domenica, Ottobre 25, 2020

L’assenza di Dio (1977)

Abbiamo detto che nella Comunità ci siamo impegnati a vivere una vita di preghiera. Però non ci siamo impegnati a dire tante preghiere, tanti esercizi di pietà. Vi ho detto che vi posso anche dispensare da tutto nella misura che questo non è un mezzo necessario al progresso della vostra vita spirituale, ma non posso dispensarvi dal fatto che la vostra vita divenga una vita di preghiera. Allora la cosa importante, per vivere questa preghiera, è che nasca in voi il desiderio. E sono molto contento quando mi dite che non sentite Dio e che Dio è per voi come se non fosse. Vi ho già detto prima: voi non avreste questo sentimento dell’assenza se nel vostro spirito non ci fosse già la presenza di Dio. È proprio il fatto di averlo in qualche modo conosciuto non psicologicamente, ma spiritualmente che la vostra anima aspira a Lui, sente il suo vuoto, sente la mancanza di Dio. Questo sentimento dell’assenza è il segno positivo di una presenza.

Quando mi dite che avete tante esperienze interiori, io ci credo e non ci credo; potete benissimo scambiare i vostri sentimenti con il senso della divina Presenza nel modo positivo. Invece non si sbaglia mai quando c’è in noi questa fame, questo bisogno di Dio e non lo sentiamo. Per questo io sono contento quando voi vivete in questa desolazione, in questa povertà. Se però me lo dite così tranquillamente, contente della vostra piccola mediocrità, allora no di certo, allora è come il non sentirlo dei dannati: vivreste la vostra condanna come se Dio non vi importasse più e il mondo di quaggiù fosse tutta la vostra vita. Ma quando le cose presenti non vi dicono nulla, non possono legare il vostro spirito, non possono legare la vostra anima, vi sentite come esuli; vi sentire come stranieri in un mondo non vostro, allora sì che tutto va bene, perché quaggiù non siamo in paradiso.

Di qui ne deriva che per noi la certezza maggiore di una vita spirituale è più la desolazione interiore, il sentimento dell’assenza di Dio, questo tormento di cercarlo e di non trovarlo quasi Egli non fosse, piuttosto che il sentimento della dolcezza e della pace. Questi sentimenti possono esserci, ma non vi danno sicurezza; hanno sempre in sé un carattere di ambiguità, e di fatto è esperienza psicologica. Come fai tu a sapere se è veramente Dio? Solo quando siamo nell’estasi. Allora può esserci veramente il carattere positivo di una presenza divina senza errori.

Bisogna veramente che la vostra vita spirituale implichi un tormento per il desiderio di essere con tutto l’essere vostro nel cielo, in una visione di Dio, in un possesso di Dio definitivo. Fintanto che non c’è il tormento non c’è Dio, perché allora vuol dire che vi adattate al vostro vivere presente. Ecco perché l’espressione più vera della vita spirituale la esprime santa Teresa con le parole: «Muoio perché non muoio!»; fintanto che non si arriva a questo, noi giochiamo, non viviamo in modo pieno questo desiderio di Dio che diviene tutta la vita.

Ritiro a Firenze, 16 ottobre 1977

Il ritardo di Dio (1959)

«…E tardando lo sposo a venire, esse si assopirono tutte e dormirono» (Mt 25,5).

Il Signore sembra avere una visione pessimistica della vita spirituale delle anime che Egli ha chiamato: «tutte» si assopirono. Non c’è distinzione tra vergini sagge e vergini stolte; sembra che nessuna anima sappia attendere Dio, restar desta nell’amore. Tutti ci adagiamo nel sonno, e abbiamo bisogno di un grido che ci svegli per riprendere il cammino, che poi nuovamente interrompiamo per abbandonarci al sonno.

Ora però non voglio parlar tanto del sonno quanto del motivo del sonno. Qual è questo motivo? «Tardando lo sposo a venire…». Lo Sposo ritarda. Ha chiamato le vergini ed esse lo aspettano, ma una volta chiamate le abbandona, ed esse si sentono sole, e su loro pesa il silenzio di Dio. Esse non sanno sopportare l’attesa.

È sempre duro sopportare l’attesa, tanto più se la nostra vita è tutta un’attesa di Dio. Chi è impegnato nelle cose umane, nella famiglia, ecc… può aspettare più tranquillamente, sente meno la solitudine del cuore; ma per un’anima che ha rotto tutti i ponti per seguire la voce di Dio diviene veramente pesante e duro questo silenzio in cui Dio la lascia dopo che essa ha risposto. Da principio va tutto bene e l’anima non sente il distacco dal mondo; l’amore non le fa sentire le rinunzie che esige, tutti i beni terreni sono per lei un nulla. Ma dopo che ha rotto i ponti Dio sparisce e all’anima sembra di essere stata ingannata. «Tu mi hai sedotto, Signore…», dice Geremia (cf. Ger 20,7).

