mercoledì, Aprile 24, 2019

Un cammino di obbedienza (1957)

Se la vita cristiana dev’esser concepita e vissuta come un ritorno dell’anima a Dio, dal quale l’anima si è allontanata per il primo peccato, San Benedetto ci dice che il ritorno dell’anima a Lui è un cammino di obbedienza.

Quanto S. Benedetto dice nella sua Regola ha un fondamento preciso ed esplicito nell’insegnamento di tutta la S. Scrittura.

Il testo fondamentale sull’obbedienza come atto di virtù che si contrappone al primo peccato, noi l’abbiamo nell’epistola ai Romani. Il primo Adamo trascinò tutta l’umanità nel peccato e nella morte per la sua disobbedienza e il secondo Adamo ecco rinnova tutta la creazione di Dio precisamente nell’atto della sua obbedienza (Rm 5, 19) è nella sua obbedienza che l’uomo viene redento, ritorna là donde per il primo peccato era stato bandito. E l’obbedienza, dice anche S. Paolo, è incarnazione di umiltà.

Tutta la tradizione patristica fa coro a S. Paolo cominciando da S. Ireneo il quale integra l’insegnamento dell’Apostolo opponendo a Eva, la prima disobbediente, la Vergine. Tutta la vita della Vergine è nell’abbandono dell’anima sua alla divina parola per cui Ella si dichiara l’ancella del Signore, pronta a compiere in tutto la sua volontà, perciò Ella si affida completamente all’onnipotenza di quella Parola che le è annunciata perché questa stessa Parola in Lei si compia, s’incarni.

Ma se questo di S. Paolo è il testo fondamentale perché più esplicitamente degli altri ci dice come la redenzione operata da Cristo sia un atto di obbedienza che si contrappone alla disobbedienza di Adamo, tutto l’Antico Testamento insiste sull’obbedienza quasi a dichiarare come sia attraverso precisamente questa virtù che l’uomo può riprendere il cammino di una redenzione, sia eletto da Dio, salvato da Lui, unito al Signore.

Prima ancora che Dio elegga il popolo d’Israele e lo faccia suo popolo nel dono di una legge che deve osservare, e nella grande storia di Abramo che noi rileviamo il peso che ha l’obbedienza alla parola di Dio. Il cammino di Abramo è determinato precisamente dall’obbedienza alla parola che lo ha chiamato, alla vocazione ricevuta.

Già in Abramo il cammino religioso dell’uomo non ha una iniziativa nell’uomo stesso, ma in Dio che chiama. Tutta l’azione, l’opera dell’uomo non è che rispondere, che obbedire, e l’obbedienza in Abramo è veramente perfetta, perché è immediata, è assoluta, disinteressata.

Immediata. Tutta la storia di Abramo nei vari suoi atti dimostra appunto questa immediata risposta dell’uomo alla divina parola. Altre volte nella S. Scrittura si vede l’uomo che indugia, che cerca di sottrarsi alle esigenze della divina volontà, pone le sue scuse, le sue riserve, le sue condizioni. Abramo, no, ed è per questo che la rivelazione divina esalta la sua figura. L’uomo non ha nulla da opporre alla parola di Dio, egli deve soltanto rispondere.

Considerate la vocazione. «Esci dalla tua terra … » (Gn 12, 1). Abramo immediatamente risponde. Considerate il sacrificio d’Isacco: Dio vuole che Abramo sacrifichi il figlio. Abramo non oppone resistenza né indugio, «sine mora», immediatamente risponde al comando di Dio: prende il figlio, prende il suo asino e va, va verso il monte, lontano, dove Isacco deve essere immolato.

È interessante notare come nella Genesi lo scrittore ispirato, se riporta il comando divino, non riporta una risposta verbale di Abramo: Abramo non perde il tempo nemmeno a rispondere con la parola. È talmente immediato il trapasso che, detta la parola, vien compiuto l’atto, quasi che l’uomo non sia da mettersi in sin toni a con Dio, non abbia da aderire a un divino comando, quasi che Abramo non abbia una sua volontà. La risposta di Abramo è come la risposta che dà il nulla alla parola creatrice: il nulla non ha un ostacolo da opporre, non ha da concordare, da aderire a Dio. E invece la volontà di Abramo è in fondo la volontà di un uomo; anche lui nasce nel peccato e perciò deve aderire ad una volontà che inizialmente gli è estranea; ma è talmente immediata la risposta, in Abramo, che sembra non costargli sforzo l’obbedienza. Non ha da mettersi in un rapporto, in sintonia col Volere divino; la parola divina attraverso di lui immediatamente passa e s’incarna, si compie e si realizza. «Instrumentum conjunctum Divinitati» egli è; certo, non in un modo perfetto come l’umanità di Cristo, come la volontà umana del Verbo incarnato, certo nemmeno con la stessa perfezione della volontà di Maria, che non ha conosciuto il peccato.

Dopo Cristo e dopo Maria, non si ha altro esempio in cui sia così immediata la risposta dell’uomo al divino comando. Le difficoltà all’obbedienza non sono poste da Abramo, sono dichiarate dalla stessa parola divina che comanda. Quando Dio comanda ad Abramo di sacrificare il suo figlio dice: «Prendi il tuo figlio, unico, quello che ami, e va’ sul monte» (Gn 22, 2). È Dio che dice tutta la difficoltà che Abramo può provare. Ma Abramo non ha da opporre alcuna difficoltà: immediatamente prende il figlio e va.

L’obbedienza di Abramo non conosce indugio, ma è anche assoluta: assoluta perché non conosce condizioni, perché non ha alcuna riserva, assoluta perché tutto egli dona. Dio può comandargli tutto: Abramo non si rifiuta, non dà una parte di sé, del suo tempo, non dà solo qualcosa: dona tutto, tutto quello che ha, tutto quello che è.

