sabato, Dicembre 05, 2020

Avvento – L’attesa di Dio (1956)

Il messaggio del Cristianesimo è la gioia e la ragione di questa gioia è l’imminenza della venuta del Signore. Ma altra cosa è la ragione e altra la condizione: infatti, pur esistendo la ragione della gioia, l’anima potrebbe non esser capace di accoglierla, e non è capac e di accoglierla se non realizza certe condizioni.

La condizione necessaria ad accogliere questa gioia è detta dal tempo in cui questo messaggio di gioia viene annunziato alla Chiesa: tempo di penitenza. La gioia cristiana fiorisce sull’albero della Croce. Siamo testimoni della gioia, ma prima dobbiamo cercare di vivere in quel digiuno dal mondo che è condizione della gioia cristiana. Possiamo sperare di possedere Dio nella misura che siamo distaccati dalle cose.

L’annunzio della gioia cristiana è prima di tutto esigenza di mortificazione, di rinunzia. L’anima possederà Dio nella misura che è vuota di sé, e desidererà Dio nella misura che è libera da ogni attaccamento.

Per le anime che hanno il loro bene e la loro felicità soltanto nella vita presente la morte è il peggiore dei mali. Bisogna che l’anima si abitui a distaccarsi da tutto e trovi tutto in Dio. È estremamente difficile vivere la gioia cristiana perché è difficile vivere in questo vuoto. L’anima deve essere aperta solo a Dio, volgersi solo verso l’alto.

Sembrerebbe che il momento più adatto per cantare la gioia fosse il tempo pasquale, invece la Chiesa ce la fa cantare nell’Avvento e nella Quaresima. L’Avvento ci dice: «Possederai Dio se la tua anima cerca Lui solo». La Quaresima ci dice: «Possederai Dio solo nella misura che il tuo cuore sarà spoglio e crocifisso». Due sono dunque le condizioni: 1) non avere altro desiderio, altra speranza che Dio; 2) povertà: non avere altro bene che Dio.

Esaminiamo il messaggio dell’Avvento: non avere altro desiderio che Dio. Viviamo davvero in questo avvento che è tutta la vita? In quest’attesa di Cristo? Che cosa chiediamo a Dio? Gli chiediamo non Lui ma qualcosa che Lui solo può darci: la felicità quaggiù, l’amore quaggiù, la stima degli uomini, una buona sistemazione…? Anche noi anime religiose siamo sempre preoccupate perché ci mancano cose materiali a cui si potrebbe e si dovrebbe rinunziare.

Vivere l’Avvento vuol dire aprirsi tutti a un solo desiderio: l’attesa di Dio. Noi, questa attesa, non la sentiamo; possiamo avere il senso della presenza di Dio, del possesso di Dio, ma il giorno di domani non rappresenta per noi una meraviglia, l’anima non vive nello stupore di quel che le è promesso.

Nell’Apocalisse il Signore è chiamato «Colui che era, che è e che viene» (Ap 1,4); non «che sarà» ma «che viene». Viviamo davvero in questa attesa? Se crediamo di conoscerlo già vuol dire che non l’abbiamo mai neanche incontrato. Dio è tale meraviglia che non può non essere una continua sorpresa. Noi non lo conosciamo se non viviamo tutti protesi nell’attesa del suo avvento. Siamo tutti un po’ vecchi nella vita spirituale, perché le cose hanno per noi un sapore di consuetudine, come se non ci fosse più nulla da aspettare. Ci disturba che Dio ci dia o ci chieda qualcosa di nuovo, che butti all’aria il piccolo covo che ci facciamo giorno per giorno. Non desideriamo con ansia Colui di cui crediamo conoscere ogni segreto.

Che l’anima Lo attenda viva nella speranza! Altrimenti non si avrebbe più gioia. Se il dono fosse sempre lo stesso la nostra anima sarebbe fiacca nel desiderio e non più protesa nello stupore, nella curiosità e nell’aspettazione.