Silenzio. La vita spirituale affonda in questo silenzio, in questa solitudine. È più normale il silenzio di Dio che la sua parola. La notte è lunga e le vergini si addormentano.

(…) Hai risposto e ti trovi solo; non senti più nulla; dopo aver lasciato tutto ti trovi nella tua povertà e facilmente cade in te ogni speran­za, ogni desiderio. Nella noia dell’attesa l’anima si abbandona al sonno.

Silenzio di Dio, notte, solitudine. Le vergini son sole e il buio e il silenzio le circondano. È lo stato dell’anima che ha risposto a Dio, perché se si risponde sul serio a Dio si spezzano tutti i legami. Vergini sagge e vergini stolte sono ugualmente nella solitudine, nel silenzio, nella notte. Devi dare tutto e non ricevere nulla. Ti sembra di avere impegnato tutta la vita e che a nessuno importi del tuo dono.

(…) Il ritardo di Dio è già la sua risposta. Dio si rivela nascondendosi; finché sai come si chiama non lo conosci, finché credi che ti sia vicino l’hai scambiato con un altro, finché lo vedi non lo vedi. Non c’è progresso nella conoscenza di Dio se non c’è progresso nella nostra ignoranza al suo riguardo. (…) La risposta di Dio alla nostra preghiera è dunque questo silenzio, questa solitudine. Non altro deve essere per noi il segno dell’amore. Dio ci dà Se stesso, e per farlo ci spoglia di tutto ciò che Egli non è.

Dal Ritiro del 20 gennaio 1957 a Firenze

La crescita del seme e i rigori dell’inverno (1957)

L’aridità, la noia, il disgusto della pietà non sono indizio di un regresso. In un primo tempo l’anima ha avuto uno slancio, una forza vittoriosa che non conosceva ostacoli e che ha permesso al seme di spaccare la terra e di uscire al sole, ma poi per molto tempo il seme resta quasi fermo.

Sembra che la vita ora dorma, ma il seme sta preparando le radici per accestire e gettare in alto lo stelo e per poter trarre l’umore dal terreno anche nei mesi di aridità. È continuo lo sviluppo dell’anima, ma questa continuità è quella di uno sviluppo organico, non lineare. Attraverso periodi d’apparente involuzione l’anima progredisce senza accorgersene. Siccome l’anima non può vedere la grazia che possiede, le può sembrare di subire arresto e può credere di aver compromesso la sua santificazione col non rispondere alla parola di Dio, ma se si ha fiducia nella parola, e se restan vivi la fede e l’abbandono, tutti gli apparenti arresti non sono che apparenza. Bisogna che il seme conosca i rigori dell’inverno per gettare radici più profonde, che assicurino la vita allo stelo malgrado le difficoltà esteriori.

La parola di Dio è un seme che ha il suo principio in Dio, non in te, e c’è sempre il pericolo che basti una difficoltà a farla seccare. È giusto che tu conosca i rigori dell’inverno e che il seme vada modificandosi senza che nulla apparisca e senza che tu te ne accorga. Non è detto che la virtù esteriore manifesti sempre il grado di maturità di un’anima: la maturità dell’anima è trasformazione dei tuoi pensieri, della tua volontà, prima che dei tuoi atti e dei tuoi movimenti. Dio lavora nel profondo. Quanti anni ci son voluti per i santi prima che apparisse quanto Dio aveva operato in loro! Erano anni apparentemente uguali a quelli delle altre anime che non avevano accolto nessun invito alla santità. Avete creduto di perder tempo e forse questo tempo è stato il più prezioso per la vostra santificazione. La vita del Curato d’Ars quando era in seminario e quando stava nascosto per non andare a fare il soldato, poteva sembrare la vita di un mediocre, d’un pavido; e invece in questa oscurità si preparava la grandezza della sua risposta. E chi avrebbe detto che da Teresa Martin, bambina viziata, querula, incapace di superare qualsiasi contrarietà, sarebbe uscita una santa? Così è per l’anima nostra: anche il nostro progredire suppone anni oscuri, involuzioni. La parola di Dio è un seme fecondo che non si smentisce; solo se tu poni un ostacolo la sua fecondità non agisce in te, ma se resti vivo nella fede la parola agisce e «non sai come». Non vedi questo crescere: il grano resta fermo per mesi e mesi, poi improvvisamente cresce con furia; e così è per te. Arresti, desolazioni interiori, aridità… Dov’è andata la divina parola? Pensi di averne colpa o che Dio non ti ami abbastanza… Ma se restano la fede e l’abbandono, il tuo crescere è continuo anche se ti sfugge. Fai credito a Dio. Anche l’agricoltore fa credito a Dio: non sta lì a guardare il seme, ma va a dormire. Non angustiarti: abbi fede, rimani in un abbandono umile e pieno, e tutto andrà bene.