Difficilmente si hanno nella S. Scrittura manifestazioni più forti, più decise, delle esigenze divine. Dio vuole tutto, e l’uomo tutto dona. Chiede prima ad Abramo che lasci, già vecchio, il suo paese, la sua casa, la sua tribù, la nazione che ha abitato; vecchio, deve andar lontano, intraprendere un cammino verso l’ignoto, senza difesa. Uscendo dal suo popolo, dalla sua famiglia, dalla sua nazione, egli è indifeso di fronte a tutte le minacce, a tutti i pericoli: si getta in pasto alla morte. Eppure, egli risponde e la sua risposta è assoluta: non chiede una difesa, un aiuto; dona tutto, senza riserve; non sa quello che la volontà divina vorrà ancora dal lui. Va.

Dal primo atto che lo introduce nella storia all’ultimo atto che precede la sua morte, tutta la vita di Abramo è obbedienza e la sua obbedienza è assoluta: egli dona tutto, si dona tutto, totalmente si pone a servizio di Dio; non ritiene nulla per sé, né la vita né i beni, e nemmeno il suo figlio che è tutta la sua speranza, tutto il suo orgoglio, il suo amore. Quando Dio gli chiede Isacco non gli chiede soltanto quello che ha, ma quello che Dio gli ha donato, quello che era la ragione della sua esistenza. E Abramo tace, e Abramo obbedisce.

L’obbedienza di Abramo è anche disinteressata. Al principio Dio non promette ad Abramo altro che una benedizione onde sarà capo di un grande popolo, onde in lui saranno benedette tutte le genti. Ma la promessa è lontana: si esige davvero la fede per Abramo ed è anche per Abramo una cosa veramente incredibile come egli possa sperare questo da Dio. Tuttavia può sperarlo, perché è Dio che gli parla. Ma quando Dio gli chiede Isacco che cosa rimane ad Abramo? Sembra che Dio abbia voluto tutto ed ora gli tolga anche ogni speranza. Certo, Abramo può sempre affidarsi a Dio, ma ogni motivo di speranza umana ora cessa. Nella lettera agli ebrei è detto che Abramo sperava che Dio gli avrebbe donato il figlio suo attraverso la morte, ma dalla Genesi non appare questa speranza.

L’atto supremo di Abramo nel sacrificio d’Isacco è ancora un atto di speranza o è un atto di puro amore onde l’uomo offre a Dio tutto senza compenso? Sembra più giusto, stando al libro della Genesi, che l’atto di Abramo nel sacrificio del figlio sia un atto di puro amore. La conferma alle divine promesse Abramo l’avrà, ma soltanto quando avrà dato prova che non avrebbe indietreggiato nemmeno di fronte alla immolazione del figlio. Avanti di questa conferma, nell’atto che Abramo prendeva il suo figlio Isacco e andava per immolarlo. Egli sapeva, sperava veramente di poter ottenere ancora una benedizione da Dio che lo avrebbe reso fecondo, padre di popoli? Dio gli aveva fatto lasciar nel deserto, alla fame, alla sete, l’altro suo figlio Ismaele; donando Isacco egli rimane privo di ogni sostegno, di ogni discendenza. E Abramo non sa nulla. L’atto di Abramo non esclude la speranza però la speranza non sembra esplicitamente presente. L’atto del sacrificio d’Isacco è meno un atto di speranza che un atto di amore, e di amore puro, anche se questo amore non esclude la speranza.

Come, del resto, è sempre l’amore del cristiano. L’amore del cristiano può essere puro, ma non può escludere di per sé la speranza. Ma la speranza è implicita, velata, dimenticata, nascosta. «Anche se tu non mi dessi il paradiso io ti amerei». Questo è l’atto dell’anima che vive l’amore perfetto: dona tutto, e non pretende nulla per sé.

Abramo obbedisce e obbedisce per nulla. Dio poi confermerà la promessa, ma Abramo non contratta con Dio il prezzo della sua obbedienza.

Abramo inizia la storia di una redenzione, una storia di ritorno al paradiso perduto. E in Abramo, la virtù che maggiormente appare, che si rivela più magnifica, è l’obbedienza. L’obbedienza è in Abramo fede ed è amore. E lo sarà sempre, perché in concreto la nostra fede e la nostra carità non potranno mai essere, secondo l’insegnamento evangelico, che un atto di obbedienza (…).

La via del ritorno, Ed. Carroccio, pp. 52-57

Tutti in cammino (1988)

Siamo tutti figli di Dio, ma veri figli di Dio ce ne sarà, sì e no, una quindicina ogni generazione. Nemmeno di tutti i santi si può dire che abbiano realizzato pienamente questa dignità di essere figli. Infatti anche fra i santi c’è una perfezione più o meno grande di santità, una identificazione più o meno grande col Cristo. Noi non siamo figli di Dio, ma il fatto di essere la Comunità dei figli di Dio vuol dire per noi impegnarci a realizzare quello che mediante il Battesimo siamo divenuti. In potenza siamo tutti figli di Dio, ma nella realtà noi sentiamo di esserne infinitamente lontani dal vivere secondo questa natura nuova che ci è stata conferita col Battesimo. Siamo in cammino. Anche il fatto di aver fatto la Consacrazione nella Comunità non implica minimamente che sentiamo di aver realizzato quello che vuol dire essere cristiani. Sentiamo tutti di essere in cammino. Quello che proprio ci distingue è che noi sentiamo di essere in cammino e vogliamo fare questo cammino per vivere veramente come figli di Dio. Non dobbiamo illuderci; probabilmente rimarremo in cammino. Però sappiamo una cosa: che chi è in cammino è salvo. Non chi raggiunge la meta, ma chi è in cammino è salvo, perché la santità cristiana non consiste nel raggiungere la meta che ci è proposta. Consiste invece nell’avere un desiderio vivo, una aspirazione costante, una volontà ferma e continua di tendere a Dio. La meta non si raggiunge mai, perché Dio è l’infinito; perciò la perfezione cristiana è quella di essere in cammino. Ecco perché vi dicevo che non dobbiamo mai presumere di essere già arrivati. Lo dice anche san Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Dimenticando quello che è dietro di noi, ci protendiamo in avanti verso la meta che ci è stata prefissa» (cfr. Fil 3, 13-14) e che è Dio stesso (…).