Desiderio di Dio, attesa di Dio! L’Amore a te si dona e tutto puoi aspettare da Lui. Quel che Egli ti può dare è sempre nuovo e sempre supera ogni tuo pensiero, ogni tua aspettativa. Noi crediamo che ci aspettino sempre le stesse cose, invece tutto è nuovo. Tutti aspettiamo meraviglie nuove domani, ma le aspetteremmo con maggiore ansia se fossimo davvero distaccati. Non aspetteremmo i suoi doni ma Lui.

Questo è l’atteggiamento dell’anima; la gioia che deriva dalla speranza certa in Uno che rimane l’Ignoto, che è perpetua novità. «Ecce, Sponsus venit: exite obviam ei…» (Mt 25,6). «Amen: veni, Domine Jesu» (Ap 21,20). Tutte le cose ci dicono: «Ecce, Sponsus venit». Che l’anima esca di sé, dai suoi pensieri abituali, dalla sua vita abituale; allora potrà dire: «Veni, Domine Jesu».

Vivere in modo che ogni circostanza ci ripeta: «Ecce, Sponsus venit». Che l’anima sia tutta viva nel desiderio e nella speranza certa di un incontro imminente.

Ritiro del 16 dicembre 1956 a Casa San Sergio

Risorti con Cristo (1986)

Dice l’Apostolo Paolo: «Risorgendo da morte Cristo non muore più, la morte non l’ha più in suo dominio» (Rom 6,9) e allora noi viviamo e non possiamo vivere altro che la sua resurrezione.

(…) L’insegnamento è preciso, semplice: noi viviamo nel cielo. Sì, col nostro corpo mortale, nella nostra esperienza sensibile, noi non differiamo dagli altri che non credono; anche noi viviamo, per quanto riguarda la nostra esperienza sensibile, la nostra vita biologica, la vita psicologica, noi in tutto viviamo la vita dei nostri fratelli che non credono. Ma in quanto siamo mediante la fede in un rapporto reale col Cristo risorto, tutto questo  implica per noi che viviamo anche in un altro mondo. Viviamo già nel cielo, come ci ha detto la seconda lettura: noi siamo morti e la nostra vera vita è nascosta con Cristo (cf. Col 3,3). Ecco la nostra vera patria, ecco il vero luogo nel quale noi già dimoriamo, ecco la nostra vera vita, perché questa vita puramente sensibile è qualcosa che si aggiunge a noi, non è la nostra vita più profonda e più vera. La nostra vita più profonda e più vera è la nostra comunione con Lui perché se noi di fatto viviamo già nella fede, nella speranza e nella carità un rapporto con Dio, nel Cristo risorto la nostra vita vera è nascosta col Cristo in Dio. Noi dobbiamo prendere coscienza di questo grande mistero per essere anche consapevoli che la nostra vita non si identifica, e tanto meno si conclude, con la pura esperienza sensibile. Non per nulla, ce lo dice più volte Giovanni nel Vangelo (cap. VI) e nella sua lettera, noi possediamo già la vita eterna e oggi san Paolo ci dice che siamo risorti col Cristo e con Lui viviamo nel seno del Padre.

O, miei cari fratelli, se noi veramente in una fede viva vivessimo quello che abbiamo sentito e proclamato stamani alla Messa, noi vivremmo già la comunione dei santi, noi vivremmo già in comunione con gli angeli e coi santi, la nostra vera vita non sarebbe più un vivere in un luogo o vivere in un tempo; sarebbe vivere nell’immensità divina e già noi viviamo questa dimensione, non a San Sergio o a San Lazzaro di Savena, ma in seno al Padre. Ovunque noi siamo, noi siamo in Dio. L’essere in Dio vuol dire non essere conclusi, perché Egli è infinito; ovunque io sono mi sento dilatato nella divina immensità, nulla più mi imprigiona, non mi sento più prigioniero del tempo né dello spazio. La mia vita è in Colui che al di là del tempo e dello spazio è la pura eternità dell’amore.

