giovedì, Ottobre 22, 2020

Dov’è carità e amore, qui c’è Dio

La vita dei cristiani è una vita che deriva da una sola sorgente, da un solo principio “quasi formale”; lo Spirito Santo che vive in tutti noi perciò deve manifestare sempre più l’unità ontologica che è propria dell’essere nostro. Lo Spirito Santo non soltanto unifica le potenze dell’uomo, unifica gli uomini fra di loro in una Chiesa unica che è il corpo di Cristo, ma questa unità che è di tutta la Chiesa deve rivelarsi nell’attività sua propria. Se lo Spirito Santo ha creato una comunità cristiana, la comunità cristiana ora deve manifestare questa unità.

Come? Nell’amore, in un amore fraterno che dona a tutti gli stessi sentimenti, gli stessi pensieri, in un amore fraterno che fa sì che l’amore dell’uno prevenga l’altro, sia un amore preveniente, un amore per il quale ognuno è a servizio dell’altro. Sia dunque un amore vicendevole che si traduce nell’umiltà, nella benignità, nella pazienza, un amore che mai opprime, che mai possiede, ma invece si dona. Quando il dono è reciproco realizza davvero l’unità, perché se io donassi soltanto senza ricevere, io mi perderei; è vero che donando senza nulla ricevere, riceviamo sempre Dio; comunque non ricevendo mai nulla dalla comunità non si creerebbe veramente l’unità tra i fratelli, che si realizza nella misura in cui l’amore è reciproco; io mi dono e l’altro ugualmente si dona e io vivo nell’altro e l’altro vive in me. Ma tutto questo può avvenire a una condizione: che il nostro amore si incarni come l’amore del Cristo nell’obbedienza, nell’umiltà, nella pazienza, che sono il vero volto dell’amore cristiano.

Ecco perché nel capitolo XIII della Prima Lettera ai Corinzi Paolo dice che la carità è benigna, è longanime, è paziente, che la carità tutto sopporta, tutto spera; è una carità che non è mai vinta da alcuna cosa perché mai nulla aspetta, perché non è mai una risposta all’amore dell’altro; se fosse una risposta all’amore dell’altro sarebbe anche misurata dall’amore dell’altro e dal valore dell’altro; invece è misurata soltanto da Dio, che vive in te, dalla possibilità che dai a Dio di vivere in te.

Amore paziente, benigno, longanime, umile – come dice san Pietro -, un amore che non risponde all’ingiuria con l’ingiuria, ma nemmeno risponde con una benedizione alla benedizione dell’altro, perché l’amore che previene è sempre un amore gratuito: io non amo perché l’altro mi ama, amo perché amo come Dio, e proprio perché non aspetto nulla non può mai venire meno il mio amore per l’altro e non può nemmeno esservi una reazione contraria all’amore, se da parte dell’altro ricevo ingiuria. Come l’amore di Dio è una pura effusione di luce senza fine verso tutti, noi siamo stati chiamati a questo: a vivere l’eredità dei santi e l’eredità dei santi è Dio stesso. Dio che vive nel tuo cuore e Dio altro non è che l’amore.

(…) Questa vita composta in unità e nella pace è una vita in cui è presente Dio stesso; gli occhi di Dio riposano così sopra il giusto ed Egli ascolta le loro preghiere, cioè la vita dell’uomo non è più una semplice vita umana, è già il segno, il sacramento di una presenza del Cristo fra gli uomini, perché là dove regna l’amore, là dove si stabilisce la pace, quivi Dio è presente: dov’è carità e amore, qui c’è Dio. L’insegnamento ultimo di questa catechesi sembra precisamente questo: una vita di pace, di serenità, di benevolenza è già il sacramento di una divina presenza; i cristiani, già in questa vita, realizzano e danno agli altri la testimonianza di una presenza di Dio ed essi stessi vivono in questa divina presenza la gioia di una intimità divina, la gioia di una comunione che trascende il tempo e le cose; anzi, in questa comunione con gli uomini, l’uomo comunica già con l’Assoluto, l’uomo comunica con Dio.

Commento alla Prima Lettera di Pietro, pp. 94-97

L’amore puro

Nel Vangelo, quando lo scriba si rivolge al Maestro e gli domanda qual è il più grande comandamento della legge (cfr. Mt 22, 36), Gesù ripete per lui il comandamento come risulta dal Deuteronomio: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la tua forza» (Dt 6, 4-9), aggiungendo, subito dopo, il precetto dell’amore del prossimo, che pure si trova nell’antica legge e precisamente nel Libro del Levitico (cfr. Lv 19, 18).

Perché nel Vangelo di oggi questo comandamento si trasforma? (cfr. Mt 10, 37-42). Di fatto le parole del Deuteronomio erano parole che dovevano realizzare il rapporto di assoluta dipendenza, di assoluta dedizione a Dio, come Dio. Qua a Dio Gesù sostituisce Se stesso. Ora, quando Gesù parla di Dio, intende il Padre; perché in questo Vangelo esige l’amore per Sé? E quale amore esige? Evidentemente, quando gli si domanda qual è il comandamento, Gesù richiama la parola di Dio nell’antica Alleanza: erano ebrei, dovevano sapere che tutta la legge si compendiava in questo comandamento del Deuteronomio. Li rimanda dunque a quello che essi già sapevano e che tuttavia non avevano mai realizzato. Perché invece, qui Gesù sostituisce all’amore di Dio, l’amore di Sé? (…).

«Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non èdegno di me» (Mt 10, 37). Sono due i motivi e tutti e due grandi (si potrebbe dire anche un motivo solo, ma è meglio distinguere). Primo, l’amore di Dio noi possiamo concepirlo in duplice modo: o amore fisico, come dice san Tommaso d’Aquino, o amore estatico, come (invece) dice san Bernardo. A proposito dell’amore fisico san Basilio, nelle Regulae fusius tractatae, ci dice che l’amore di Dio è un amore naturale; non si potrebbe non amare Dio, l’amore di Dio è un fatto, il più spontaneo, il più semplice del cuore umano, perché il cuore umano è fatto per la verità, per la bellezza, per la bontà, per la gioia, e Dio è tutto questo. È fatto cioè, l’uomo, per avere in Dio il suo fine, e allora la natura stessa lo spinge, lo stimola in questo cammino, in questo rapporto che deve unire l’uomo a Dio. Già, ma è questo l’amore più perfetto? No, questo è amore di concupiscenza. Sarà un grande amore anche questo, perché è l’amore per il quale in Dio l’anima trova la sua perfezione e la sua felicità… ma ama Dio o ama se stessa l’anima, amando Dio in quanto è la sua felicità, amando Dio in quanto è la bellezza cui l’anima aspira, amando Dio perché Dio è la bontà che l’anima vuole?