Dal Ritiro del 28 aprile 1957 a Firenze

Vivere nella luce di Dio (1988)

Prima ancora di amare Dio, prima ancora di amare il prossimo, bisogna cercare di vivere nella luce di Dio. Che cosa dice san Giovanni nel Vangelo e ripete anche nella Prima Lettera? «Chi cammina nelle tenebre non sa dove va». Se noi non viviamo nella luce di Dio non possiamo dire nemmeno di amare, non sappiamo nemmeno se il nostro amore è vero, se è veramente un amore che ci avvicina a Dio oppure un amore che ci allontana da Lui. Per essere sicuri di quello che è la nostra vita intima noi non possiamo far altro che vivere nella luce, cioè mantenerci di fronte a Dio. È quello che dicevano i primi cristiani.

Sapete, i primi cristiani non erano molto favorevoli all’esame di coscienza. L’esame di coscienza per loro era mettersi davanti a Dio e vedersi nella luce di Dio. Perché fintanto che tu ti guardi soltanto, senza metterti di fronte al Signore, ti sembrerà di essere buono, ti sembrerà di fare tante cose, ti sembrerà che tu non abbia più nulla da fare (in fondo che cosa posso fare di meglio?), perché chi non si pone di fronte a Dio non vede se stesso. Per conoscere noi stessi dobbiamo conoscere Dio, è soltanto la luce divina che manifesta a noi quello che realmente siamo. Di qui l’importanza per noi di vivere in questa presenza di luce, in questa presenza di un Dio tutto santo.

Ci sentiamo noi di vivere davvero come ha vissuto Gesù? Di avere i sentimenti stessi del suo cuore divino? Davvero noi siamo umili come Lui? Davvero come Lui viviamo la volontà di Dio e possiamo dire che il nostro cibo è la sua volontà? Davvero come Lui viviamo questo amore anche per i nemici così da chiedere la loro salvezza: «Perdona loro perché non sanno cosa fanno» (Lc 23, 34)?

Nei confronti di Gesù, ecco, ci appare quello che siamo. Ci sembra di essere molto lontani dall’aver realizzato, anche minimamente, quelle che sono state le virtù del suo cuore divino e i sentimenti più profondi della sua anima; ma è proprio nel vivere in questa luce che noi sentiamo che cosa il Signore ci chiede, e allora ci sforziamo di vivere un po’ meglio, un po’ più secondo questi sentimenti. E tuttavia quanto più ci avviciniamo, tanto più sentiamo la lontananza, perché si tratta di una santità infinita, e noi siamo vicini a Dio nella misura che realizziamo questa distanza infinita. Ecco perché quando uno è santo si sente il più grande dei peccatori. Non è una menzogna; è che l’infinita santità di Dio ci trascende sempre infinitamente. Noi non possiamo, camminando, avvicinarci ad una meta infinita; ci avviciniamo nella misura che sentiamo quanto siamo distanti, che sentiamo quanto è infinitamente lontana da noi la santità che noi contempliamo in Dio stesso.

Voi capite di qui quanto sia drammatica l’esperienza cristiana; implica uno sforzo continuo, nella fiducia assoluta della grazia, ma col sentimento sempre più vivo e drammatico della nostra povertà e della nostra miseria. Chi si sente peccatore non è lontano da Dio; è chi si sente sano che non lo conosce! Se tu sei soddisfatto di te, vuol dire che ormai Dio si è nascosto al tuo sguardo. Di notte siamo tutti belli perché non ci si vede, ci vuole la luce del sole per scoprire quello che siamo; così è nella luce di Dio che possiamo conoscerci davvero. Se non ci mettiamo in questa luce ci sembrerà di essere a posto, ma in realtà non ci conosciamo più perché non conosciamo Lui: è la sua luce che ci fa conoscere quello che siamo… che ci fa comprendere quanto da Lui siamo lontani, quanto ancora siamo peccatori, quanto ancora siano grandi e numerose le infedeltà che commettiamo tutti i giorni.