(…) La risurrezione non è un mistero che riguarda soltanto Gesù. Se Egli si è fatto uno con tutti gli uomini nella morte di croce, questa unità con tutti rimane anche con la sua risurrezione e, rimanendo nella sua resurrezione questa unità con tutti, noi tutti con Lui   siamo risorti, noi tutti con Lui viviamo nel seno del Padre, noi tutti con Lui siamo già glorificati, viviamo la sua eternità, possediamo la vita eterna. Miei cari fratelli, non lasciamoci irretire dall’esperienza soltanto umana, dalle nostre prove, dalle nostre difficoltà, dalle nostre malattie: non lasciamoci paralizzare da tutto questo. Dobbiamo trascenderlo perché nella fede, nella speranza e nella carità noi viviamo oltre tutto quello che è legato a questo povero mondo.

Se viviamo in questo mondo, è perché vivendo in comunione fra noi si cresca nell’amore e, crescendo nell’amore, possiamo gli uni e gli altri sempre più inserirci in Colui che è l’amore vivente. Perché se il mio rapporto con voi mi staccasse da Dio o staccasse voi da Dio, sarebbe la più grande disgrazia che potesse capitarci; l’amore umano non può avere altro fine e altro prezzo che quello di essere una propedeutica, una preparazione, una iniziazione sempre più grande al vivere in questo abisso di luce, in questo abisso di amore, nel seno del Padre. Questa è la vera patria che non abbiamo bisogno di cercare, perché vi siamo già. Egli è con noi, noi siamo con Lui: il Cristo è risorto.

Omelia del 30 marzo 1986, Triduo Pasquale a Desenzano (BS)

Vivere tutti l’unica vita del Cristo (1996)

Non possiamo dubitare che la grazia divina sia offerta ad ogni uomo. Sappiamo per fede che nessuno potrebbe essere condannato se non per un suo rifiuto ad accogliere la grazia divina. Noi siamo dunque nella condizione di sentirci redenti dal Cristo, di saper accogliere il dono di questa redenzione gratuita, ma reale (…)

Ed ecco, allora, miei cari fratelli, quello che dobbiamo chiedere a Dio in questi giorni della Quaresima: dobbiamo chiedere a Dio che gli uomini vogliano credere all’amore, vogliano affidarsi all’amore, vogliano abbandonarsi a quel Dio che altro non vuole se non la loro salvezza, se non il loro bene. La Quaresima termina con la resurrezione. È il cammino di tutta l’umanità verso la celebrazione di questo mistero che fa presente la salvezza di Dio. La resurrezione non è tanto un dono di grazia o di gloria che riguarda il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio nella sua natura divina non ha mai cessato di essere la beatitudine stessa dei Santi. La resurrezione dice invece il termine ultimo di tutta l’umanità. Nel Cristo risorto noi siamo in atto primo. Quando celebriamo la Quaresima, celebriamo il cammino di tutta l’umanità verso il possesso della redenzione che in Cristo ci viene offerta nell’atto in cui noi celebriamo la resurrezione di Gesù, perché la resurrezione del Cristo è la resurrezione di tutta quanta la creazione, come insegna sant’Ambrogio: «Resurrexit in eo caelum, resurrexit in eo terra – Risorse in Lui la terra e il cielo». Tutto è risorto col Cristo. L’atto per il quale l’umanità del Cristo si sciolse dai vincoli della morte è l’atto mediante il quale tutta la creazione si solleva a Dio in una lode eterna, infinita.

Noi dobbiamo compiere questo cammino non per noi soli. (…) Le nostre piccole mortificazioni non so che cosa possano essere per il Signore: sono soltanto un modo per noi per cercare di realizzare la sacralità di questo tempo che ci prepara alla festa di Pasqua. In queste mortificazioni noi ci risvegliamo da un certo torpore che ci impedisce di prendere coscienza che tutta la nostra vita è un contatto con Lui, che tutta la nostra vita deve essere un rapporto con questo Dio che ci ama e ci dona Se stesso. Non c’è un giorno più santo dell’altro, perché tutti i giorni non sono che il giorno di Dio e il giorno di Dio è il giorno in cui Egli si offre a ciascuno. Oggi tu puoi entrare in Paradiso: «Hodie mecum eris in Paradiso» (Lc 23, 43). È la parola che dice il Signore a ciascuno di noi. Perché aspettare? Non è forse questo il momento che egli ti dà per aprirti nella fede ad accogliere Dio? La comunione sacramentale si può fare soltanto due volte in un giorno, ma una comunione che ci dona il Cristo la possiamo fare in ogni istante della nostra vita, se nella fede ci apriamo ad accogliere il dono di Dio.