È un fatto molto importante questo. Nel cattolicesimo, per secoli e secoli, i più grandi maestri della spiritualità e i più grandi mistici hanno combattuto fra loro, proprio a proposito dell’amore puro. L’amore puro è un amore che non ha riferimenti a sé: è l’amare Dio per Iddio. L’amore di Dio per Iddio implica che l’uomo esca di sé, non voglia attrarre Dio a sé come suo bene, non voglia considerare in Dio la sua felicità e la sua perfezione, ma che, nella dimenticanza totale di sé, si ordini a Lui. A differenza di san Tommaso, l’amore per Iddio, in san Bernardo, è un amore estatico; prima di lui anche Dionigi l’Areopagita aveva affermato che Dio, amando, esce di Sé, infatti si fa uomo; e anche l’uomo, amando Dio, esce di sé, dimentica se stesso, non vuole che Lui.

In un sonetto famoso, che è stato attribuito a san Francesco Saverio, si dice: «Non m’importa, o Dio, del paradiso, non m’importa, o Dio, dell’inferno: io amo Te per quello che sei, non penso a me, nonvoglio nulla per me, voglio che Tu sia». Dunque per tanti secoli, nella spiritualità cristiana, è stato presente questo problema, o meglio questo comandamento dell’amore puro che non si capiva che cosa fosse, né come doveva viverlo l’anima. Comunque rimane vero che l’amore puro è l’amore estatico, è un amore per il quale l’uomo esce di sé; non trae a sé Dio, ma egli si ordina a Lui e muore per Lui, cioè dimentica se stesso, non vuole se stesso, vuole Dio solo. Allora l’amore nel Cristianesimo non può essere più soltanto l’amore del Vecchio Testamento, perché nel Vecchio Testamento non c’è mai un amore puro. Nell’Antico Testamento il testo più bello in cui si esprime l’amore è il v. 28 del Salmo 72: «Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 72, 28). Ma… «il mio bene»! L’amore nel Vecchio Testamento è sempre un amore di desiderio, è l‘eros, il tendere di tutta l’anima a Dio, in quanto Dio è la nostra suprema felicità. Sempre è eros l’amore di Dio nell’Antico Testamento, nel Nuovo Testamento è l’agàpe; ed perciò un amore che implica lo strapparsi alle proprie radici, al proprio egoismo. Non voler se stessi, non pensare più a sé, ma volere che Dio sia Dio.

Adunanza a Firenze, 1° luglio 1984

Che Dio sia!

Di fronte all’infinita santità di Dio l’anima sente che tutto quello che possiede, se non è un puro dono di Dio, è qualcosa che usurpa alla Sua pienezza divina. Ogni lode, ogni stima, ogni sentimento di affetto è usurpazione a Dio. È perché Dio non è davanti ai nostri occhi, che noi possiamo star qui e c’è posto per noi in questa casa. Se Dio fosse davanti a noi nello splendore della Sua Santità, noi non potremmo tollerare di esser qui, imploreremmo di esser cacciati fuori.

Forse questo è un po’ troppo? No, non è troppo. Sentiremmo proprio come una cosa incomprensibile la misericordia di Dio, che ci permette di abitare in questa santa casa; non ci riavremmo dallo stupore di come il Signore potesse permettere ancora che rimanessimo qui, che fossimo tollerati qui. Non è questo che insegna santa Caterina di Genova? L’anima che non si è ancora purificata di ogni ombra, si getterebbe piuttosto nell’inferno che accettare di vivere nella Luce della Presenza ineffabile. Pensate ad una santa Geltrude che non si riaveva dallo stupore di come la terra non la inghiottisse viva! Ella viveva in una confidenza nel Signore del tutto straordinaria; la virtù propria della Santa è precisamente la sua confidenza illimitata nell’amore di Dio. Ma quando ella dinanzi alla santità infinita di Dio guardava se stessa, non sapeva capacitarsi come l’inferno non l’ingoiasse viva. Certo, anche fra noi ci saranno di queste anime che implorano costantemente dal Signore nuove umiliazioni e nuovi patimenti. È questo il cibo dell’anima che ha conosciuto Dio (…).

Sentiamo la nostra presenza come uno sgorbio in un immenso capolavoro, come una macchia nella purezza infinita della Luce, se viviamo davanti al Signore. E l’anima non può sentire che questo bisogno di esser fatta a pezzi, di esser macinata, di essere distrutta: l’unica gioia dell’anima che contempla Dio non può essere che la croce, non può essere che l’umiliazione, l’unica gioia l’oblìo. Anche per voi certamente non esiste altra gioia che questa: di essere umiliati come Giovanni della Croce, di essere messi in un canto (…).

Se volete essere qualcosa ancora è segno che Dio per voi non è tutto, che Dio per voi non è Dio, perché Dio è l’Unico. Se volete essere qualcosa… ma è vero che voi non volete essere proprio nulla di nulla? È proprio vero che nell’intimo non c’è più alcuna pretesa di compatimento, di comprensione, non conservate ancora un certo desiderio di esser conosciuti? Vivete per voi o vivete per Dio? Dio che cos’è per voi? Certo, se il Signore aspettasse la nostra preghiera per condurci per questa via, forse avrebbe da aspettare!… Misericordiosamente è Lui stesso che provvede e molto spesso ci conduce per una via d’immolazione e d’umiltà. Ma quando l’anima fa la vittima, quando l’anima sente di essere immolata, molto probabilmente già ha ricevuto il suo compenso, già è uscita da quella via che nell’amore ci conduce all’oblìo di noi stessi, ed essa cerca di nuovo se stessa nel compatimento. Cosi avviene che le vittime, non avendo il compatimento degli altri, almeno hanno il loro proprio e non fanno altro che guardarsi e compassionarsi molto amorosamente. Umiltà, figlioli, umiltà! È l’unica garanzia di una vita religiosa autentica e profonda. Umiltà vera, umiltà grande… irresistibile bisogno di scomparire, di non essere più: che Egli sia!

(…) Ricordate il Cantico di San Sergio? Ecco la via per giungete davvero alla trasformazione d’amore: «Nessun uomo, nessuna creatura, – nulla nel cielo e sopra la terra ti adori di più; – nessuno ti conosca o ti ammiri, – nessuno ti serva, ti ami»: nessuno. Nulla per sé, ecco la condizione. Allora «illuminato dallo Spirito, battezzato nel fuoco, chiunque tu sia: vergine, monaco, sacerdote, – tu sei trono di Dio, sei la dimora, sei lo strumento, sei la luce della Divinità». A una condizione: non essere nulla! (…).