Ritiro a Biella del 28.12.1988

Stendersi fra due estremi (1988)

«Probabilmente la decima è la più bella tra tutte le Esclamazioni di santa Teresa, la più viva di pathos, la più drammatica. La preghiera è strutturata in tre paragrafi della stessa lunghezza e si articola sapientemente in una contrapposizione continua fra i peccatori e Dio, Dio e i peccatori. Teresa, nel mezzo, è solidale con gli uni e con l’Altro; è dalla parte di Dio ed insieme si sente essa stessa peccatrice. Diviene veramente colei che unisce i due estremi: la santità divina e il peccato del mondo (…).

Anzitutto proviamo a considerare Dio uno dei «personaggi» del dramma. Chi è Dio per Teresa? I nomi che gli dà non sono mai degli attributi impersonali o almeno lo sono raramente. (…) Prima lo chiama «Dio dell’anima sua», e poi «Amico sincero». Con questo nome si spinge più oltre, perché Dio è certo il nome che trascende ogni nome, ma quando «Amico» viene dopo aver detto che è Dio, tutta la divinità si offre in comunione di amore all’anima sposa. È proprio per questa amicizia che Teresa può rivolgere a Dio una preghiera veramente straordinaria, la preghiera di tutti i grandi amici di Dio. Essa chiede che se anche i peccatori non vogliono, per la sua preghiera debbano essere salvati; essa si offre non per coloro che nel peccato non hanno chi intercede per loro, ma per coloro che non vogliono nemmeno questa intercessione. Il suo amore deve vincere l’ostinazione del male.

(…) A questo Dio al quale Teresa è così intimamente unita, rivolge la sua preghiera, il cui contenuto è la salvezza universale. In un primo tempo sembra mettersi dalla parte di Dio contro i peccatori, ma poi prevale la pietà. Mentre da principio ella vede il suo Dio ferito, ucciso fra orribili dolori, in seguito vede invece i peccatori morti e poi condannati ad una pena eterna. Passa dunque dalla visione di Dio col quale ella si fa solidale nel sentimento della pena per l’offesa ricevuta, ad una pena ancora più grave per i peccatori che hanno inferto queste ferite, che hanno ucciso il suo Dio.

Dunque Teresa è unita contemporaneamente a Dio e, nonostante tutto, ai peccatori. La sua unione con lui non la divide da nessun peccatore. È questo il dramma del cristiano quaggiù; in forza della nostra unione con Dio dobbiamo sentirci solidali col peccato del mondo. Quanto più siamo uniti con Dio tanto più diveniamo come il Cristo, l’Agnello che porta sopra di sé il peccato del mondo. Teresa non prende le difese dei peccatori, ma vuole che quel Dio che essi hanno offeso e ucciso, ora debba donare a loro salvezza.

(…) Teresa ora diviene corredentrice: è consapevole dei suoi peccati passati, che l’hanno resa ancor più solidale con questo mondo di peccato. E non può che chiedere che cessino – «con i miei» – anche i peccati di tutti. Ma immediatamente, siccome i peccati suoi sono già cessati, ella si mette dalla parte di una che era peccatrice. Come per le preghiere di Marta e Maddalena (probabilmente lei pensa a Maddalena come il tipo dell’anima contemplativa) Gesù ha risuscitato Lazzaro, così Teresa peccatrice, ma perdonata, ora con la sua preghiera e il suo pianto chiede la risurrezione di questi morti. E dice: «Essi non chiedono di risorgere e forse non vogliono nemmeno risorgere, ma come per la preghiera di lei tu lo hai fatto risorgere, ascolta ora la mia preghiera».

Nel terzo paragrafo non è più lei che prega, ma il Figlio di Dio prega in lei. Il Giudice è colui che è infinita misericordia: «Chi vi prega è il Giudice stesso che vi dovrà condannare». Notiamo queste parole grandissime: è Dio che prega gli uomini, che si rivolge a loro perché accolgano il suo amore; Dio vuol essere ascoltato, implora l’uomo che gli faccia posto nel cuore. Non è il peccatore che desidera allontanare da sé la sua pena, che non vuol precipitare nell’inferno, ma è Dio che non sopporta che un suo figlio, anche se peccatore, possa andare perduto. «E il Giudice stesso che dovrà condannarvi (dovrà, perché non potrà salvarvi se voi non volete), che ora vi prega».

Al termine della preghiera è davvero la misericordia che vince; non vi è altra giustizia che quella della misericordia: e qui veramente vengono fuse insieme giustizia e misericordia. In questa preghiera, la santa mantiene un legame profondo, vivo, drammatico sia con Dio che con i peccatori, e questa unione la crocifigge. E veramente questa la crocifissione: lo stendersi fra i due estremi, il dover stringere insieme il peccato del mondo e la santità stessa di Dio, l’abisso del male umano e l’abisso della misericordia infinita. Le due braccia si stendono a raggiungere queste due rive infinitamente lontane. Teresa diviene, in fondo, la mediazione stessa del Cristo che stende le braccia». 