(…) Dobbiamo vivere questo, miei cari fratelli e sorelle, ma non viverlo per noi soli. Se noi viviamo la Quaresima per noi soli, già ci escludiamo dal vivere la Pasqua. Il processo che va dal peccato di Adamo a Cristo è diverso dal processo che va da Cristo alla seconda venuta. Da Adamo a Cristo è un estendersi del male, un dilatarsi dell’orrore del male e della divisione degli uomini e della opposizione dell’uomo dall’uomo. Ma ecco: da Cristo fino alla seconda venuta si ricompone l’unità, fintanto che al termine, come dice sant’Agostino, non rimane che Cristo, il Christus totus.

Sì, soltanto il Cristo, ma non soltanto la Persona del Verbo incarnato. No, rimane un solo Cristo, perché un solo corpo. Il mistero cristiano è simile al mistero della Trinità: un solo Dio, ma tre Persone che sussistono nella unità della natura; un solo Cristo, ma nell’unità del Cristo innumerevoli anime, un mondo immenso, una umanità di miliardi e miliardi di uomini che sollevano a Dio il loro canto di gloria. Un solo uomo, ma in questo uomo rimangono le persone. Le persone rimangono, ma per vivere tutte una sola vita: la vita che è la vita del Figlio di Dio, cioè una vita immensa, una vita di luce infinita, una vita che è di un amore senza limiti.

La Quaresima ci porta a dover vivere questo, non la nostra salvezza individuale. Guardate che se voi andate soli verso il Signore, Dio non vi conosce, perché il Padre conosce soltanto il Figlio e il Figlio si è fatto uno con tutti.

Le persone vivono poi un’unica vita. Come le tre Persone divine vivono la vita di Dio, così tutti gli uomini in Cristo non vivono che la vita del Cristo: «Vivo io, ma non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20), cioè in ciascuno di noi. Ciascuno di noi vivrà la vita del Cristo secondo la nostra apertura ad accogliere il dono di Dio.  

Ritiro a Bologna del 25 febbraio 1996

Conversione: un terremoto interiore (1968)

Siamo nella Quaresima: la Quaresima ci richiama alla penitenza. È con la penitenza che è iniziato il ministero di Gesù.

Ma che cos’è precisamente la penitenza? Soltanto il pentimento di quello che possiamo aver fatto di male sarebbe ben poco per caratterizzare invece quello che con questo termine intende la Chiesa e intende il Signore. Il termine “penitenza” è una traduzione molto imperfetta di un termine greco che viene usato dagli evangelisti proprio per dire il contenuto della prima predicazione di Gesù, quando inizia il suo ministero.

Il termine greco è metánoia e voi potete capire già che cosa può voler dire. Nous è la mente, è lo spirito, anzi la psiche, l’anima, e meta vuol dire proprio un capovolgimento, un rovesciamento del nostro essere interiore.

Di qui voi capite che quando noi pensiamo che penitenza voglia dire soltanto pentimento dei peccati è troppo poco. Quando pensiamo alla penitenza come al complesso di azioni afflittive, mortificanti per la nostra natura, ugualmente si dice qualcosa ma non si dice quasi nulla, perché, quando si pensa appunto ad azioni afflittive, in generale si pensa a quelle azioni afflittive che non toccano affatto il nous, lo spirito, ma toccano il corpo.

Ecco perché uno dei decreti ultimi sulla riforma della penitenza quaresimale sembrava quasi eliminare quello che finora sembrava il contenuto specifico proprio della Quaresima. Quello che poteva sembrare il vero contenuto della Quaresima era stato eliminato non dalla Chiesa, ma dal fatto che i cristiani non ci credevano più, non facevano più nulla in questo senso. Ma forse i cristiani, non sottomettendosi più a quelle prove, davano segno d’aver capito di più la penitenza veramente cristiana, se non altro davano l’impressione di aver capito che quelle penitenze valevano poco e non era il caso nemmeno di dar loro importanza.

