. Guai! Sarebbe meglio essere in un eremo e non parlare più a nessuno, perché magari vado a parlare di Dio e invece non faccio altro che predicare me stesso, sapendo che in fondo mi diranno: «Oh! Che bella meditazione!». È terribile sentirsi dire queste cose, perché qualche cosa ci si attacca, ed è male. Mi mandano per forza all’inferno!

La vita cristiana implica una liberazione progressiva da ogni orgoglio, da ogni vanità, da ogni amor proprio. Se non c’è questa liberazione, si gioca: io parlo tanto di santità, io parlo tanto di virtù, e sono io che poi vado laggiù! Mando voi in paradiso e io poi vado all’inferno: credete che sia una cosa bella? Non mandatemi all’inferno, cercate davvero che il cammino della mia vita, come il cammino della vostra, sia un cammino di purificazione costante, purificazione da ogni orgoglio, da ogni amor proprio, da ogni vanità, da ogni ricerca di noi stessi, da ogni volontà di affermare noi stessi, perché è Dio che deve essere affermato, è Lui che debbo servire, è Lui che devo lasciarvi. Guai se dopo di me rimango io! Dopo che sono andato via deve rimanere Lui: io non ci sono più, non debbo avere nome, nulla, perché Lui sia Dio.

Tutto questo è il cammino mio, ma è anche il cammino vostro.

Dall’Adunanza a Firenze del 7 marzo 1982

I collaboratori di Dio (1975)

Io non so quale coraggio abbiamo avuto nel donarci a Dio. Probabilmente non abbiamo avuto bisogno di coraggio, perché quando siamo stati ordinati sacerdoti si capiva ben poco. Un ragazzo a ventitre anni non si può dire che capisca gran cosa, anche se sa bene la sua teologia e agli esami gli hanno dato trenta e lode. La sua è sempre una scienza libresca. Ma quando l’uomo si trova di fronte a un mondo che egli deve salvare, a un mondo a cui deve portare Dio e non sa in che modo parlargliene, come gli cascano le braccia, come è preso da sgomento! L’uomo sente allora che la sua missione è più grande di lui, sente che non vi è proporzione alcuna fra le possibilità umane anche le più grandi e la missione che ha ricevuto da Dio. Non serve il potere politico, non serve il potere economico, non serve la cultura, o la giovinezza. Tu non sai in che modo poter raggiungere il mondo, queste anime che sembrano perdute, che sembrano non voler sapere più nulla di Dio.

(…) Sembra che il mondo ci sfugga di mano, sembra che il mondo non voglia più saperne di noi (…). Per il mondo, sul piano storico, noi sembriamo dei sorpassati; pare quasi che siamo, almeno un poco, dei pezzi da museo. Per il mondo non appare che la Chiesa stessa sia soltanto la reliquia di un’epoca che è per finire, se non è già finita? Mi ricordo dell’impressione penosa che ebbi vivendo per qualche giorno in un episcopio, vasto ma fatiscente, con un vescovo, umile e buono, ma solo e avanti negli anni e malato. La vita era altrove. Tutto sembrava spingermi a fuggire. Mi ricordo dell’impressione che ebbi quando predicai gli Esercizi spirituali in una grande abbazia benedettina dove i rari monaci si muovevano come larve nella vastità vuota dei corridoi come di un cimitero.

Eppure sappiamo e dobbiamo credere che questo mondo Dio ce lo ha dato nelle mani. Non è il mondo, non è la storia che deve salvarci. Magari facciamo mostra di custodi di museo, vestiti di rosso o di viola, eppure non è questo mondo che può salvare noi e che ci vuol salvare perché facciamo bella figura e siamo un pezzo di colore: siamo noi che dobbiamo salvare questo mondo. Chi ci manda? Ci manda Dio stesso. Dobbiamo avere questa fede; soltanto nella misura che noi siamo consapevoli che è un Dio che ci ha chiamati, la nostra povertà non è più un impedimento, ma diviene piuttosto strumento dell’onnipotenza e motivo maggiore per noi di glorificare Dio, di ringraziarlo che ci abbia scelto per Sé. Poveri, deboli come siamo, Dio ci ha voluto strumento della sua grazia, Dio ha voluto usare di noi, e ci ha chiamato a lavorare con Lui. Non è con il mondo, miei cari fratelli, che dobbiamo collaborare, ma dobbiamo collaborare con Dio. Questo ci insegna la Sacra Scrittura: noi siamo i cooperatores Christi, i collaboratori di Dio (cfr. 1Cor 3,9).