Chiedere Dio a Dio (commento alle Esclamazioni di santa Teresa d’Avila), pp. 44-53

Un grande stupore (1989)

Il Vangelo della guarigione del servo del centurione ci offre uno spunto per la nostra meditazione. Si è detto che la vita religiosa consiste in un rapporto di amore in cui per primo è il Signore che intraprende questa comunione e inizia il colloquio, poi è l’uomo che risponde. Ciò significa che l’anima deve avere la percezione che è un Dio che gli parla. Si rivela ciò dalle parole del centurione: «Signore, io non sono degno» (cfr. Lc 7, 6); egli ha capito dalle parole di Gesù che colui che gli parlava era il Signore. Forse non la percezione chiara che fosse il Figlio di Dio, ma ha comunque avvertito che qualcosa di grande era avvenuto; egli ha ascoltato una parola di uno che gli parlava in nome di Dio, di uno che aveva stabilito tra coloro che ascoltavano e Dio un certo rapporto misterioso. Proprio per questo il centurione si sente indegno di invitare il maestro, di chiedergli un miracolo.

Ed ecco allora uno dei fondamenti della vita religiosa: noi siamo sicuri di avere ascoltato Dio se nasce in noi questo senso di stupore. Come… Dio parla a me? Che cosa noi siamo? Uomini che oggi ci sono e domani non sono più, e Dio l’infinito si rivolge a ciascuno di noi? Dobbiamo avere questa percezione, perché se non l’abbiamo non vivremo mai la vita religiosa. Questa comporta la nostra apertura nella fede alla nuova dimensione della nostra vita. Fino ad adesso si viveva la nostra piccola vita, si studiava, si scriveva, si leggeva, e ora Dio entra nella tua vita e tu rimani come sospeso nell’ammirazione, direi come paralizzato nelle tue potenze.

Vedete, quello che meraviglia il centurione non è il fatto che il maestro faccia il miracolo – perché anzi il miracolo lo chiede lo stesso – ma il fatto che il maestro si occupi di lui, vada nella sua casa. La cosa più grande nella vita religiosa non sono i doni che possiamo ricevere da Lui, ma che Lui entri nella tua casa, che stabilisca un rapporto di amore con te. Se noi avessimo davvero una percezione viva che Colui che ha creato il cielo e la terra è entrato nella nostra casa (cioè nella nostra vita), che cosa sarebbe mai la nostra vita! Sarebbe, come dicono i santi, un grande stupore.

Una delle cose più difficili nella vita cristiana è credere all’amore divino. Siamo così povera cosa… Una di voi mi diceva poco fa di sentirsi una formica: altro che formica di fronte a Lui che è l’immenso! E tuttavia ci ama, ci ha scelto, ci ha chiamati per nome e ci dice: «Ecco, sono tutto per te». Questa è la vita religiosa! Nel sentimento del nostro nulla avere questa percezione che è per noi sempre motivo di stupore infinito: siamo scelti da Dio! Che cosa è mai tutta la grandezza umana nei confronti di quello che un’anima vive se vive la percezione sicura che Dio è tutto per lei? Anche la vita più umile diventa di una grandezza smisurata, una grandezza che noi non sappiamo nemmeno concepire.

Si capisce davvero come la parola dell’uomo, dopo quella di Dio, sia una parola di stupore e di ammirazione, ma anche di perfetta umiltà: «Signore, non sono degno che tu venga nella mia casa».

Dal Ritiro del 4 giugno 1989 a Genova

 

Cercare Dio (1957)

L’uomo cerca Dio. Lo cerca continuamente nonostante che Dio sembri allontanarsi sempre più. Non è questa la vera vittoria del cristiano? Non è questa la grandezza della vita cristiana? A ottant’anni, l’uomo, come a venti, cerca il Signore. Dopo tanti anni, non verrebbe la voglia di mandare a spasso tutto e vivere tranquillamente la vita senza tanti pensieri? Eppure, ecco, la vita cristiana è questa continua ricerca, questa giovinezza perenne di un’anima che non è mai vinta dalle proprie debolezze, dalle proprie miserie, ma riprende ogni giorno il suo cammino. È in questa ripresa che si manifesta l’onnipotenza della grazia divina, la forza di un Dio che vive nel cuore dell’uomo.

No, Dio non ci ha promesso la vittoria sulle nostre passioni, ci ha promesso questa vittoria: che non saremo mai vinti, scoraggiati dai nostri peccati.