Qual è allora la vera penitenza a cui ci richiamano il Signore e la Chiesa nel tempo quaresimale? Questa penitenza ci richiama intanto a una coscienza di una nostra opposizione radicale con Dio. Se si impone una conversione, segno è che noi non siamo rivolti al Signore, ma gli voltiamo le spalle.

Possiamo noi dire questo? Sì, possiamo dirlo! Nel fondo del nostro spirito noi rimaniamo in una certa opposizione a Dio fintanto che non siamo dei santi. Solo il santo vive, anche nell’atto suo primo, anche nell’atto suo più interiore, questa perfetta adesione a Dio, questa perfetta trasparenza dell’essere alla luce divina. Noi nel nostro più intimo siamo opachi alla luce, nel nostro più intimo, senza esserne forse nemmeno consapevoli minimamente, noi viviamo una certa opposizione a Lui. E questa opposizione da che cosa deriva?

Mi sembra così chiaro quello che dice sant’Agostino, mi sembra così evangelico e così biblico: «Due amori fecero le due città: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio». La vera conversione è una conversione che implica precisamente l’amore. L’amore è il rivolgersi dell’essere, è l’ordinarsi dell’essere: l’essere ama in quanto si ordina. E dunque questo vuol dire che di per sé non si può dividere l’essere dall’amore; praticamente c’è un’identificazione fra essere e amore, però il contenuto di questo amore deriva dall’ordinarsi. Ci si ordina in un modo o ci si ordina in un altro. Se tu non ami Dio, non per questo non ami: ami te stesso. Se tu ami Dio, non per questo tu non sei, anzi realizzi te stesso precisamente come Dio ti ha voluto, come suo figlio e sua creatura.

Qual è la conversione dunque a cui ci chiama il Signore, la vera penitenza? È questo terremoto interiore, questo rivolgimento dell’essere onde tutto in noi si ordina a Lui, e per ordinarsi a Lui si strappa a un precedente amore, sfugge, si sottrae a un’attrazione che s’imponeva finora al nostro spirito e ci sottraeva, almeno in parte, a Dio stesso.

Se noi non avessimo bisogno di questa conversione, noi saremmo già santi. Possiamo dire di essere santi? No: vuol dire che abbiamo bisogno di convertirci. Se la santità è il nostro ordinarci totale a Dio, vuol dire che ancora non siamo totalmente ordinati, vuol dire che abbiamo bisogno di conversione. Ma da che cosa? Probabilmente, per noi tutti, dall’amore di noi stessi, come dice sant’Agostino: «Due amori fecero le due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé».

Si impone dunque una liberazione dai nostri egoismi, si impone dunque che noi sappiamo veramente rinunciare a noi stessi. L’abnegazione di sé: ecco quello che implica la conversione del cuore.

Ritiro del 4 marzo 1968 a Viareggio

Vivere dentro (1959)

Laparoladelpadre

Che grande gioia essere con voi in questo giorno di Pentecoste. È la festa dello Spirito di Dio, dello Spirito Santo. Non la festa della Terza Persona della Santissima Trinità in quanto procede dal Padre e dal Figlio, o dal Padre per il Figlio, nel mistero intimo della vita divina, ma la festa dello Spirito in quanto lo Spirito ci è stato donato e si è diffuso sopra la terra, in quanto lo Spirito è il dono di Dio, il dono che Dio ci ha fatto di Sé per vivere Egli stesso nei nostri cuori.