Noi che abbiamo fatto la Consacrazione dobbiamo sentirci sempre debitori. Siamo sempre in debito, ma questo non ci fa perdere di coraggio, perché lo Spirito Santo vive in noi. Non possiamo esser soddisfatti di noi, non possiamo pretendere mai di aver realizzato la nostra vocazione cristiana e di aver raggiunto la meta, ma siamo santi nella misura che siamo in cammino. Ed è questo che noi tutti che ci siamo consacrati dobbiamo chiedere a Dio: che rimanga sempre vivo in noi il desiderio, la tensione verso di lui. Non ci dobbiamo contentare mai di noi stessi. Le anime che sono soddisfatte di sé non ci piacciono, non le vogliamo. Chi è soddisfatto di sé crede di aver già raggiunto la meta e si ferma. Noi invece vogliamo esser sempre in cammino, perché sappiamo che Dio è a infinita distanza da noi. È così semplice tutto! E non vi sembra che sia anche bello? Vi lascio alle vostre occupazioni: chi è sposato rimane sposato, chi svolge una professione continua a svolgerla, chi invece è chiamato da Dio alla castità perfetta, vivrà la castità perfetta; chi è chiamato a vivere la vita contemplativa in un eremo, lo si lascia vivere in un eremo; ma ci sentiamo tutti fratelli, perché viviamo tutti lo stesso cammino verso il Signore. Io non mi sento migliore di voi. E nessuno, anche se vive una vita contemplativa in puro silenzio, si deve sentire diverso da voi. Siamo tutti in cammino, lo stesso cammino. Alcuni sono chiamati a vivere questo cammino sotto una certa forma di vita, altri sotto un’altra, ma la meta ultima alla quale tendiamo è unica per tutti: è il primato della carità che ci fa una cosa sola con Dio e una cosa sola con gli uomini.

Ritiro a Bolzano del 23 ottobre 1988

Oggi o mai più (1959)

Bisogna realizzare in questo istante quanto il Signore ci chiede, in un abbandono perfetto, in una fede assoluta nel suo amore. Qualunque sia il nostro dovere e il nostro lavoro nel mondo, il nostro dovere e il nostro lavoro non devono essere che il segno sacramentale di una unione che rimane totale: tutto l’essere nostro in Dio e Dio in noi. Dio non è aldilà: ora e qui è tutto il Paradiso per te, ora e qui ti è data la possibilità di possedere la pace e la gioia di un’anima che si sa amata. Nell’istante che tu accogli la parola di Gesù, i tuoi peccati sono distrutti; non per nulla Gesù dice al ladrone «oggi». Se credi che i tuoi peccati ti allontanino da Cristo, non credi abbastanza al suo amore. Non è il tuo sforzo che può introdurti in Paradiso ma il suo dono gratuito; non puoi meritarlo, puoi solo accettarlo.

(…) Non rimandiamo a domani: i nostri peccati non sono delle difficoltà a questa vita d’unione, perché nel cristiano che attende e spera essi sono cancellati. Noi diamo troppa importanza a noi e alle cose e per questo Dio non è per noi tutto. In questo stesso momento noi siamo figli del Re: Egli ci innalza a questa dignità e non abbiamo che da accogliere il suo dono. Noi ci rendiamo conto di questo soltanto per dire «non mi riesce». Invece, ora e in questo momento dobbiamo essere santi. Non è facile dimenticarci di noi e di ogni condizione esteriore. Non è facile ma è semplice: basta credere. Gesù ci dice: «Se tu credi, tutto è possibile a chi crede» (cf. Mc 9,23). Non è che la nostra fede compia il miracolo, ma Dio risponde alla nostra fede, e credere è sperare, cioè credere che questa potenza è al mio servizio. Dio si dona nella misura che a Lui ti abbandoni.

Oggi e qui è il Paradiso. Sentite qui la Vergine e i Santi? Tutto il mondo è lontano, non c’è che Dio. Cercate di allontanare dal cuore la presenza delle cose, degli uomini, voi stessi. Egli è qui e noi siamo in Cielo. Gli ultimi avvenimenti sono l’avvenimento che viviamo ora e qui. Quali sono gli ultimi avvenimenti? Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. La morte la viviamo nel distacco dal mondo, il giudizio non dobbiamo temerlo perché è sempre un’assoluzione: Gesù non condannò mai nessuno. Noi possiamo presentarci a Lui come peccatori ed Egli ci salva.

L’Inferno poi, secondo Santa Caterina da Genova, è chiuso, mentre il Paradiso è aperto. Qui infatti sta la differenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento: nell’economia profetica l’uomo, chiamato a esser salvo, trovava il Paradiso chiuso, mentre ora non ci sono più porte. Giacobbe, per poter rientrare nella terra di Dio (figura del Paradiso), dovette lottare tutta la notte con l’angelo. Nel Nuovo Testamento il Paradiso non ha difese: «Oggi sarai con me…». Dio invita tutti, non c’è nessuno a interdire l’entrata. Siamo già ora cittadini del Cielo; la vita cristiana è un poter passare di là in ogni istante, perché Dio è, e tu sei. Vuol dire che tutto quel che è mutevole è passato, e la tua vita è la vita di Dio. Tu vivi nell’immutabilità dell’amore di Dio.

