giovedì, Ottobre 22, 2020

Monaci nel deserto del mondo (1971)

Un teologo ortodosso, Pavel Evdokimov, diceva che con Serafino di Sarov era nato il monachesimo interiorizzato. Ora, noi siamo dei monaci, ma i monaci nuovi. Non i monaci che vivono in clausura, non i monaci che vivono lontano dalle città, nel deserto, ma vivono in mezzo al deserto del mondo, in mezzo al deserto di Modena, in mezzo al deserto di Firenze, in mezzo al deserto di Napoli, in mezzo al deserto di New York.

Ecco quello che noi dobbiamo essere. E la cosa più importante per me è proprio quello che vi dico stasera: abbiamo voluto dedicare questa casa a San Sergio per richiamarci, attraverso San Sergio, attraverso San Serafino, a quello che è il monachesimo nuovo che oggi si impone ai cristiani. Vivere una vita dedicata a Dio, una vita che sia testimonianza della presenza di Dio nel cuore dell’uomo. Vivere questa testimonianza nelle nostre case, nel lavoro, nell’insegnamento, nella famiglia; viverla nel deserto delle città, perché le città sono deserte di Dio. Che vuoto pauroso! È più vuota oggi la città di Dio di quanto non sia vuoto il deserto. È veramente nelle nostre città che, oggi, non si conosce più Dio, che non si sa più nulla di Lui.

Ecco, allora: noi vogliamo vivere come monaci, come testimoni del Dio vivente in mezzo a queste città!

Ci sentiamo soli, non soli perché gli altri sono lontani, ma soli perché gli altri non posseggono più il Signore. Ci sentiamo testimoni sempre più rari di una divina Presenza. E per questo ci sentiamo impegnati a trasfigurarci nei confronti del mondo. San Serafino di Sarov si trasfigurò: anche noi dobbiamo trasfigurarci nella dolcezza e nell’umiltà, in modo che tutta la nostra vita dica Dio agli uomini, riveli Dio e la sua carità; riveli la sua luce, doni al mondo la sua pace, la sua gioia.

Non abbiamo più bisogno dei santi che stanno nelle nicchie, di cartapesta o di gesso, ma di santi in carne e ossa che guardano, camminano, servono gli uomini e intanto danno testimonianza di vita divina. Lo Spirito Santo è lo Spirito che dona la vita.

Non siamo soltanto delle anime pie: è troppo poco! Dobbiamo essere dei santi e dei grandi santi, pur continuando nel nostro lavoro. Dobbiamo imporre noi, agli altri, la Presenza di Dio, proprio perché gli uomini non la cercano più. È Dio che cerca gli uomini attraverso di noi. E noi dobbiamo andare in mezzo agli uomini per portare ovunque la Presenza di Gesù. 

Quale grande vocazione è la nostra! San Francesco è nulla in paragone di quello che dobbiamo essere noi. Ve lo dico schiettamente. È vero. San Francesco portava Dio in un mondo che ancora conosceva Dio; noi dobbiamo portarlo in un mondo che non Lo conosce più. Ora c’è bisogno di una santità molto più grande, anche se di forme nuove, per dire che Dio è; e Dio è la Santità. Anche quelli che vorranno vivere nel quarto grado della Comunità, se un giorno il quarto grado ci sarà, non dovranno chiudersi nella clausura e nel silenzio, ma vivere come Serafino di Sarov negli ultimi cinque anni della sua esistenza, in mezzo agli uomini, per donarsi agli altri e, intanto, vivere una vita tutta divina.

Tutto questo impone un esercizio eroico di virtù come vivevano i padri del deserto? Direi qualche cosa di più e qualche cosa di meno. Fede luminosa, preghiera continua e viva. Dobbiamo essere anime di luce nelle quali si riflette tutta la bellezza del cielo. Come noi saremo testimoni di questa nuova santità, lo sa Iddio. Ma certamente Dio compirà in noi questa santità se saremo fedeli e se saremo docili allo Spirito Santo: tutto il nostro dovere è di essere docili allo Spirito Santo. È Lui solo che ci fa santi. E lo Spirito Santo si dona a ciascuno (…).

Una cosa perciò vi chiedo: dovete credere alla vostra vocazione perché certamente il primo dovere che si impone per essere santi è credere all’amore di Dio, ad un amore personale, ad un amore infinito per ciascuno di noi, anche se siamo poveri peccatori, misere ed imperfette creature. La nostra imperfezione non è un limite, non è un ostacolo all’onnipotenza di Dio. Se noi crediamo a questo amore, Dio potrà trasformarci. Non sono io che lo spero, è la Chiesa che vi vuole santi, è Dio stesso, in un momento così grave, così triste per la Chiesa e per tutta l’umanità. Oggi mancano i santi.