È la festa che porta a compimento i disegni di Dio: nel dono dello Spirito veramente si compie l’incontro di ogni anima con Dio. Non si compie soltanto un incontro: si realizza un mistero, il mistero di una partecipazione personale di ciascuno di noi all’intima vita di Dio. Nel dono dello Spirito noi siamo stati attratti nel seno della divina Trinità, noi siamo divenuti della famiglia stessa di Dio; non più soltanto chiamati remotamente a questa vita divina, ma già partecipi di essa nel segreto più profondo della nostra natura. (…)

E noi siamo chiamati stamani ad aprire l’abisso della nostra anima per accogliere Dio in noi: accogliere questo amore immenso, infinito, accoglierlo per sentirci “ripieni”; è questa l’espressione che ritorna durante la festa della Pentecoste: «Repleti sunt onnes Spiritu Sancto» (At 2, 4), «Replevit totam domum ubi erant sedentes» (At 2,2). Egli sempre riempie di Sé; Dio solo può riempire. Ecco il mistero della Pentecoste. Abisso infinito che aspetta la grazia, il nostro cuore si apre all’amore divino perché Dio voglia effondersi in lui, ed ecco che nel dono che la sua anima riceve l’uomo si sente ripieno: ogni suo desiderio è stato più che colmato dal dono che Dio ha fatto di Sé, ogni speranza è stata superata e trascesa, ogni aspettativa vinta dall’amore divino.

Dio stesso è venuto. Non verrà soltanto domani: la vita del Cristianesimo è esperienza di un dono presente. Noi viviamo il dono di Dio nel mistero di una povera vita, nel mistero di un’intima sofferenza, ma viviamo il dono di Dio nel possesso beato di una beatitudine immensa. Siamo veramente ripieni.

Che cos’è la pace che Gesù ci dona lasciandoci, se non precisamente il suo Spirito, o almeno il frutto di questa presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo? Come potrebbe l’uomo aver pace se non fosse saziato nella sua brama, se non fosse ricolmato nel suo vuoto? La pace è il segno di questa divina pienezza che il cuore umano possiede, e noi possediamo la pace, segno intimo di una divina presenza, segno che ci garantisce, ci assicura questa presenza divina. Possediamo e viviamo la pace, che nulla potrà mai compromettere, né le sofferenze fisiche, né le sofferenze morali, né l’abbandono degli uomini, né le umiliazioni di fronte agli altri, né le nostre stesse miserie che sono tanto grandi. Nulla può compromettere la nostra pace, perché la nostra pace non ha la sua origine in noi, ma in una Presenza che rimane. Questo è il mistero della Pentecoste: Egli non discende, ma è disceso, Egli rimane. Il mistero della Pentecoste è un mistero permanente.

(…) Pur vivendo giorno per giorno avvenimenti che sembrano uguali e diversi perché si succedono in un ritmo continuo, pur vivendo in questo tempo che scorre, la nostra anima già è ancorata all’eternità perché Dio è in lei e lei è in Dio. Il tempo è finito già: ve ne rendete conto? Vi rendete conto che il paradiso davvero è incominciato per noi? Basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si è fatto presente perché tutte le onde del tempo non raggiungano più l’anima che vive in una immutabile pace il dono divino; basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si fa presente per essere la sua ricchezza e il suo amore, per essere la sua gioia e il suo riposo.

Se noi non viviamo la pace e perché noi ancora viviamo fuori, mentre Egli è dentro. (…) Sta a noi vivere ora la vita del cielo, non sta più a Dio, perché Dio già si è dato. Se non viviamo già in paradiso la colpa non è delle cose, o tanto meno la colpa è di Dio: la colpa è soltanto nostra che ancora viviamo al di fuori.

Omelia del 17 maggio 1959 a Casa San Sergio (FI)

Cristo è con noi (1986)

La frazione del pane (nell’episodio dei due discepoli di Emmaus) è per san Luca il mistero nel quale Dio, oggi, si può comunicare di più alla nostra anima.

Le apparizioni non devono avvenire. Sempre Egli sarà con noi, ma non lo vedremo. Però la sua presenza non è inattiva; essa dona alla nostra anima di risorgere pian piano, dall’incredulità alla fede, dalla disperazione alla speranza, dalla mancanza di amore (perché ormai Dio era morto; «non ardeva il nostro cuore?») all’ardore di carità. Qual è la vita cristiana dopo la resurrezione del Cristo? Quella che gli apostoli non avevano mai conosciuto prima della resurrezione: l’esercizio delle virtù teologali. Infatti la speranza degli apostoli prima della morte era soltanto quella di essere a destra e a sinistra di Gesù quando sarebbe stato al governo del mondo; la fede dei discepoli era in Gesù come rabbì, non come Figlio di Dio, non come Colui dal quale dipende la salvezza del mondo, salvezza escatologica.