Il significato della lotta con l’angelo è la violenza che occorre per entrare in Paradiso fino alla Morte di Cristo; dopo possono entrare tutti. Nell’entrare Dio ti perdona e sei rivestito della veste nuziale. La violenza ora occorre per non entrare; vien cacciato dal bacchetto solo quello che ha rifiutato la veste nuziale, cioè la grazia.

Ma il Paradiso non si apre domani: non ci entrerai domani se non ci sei già oggi. Oggi o mai più.

Dal Ritiro del 24 novembre 1957 a Firenze

 

Non essere fermi (1963)

Riprendiamo la parola che riporta la Genesi, onde Dio ha voluto creare l’uomo. Questa parola è sempre stata argomento della meditazione dei Padri, particolarmente orientali: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (Gen 1,26).

Noi ci vogliamo fermare sulla prima parte: «Facciamo».

Già i Padri vedono una differenza assai grande fra questa parola e la parola onde Dio crea le cose. Nella creazione delle altre creature l’atto divino immediatamente solleva, trae dal nulla le cose nel loro essere e nella loro perfezione. La creazione dell’uomo è coestensiva di tutto il tempo, di tutta la storia: la creazione dell’uomo si prolunga sino alla fine dell’universo. Facciamo: è una azione continua. Egli crea: non solo l’atto divino è sempre supposto a un permanere dell’uomo nell’essere, ma Egli crea e l’atto creativo divino è anche una continua novità, è anche un continuo portare più in alto questa creatura che egli trae dal non essere, a Sé.

L’uomo non è creato. Anche quando noi siamo, non siamo perfettamente mai quello che il Signore ci ha voluti fin dall’eternità. Perché in noi si compia il disegno divino ci è necessario un lungo progresso, un lungo perfezionamento, e l’uomo sarà veramente come Dio lo voleva, creato ad immagine e somiglianza sua, solo alla fine dei tempi, e solo se si manterrà fedele, in una dipendenza umile e amorosa all’azione creatrice.

Il cammino dell’uomo è precisamente questo sollevarsi dell’essere umano verso una perfezione che lo sorpassa. Camminare vuol dire non essere fermi: ma che cosa vuol dire non essere fermi? È proprio dell’essere umano, della nostra natura, il non avere in sé una perfezione già compiuta; è proprio dell’essere umano, invece, cercarla, realizzarla ogni giorno di più. L’uomo è uomo soltanto se non è fermo; è uomo soltanto se progredisce, soltanto se tende al di là di ogni perfezione raggiunta, in un cammino in cui egli non potrà trovare riposo, perché il termine che Dio ha assegnato all’uomo è precisamente questo ideale: di essere secondo la sua immagine e la sua somiglianza.

Tanto più esplicitamente Dio è la meta dell’uomo nella restaurazione che ha fatto il Signore con la sua Redenzione, quando ha imposto all’uomo la perfezione stessa del Padre: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

Questo è proprio dello spirito umano, dicono san Gregorio di Nissa ed Origene: l’uomo non è se non in quanto è aperto verso l’infinito, la sua natura è tale che egli non può definirsi, non è se stesso che in quanto nega se stesso, per tendere al di là. La natura dell’uomo è la libertà, la libertà di un volere che deve adeguarsi sempre più alla volontà divina, alla perfezione stessa di Dio.

La natura dell’uomo è dunque precisamente il non essere fermo, il voler andare oltre, il tendere oltre, verso Dio. Creazione continua, continuo perfezionamento, continuo superamento di ogni limite.

(…) Bisogna che l’uomo superi continuamente se stesso. Ma come potrà superarsi? Considerate bene: se per essere uomo bisogna che io sia sempre qualche cosa di più di quello che sono, non posso essere qualche cosa di più di quello che sono, se non precisamente in una dipendenza assoluta da Dio, se non precisamente in quanto Dio mi crea ed io mi abbandono all’atto creativo.

L’uomo non potrà mai superare se stesso se una forza da altra parte non giunge a sollevarlo. Non vi è in noi il potere di un accrescimento di essere: ogni accrescimento di essere suppone un intervento creativo di Dio. E tutta la vita spirituale dell’uomo suppone una azione costante di Dio sull’anima sua, suppone un’azione immanente di Dio nell’uomo.

Itinerario dell’anima a Dio, II ediz. 1998, pp. 45-48

Nel seno del Padre (1957)

Nella vita spirituale non basta la docilità. La docilità è propria del giovane, poi viene il puro, il pieno abbandono. Vedete il bambino? Il bambino si abbandona nelle braccia della mamma e dorme: lascia fare alla mamma.

È questo il cammino dell’anima. Giunta ad un certo grado della vita spirituale, l’anima non conosce più la volontà divina come una volontà estranea alla sua, non conosce più la volontà divina come la volontà di un Altro che ama, non conosce che questa volontà, non ha più altra volontà che quella di Dio. Era già ritornata nella casa paterna con la docilità, faceva già parte della famiglia di Dio; con l’abbandono non è più ritornata soltanto nella casa di Dio, ella vive nelle sue braccia. La mano nella mano, ella è condotta da Dio, come un bambino. «Nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli non intrabitis in Regnum coelorum» (Mt 18, 3). Se volete sapere quello che il bambino pensa, quello che ama, domandatelo alla mamma. Fate una domanda al bambino e il bambino farà la stessa domanda alla mamma perché, in quello che dice, sia la mamma a rispondere. Non ha un suo pensiero come non ha una sua volontà. Il pensiero, la volontà del bambino è il pensiero, la volontà della sua mamma.