Noi siamo salvi nella speranza. Quando eravamo giovani speravamo tante cose, ma poi tutte queste speranze son cadute; le nostre speranze umane sono sogni che, come le foglie, cadono. Via via che passano gli anni, tutti i nostri sogni cadono, e noi ci rendiamo sempre più conto di come sono limitate le nostre possibilità, come sono miseri i risultati che possiamo raggiungere.

Che cosa può essere mai tutta la grandezza umana che noi potremmo sperare? È nulla in confronto alla grandezza soprannaturale che ancora noi speriamo. E la nostra speranza è invincibile, è una certezza divina. È questa la speranza che ci anima e giorno per giorno, mentre cadono i sogni, rimanendo viva, invincibile nel cuore, continuamente ci solleva e ci spinge in un cammino senza riposo incontro a Dio.

È questa speranza che giorno per giorno c’impone un nuovo sforzo, c’impedisce di abbandonarci vinti, scoraggiati, delusi. È questa speranza che ogni giorno ci muove in una ricerca sempre nuova di Dio. Egli è lontano: eppure, giovani ancora di forze e di amore, noi tendiamo a Lui; lo cercheremo fino alla morte e non potremo dire mai di averlo raggiunto. Quanto più Egli vivrà nei nostri cuori tanto più grande sarà l’ansia dell’anima di poterlo possedere, perché quanto più lo possederemo tanto più ci renderemo conto che Egli rimane al di là di ogni nostra presa, inafferrabile, irraggiungibile, immenso.

Oh! Cercare Dio! È tutta la vita cristiana, tutta la nostra vita. La nostra vita se deve essere il ritorno al paradiso perduto, deve essere una conversione continua, una continua fuga, senza stanchezza. Avanti! Il Signore ci ha chiamato, dobbiamo cominciare ora il nostro cammino… Avanti! Nessun timore e nessuno scoraggiamento. È Lui che vive nei nostri cuori, è Lui che ci dà il potere di cercarlo e di trovarlo: Dio!

La via del ritorno, II edizione 2010, pp. 25-27

Il tesoro nel campo (1970)

Due cose ci dice la parabola di Matteo del tesoro nel campo: «Il Regno dei cieli è un tesoro nascosto». E poi anche: «Colui che lo trova lo nasconde di nuovo» (cf. Mt 13, 44).

(…) Che cos’è questo Regno dei cieli paragonato ad un tesoro nascosto? E come mai anche dopo trovato lo si deve nascondere ancora? Intanto è vero un fatto: Dio è nascosto dalle cose. Dio non è un bene che appare direttamente; è sempre nascosto, anche se si trova ovunque, in ogni situazione.

Se voi volete trovare Dio senza affondare, senza scavare in quello che fate, nella situazione nella quale vi trovate, voi non lo troverete mai perché Dio non si manifesta mai apertamente. Dio rimane presente ma sempre nascosto.

Che cos’è questo Dio che tu devi trovare? Probabilmente non si trova lontano da quello che fate, non è in un luogo diverso da quello in cui voi vivete, non implica per voi un andare lontano, un lasciare le vostre cose; implica invece un cercare un poco, uno scavare un poco nel terreno che vi circonda.

(…) A tutti è dato un campo da lavorare ed è la nostra medesima vita, ed è in questa medesima vita che Egli è nascosto, ma noi non lo sentiamo, non lo vediamo. Perché? Perché Egli è nascosto e ci vuole la fede in Dio per poterlo scoprire. Ed ecco perché tutti evadiamo dalla situazione nella quale ci troviamo per cercare di trovare chissà che cosa, e non ci rendiamo conto che nella misura che cerchiamo qualche altra cosa da quello che noi possediamo, in realtà noi perdiamo Dio, perché probabilmente per ciascuno di noi Dio non si troverà mai che nel campo dove la Provvidenza ci ha posto a lavorare.

Soltanto bisogna che si lavori molto sodo, che si scavi molto profondo per poter trovare proprio in questo campo, che la Provvidenza ci ha dato, il tesoro. La nostra vita terrena, la nostra malattia, la nostra povertà, la nostra vecchiaia… dobbiamo renderci conto che questo è il campo dove è nascosto il tesoro. Perché se lo cerco altrove non solo perdo la pace del cuore, ma perdo Dio stesso perché non compio la sua volontà, perché è nell’accettazione umile e serena a questa volontà divina che il mio cuore trova la pace, trova la gioia.

Quello che è il campo che Dio mi ha dato da coltivare, questo è il campo del mio tesoro, un tesoro che è al di sopra di ogni cosa, ma è nascosto. Troppe volte per noi rimane sempre nascosto, e si vive tutta una vita senza scoprirlo. Se poi tu questo dono lo conquisti e ti rendi cosciente che, davvero nella tua vita, povera e modesta fin che vuoi, in una situazione concreta anche la più umile, Dio è con te, tu lo perderai ugualmente se tu non lo nascondi nuovamente! Perciò con quale umiltà e gelosa cura dobbiamo conservare il tesoro, dobbiamo conservare la grazia di questa coscienza di essere di Dio, questa coscienza che Dio è nostro, che Dio è con noi e che noi siamo con Lui. 