Questa pagina dei discepoli di Emmaus è simbolica: in quei due discepoli siamo raffigurati tutti noi. Troppo spesso ci dimentichiamo che il Cristo è con noi. Quante volte ci sediamo a tavola e non ci sembra che il Signore sia a tavola con noi; troppo spesso quando si va al lavoro crediamo di essere soli. Egli invece è con noi sempre. Ricordiamoci che Egli non è soltanto presente nella Chiesa. La presenza del Cristo nella Chiesa (è l’insegnamento di san Matteo) è una presenza in ordine alla missione della Chiesa. Qui invece c’è la presenza di Cristo in due semplici discepoli; non sono apostoli, ma due come noi. Gli altri erano lontani, il mondo si era allontanato da loro, entravano nel buio della sera, camminando verso Emmaus; così noi, via via che camminiamo, ci sentiamo sempre più soli e il silenzio scende nella nostra vita. Ma non è vero: Uno si accompagna a noi, e, nonostante il silenzio e la solitudine si facciano sempre più grandi (perché i nostri figli si allontanano, perché cessa il lavoro e sembra che la nostra vita si spogli sempre più), in realtà l’esistenza diviene sempre più limpida e più ricca di intima vita, perché la fede diviene più luminosa, perché la speranza (non si sa come) diviene più profonda, e la carità sempre più reale nei nostri cuori.

Un cristiano, se rimane fedele, quanto più va avanti negli anni, tanto più non va verso la morte, ma verso la vita. Abbiamo in questa pagina un esempio: Cristo diviene dedizione totale ai suoi figli, e non chiede nulla per sé. Sempre più evita di ricevere, vuol soltanto donare.

È una grande pagina quella di Luca; come sempre Luca non è tanto ecclesiastico, come Matteo, né così mistico, come Giovanni, né così kerygmatico, come Marco, ma è l’evangelista della vita cristiana.

(…) N noi viviamo l’alba, il giorno e il vespro di una vita che discende verso la morte, ma solo sul piano biologico e psicologico; sul piano della fede invece si va verso la luce. Perciò non sappiamo se questo sia veramente un andare verso la notte, o non piuttosto verso un giorno che sempre più si annuncia vicino.

Questa pagina (Lc 24, 13-35) è la pagina normativa della vita cristiana di ciascuno di noi; i due discepoli non ricevono nessuna missione, risorgono soltanto ad una nuova vita. È la pagina che dice precisamente il contenuto della vita presente del cristiano; essere con Lui, anche senza sperimentare fino in fondo questa presenza, anche senza esserne pienamente sicuri. Però gli effetti di questa presenza si fanno sentire per ciascuno di noi in una fede sempre più vera, più grande, in una speranza più viva, in un amore che sempre più ci dilata. Egli è con noi.

Esercizi spirituali a Muzzano (BI), 2-6 agosto 1986

Coscienti che Dio è in noi (1984)

Si celebra oggi la festa della Trasfigurazione del Cristo: noi dobbiamo trasfigurarci. Come vi ho già detto, la nostra trasformazione prima di tutto avviene nel più intimo e dentro il nostro essere, e noi non possiamo averne nemmeno l’esperienza: avviene già nel Battesimo, per il fatto che nel Battesimo noi siamo inseriti nel corpo del Cristo. Ma poi l’azione della grazia investe le potenze spirituali: l’intelligenza e la volontà. Perciò la prima cosa che si impone per noi, dopo questa trasfigurazione compiuta dai sacramenti divini (specialmente da quei sacramenti che hanno impresso in noi il carattere), è la conoscenza di Dio: conoscenza che non è puramente astratta, è piuttosto la coscienza di Dio. Come noi siamo coscienti di noi stessi, esser coscienti che Dio ci investe, che Dio ci possiede, che Dio è in noi. Sentirci come la pisside che contiene il corpo di Cristo, ma veramente come un’anima vivente che si sa penetrata, che si sente piena di Lui.