Che il Signore si degni di condurci per questa via fin sulla cima, finché non saremo Dio per partecipazione. «Tu sei Dio, Dio, Dio», dice ancora San Sergio. «Dio nel Padre, Dio nel Figlio, Dio nello Spirito Santo, sei Dio». Non è più che Dio, Dio solo, Dio che vive in te, perché anche tu non sei più che pura condizione a una Sua presenza, una presenza che tutto allontana e consuma perché Egli è l’Unico, il Solo.

Luce, umiltà, amore, pp. 89-92

Aprirci ad accogliere Dio che viene (1984)

(,..) Crediamolo anche in questo momento: Egli è nato ed è per noi. Abbiamo cantato all’inizio dell’Ufficio delle Letture: «Christus natus est nobis – Cristo è nato per noi». Per noi, per essere nostro! Non dubitiamo del dono di Dio! Certo, noi dobbiamo accogliere questo dono in un sentimento di profonda umiltà, nel sentimento cioè di una gratuità assoluta del dono divino, perché il dono di Dio non suppone in noi nessun merito, suppone soltanto il peccato. Egli è disceso precisamente per donarsi a noi peccatori. Quello che dice san Paolo a proposito dall’amore di Dio, che si manifesta nella morte di Cristo, è vero già nella nascita di Gesù: «In questo si prova l’amore di Dio per noi: che essendo noi peccatori, Egli è nato per noi» (Rm 5, 8). Non solo «è morto», dice san Paolo; anche «è nato». Tutto il prodigio, tutta l’immensa bontà di Dio che si manifesta nei misteri del Cristo, suppone in noi non virtù, non bontà, ma solo la miseria e il peccato.

Possiamo noi crederlo? Siamo così capaci di credere da superare la vergogna di sentirci ancora tutti contaminati dal male? Dobbiamo superare questa vergogna in una fede viva; dobbiamo cercare, non di riconoscere il nostro peccato, ma di riconoscere che immensamente più grande è la misericordia di Dio e, peccatori quali siamo, aprirci ad accogliere questo dono infinito di misericordia che Egli ci fa.

Sì, Lui stesso ce l’ha insegnato. Perché non credere alla sua parola? Non ha detto forse che dobbiamo saper perdonare, a imitazione di Dio, settanta volte sette (Mt 18, 22), cioè che ogni qualvolta l’anima si apre a Dio, Egli la colma di bene?

Che la nostra anima si apra in un sentimento vivo della propria povertà spirituale, della propria miseria, del proprio peccato, per accogliere questa misericordia infinita! (…) Oh, davvero un abisso immenso di amore è Dio verso l’uomo; veramente noi non potremo mai giudicare quanto grande sia la bontà che Egli ci porta, la misericordia che Egli ha verso di noi! Sembra così inconcepibile riuscire a crederla, che cerchiamo sempre di proporzionare la misericordia di Dio ai nostri pensieri. Sì, possiamo pensare che Dio sia buono, ma non riusciremo mai a pensare quanto Egli sia buono. La nostra intelligenza si rifiuta e, d’altra parte, non potrebbe la nostra intelligenza stendersi quanto si stende l’immensità di questa misericordia infinita.

Dobbiamo aprirci umilmente ad accogliere Dio che viene, dobbiamo veramente credere a questo amore. E nonostante l’esperienza delle nostre cadute, credere che Egli è tutto nostro, tutto per noi; che Egli non ci rifiuta nulla, che tutto quello che Egli è, è il suo dono di amore. Non le sue cose Egli ci dà, ci dona Se stesso. In nessun altro modo Egli avrebbe manifestato più chiaramente di voler essere Lui stesso la nostra ricchezza se non nascendo da noi, nascendo per noi.

Ecco il Natale, miei cari fratelli. Cerchiamo davvero di vivere questo mistero in una fede profonda, che ci doni di vivere la gioia del Natale pur vivendo sempre una vita di povertà, pur vivendo sempre una vita di umiltà e forse anche una vita di tante imperfezioni. Chiediamogli almeno che queste imperfezioni non siano pienamente volontarie e che la nostra miseria faccia sì che veramente a Lui solo risalga la lode, il riconoscimento della sua bontà infinita che si dona senza misura. E si dona anche a coloro che non meritano nulla, anche a coloro che a noi sembrerebbero divenire di giorno in giorno sempre più meritevoli di essere rifiutati da un amore che calcolasse, ma invece non sono rifiutati da un amore che non condanna alcuno, perché non conosce riserva.

Ecco, miei cari fratelli, quello che a noi stanotte dice il mistero di questo Natale.

Conclusione dell’Omelia della Messa di Natale, 24 dicembre 1984

Contenti di Dio, ma non di noi stessi (1984)

Due sono le feste che a noi sono particolarmente care, perché ci ricordano quello che soprattutto siamo chiamati a vivere in forza della nostra vocazione, se pure non l’abbiamo perduta: è una vocazione alla preghiera, all’intimità con Dio, alla contemplazione. Se noi avessimo fiducia nella grazia divina, ci sarebbe un po’ da vergognarci a parlare di queste cose.

Si parlava stamani dell’importanza che ha la memoria nella vita cristiana. Il “ricordo di Dio” (espressione cara a San Basilio Magno, che è in fondo il Dottore della vita contemplativa nell’Oriente, il maestro del monachesimo orientale) è precisamente questo lento essere investiti dalla presenza di Dio in noi, cosicché noi abbiamo coscienza precisamente di questa sua Presenza nella nostra vita. Bisogna che sempre più, sia pur lentamente, questa invasione di luce penetri in noi e ci trasformi, faccia sì che tutta la nostra vita sia un’adesione pura alla luce divina. Non si tratta di far grandi cose, anzi la vita contemplativa semplifica. Se ora dite tante preghiere ne direte meno, però direte una preghiera che investe tutta la vita, ed è, come diceva san Gregorio di Nissa, il “sentimento di Dio”: di Dio non come una presenza a noi estranea, non come una presenza contigua davanti a noi, ma come una Presenza che ci investe nell’intimo. Ci sentiamo posseduti da Lui, sentiamo che la sua presenza in noi ci trasforma, diveniamo come lo strumento della sua azione. Posseduti dal Signore, sentiamo che Egli vive attraverso le nostre potenze, pensa con la nostra intelligenza, ama col nostro cuore, opera con le nostre mani.