Esercizi spirituali a Venezia, 23 ottobre 1970

Essere la gioia di Dio (1998)

L’amore del padre, che nella parabola (cfr. Lc 15, 11-32; la parabola del figlio prodigo) si manifesta così grande e in modo quasi inconcepibile, non può non suscitare una risposta di amore in chi è amato. Il comando dell’amore di Dio da una parte, prima di tutto, ci insegna come noi dobbiamo amare Dio e come l’amore di Dio in noi debba essere il fondamento di ogni virtù, il carattere precipuo della nostra vita religiosa; ma dall’altra parte ci dice anche che non solo l’amore che noi dobbiamo a Dio è cosa mirabile e grande, ma che è ancora più mirabile e grande l’amore che Egli ci porta. Non tanto l’amore che noi abbiamo per Lui, quanto soprattutto il fatto che Egli ci ama. Colui che è l’infinito e in Sé ha una beatitudine immensa, è come se nulla possedesse fintanto che non possiede il tuo cuore. Ci ama così che noi siamo la sua gioia, che noi siamo la sua vita.

È un insegnamento che troviamo già nel Vecchio Testamento. Il profeta Isaia dice infatti che come lo sposo ama la sposa così Dio ama te e come lo sposo trova la sua gioia nella sposa così Dio trova la sua gioia in te (cfr. Is 62, 5; prima lettura della messa vespertina nella vigilia di Natale). La meditazione dell’amore che dobbiamo portare a Dio è superata dalla consapevolezza che noi siamo l’oggetto del suo amore. Si è sempre detto, ed è la verità, che Dio è il fine dell’uomo. Tutta la nostra vita tende consapevolmente o inconsapevolmente a Lui perché vogliamo la verità, perché vogliamo la pace, perché vogliamo la bellezza, perché vogliamo la vita, perché vogliamo l’amore: e Dio è la pace, la bellezza, l’amore; tutto si identifica a Lui nella sua realtà ultima.

Se questo è vero, è vero anche che noi siamo la gioia di Dio, che noi siamo la sua ricchezza, che noi siamo la sua vita. Chi ama trova nell’amato la sua gioia; così anche Dio trova in noi la sua gioia. È una cosa inconcepibile, certo, ma non vi è nulla di più inconcepibile del Credo cristiano; supera veramente ogni nostra aspettativa, ogni nostro pensiero.

D’altra parte non sarebbe Dio colui che si rivela, se Egli non dovesse superare ogni nostra concezione religiosa, ogni nostro pensiero, ogni nostro desiderio e speranza. Per questo possiamo veramente cantare nel Credo: «Propter nos et propter nostram salutem descendit de caelis». Dio ha voluto farsi uomo per noi. Tutto è per noi, noi siamo la causa finale di tutte le opere di Dio, come se in noi Egli, pienamente, trovasse l’ultima perfezione della sua vita, l’ultima e la più grande gioia del suo cuore.

È un insegnamento che sembra blasfemo: come possiamo pensare che Dio abbia bisogno dell’uomo? Che Dio non soltanto ci ami, ma faccia di noi il termine stesso di tutto il suo amore? Eppure è come se il paradiso non fosse più nulla per Lui. Egli lascia di fatto la gioia del cielo e si fa uomo: bambino nella grotta di Betlemme, fanciullo nella bottega di Giuseppe, uomo peregrinante attraverso i villaggi della Galilea e della Giudea per annunciare il regno di Dio; conduce una vita di povertà, di umiltà, di stenti. E ancora di più: vive una vita di oltraggi da parte degli uomini, di odio da parte dei sommi sacerdoti, di morte. Per noi Egli tutto sceglie, tutto vuole. Egli ci ama. Nulla è per Lui la sua sofferenza, se attraverso questa sofferenza può salvarci, perché la sua vita non è la sua gioia, perché la sua vita non è la sua ricchezza: siamo noi la sua vita. Come per noi dopo la nostra morte tutto ci apparirà inutile tranne l’amore che avremo portato al Signore, perché è quello che ci farà vivere eternamente, così per Lui è nulla il paradiso senza di noi. Così Egli ci ama.