Così l’anima: non ha altro pensiero che il pensiero di Dio. Solo la fede la guida, perché il pensiero di Dio è la fede: questa sola è la lampada che l’accompagna nel cammino: «Lucerna pedibus meis verbum tuum» (Salmo 118 [119], 105). Non ha altra volontà che la volontà di Dio. L’atto della sua volontà è soltanto l’amore ed essa non ha nel suo cuore altro amore che quello di Dio. Non soltanto l’anima ama Dio, ma in lei vive soltanto il suo amore, vive soltanto Dio, non vive che Lui. Non ha altri piaceri, non altre ricerche, altre aspirazioni, altra gioia che quella di Dio. L’anima perfetta non conosce altra gioia, altro riposo che Dio: Dio solo è la sua gioia, la sua pace, Dio solo la sua vita.

Togliete al bambino la mamma, gli togliete tutto. Così all’anima perfetta: le togliete Dio, le togliete ogni cosa. «Nisi conversi fueritis». La perfezione dell’anima è lo stato d’infanzia. No, c’è un grado anche più alto. Bisogna non essere: non esser nati, essere ancora nel seno della mamma. Ed è questa la perfezione del cristiano: esser nascosti nel seno di Dio. Non soltanto vivere di abbandono, ma essere come scomparsi, perduti nel seno del Padre: «in sinu Patris».

E tuttavia come il bambino rimane distinto dalla madre, così l’anima da Dio.

Ma è precisamente questo il mistero che noi dobbiamo vivere, il luogo dove noi dobbiamo dimorare per sempre. Dalla “regione della dissimilitudine” siamo finalmente ritornati nella patria, siamo già accolti nella casa del Padre: ora dobbiamo riposare sul suo cuore. Non basta: non soltanto stretti fra le sue braccia, ma nascosti per sempre nel suo seno. La nostra anima deve essere «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3, 3).

Il Figlio di Dio vive nel seno del Padre: «Unigenitus Filius qui est in sinu Patris» (Gv 1, 18) dice l’apostolo Giovanni. Noi siamo figli se, col Figlio unigenito, viviamo nel seno di Dio. La nostra vita, il nostro cammino deve tendere a questa meta che è l’ultima: il seno del Padre. Ma è possibile – diceva Nicodemo – che un uomo vecchio possa ritornare nel seno di sua madre e rinascere? È questo, invece, che opera la vita cristiana. Anche se abbiamo i capelli bianchi, bisogna ritornare bambini, bisogna ritornare nel seno di Dio, nascosti per sempre nel seno del Padre. Questo è il termine del nostro cammino.

La via del ritorno, Nuova edizione San Paolo, pp. 69-71

Entrare di nuovo in paradiso (1957)

Questo distingue la vita dell’uomo nel paradiso di Dio: la comunione ininterrotta con Lui, la continua visione della sua divina bellezza. Era questa la vita dell’uomo nel paradiso terrestre. Passava il vento e l’uomo sentiva nel passare del vento il passaggio di Jahweh (cfr. Gen 3, 8), contemplava lo sbocciare dei fiori e vedeva nello sbocciare dei fiori la bellezza di Dio. Ogni cosa era rivelazione di Dio, tutto era segno, tutto era sacramento per l’uomo. Il peccato ha reso opaca la terra, ha fatto insignificante la vita. Il mondo, la storia sono divenuti profani, sono divenuti un diaframma che c’impedisce la visione e nasconde il Signore, non sono più per noi segno della sua presenza, il cristallo che trasparisce la luce.

Ma quando l’uomo ritorna a questo paradiso, ecco la creazione farsi di nuovo trasparente e rivelare il Signore, divenire come la sua veste di luce: ecco allora la storia ritornare tutta ad essere rivelazione di Dio. Non vi sono più avvenimenti insignificanti nella vita. Lo sappiamo riconoscere, ora: lo incontriamo appena usciamo di casa, ascoltiamo Lui che ci chiama nella voce dell’acqua, nella voce del vento. Un fratello che ci chiede qualcosa? È Dio che ci domanda il nostro povero amore. Non hanno vissuto così tutti i santi? Non hanno saputo riconoscere in ogni avvenimento l’avvenimento divino, in ogni cosa la presenza di Dio?

A questo noi dobbiamo ritornare se vogliamo ascoltare la sua divina parola, se vogliamo vedere il suo volto, vivere una comunione continua con Lui. Ecco la nostra vita. Non s’impongono grandi cose; s’impone soltanto di vivere la nostra povera vita, ma di vederla trasfigurata da un vivo spirito di fede. Dobbiamo vivere la nostra vita nella sua umile realtà, perché non siamo noi che conferiamo una sacralità alle cose, né le cose o gli avvenimenti sono per sé più o meno sacri; ma Dio conferisce alle cose e agli avvenimenti un valore sacro ed essi divengono per l’uomo messaggio di Dio. È l’uomo, piuttosto, che col peccato ha profanato la creazione e la storia. Ma ogni storia ritorna storia sacra, e la creazione tutta reca il volto di Dio, se tu nella fede hai di nuovo la capacità di vedere.

La realtà ultima e vera di tutto è precisamente questo continuo comunicarsi di Dio a te attraverso le cose, questo donarsi di Dio all’anima tua attraverso le cose, attraverso ogni avvenimento della tua vita. E tu vivi la realtà vera della tua vita se vivi questa comunione di amore, se vivi questo rapporto. È questa la vita dell’uomo, questa, non altro. O com’è bella, com’è dolce, com’è grande! È già la vita del cielo, la vita del paradiso di Dio. Adamo nel paradiso terrestre non viveva ancora la visione beatifica: egli viveva precisamente questa comunione di amore.