Dio ha voluto aver bisogno della nostra povertà. Non vi è nulla di più grande, nulla che veramente ci possa commuovere di più di questo amore di Dio, che non soltanto ha voluto donarsi a noi per essere nostro, ma ha voluto chiederci ed accettare anche la nostra umanità, la nostra povertà, quasi ne avesse bisogno per l’opera sua. Ha voluto chiederci il servizio della nostra povera umanità, quasi Egli ne avesse bisogno. Ha voluto scegliere la nostra povertà, la nostra miseria, quasi che senza di noi Egli non avesse potuto compiere quello che Egli comunque avrebbe compiuto.

Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, 2010, pp. 67-71

Il cristiano nell’era della globalizzazione (1959)

Il mondo si è fatto piccolo per l’uomo, non è più sconosciuto all’uomo. Tutto oggi avvicina gli uomini agli uomini: la storia, l’antropologia, ci aprono gli abissi ignorati, gli abissi oscuri di un tempo remoto che noi nemmeno sospettavamo, qualche centinaia di anni fa, che fosse mai esistito. La politica, la geografia, la tecnica presente fanno vicini a noi popoli e culture che fino ad ora erano perfettamente impenetrabili e chiuse. Pensate che cosa ha mai fatto nel nostro ‘900 la radio, la televisione, che cosa hanno fatto gli aerei; che cosa hanno fatto poi le guerre, che cosa hanno fatto i partiti politici! Tutto tende in fondo, non soltanto ad una universalizzazione della cultura, ma anche ad una unificazione degli uomini in un piano anche, direi, sociale, in un piano anche politico, in un piano anche culturale. Indubbiamente tutto questa facilita la nostra vocazione cristiana, la nostra vocazione monastica; la facilita perché rende veramente più comprensibili all’anima i nostri fratelli e più vicini a noi nel tempo, perché ci rende più disponibili a loro. Non abbiamo che da vivere questo crescere, questo progresso della scienza, della tecnica, questa universalizzazione della cultura, queste facilitazioni di comunicazione umana. Non abbiamo che da vivere tutto questo come mezzo di carità, perché tutto si compia nell’intimo nostro. Può essere curiosità ascoltare notizie di paesi remoti, può essere soltanto curiosità vana aver nozioni di antichissime età ormai sepolte nel passato, ma può essere anche richiamo all’amore; possono essere anche, tutte queste cose offerte all’uomo di oggi, uno stimolo alla sua carità, un richiamo, un aiuto e un mezzo a crescere veramente nella misura che si espandono i limiti, nella misura che questi limiti si aprono a noi. Oggi non è più soltanto il mondo umano, è il mondo anche stellare che sembra aprirsi misteriosamente alla nostra ricerca. Quale grande amore non si richiede perché tutto questo mondo che improvvisamente diviene il regno degli uomini divenga anche mondo cristiano! Come i cristiani debbono essere all’altezza del momento presente! Allargandosi il mondo, rendendosi così facile la comunicazione fra i popoli, così facile la universalizzazione della cultura, come noi cristiani sentiamo l’impegno di dare un’anima a questo mondo fatto ora più vasto! È la vocazione nostra di questo tempo, non la vocazione cristiana di ogni tempo, è la vocazione di noi chiamati più che in altri momenti a vivere l’unità della Chiesa, l’unità del mondo e dell’umanità. Più che in altri tempi alla nostra carità si apre il mondo per essere veramente ripieno del nostro amore, veramente assunto dalla nostra carità, veramente ripreso nella nostra sofferenza. Non estranei ad alcuno, noi dobbiamo essere presenti là dove l’uomo moderno è presente per portare ovunque il Signore. E portare ovunque il Signore che cosa vuol dire se non portare la sua carità? (…)

È questo il compito di noi che viviamo in questo secolo: quello di essere all’altezza del momento, quello di dare un’anima cristiana ad un mondo che via via si dilata sempre di più. E non possiamo dare un’anima cristiana che nella misura che assumiamo questo mondo nella nostra carità, nella misura che di fatto questo mondo diviene interiore all’anima che possiede l’amore.