Ritiro del 22-23 marzo 1998 a Solarino (SR)

Giustizia e misericordia (1972)

Mi sembra che l’insegnamento della prima lettura (cfr. Sap 12, 13. 16-19) sia una delle dottrine che il magistero dei dottori d’Israele amava sottolineare fino dal commento di una delle prime pagine della Genesi (cfr. Gen 18, 23 ss), quando cioè Abramo chiede che Dio usi misericordia verso le città di Sodoma e Gomorra: chiede questa misericordia di Dio a motivo della sua giustizia, ed è uno degli insegnamenti più profondi di tutta la dottrina rabbinica, anche se noi cattolici non lo sentiamo dire molto spesso. Da noi si oppone spesso la giustizia alla misericordia, invece il Giudaismo antico vedeva nella misericordia l’unico modo, da parte di Dio, di esercitare giustizia. Dio è giusto nella misura che è buono, Dio è giusto nella misura che è misericordia, Dio è giusto nella misura che Egli ha pietà. Ci sembra che l’insegnamento teologico della tradizione cristiana, più che dipendere dalla Sacra Scrittura – benché dipenda anche dalla Sacra Scrittura, non lo nego – dipende anche da una certa visione delle virtù come ce le ha date Aristotele.

(…) Riprendiamo un poco il concetto di giustizia che è proprio dei pagani: giustizia è dare a ciascuno quello che gli è dovuto. Ora Dio non deve nulla a nessuno, però Dio deve qualcosa a Se stesso. Ma in che modo la giustizia divina può essere ripagata se non da Lui? Egli deve a Se stesso dunque di colmare quello che è deficiente nella creatura; alla giustizia divina non può rispondere altro che la misericordia infinita. Pretendere dalla creatura come tale è per Iddio mettersi nella condizione di non avere mai il pagamento. L’uomo non ha nulla da dare a Dio in compenso di quello che può avergli tolto. E allora, se Dio vuole essere pagato, non può essere pagato che da Se stesso. La risposta alle esigenze divine non può essere data che dal suo amore ineffabile. È quello che diceva sant’Agostino: «Chiedimi, ma dammi anche quello che chiedi!». È Dio soltanto che risponde a Dio, e nessun altro può rispondere a Dio che Lui stesso.

Ma voi capite di qui come sia meravigliosa la vita cristiana! Non abbiamo nulla da temere. Abbiamo commesso dei peccati? Ebbene chi è che diviene l’inizio della redenzione? Una prostituta, la Maddalena: e chi è che va in paradiso per primo? Un ladrone. Ma è giusto che sia così. Perché? Oh! Perché Dio, come diceva sant’Agostino, coronando i nostri meriti, non corona che i suoi doni. Dio solo risponde a Dio, e quando l’anima crede di dare qualche cosa di suo, allora quest’anima già si mette fuori da ogni ordine di grazia; quando l’uomo si fida di se stesso, quando l’uomo crede nelle proprie virtù, quando l’uomo si sente un galantuomo, quando l’uomo è contento e soddisfatto di sé e crede di portare a Dio qualche cosa, è proprio in questo caso che quest’uomo è estraneo alla vita divina, perché tu non puoi portare a Dio se non quello che Egli ti ha dato.

La giustizia dunque di Dio è la sua stessa misericordia. Egli non può essere giusto, Egli può essere buono, longanime perché nulla può essere sottratto al suo dominio: giusto giudice, Egli eserciterà la sua giustizia in una bontà senza confine, in un amore che non conosce misura. È quello che diceva del resto anche uno dei nostri grandi mistici medioevali, il beato Suso: «Alla giustizia divina che è infinita non risponde se non una misericordia infinita». Perché ci deve mandare all’inferno Nostro Signore? Certo, se tu ci vuoi andare ci vai, ma perché dovrebbe mandartici Lui? Tanto, anche mandandoti all’inferno, non ottiene nulla da te: mica ottiene un risarcimento per il nostro peccato! L’unico risarcimento che può ottenere per il nostro peccato è il suo Sangue divino, è il suo amore infinito; solo questo amore risponde all’abisso della colpa.

L’abisso della colpa è colmato soltanto da Dio: non dall’atto umano, non dalla pena dell’uomo. E proprio perché la pena dell’uomo non può soddisfare la giustizia divina, questa pena sarà eterna. Cioè, non perché l’eternità della pena soddisfi, ma perché non potendo soddisfare, l’uomo rimane nella pena, il debitore rimane insolvibile. Allora, dal momento che ci scapita l’uomo e ci scapita Dio, perché Dio dovrebbe mandarmi all’inferno?

Apriamo la nostra anima ad accogliere il dono della misericordia infinita! Accogliamo questa misericordia infinita che sola risponde alle esigenze della sua divina giustizia, della sua Santità.

Ritiro a Firenze del 23 luglio 1972