E noi dobbiamo ritornare a viverla, nulla può impedircelo più, perché la redenzione operata da Cristo ha riaperto le porte del paradiso di Dio. Le ha riaperte per il ladrone pentito, le ha riaperte per tutta l’umanità riscattata dal sangue divino. Le porte sono aperte e i cherubini non lo difendono più (Gen 3, 24): perché non vi entriamo? Il modo di entrare in questo nuovo paradiso in cui tutte le cose significano Dio, ci parlano di Lui e divengono e sono parola divina, è la fede. Bisogna che la tua fede sia viva e Dio sarà presente per te, Dio che è l’immenso e Dio che è l’amore, Dio che è il tuo Padre celeste.

La via del ritorno, II edizione, pp. 118-120

La distanza tra l’idea e la realtà (1979)

Fra l’idea e la sua realizzazione pratica c’è sempre una distanza notevole. Tra il pensare una cosa e il realizzarla vi è sempre uno iato (…). È per questo che spesso la nostra vita spirituale è fatta più di velleità che di volontà, più di sogni che di realizzazioni concrete. E non solo per quanto riguarda la vita religiosa, ma anche per quanto riguarda la vita umana: bisogna fare sempre una tara su quello che ci eravamo proposti. Questo che è vero per l’uomo, tanto più è vero per il cristiano. A causa della distanza che c’è fra l’idea e la realtà su un piano puramente naturale, è già un cammino grandissimo quello che deve compiere l’uomo; se poi l’uomo si propone un ideale che trascenda la stessa natura, che implichi la comunione con Dio, allora il cammino rimane infinito.

Si ha l’impressione, vivendo nella Chiesa, che noi diamo soltanto una testimonianza d’ipocrisia, come dice Gesù nel Vangelo. Parlo di ipocrisia in senso buono. Si parla di Dio, ma quando l’abbiamo conosciuto? Chi è tra voi che è morto per Lui? La nostra vita è falsa, interiormente falsa; non perché vuol essere falsa (questo sarebbe molto grave), ma perché scambiamo i nostri propositi, le nostre idee con la realtà. Ora, se è già difficile la realizzazione di un nostro programma sul piano naturale, se anche nelle cose umane i conti non tornano mai, tanto che dobbiamo contentarci sempre di una realizzazione molto relativa, voi pensate che sul piano della grazia i conti tornino meglio? Saremmo anche di poco cervello a pensarlo. La nostra vita merita la condanna di Gesù: siamo degli ipocriti. Lo dico anche a me, ma lo dico anche a tutti voi; non escludo nessuno. Siamo tutti degli ipocriti! Parliamo di Dio, ma quando l’abbiamo conosciuto? Parliamo di Dio e che cosa abbiamo fatto per Lui? Parliamo di Dio… e chi è questo Dio? L’ipocrisia in noi non nasce dalla volontà di essere falsi, ma dalla presunzione di credere di aver realizzato una verità che ci trascende talmente che neppure riusciamo, nemmeno lontanamente, ad abbracciare, a comprendere.

Miei cari fratelli, l’unica cosa che ci salva, se vogliamo essere salvi sul piano di Dio, è un’umiltà, la più profonda e la più vera. Sentirci sempre ad infinita distanza, nonostante che Dio ci solleciti, nonostante che la Sua grazia continuamente ci sospinga. Sentire questa infinita distanza é l’unica garanzia di esser nella verità. Non è forse vero che i santi, quanto più sono santi, tanto più si sentono peccatori? Ma non lo so se voi vi sentite più lontani da Dio oggi di quando non avevate sentito nemmeno parlare della Comunità, di quando voi eravate del tutto lontani da Dio e non volevate saper nulla di Lui. Vi sentite più peccatori ora o allora? Se vi sentite più peccatori ora, si può dire che le cose non vanno proprio male, perché è evidente che non ci si accosta a Dio che nella misura che abbiamo la percezione di questa sproporzione infinita che vi è fra noi e la divinità, fra noi e la santità assoluta di Dio. San Francesco si sente peggiore di Lucifero. Se dicessi a voi che siete peggio del diavolo, voi mi mandereste davvero al diavolo. San Francesco disse che era peggiore di Lucifero, proprio negli ultimi anni della sua vita, quando si trovava sul Monte della Verna e riceveva le stimmate. Perché si sentiva peggiore di Lucifero? Ma perché aveva la conoscenza reale di Dio più di quanto ne abbiamo noi, e perché aveva una vera conoscenza di se stesso. Noi ci illudiamo troppo facilmente.

Tutto quello che vi dico non ve lo dico per scoraggiarvi; no, assolutamente. Perché volete scoraggiarvi dal momento che Dio vi ama? Non è che noi possiamo avere un incoraggiamento dal sentirci buoni; l’incoraggiamento può venirci soltanto dalla pietà di Dio, dalla pazienza che Egli ha verso di noi. Se dovessimo avere un incoraggiamento dal fatto che siamo buoni o abbiamo fatto qualche cosa, non meriteremmo nemmeno di esser detti cristiani. Ma la nostra fiducia rimane soltanto l’infinita pazienza di Dio che ci sopporta, l’infinito amore di un Dio che, nonostante tutto, ci vuole per Sé. Non poggia in altro la nostra fiducia che in Lui, non in noi.

Esercizi spirituali a Frascati (RM), 3-7 settembre 1979

Una responsabilità infinita (1977)

C’è una perdita di coscienza oggi: un perdere coscienza, un perdere il senso della propria responsabilità: siamo bambini! È duro essere uomini, vivere come uomini, anche sul piano della Chiesa, sentirci impegnati veramente ad assumere in pieno la responsabilità di una missione universale di salvezza, dalla quale dipende, davvero, tutto l’universo. È difficile, è duro. Dio ci ha caricato di una responsabilità infinita, veramente di una responsabilità infinita.