La nostra vita non ci impedisce di essere santi nella famiglia, nella città, ovunque. Non è presunzione, per noi, tendere alla santità: vi siamo obbligati! Iddio ci chiede questo! E la santità nostra sarà per il bene dei fratelli. Nessun incontro fra gli uomini avviene che non sia pieno di responsabilità eterna per ciascuno di noi perché, quando io mi incontro con un’anima, è il Cristo che s’incontra con quest’anima per la sua salvezza. Ogni incontro ha il suo peso di responsabilità per te: ti donerai nel silenzio, nella dolcezza, nella tua umiltà, nella tua disponibilità. Ti donerai nella gioia e nella fede.

Questo dobbiamo vivere.

Ritiro a Casa San Sergio (FI) del 2 giugno 1971

Tutta la vita cristiana è un sacerdozio (1982)

Noi tutti cristiani, come siamo profeti – cioè testimoni, rivelatori del Padre, come dice il primo atto della nostra consacrazione [nella Comunità dei figli di Dio] – così siamo anche sacerdoti e dobbiamo esercitare un nostro sacerdozio. Tutti noi cristiani siamo partecipi del sacerdozio di Cristo, non solo in quanto riveliamo Dio, ma in quanto operiamo. Che cosa fa il sacerdozio? Realizza il sacrificio e con il sacrificio santifica; così noi dobbiamo santificare anche noi stessi, ed in qualche modo preparare, come fa il sacerdote, il sacrificio degli altri, in modo che l’offerta a Dio sia l’offerta di tutto quello che entra in comunione con noi. (…) Il primo compito del nostro sacerdozio, secondo san Paolo, è questo: «Offrite i vostri corpi come sacrificio» (Rm 12, 1), offrire noi stessi. La santificazione è vivere il sacrificio di noi stessi.

(…) Noi viviamo l’amore cristiano soltanto quando viviamo la nostra vita come sacrificio, come offerta; offerta perché, nella misura che noi ci offriamo, ci santifichiamo e l’amore che ci santifica è l’amore stesso di Dio che è un amore oblativo. La santità è soltanto la perfezione della carità, e la perfezione della carità è il sacrificio.

(…) Il tuo lavoro sia l’esercizio della tua carità: ecco che cosa vuole il Cristianesimo. Perciò vivi la tua missione nel lavoro non tanto come necessità per mandare avanti la famiglia; però in tal caso anch’esso ritorna ad essere un servizio all’amore, dato che lo fai per la famiglia, ma non è giusto, perché il lavoro stesso deve essere vissuto direttamente come impegno di amore. Perciò io dico che dovete amare le strade, i sassi, dovete volere il bene della città; non si tratta soltanto per voi di fare il vostro lavoro con coscienza, per prendere poi con coscienza lo stipendio a fine mese; è troppo poco. In quanto siete cristiani siete portati a dover vivere il vostro lavoro come oblazione sacerdotale. Noi non si pensa mai che il lavoro sia una missione e una missione cristiana, ma lo è.

Pensate ad una sarta; come deve godere quando fa un vestito, pensando alla bellezza che dona alla persona che lo vestirà, perché lei deve volere che gli altri vestano decorosamente, vestano con eleganza, perché è proprio della donna il desiderio di manifestarsi anche nel vestire, nel portamento; non per attirare gli uomini, ma perché anche la nobiltà del vestire, la dignità del vestire è conforme alla dignità della persona umana di una figlia di Dio.

Non dovete essere trasandati nel vestire, non dovete essere sciatti: rendetevi conto che in tutto quello che fate dovete vivere un servizio di amore, non per voi ma per gli altri; è per gli altri anche la testimonianza che date, perché la persona sciatta non rivelerà mai la bellezza di Dio.

È un servizio il far da mangiare, il mantenere la casa dignitosamente, il vivere il vostro lavoro nel rapporto con gli altri; tutto sia veramente trasformato in un sacrificio, in un’oblazione di amore. È questo l’esercizio del vostro sacerdozio, perché la Messa dura tutta la vostra vita ed è la nostra partecipazione al Sacrificio del Cristo che noi viviamo soltanto nella misura che viviamo l’amore stesso che Egli ha vissuto. Come si fa a partecipare alla Morte del Cristo? Partecipando al suo amore sacrificale, partecipando a questo amore per il quale Egli si è donato.

(…) È questo il vostro sacerdozio: trasformare tutta la vostra vita in un atto di offerta, offerta a Dio prima di tutto, perché il sacrificio non può avere altro termine che Dio, anche se non è il solo termine. Il sacrificio del Cristo ha avuto infatti anche un secondo termine e cioè la salvezza del mondo. Così la vostra vita non può essere soltanto atto di sacrificio a Dio di lode, di adorazione, ma deve essere anche atto di propiziazione, di intercessione, di aiuto, di amore per i fratelli, per il lavoro, per la città, per la società, per i campi.

Ritiro a Biella, 9-10 gennaio 1982