Noi siamo veramente la dimora di Dio, il luogo di Dio; dobbiamo sentirlo. Nulla c’è per noi di più sacro di noi stessi; nemmeno il paradiso è più sacro di me, perché in paradiso Dio sarà per gli altri, ma Dio è per me in quanto è nel mio cuore, e io devo scendere nell’intimo mio per prendere coscienza di questa Presenza di Dio in me, per lasciare che Dio nella sua Presenza totalmente mi riempia e non ci sia più vuoto che Egli non riempia di Sé. Sentire in noi questa presenza di Dio, presenza del Cristo: ecco, questa è la prima cosa che noi dobbiamo realizzare. Ed è di qui che nasce la vita di contemplazione, ed è di qui che nasce la vita di preghiera, perché non può essere mai che si possa vivere una continua preghiera se non abbiamo questo sentimento di Dio che lentamente penetra tutta la nostra vita e la riempie di Sé. È un sentimento ora più forte ora meno forte, ma è sempre presente. È come la coscienza che abbiamo di noi stessi; alcune volte è più forte, altre meno forte. Questa coscienza di noi stessi l’abbiamo attraverso la coscienza, per esempio, del mal di testa, oppure la coscienza di vedere il cielo, le cose, ecc., ma attraverso questa esperienza delle cose c’è sempre, come riflesso indiretto, anche la coscienza che siamo noi a vedere e a sentire. Così è per quanto riguarda la vita interiore, questa vita di preghiera. Certo che non possiamo vivere sempre una preghiera attuale, ma possiamo avere questo sentimento di Dio che sempre ci accompagna; basta che noi cerchiamo di non essere totalmente distratti, di non abbandonarci alla curiosità, alla distrazione.

Battista da Crema (1460?-1534), uno dei maggiori maestri spirituali d’Italia, diceva che la curiosità, la dissipazione volontaria, è uno dei peggiori mali dell’uomo. Sono questi infatti i mali dell’uomo; lo scoraggiamento, la dissipazione volontaria. E i peccati? I peccati ci sono sempre, ma non date peso ai peccati! Più importante è eliminare gli stati abituali della anima che impediscono alla grazia di entrare in voi. Se commettete adulterio, beh, vi rialzerete! Ma se voi vivete nello scoraggiamento, non vi rialzerete mai. E se voi vivete nella dissipazione abituale, voi vivrete una vita sciupata per sempre. Capite? I peccati hanno meno importanza per la nostra vita interiore di quello che hanno certe disposizioni interiori. I peccati ci saranno sempre, saranno più o meno coscienti, ma il peccato attuale è meno grave di una disposizione abituale dell’anima che chiude le porte a Dio, che impedisce a Dio di penetrare in noi, di vivere in noi. Di qui, vi chiedo prima di tutto; non scoraggiamento, mai! Abbiate fiducia in Dio che vi ama, in Dio che vuole la vostra santità, in Dio che opererà la vostra santità. Abbiamo fiducia in Dio! E poi manteniamo un certo raccoglimento interiore. Questo lo chiedo specialmente a voi che vivete nel mondo. 

Festa della Trasfigurazione – Omelia del 6 agosto 1984 a Firenze

Se tu vuoi Gesù… (1988)

Se tu vuoi Gesù, non cercarlo in chiesa: Egli si fa presente sotto le specie del pane non per rimanere lì fermo, ma per essere mangiato, perché vuol vivere in noi.
Ognuno di noi, se è in grazia, è il tabernacolo più vero del Signore, perché in noi Egli rimane e vuol rimanere.

Ritiro a Biella, 29 dicembre 1988

Il centro del mondo (1973)

Non siamo cristiani finché non realizziamo che là dove siamo è il centro del mondo, che là dove siamo è il cuore dell’universo, perché là dove siamo è Dio.
Roma non è più sacra del luogo dove io sono. Nemmeno il tabernacolo è più sacro del mio cuore, se in me vive Dio. 

La legge è l’amore, I edizione, p. 100