Dal ritiro a Viareggio del 16 gennaio 1959

Santi, di fronte all’ateismo di oggi (1967)

Il richiamo dell’apostolo Paolo (cfr. Rom 13, 11-14) rimane oggi per noi non solo un invito, ma un comando pressante di Dio. È imminente la sua venuta. Che cosa è mai questa nostra vita quaggiù, che cosa è mai questa avventura cosmica di un mondo che abbia pure anche centinaia di millenni? Solo nella misura che riusciamo a realizzare la sproporzione che vi è fra il tempo e l’eternità, fra lo spazio e l’immensità divina siamo anime religiose. Il senso religioso della vita nasce dall’impotenza di adattarsi, di accettare di essere soltanto una creatura che nasce col tempo e col tempo muore, di essere soltanto una creatura che può avere, sì, una conoscenza, un’esperienza delle cose quaggiù, ma che proprio in quest’esperienza si esaurisca.

È religione anche la disperazione dell’uomo che non credendo, tuttavia non riesce né potrebbe mai accettare questa sua condizione puramente terrestre, puramente finita. Forse, miei cari fratelli, avremmo bisogno di sentire la disperazione di chi non ha fede, avremmo bisogno di sperimentare fino in fondo il senso dell’angoscia dell’uomo che si sente come sperduto e inghiottito dal nulla, per capire chi è Dio, per aprirci all’aspettazione di questo Dio che si annuncia come imminente per l’anima nostra. L’ateismo del mondo di oggi è una delle esperienze più grandi della vita religiosa del mondo. Si era fatto di Dio un giocattolo, un sopramobile per rendere un po’ più saporita la vita, ed ora in questo eclissarsi di Dio, in questo suo silenzio, l’uomo acquista il senso della sua solitudine e impara a non potersi più contentare di quello che è, e di quello che è il mondo quaggiù.

Anche a noi fa bene questo senso di un’assenza divina, di una solitudine umana, questo senso di angoscia che prende l’uomo che ha perso ogni fede in una trascendenza. Perché chi è stato Dio per noi, noi che dicevamo di credere?

Ho dovuto leggere in queste ultime settimane le opere di Pirandello, per lo meno molta parte di quello che ha scritto, soprattutto la sua narrativa, e debbo dirvi veramente che certe opere che sono puramente negative fanno meglio di tanti libri di teologia e di spiritualità perché c’è meno retorica, meno oratoria sacra. Ci si trova di fronte a un’esperienza del vuoto, a un’esperienza dell’angoscia, a un’esperienza di una disperazione senza fine. Di fronte a queste testimonianze l’uomo finalmente capisce chi dovrebbe essere Dio per lui.

Ci rendiamo conto che cosa attende il mondo oggi da noi; ci rendiamo conto che questo vuoto, quest’assenza siamo noi a doverla riempire, nella misura che noi diciamo di credere in Dio, nella misura che ci sentiamo chiamati ad essere testimoni dell’Assoluto. Il mondo attende dei santi! Siamo all’inizio dell’anno liturgico, per questo abbiamo voluto cantare il Veni Creator, perché il Signore ci suscitasse dal nulla, ci facesse grandi nel suo amore, ci riempisse di Sé, ci donasse la sua forza curatrice, perché nella nostra parola il mondo abbia di nuovo finalmente, il senso di un’assoluta presenza. Il mondo vi chiede la santità. Non avete il diritto di credere, rendetevene conto, se non volete essere santi. Nei confronti di un mondo che è nell’angoscia, che è nel vuoto, nella disperazione non avete il diritto di credere fintanto che non riempirete questo vuoto con la presenza divina, fintanto che non risponderete a quest’angoscia con la gioia immensa di un’anima che possiede Dio, fintanto che non rispondete a questa disperazione con la forza di una speranza curatrice che ridona al mondo di nuovo l’impulso a un cammino di vita, di amore, di gioia. Se noi crediamo e non rispondiamo a queste esigenze bestemmiamo Dio, siamo una menzogna nei confronti del mondo (…). Basta con la mediocrità. Lo dice san Paolo nella lettera di stamani: «È l’ora di sorgere dal sonno». È l’ora di svegliarci dalla nostra ignavia, è l’ora di renderci conto che il cristiano è stato mandato al mondo per essere la luce, per essere il sale. Vi deve essere una proporzione diretta fra la disperazione del mondo e la nostra speranza, fra l’angoscia del mondo e la nostra inesauribile gioia. Fintanto che non vi è questa proporzione noi siamo menzogna, il cristianesimo stesso è menzogna e sarebbe meglio allora che tutto fosse strappato via e non esistesse più nulla se non il pianto, se non l’angoscia, se non la solitudine di un mondo che ha perduto Dio; perché in fondo questa solitudine rende testimonianza a Dio più della nostra mediocrità.

Dobbiamo essere dei santi. A questo ci chiama la consacrazione che abbiamo fatto nella Comunità.

Adunanza del 3 dicembre 1967 a Firenze