E noi che cosa si fa? Si cerca di scaricare questa responsabilità, e si parla di ‘cristiano nuovo’. Tutti siamo cristiani! Si cerca di mimetizzarsi con gli uomini, cercando di non qualificarci più come cristiani, come cattolici. È questo il nostro modo di agire oggi. Mi sembra che questo sia il modo di agire, veramente, di gran parte, direi, anche della Chiesa. Ed è questo che distrugge la Chiesa.

Ma se questo è vero per la Chiesa, questo è vero anche per i singoli, per noi uomini, nei confronti di Dio. Anche come uomini, noi non abbiamo la capacità o, almeno, vorremmo scaricarci di questa capacità di rispondere per noi stessi a un destino, a una vocazione troppo alta, troppo grave per noi. Si cerca di fare del nostro meglio, poi il Signore chiuderà gli occhi.

Avete presente la grande pagina di Dostoevskij in Delitto e castigo? Marmeladov ubriaco dice: «Dio alla fine aprirà tutte le porte e dirà: “Venite voi ubriaconi, adulteri… venite, entrate…” e tutti ci porterà in paradiso». Può essere benissimo che chiami anche adulteri e ubriachi, se sono bambini. Ho paura che non ci sia posto per me, perché io non sono né ubriaco né adultero. Cioè, può darsi benissimo che io, che sono uomo, sia rifiutato. Effettivamente si impone che anche come uomini, nei riguardi di Dio, si assuma la piena responsabilità di una piena risposta al Signore, e sentiamo quanto grave è la fiducia che Egli ci ha dato, da far dipendere dalla nostra risposta la salvezza nostra e la salvezza degli altri.

Mi sembra che quello che oggi manca, sia nei singoli che nella comunità cristiana, e poi anche nella comunità cattolica, è proprio il senso della responsabilità piena, la consapevolezza di quello che il Signore ci chiede, di quello che fa dipendere dal nostro atto; Dio ci vuole uomini veramente responsabili e coscienti di quello che Egli vuole da noi, e di quello che dipende da una nostra risposta. Oggi si parla sempre di cristiani adulti, e di uomini adulti, di uomo adulto, di cristiano adulto: in realtà non siamo altro che dei bambini.

L’uomo oggi si riduce ad essere soltanto una piccola rotella manovrata dai partiti, dallo Stato; si cerca sempre più di togliere all’uomo ogni senso di una responsabilità personale, ogni senso di consapevolezza nello scegliere quello che vuole vivere. Si tende sempre più a far questo: mai l’umanità s’è fatta più bambina. Non è questo che il Cristianesimo vuole. Parlando di essere adulti, noi non ci si accorge di essere bambini, ma essendo bambini, noi dobbiamo prender coscienza, invece, della nostra necessità di crescere, di crescere proprio nel senso di una responsabilità sempre più reale, piena, non solo nei riguardi di noi stessi per tutta l’eternità, ma nei riguardi anche dei nostri fratelli.

Il cristiano, il cattolico, se non può vivere una sua risposta a Dio che nell’amore anche verso i fratelli, non può acquistare una piena responsabilità della propria vita senza acquistare insieme il senso di una responsabilità che lo investe nei confronti del mondo, nei confronti degli altri uomini. Ed è veramente grave e pesante quello che Dio ci chiede. Ci chiede che noi prendiamo coscienza che dipende da noi la salvezza del mondo: da noi!

(…) Tu sei un politico, tu sei un insegnante, tu un ginecologo; avete in mano l’anima e il corpo. Non vivete queste funzioni semplicemente sul piano umano come professioni umane: siete cristiani! La professione che esercitate nel mondo, immediatamente, in quanto siete cristiani, acquista una dimensione che è di una gravità estrema, una dimensione cioè di una vostra partecipazione al sacerdozio di Cristo. Perché l’attività umana di ogni uomo che si svolge nel mondo è sempre, per il cristiano, la partecipazione reale al sacerdozio del Cristo.

Ritiro a Merano (BZ), 13 febbraio 1977

Unità (1970)

Non c’è bestemmia più grande che parlare di vita futura; la vita futura è l’eternità, e l’eternità è presente. Così si sbagliava tante volte noi cattolici e noi cristiani, quando si parlava della salvezza dell’anima. Come non si può parlare di salvezza dell’anima, così è un errore parlare di vita futura. Intendiamoci, questo linguaggio forse continueremo ad usarlo, così come si usa il linguaggio del sole che cade, che tramonta; è un linguaggio umano, ma noi dobbiamo renderci conto dell’imperfezione. Questo linguaggio ci può condurre in errore perché in realtà l’uomo è uno. E non soltanto io sono uno, ma sono uno con voi, sono uno con Dio in Cristo Gesù; nessuna divisione. L’inferno è la divisione. Vivere per me vuol dire vivere sempre più anche sul piano psicologico, anche sul piano morale, la mia unità ontologica con tutti. Ecco l’amore. La legge della carità, che non è una legge e non è un impegno di virtù, è l’espressione dell’essere nuovo che in Cristo ci è dato, ossia di essere uno con tutti. Siamo uno nello spirito e nel corpo perché siamo tutti un solo corpo e un solo spirito.

Rendere testimonianza della Resurrezione di Gesù vuol dire rivelare la nostra unità nel Cristo. E questa unità è l’unità della Chiesa, è l’unità della Comunità, unità che il Cristo stesso ha compiuto quando ha restaurato la natura umana nell’unità primitiva. Siamo un solo Cristo, ci dice Paolo, ma nell’unità del Cristo sussistono le persone; anzi l’unità si manifesta in un amore che impegna ciascuno a vivere per l’altro, ad imitazione di quello che avviene nel mistero della Trinità santissima, dove l’unità della natura non solo non è in contraddizione con la distinzione delle Persone, ma si manifesta nel modo più mirabile proprio perché ogni Persona divina è puro rapporto di amore all’altra Persona. Se noi siamo uno, uno deve essere il nostro amore, una la nostra volontà, una la nostra gioia, una la nostra vita; questa unità si deve rivelare nel fatto che ciascuno vive per l’altro e non per sé.