Fintanto che non viviamo questo non possiamo dire di vivere la nostra vocazione nella Comunità. Bisogna che veramente il Signore ci strappi a noi stessi ed Egli stesso viva in noi. Siamo un solo corpo con Lui e, se siamo un solo corpo con Lui, è Lui che deve vivere in noi. Le parole di san Paolo dovrebbero essere vere per ogni cristiano, ma debbono assolutamente esserlo per noi, se non vogliamo essere dei mentitori: «Vivo io ma non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).

Ed è questo che dobbiamo chiedere ogni giorno al Signore. Pensate: riceviamo tutti i giorni la Comunione! Possibile? Ma noi giochiamo! Che possiamo dire della nostra vita? Che abbiamo giocato tutta la vita. Riceviamo il Signore tutti i giorni e ancora il Signore non ci ha trasformati in Sé! Oh, lo so bene che siamo delle povere creature, delle misere creature, ma so anche quanto questo dipende da noi, dal nostro poco impegno, dalla nostra scarsa volontà e soprattutto dal nostro orgoglio; crediamo di aver fatto tutto e ancora abbiamo da cominciare la vita cristiana. Meglio di noi sono i peccatori, i pubblici peccatori; non lo credete? Io lo credo. È mai possibile che noi si possa parlare di queste cose ed essere ancora così lontani dall’averle realizzate? (…).

Basterebbe davvero che Egli ci possedesse, basterebbe che noi ci abbandonassimo alla sua azione. Una cosa sola si impone: la docilità allo Spirito Santo. Perché vedete, miei cari fratelli, ha ragione il padre Lallemant quando dice che per paura di essere infelici noi scegliamo di essere infelici tutta la vita: abbiamo paura cioè di donarci a Dio. Proviamo un certo sgomento, vogliamo tenere il timone nelle nostre mani, vogliamo essere noi a guidare il nostro cammino, e così non ci doniamo a Dio, e così rimaniamo infelici. Credo infatti che nessuno di noi sia contento interamente di sé. Oh, certo, noi dobbiamo essere contenti di Dio, se non altro per averci sopportato fino ad oggi! Noi dobbiamo essere certo contenti di Dio, per il suo amore che mai ci ha sottratto; anche stasera ci chiama, anche stasera Egli ci dice: «Vuoi tu essere per me? Io sono tutto per te, io mi donerò tutto a te, e tu in cambio vuoi darmi te stesso?». Non possiamo certo non essere contenti di Dio, ma chi di noi può dire di essere contento di sé? Chi è contento di sé non può essere altro che un disgraziato! I santi, quanto più erano santi, tanto più sentivano l’infinita distanza che li separava da Dio. E noi?

Miei cari fratelli, non dobbiamo disanimarci. Che cosa chiediamo tutti i giorni nella preghiera di Sant’Efrem? «Liberaci dallo spirito di oziosità, dallo scoraggiamento»: è la seconda cosa che chiediamo. Prima di tutto l’oziosità, perché dobbiamo metterci d’impegno; non dobbiamo giocare, non dobbiamo dormire. Passano gli anni e dobbiamo impegnarci sul serio non soltanto ad ascoltare Dio, ma anche ad abbandonarci a Lui.

Poi lo scoraggiamento. Dio è l’onnipotenza: abbiamo perso tutti questi anni? Coraggio! Anche in meno di quattro anni Lui può farci santi.

Omelia per la festa della Trasfigurazione, 6 agosto 1984, Firenze

Vivere la Settimana santa

Tutto l’anno liturgico non fa che render presente il mistero della Morte e della Resurrezione di Cristo. La Messa è l’annuncio della morte e la vita della Chiesa è iniziazione a questo mistero e applicazione dei suoi frutti. Il Battesimo ci rende atti ad assistere e a partecipare al sacrificio di Gesù; tutti i sacramenti sono una grazia che ci fa partecipare al mistero di Cristo. Ma una grazia sola ci è concessa: quella di esser cristiani, di rinnovare e continuare in noi il suo mistero, il mistero dell’Incarnazione, della Morte e della Resurrezione di Gesù. Non c’è che una grazia e questa è lo stesso Gesù.

Ma questo dono come ci viene se non nel mistero della Morte e della Resurrezione dì Gesù? Quando Dio ci dona il Figlio suo unigenito se non quando Egli morì sulla croce? Ecco la manifestazione dell’amore di Dio per noi! Il testo seguente ci fa contemplare l’amore di Dio per noi nel mistero della Croce: «Noi abbiamo conosciuto la carità di Dio per noi perché Egli ha dato per noi la sua vita», dice san Giovanni (cfr. 1 Gv 3, 16). L’amore di Dio si manifesta nel sacrificio: quando Gesù è morto. La grande grazia, l’unica grazia, è la morte di Gesù, l’offerta del sangue del Signore, del suo Corpo immolato; del suo Sangue versato – della carne e del sangue – offerta continuamente fatta presente in tutti i tempi e in tutti i luoghi (…).

I giorni che stiamo per vivere sono di una grandezza unica in tutto l’anno. Si celebra un avvenimento che supera ogni avvenimento, una vittoria che eclissa ogni vittoria: tutto cessa perché la morte di Gesù tutto riassume in sé. Questi sono i giorni più santi: è mai possibile vivere altri avvenimenti? Se tutta la realtà, la storia altro non sono che la morte di Gesù, il cristiano è richiamato dalla Chiesa a vivere e a inserirsi nel mistero di Cristo. Questi sono giorni di veri esercizi spirituali; quando la Chiesa veramente viveva, viveva la liturgia di questi giorni. Cosa possono rappresentare certi esercizi spirituali in confronto a quello che ci insegna il mistero di Cristo? Dobbiamo dimenticar tutto, sottrarci ad ogni pensiero estraneo: come la vita del cielo è il consumarsi di questo mistero nella gloria, così anche noi dobbiamo vivere una vita di resurrezione nella morte di Gesù.