Tutto quello che abbiamo deve essere dono di amore ai nostri fratelli; tutto quello che siamo deve essere puro riferimento di amore all’altro fratello. Il mio paradiso è la vostra salvezza, il mio paradiso non esiste se non nella vostra salvezza, naturalmente, come il vostro paradiso non esiste che per la mia. Tutto quello che conserviamo per noi, che ci è proprio, tutto questo ci perde. Non vi è altra proprietà per il cristiano che quella dell’amore, dell’amore onde noi ci doniamo. Tutto ciò che il cristiano ha, lo possiede realmente nell’atto stesso che lo dona. Questa è l’unica proprietà che ci rimarrà in paradiso: il nostro amore.

Unità vuol dire prima di tutto che noi siamo uno in Cristo, ma vuol dire anche che noi siamo uno fra noi in Cristo Gesù; vuol dire, di più, che noi siamo uno in noi stessi per Cristo. Che cosa distingue infatti il Cristo risorto? Il Corpo glorioso! Vuol dire che non vi è più opposizione fra anima e corpo, ma anche che l’uomo è veramente tutto in Dio, divinizzato. Tutto questo esigerebbe un approfondimento che la teologia occidentale non ha mai fatto. Troppo spesso la nostra teologia è stata appesantita da un certo neoplatonismo, che ha opposto materia e spirito ed ha visto nella salvezza soltanto la salvezza dell’anima in un rifiuto di tutto quello che è corporale e sensibile (…) Molto spesso, quando hanno scritto, sia gli autori spirituali che i teologi, non si sono liberati mai da una certa visione dualistica. (…) Tutto il mio essere umano deve consumare nella gloria di Dio; ecco perché si parla del Corpo glorioso. Il Corpo glorioso del Cristo è tutto pervaso, intriso, rivestito della luce della gloria divina: tutto il Corpo glorioso del Cristo è trasformato dalla divinità. E noi dobbiamo rendere testimonianza della Resurrezione nell’unità dell’essere nostro.

Esercizi spirituali a Brescia, 17-20 settembre 1970

Ascolta (1959)

«Ascolta». È la prima parola della Regola di san Benedetto, è la prima parola che Dio ti dice. Noi dobbiamo vivere in questo atteggiamento. Perciò a noi s’impone prima di tutto il silenzio, il raccoglimento; un’anima dissipata, un’anima che vive al di fuori, un’anima che è impedita di ascoltare è già nell’impossibilità di poter rispondere e perciò anche di poter compiere quello che Dio vuole da lei.

Se l’atteggiamento costante dell’anima è questo ascoltare, naturalmente questo ascoltare suppone come condizione un certo raccoglimento: bisogna fare in modo che le cose non ci leghino mai totalmente, mai il lavoro ci prenda così da renderci indisponibili a Dio. In alcuni momenti della nostra giornata può esser non presente il Signore, la presenza di Dio può offuscarsi perché il lavoro è tale da rendere molto difficile l’avere nello stesso tempo questa visione della divina presenza e l’impegno al lavoro; ma questo non toglie nulla alla santità dell’anima se essa rimane libera interiormente di fronte alle cose, se non si lascia totalmente prendere da quello che fa. Allora, se Dio parla, l’anima lo ascolta. Dio può anche lasciare una certa libertà all’anima perché possa applicarsi alle cose, ma se Egli parla, se prende Lui l’iniziativa di parlare, la trova disposta ad accoglierlo, pronta ad ascoltarlo.

È questa prontezza dell’anima ad ascoltare Dio, è questa disposizione di purezza, di semplicità, di umiltà e di abbandono che rende sempre possibile un incontro divino, un rapporto di amore.

Vedete, una mamma, se deve badare alla cucina, a rimettere la casa a posto… non è tanto presa dal lavoro che fa da non accorgersi se il bambino si sveglia o fa qualcosa che non va bene. Vedete dunque che c’è una certa disposizione dell’anima, una certa attenzione che noi dobbiamo mantenere anche durante il lavoro; nulla ci può dispensare da questa attenzione umile dell’anima, da questa disposizione interiore del cuore ad accogliere la divina parola.

E noi dobbiamo sempre ascoltare, e per ascoltare sempre dobbiamo mantenere questo raccoglimento, questo silenzio, silenzio che potrà essere più o meno grande secondo che Dio parla all’anima stessa e secondo anche la comunicazione che Dio fa di Sé all’anima. E voi dovete cercare di fare in modo che, pur lavorando, non siate mai totalmente presi da quel che fate.

Voi mi potete dire che io dovrei in questo caso portarvi fuori del vostro lavoro, e invece no: la Comunità vi manda a lavorare, vuole che quella continui a insegnare, l’altra rimanga nella tintoria, l’altra rimanga nell’assistenza Sociale. È la Comunità che vuole questo e voi dovete farlo, perché è l’obbedienza che vi manda lì. Ma se vi mando lì, io tuttavia non vi dispenso da questa attenzione. È difficile, certo, mantenere le due cose, ma è facile se amate. L’amore dà sempre all’anima questa possibilità interiore, questa possibilità di attendere a Colui che amiamo, anche durante il lavoro.

Certo, se a un certo punto noi amiamo il nostro lavoro più di Dio, il nostro lavoro ci prende tanto da renderci indisponibili, da totalmente distrarci da Lui. Allora ci vuole uno sforzo grande per ritornare al Signore. Ma se invece amiamo veramente il Signore, nulla potrà mai così occupare il cuore, nulla potrà mai totalmente legare l’anima nostra da renderla indisponibile se Dio ci parla.

Dal Ritiro a Firenze del 15 marzo 1959