Questi giorni esigono che l’anima s’immerga, precipiti nel mistero di morte e di resurrezione che si celebra ora in un medesimo istante perché ora il mistero di Cristo è unico: è la morte e la resurrezione, non ci sono momenti diversi. Anche la liturgia di oggi (Domenica delle Palme) parla di morte e di resurrezione e questo anche il Venerdì Santo. La liturgia ha un senso eterno: ci pone sul piano di Dio, è morte e resurrezione, è assorbimento della natura umana di Gesù nella gloria del Padre. «Noi ti celebriamo, o Cristo, perché è per la tua Croce che la gioia è venuta in tutto il mondo»; il giorno di Pasqua, in cui tutto ritorna intimo, ha meno espressioni di gioia e di gloria che il Venerdì Santo, giorno in cui col canto degli inni Vexilla Regis prodeunt e Pange lingua gloriosi si dice il trionfo del Cristo vittorioso. Nel Cristianesimo non c’è morte senza resurrezione, non c’è sofferenza senza gloria: è l’immersione nell’eternità, dove tutto dura e si identifica. Dobbiamo vivere il mistero di Cristo uscendo dai nostri modi umani, viverlo come il mistero che tutto unisce e riassume in una pura, immensa unità. La Settimana Santa non è soltanto la meditazione del dolore di Gesù: non si deve dissociare la Morte di Cristo dalla sua Resurrezione. (…).

Vivere la Settimana Santa vuol dire precipitare in Dio, vivere nell’eternità, morti a noi stessi e a tutto per vivere unicamente in Dio e vivere in Lui la sua stessa vita. È così che noi partecipiamo alla Morte di Gesù e partecipiamo alla sua Resurrezione. Umiliazione ed esaltazione (vedi Epistola di oggi: Fil 2, 5-11). Sempre questo mistero parla di morte e di gloria, mistero unico, mistero dell’uomo e di Dio che importa umiliazione e gloria, morte e vita, uomo e Dio.

Usciamo dagli avvenimenti presenti, usciamo nella presenza di Dio! Viviamo lo stesso mistero di Cristo! Dobbiamo essere noi l’Agnello immolato nel cospetto della maestà divina, sull’altare sublime della gloria del Padre. Questa nostra partecipazione esige il raccoglimento se vogliamo veramente precipitare in questo mistero che la liturgia ci insegna a vivere nell’unità dei suoi elementi; nel Venerdì Santo vivremo l’unità di questo mistero nella Morte e nella Resurrezione. Il Giovedì Santo vivremo l’unità di Dio e degli uomini; il Sabato Santo, nel trionfo della Resurrezione, vivremo anche l’angoscia, l’attesa di tutta l’umanità che invoca l’adempimento delle promesse divine, il compimento del disegno di Dio nella Resurrezione di Gesù, che è già avvenuta e che pure deve sempre avvenire.

Comunità dei figli di Dio! La nostra dimora è il seno del Padre, la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ecco la patria, la dimora, la gloria nostra.

Adunanza 6 aprile 1952 a Firenze

Epifania (1954)

Si è detto sempre che l’Epifania è una delle più grandi nostre feste. (…) La liturgia di questo giorno, celebrando le tre manifestazioni di Cristo, ci insegna come Gesù, nato nell’umiltà, nel nascondimento, nel silenzio, ora si manifesta: ai Magi, nel battesimo sul Giordano, alle nozze di Cana. Dei tre avvenimenti che la Chiesa celebra in questo giorno, uno richiama particolarmente la Comunità: Gesù si manifesta a Cana, a un banchetto di nozze. La prima manifestazione di Gesù si compie nel seno di una comunità, non alle anime singole, ma agli uomini in quanto sono legati da vincoli fraterni, in una comunità. Si accentua così il carattere comunitario della vita cristiana. Gesù è sempre in mezzo ai suoi, il primo suo atto di Salvatore lo compie in mezzo ai suoi. È il suo intervento che crea la comunità stessa, che fa piena e perfetta la gioia degli invitati.

(…) Questa festa ci dice che termine della vita cristiana non è la mortificazione, non la passione, ma la gioia, l’unione nuziale con Cristo. C’è una gioia che il cristiano non può mai deporre; se il cristiano abdicasse a questa gioia non conoscerebbe più Gesù. Non possiamo perdere questa gioia senza perdere Gesù stesso. Ma se l’anima vivrà questa intimità con Lui, anche se conoscerà tutte le tristezze della terra, tutte le tristezze non potranno mai togliere all’anima la certezza dell’amore di Dio, la certezza della presenza di Gesù. Ed è in questa certezza che l’anima possiede tutta la pace e la gioia. L’Epifania è festa di pace, di gioia, d’intimità.

L’Epifania non è solo una festa che ci impegna a rivelare il Signore, ma è manifestazione anche a noi di Gesù: (…) con la fede ogni avvenimento porta il Signore, in ogni creatura risplende il volto di Gesù. Allora tutta la vita è per noi una continua manifestazione di Gesù, una gioia perenne. Si mostra nella grotta di Betlemme, poi Giovanni lo mostra «Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1, 29) quando Gesù si sottopone a un battesimo di penitenza, quando in tutto uguale agli altri si sottopone anche agli altri.

Guardatelo alle nozze di Cana! (…) Partecipa alla gioia del banchetto nuziale: l’avvenimento che sembrava più profano, è santificato da Gesù. Non dobbiamo cercare il nostro Dio, il nostro sposo, solo in avvenimenti grandiosi: Egli è con noi qualunque cosa facciamo. Non sono gli avvenimenti grandiosi che lo rivelano a noi, ma Egli fa grandi i piccoli avvenimenti. Egli si è rivelato nell’umiltà e noi dobbiamo riconoscerlo. Dobbiamo saperlo riconoscere in tutti i nostri bambini; nei nostri nipotini, nelle persone di servizio, in chiunque; dobbiamo saperlo riconoscere in ogni anima che si avvicina a noi. Dovremmo stare davanti ai fratelli come davanti al santissimo Sacramento. Invece si va in chiesa, si fanno molte genuflessioni, e col prossimo siamo sgarbati. Facciamo sentire ai nostri fratelli che siamo disposti a morire per loro: in casa, per la strada, in ufficio, a scuola, al bar; sia sempre il nostro atto un atto di amore, un atto religioso. Sappiamo riconoscere Gesù in ogni avvenimento, in ogni creatura. Come tutto risplende allora, come tutta la vita diventa luminosa e soave! (…)

«Hai veduto un fratello, hai veduto il Signore»: è una frase riportata dai primi Padri della Chiesa. (…) Dobbiamo saperlo trovare Gesù non solo sul volto del bambino dove in qualche modo risplende, ma in tutti. Sul Giordano si è mescolato ai peccatori, dunque anche nei peccatori dobbiamo saper riconoscere Gesù: anche in loro devo saperlo riconoscere.

E non solo negli atti più sacri della vita, ma anche negli atti più profani, così come ad un banchetto di nozze. Avere la visione di Gesù qualunque cosa si faccia: ufficio, scuola, casa, strada, mercato. Non solo all’adunanza religiosa, ma anche nei salotti mondani. (…) Allora tutta la vita è una festa che continua, perché in tutta la vita si rinnova questa manifestazione di Gesù all’anima, a noi. Tutta la vita sarà purezza, pienezza di gioia, intimità dolce d’amore.

Che il Signore ci conceda di vivere questa continua gioia. L’anima che lo contempla, non vede più che Lui in ogni creatura, Lui che in ogni creatura ci ama, ci dice il suo amore e ci manifesta i tesori della sua anima.

Adunanza del 6 gennaio 1954 a Firenze

Monaci in un mondo che ci rifiuta (1984)

(…) Che cos’è il monachesimo? Ecco la prima cosa da domandarsi. È un movimento di vita spirituale che radicalizza le esigenze proprie di una vita di unione con Dio, radicalizza la vocazione cristiana, in quanto la vocazione cristiana prima di tutto importa non tanto una missione di salvezza nei confronti del mondo, quanto piuttosto il riconoscimento della nostra dignità filiale nei confronti di Dio. Di qui deriva il fatto che quel che soprattutto vogliamo noi della Comunità è attestare il primato di Dio, perciò il primato della preghiera, perciò il primato delle virtù teologali.

Tutto questo è proprio essenzialmente della spiritualità monastica. Il monaco è il testimone di Dio nel mondo. Altri invece, nella Chiesa, vivono soprattutto il rapporto con gli uomini nel servizio sociale, nel servizio di carità. Noi non escludiamo questo, intendiamoci, perché escludere la carità del prossimo vorrebbe dire non essere cristiani, dal momento che Gesù ha detto: «Da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli: se vi amerete l’un l’altro» (Gv 13, 35). Però l’amore del prossimo non immediatamente e necessariamente ci impegna a un servizio di carattere sociale e nemmeno alla carità attiva di per sé, perché se l’amore del prossimo necessariamente impegnasse a un servizio sociale e a una carità attiva, vorrebbe dire che la carità del prossimo finisce con la vita presente, perché in paradiso non c’è bisogno né di servizio sociale né di vita attiva. La carità del prossimo prima di tutto ci impegna a vivere l’unità dell’amore, ed è per questo che il monachesimo non solo ha vissuto il primato di Dio, ma ha vissuto questo primato di Dio nella realizzazione della comunità (…).

Un’altra cosa da notare è questa: il monachesimo di fatto radicalizza, cioè porta alle ultime conseguenze quella che è la spiritualità del Vangelo. Però dobbiamo anche dire che è il movimento religioso che, sotto certi aspetti, maggiormente si configura come movimento universale: ci sono monaci buddhisti, ci sono le confraternite dei Sufi nell’Islam; c’erano dei monaci anche prima del Cristo a Qumran; ci sono monaci anche in tante altre religioni e nell’Induismo stesso. Il monachesimo, dunque, è una esigenza universale dell’anima religiosa, la quale vive quaggiù nel mondo, ma vive nel mondo la sua vocazione escatologica, cioè la ricerca di Dio, la ricerca dall’Assoluto.

(…) Nel Cristianesimo, quando è nato veramente il monachesimo? Possiamo dire che è nato già al tempo degli apostoli; non il monachesimo ufficiale, ma quella vita religiosa che già era un monachesimo interiorizzato, perché era un monachesimo vissuto nel mondo. Notate bene la cosa importante: quando il Cristianesimo era combattuto dal mondo, quando il Cristianesimo era perseguitato, non era necessario andare nel deserto per vivere la ricerca di Dio. Allora si viveva questo spirito monastico da parte dei cristiani che, pur vivendo nel mondo, non erano del mondo e sentivano di non essere del mondo perché il mondo li perseguitava. Perciò vi era un monachesimo interiorizzato prima di quello istituzionale.

Quando è nato il monachesimo istituzionale? Quando il Cristianesimo e il mondo sono divenuti quasi una sola cosa: con la vittoria costantiniana, quando l’Impero Romano si è convertito al Cristianesimo, il Cristianesimo è diventato la religione di Stato e allora, per assicurare la radicalità di una ricerca di Dio, i veri cristiani hanno lasciato il mondo.

Ed ecco ora la cosa grande, grandissima: non c’è più necessità del monachesimo istituzionale perché oggi il mondo è contro il Cristianesimo. Il Cristianesimo ora è rigettato dal mondo; noi siamo oggi come all’epoca dei primi cristiani: il mondo non ci conosce più, ci rigetta, siamo degli emarginati nel mondo di oggi. Che bellezza! Questo è il vero Cristianesimo; come dobbiamo essere contenti! Ora infatti possiamo e dobbiamo vivere il monachesimo nel mondo, perché ora sentiamo di non essere del mondo. (…) Questo è importante per far capire come è necessario oggi che il cristiano si renda conto che non può essere veramente fedele al Cristianesimo che in quanto vive una spiritualità monastica. Mentre la spiritualità monastica in un mondo sacrale, come è stato il nostro fino a pochi decenni fa, esigeva che chi voleva vivere il monachesimo si separasse dal mondo per rifugiarsi nel deserto o in una abbazia e vivere nella povertà, nella castità e nell’obbedienza. Ora basta vivere il nostro Cristianesimo dove siamo, perché là rimaniamo sempre, non dico degli emarginati, ma degli isolati, e questo è bellissimo! Non è molto comodo, intendiamoci, ma è una cosa di bellezza estrema, ed è questo che dobbiamo vivere.

Adunanza a Firenze, 4 novembre 1984

Un cammino di obbedienza (1957)

Se la vita cristiana dev’esser concepita e vissuta come un ritorno dell’anima a Dio, dal quale l’anima si è allontanata per il primo peccato, San Benedetto ci dice che il ritorno dell’anima a Lui è un cammino di obbedienza.

Quanto S. Benedetto dice nella sua Regola ha un fondamento preciso ed esplicito nell’insegnamento di tutta la S. Scrittura.

Il testo fondamentale sull’obbedienza come atto di virtù che si contrappone al primo peccato, noi l’abbiamo nell’epistola ai Romani. Il primo Adamo trascinò tutta l’umanità nel peccato e nella morte per la sua disobbedienza e il secondo Adamo ecco rinnova tutta la creazione di Dio precisamente nell’atto della sua obbedienza (Rm 5, 19) è nella sua obbedienza che l’uomo viene redento, ritorna là donde per il primo peccato era stato bandito. E l’obbedienza, dice anche S. Paolo, è incarnazione di umiltà.

Tutta la tradizione patristica fa coro a S. Paolo cominciando da S. Ireneo il quale integra l’insegnamento dell’Apostolo opponendo a Eva, la prima disobbediente, la Vergine. Tutta la vita della Vergine è nell’abbandono dell’anima sua alla divina parola per cui Ella si dichiara l’ancella del Signore, pronta a compiere in tutto la sua volontà, perciò Ella si affida completamente all’onnipotenza di quella Parola che le è annunciata perché questa stessa Parola in Lei si compia, s’incarni.

Ma se questo di S. Paolo è il testo fondamentale perché più esplicitamente degli altri ci dice come la redenzione operata da Cristo sia un atto di obbedienza che si contrappone alla disobbedienza di Adamo, tutto l’Antico Testamento insiste sull’obbedienza quasi a dichiarare come sia attraverso precisamente questa virtù che l’uomo può riprendere il cammino di una redenzione, sia eletto da Dio, salvato da Lui, unito al Signore.

Prima ancora che Dio elegga il popolo d’Israele e lo faccia suo popolo nel dono di una legge che deve osservare, e nella grande storia di Abramo che noi rileviamo il peso che ha l’obbedienza alla parola di Dio. Il cammino di Abramo è determinato precisamente dall’obbedienza alla parola che lo ha chiamato, alla vocazione ricevuta.

Già in Abramo il cammino religioso dell’uomo non ha una iniziativa nell’uomo stesso, ma in Dio che chiama. Tutta l’azione, l’opera dell’uomo non è che rispondere, che obbedire, e l’obbedienza in Abramo è veramente perfetta, perché è immediata, è assoluta, disinteressata.

Immediata. Tutta la storia di Abramo nei vari suoi atti dimostra appunto questa immediata risposta dell’uomo alla divina parola. Altre volte nella S. Scrittura si vede l’uomo che indugia, che cerca di sottrarsi alle esigenze della divina volontà, pone le sue scuse, le sue riserve, le sue condizioni. Abramo, no, ed è per questo che la rivelazione divina esalta la sua figura. L’uomo non ha nulla da opporre alla parola di Dio, egli deve soltanto rispondere.

Considerate la vocazione. «Esci dalla tua terra … » (Gn 12, 1). Abramo immediatamente risponde. Considerate il sacrificio d’Isacco: Dio vuole che Abramo sacrifichi il figlio. Abramo non oppone resistenza né indugio, «sine mora», immediatamente risponde al comando di Dio: prende il figlio, prende il suo asino e va, va verso il monte, lontano, dove Isacco deve essere immolato.

È interessante notare come nella Genesi lo scrittore ispirato, se riporta il comando divino, non riporta una risposta verbale di Abramo: Abramo non perde il tempo nemmeno a rispondere con la parola. È talmente immediato il trapasso che, detta la parola, vien compiuto l’atto, quasi che l’uomo non sia da mettersi in sin toni a con Dio, non abbia da aderire a un divino comando, quasi che Abramo non abbia una sua volontà. La risposta di Abramo è come la risposta che dà il nulla alla parola creatrice: il nulla non ha un ostacolo da opporre, non ha da concordare, da aderire a Dio. E invece la volontà di Abramo è in fondo la volontà di un uomo; anche lui nasce nel peccato e perciò deve aderire ad una volontà che inizialmente gli è estranea; ma è talmente immediata la risposta, in Abramo, che sembra non costargli sforzo l’obbedienza. Non ha da mettersi in un rapporto, in sintonia col Volere divino; la parola divina attraverso di lui immediatamente passa e s’incarna, si compie e si realizza. «Instrumentum conjunctum Divinitati» egli è; certo, non in un modo perfetto come l’umanità di Cristo, come la volontà umana del Verbo incarnato, certo nemmeno con la stessa perfezione della volontà di Maria, che non ha conosciuto il peccato.

Dopo Cristo e dopo Maria, non si ha altro esempio in cui sia così immediata la risposta dell’uomo al divino comando. Le difficoltà all’obbedienza non sono poste da Abramo, sono dichiarate dalla stessa parola divina che comanda. Quando Dio comanda ad Abramo di sacrificare il suo figlio dice: «Prendi il tuo figlio, unico, quello che ami, e va’ sul monte» (Gn 22, 2). È Dio che dice tutta la difficoltà che Abramo può provare. Ma Abramo non ha da opporre alcuna difficoltà: immediatamente prende il figlio e va.

L’obbedienza di Abramo non conosce indugio, ma è anche assoluta: assoluta perché non conosce condizioni, perché non ha alcuna riserva, assoluta perché tutto egli dona. Dio può comandargli tutto: Abramo non si rifiuta, non dà una parte di sé, del suo tempo, non dà solo qualcosa: dona tutto, tutto quello che ha, tutto quello che è.

Difficilmente si hanno nella S. Scrittura manifestazioni più forti, più decise, delle esigenze divine. Dio vuole tutto, e l’uomo tutto dona. Chiede prima ad Abramo che lasci, già vecchio, il suo paese, la sua casa, la sua tribù, la nazione che ha abitato; vecchio, deve andar lontano, intraprendere un cammino verso l’ignoto, senza difesa. Uscendo dal suo popolo, dalla sua famiglia, dalla sua nazione, egli è indifeso di fronte a tutte le minacce, a tutti i pericoli: si getta in pasto alla morte. Eppure, egli risponde e la sua risposta è assoluta: non chiede una difesa, un aiuto; dona tutto, senza riserve; non sa quello che la volontà divina vorrà ancora dal lui. Va.

Dal primo atto che lo introduce nella storia all’ultimo atto che precede la sua morte, tutta la vita di Abramo è obbedienza e la sua obbedienza è assoluta: egli dona tutto, si dona tutto, totalmente si pone a servizio di Dio; non ritiene nulla per sé, né la vita né i beni, e nemmeno il suo figlio che è tutta la sua speranza, tutto il suo orgoglio, il suo amore. Quando Dio gli chiede Isacco non gli chiede soltanto quello che ha, ma quello che Dio gli ha donato, quello che era la ragione della sua esistenza. E Abramo tace, e Abramo obbedisce.

L’obbedienza di Abramo è anche disinteressata. Al principio Dio non promette ad Abramo altro che una benedizione onde sarà capo di un grande popolo, onde in lui saranno benedette tutte le genti. Ma la promessa è lontana: si esige davvero la fede per Abramo ed è anche per Abramo una cosa veramente incredibile come egli possa sperare questo da Dio. Tuttavia può sperarlo, perché è Dio che gli parla. Ma quando Dio gli chiede Isacco che cosa rimane ad Abramo? Sembra che Dio abbia voluto tutto ed ora gli tolga anche ogni speranza. Certo, Abramo può sempre affidarsi a Dio, ma ogni motivo di speranza umana ora cessa. Nella lettera agli ebrei è detto che Abramo sperava che Dio gli avrebbe donato il figlio suo attraverso la morte, ma dalla Genesi non appare questa speranza.

L’atto supremo di Abramo nel sacrificio d’Isacco è ancora un atto di speranza o è un atto di puro amore onde l’uomo offre a Dio tutto senza compenso? Sembra più giusto, stando al libro della Genesi, che l’atto di Abramo nel sacrificio del figlio sia un atto di puro amore. La conferma alle divine promesse Abramo l’avrà, ma soltanto quando avrà dato prova che non avrebbe indietreggiato nemmeno di fronte alla immolazione del figlio. Avanti di questa conferma, nell’atto che Abramo prendeva il suo figlio Isacco e andava per immolarlo. Egli sapeva, sperava veramente di poter ottenere ancora una benedizione da Dio che lo avrebbe reso fecondo, padre di popoli? Dio gli aveva fatto lasciar nel deserto, alla fame, alla sete, l’altro suo figlio Ismaele; donando Isacco egli rimane privo di ogni sostegno, di ogni discendenza. E Abramo non sa nulla. L’atto di Abramo non esclude la speranza però la speranza non sembra esplicitamente presente. L’atto del sacrificio d’Isacco è meno un atto di speranza che un atto di amore, e di amore puro, anche se questo amore non esclude la speranza.

Come, del resto, è sempre l’amore del cristiano. L’amore del cristiano può essere puro, ma non può escludere di per sé la speranza. Ma la speranza è implicita, velata, dimenticata, nascosta. «Anche se tu non mi dessi il paradiso io ti amerei». Questo è l’atto dell’anima che vive l’amore perfetto: dona tutto, e non pretende nulla per sé.

Abramo obbedisce e obbedisce per nulla. Dio poi confermerà la promessa, ma Abramo non contratta con Dio il prezzo della sua obbedienza.

Abramo inizia la storia di una redenzione, una storia di ritorno al paradiso perduto. E in Abramo, la virtù che maggiormente appare, che si rivela più magnifica, è l’obbedienza. L’obbedienza è in Abramo fede ed è amore. E lo sarà sempre, perché in concreto la nostra fede e la nostra carità non potranno mai essere, secondo l’insegnamento evangelico, che un atto di obbedienza (…).

La via del ritorno, Ed. Carroccio, pp. 52-57

Tutti in cammino (1988)

Siamo tutti figli di Dio, ma veri figli di Dio ce ne sarà, sì e no, una quindicina ogni generazione. Nemmeno di tutti i santi si può dire che abbiano realizzato pienamente questa dignità di essere figli. Infatti anche fra i santi c’è una perfezione più o meno grande di santità, una identificazione più o meno grande col Cristo. Noi non siamo figli di Dio, ma il fatto di essere la Comunità dei figli di Dio vuol dire per noi impegnarci a realizzare quello che mediante il Battesimo siamo divenuti. In potenza siamo tutti figli di Dio, ma nella realtà noi sentiamo di esserne infinitamente lontani dal vivere secondo questa natura nuova che ci è stata conferita col Battesimo. Siamo in cammino. Anche il fatto di aver fatto la Consacrazione nella Comunità non implica minimamente che sentiamo di aver realizzato quello che vuol dire essere cristiani. Sentiamo tutti di essere in cammino. Quello che proprio ci distingue è che noi sentiamo di essere in cammino e vogliamo fare questo cammino per vivere veramente come figli di Dio. Non dobbiamo illuderci; probabilmente rimarremo in cammino. Però sappiamo una cosa: che chi è in cammino è salvo. Non chi raggiunge la meta, ma chi è in cammino è salvo, perché la santità cristiana non consiste nel raggiungere la meta che ci è proposta. Consiste invece nell’avere un desiderio vivo, una aspirazione costante, una volontà ferma e continua di tendere a Dio. La meta non si raggiunge mai, perché Dio è l’infinito; perciò la perfezione cristiana è quella di essere in cammino. Ecco perché vi dicevo che non dobbiamo mai presumere di essere già arrivati. Lo dice anche san Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Dimenticando quello che è dietro di noi, ci protendiamo in avanti verso la meta che ci è stata prefissa» (cfr. Fil 3, 13-14) e che è Dio stesso (…).

Noi che abbiamo fatto la Consacrazione dobbiamo sentirci sempre debitori. Siamo sempre in debito, ma questo non ci fa perdere di coraggio, perché lo Spirito Santo vive in noi. Non possiamo esser soddisfatti di noi, non possiamo pretendere mai di aver realizzato la nostra vocazione cristiana e di aver raggiunto la meta, ma siamo santi nella misura che siamo in cammino. Ed è questo che noi tutti che ci siamo consacrati dobbiamo chiedere a Dio: che rimanga sempre vivo in noi il desiderio, la tensione verso di lui. Non ci dobbiamo contentare mai di noi stessi. Le anime che sono soddisfatte di sé non ci piacciono, non le vogliamo. Chi è soddisfatto di sé crede di aver già raggiunto la meta e si ferma. Noi invece vogliamo esser sempre in cammino, perché sappiamo che Dio è a infinita distanza da noi. È così semplice tutto! E non vi sembra che sia anche bello? Vi lascio alle vostre occupazioni: chi è sposato rimane sposato, chi svolge una professione continua a svolgerla, chi invece è chiamato da Dio alla castità perfetta, vivrà la castità perfetta; chi è chiamato a vivere la vita contemplativa in un eremo, lo si lascia vivere in un eremo; ma ci sentiamo tutti fratelli, perché viviamo tutti lo stesso cammino verso il Signore. Io non mi sento migliore di voi. E nessuno, anche se vive una vita contemplativa in puro silenzio, si deve sentire diverso da voi. Siamo tutti in cammino, lo stesso cammino. Alcuni sono chiamati a vivere questo cammino sotto una certa forma di vita, altri sotto un’altra, ma la meta ultima alla quale tendiamo è unica per tutti: è il primato della carità che ci fa una cosa sola con Dio e una cosa sola con gli uomini.

Ritiro a Bolzano del 23 ottobre 1988