sabato, Maggio 30, 2020

Dall’alienazione alla Presenza

Esercizi spirituali a La Verna, 3-10 agosto 1980

Noi ora viviamo una vita di alienazione: non solo le cose non sono presenti a noi, ma neppure fra noi siamo presenti, anzi non siamo nemmeno presenti a noi stessi. (…) Siamo mistero a noi stessi, non ci conosciamo, non ci possediamo. Nessuna presenza è possibile quaggiù; tutta la nostra vita è alienazione.

(…) E badate bene che noi sperimentiamo tanto più la lontananza quanto più si ama, perché quanto più si ama, tanto più sentiamo questa incomunicabilità, perché nell’amore noi desideriamo di vivere una partecipazione piena, desidereremmo di vivere nell’altro e totalmente per l’altro. E l’altro chi è? Chi è per me il mio fratello, chi è per me un mio figlio? Chi è per me?

Cosa terribile, la presenza! Voi lo vedete, può morire una persona e l’altra rimane: come ci conosciamo? Cos’è l’uno per l’altro? Invece nella Trinità se il Figlio non è, non è nemmeno il Padre; se il Padre non è, non è nemmeno il Figlio. La Presenza che è la pericòresis, che è la ‘circuminsessione’, la presenza di ogni persona all’altra persona, è la vita delle tre Persone divine. Questa è la Presenza reale del Cristo. Noi siamo nella misura che il Cristo vive in noi, perché quello che costituisce la nostra vita vera, la nostra vita inseparabile, come diceva sant’Ignazio di Antiochia, è il Cristo.

(…) Noi tutti siamo chiamati a vivere questo rapporto col Cristo, perché quello che distingue il cristiano è questo rapporto. Come quello che distingue le persone divine nella Trinità è il rapporto di ogni persona all’altra correlativa, così nel Cristianesimo quello che ci distingue è il rapporto col Cristo. Nelle Persone divine c’è il rapporto del Padre al Figlio e del Figlio al Padre nell’unità dello Spirito; nell’economia cristiana quello che la distingue è il rapporto nuziale (non di filiazione, ma nuziale) fra il Cristo e noi, fra noi e il Cristo. Ecco perché nei mistici la vita spirituale trova sempre il suo compimento in quello che si chiama il matrimonio spirituale, o unione trasformante.

(…) La prima cosa dunque che per noi s’impone, in vista di questo rapporto col Padre, in vista di questo rapporto con tutti gli uomini, di questa unità che ci stringe fra noi, è l’incontrarci con Gesù, Figlio di Dio. Il Vangelo, il Cristianesimo è Gesù. Il libro sacro, per noi cristiani, non è un libro di dottrina, ma è il libro che ci parla di Cristo, che ci fa conoscere il Cristo, che ci mette in rapporto con Lui. E più ancora che nel Vangelo, il Cristianesimo ha il suo compimento nella liturgia e nella liturgia eucaristica, dove non si fa presente per noi che Cristo Signore. E non si fa presente che in quanto ci siamo noi, perché è sempre necessaria la presenza di una persona creata perché si faccia presente il sacerdozio di Cristo; ed è sempre necessaria la presenza anche del cristiano perché ci sia anche il Cristo vittima. Non c’è mai il Cristo indipendentemente da te, non ci sei mai tu come uomo veramente redento senza di Lui. La presenza del Cristo suppone sempre la presenza degli altri. Fin dall’inizio poteva mai essere fatto presente nostro Signore senza la Madonna? Si è incarnato senza Maria? Gesù non è senza l’uomo, l’uomo non è senza Gesù. L’uomo è veramente rapporto col Verbo.

(…) Il rapporto è totale, Egli vuole tutto da te e tutto Egli si dona. Questo rapporto soltanto ci distingue, perché è un rapporto personale, ma in questo rapporto personale onde noi siamo tutto per Lui e Lui tutto per noi, noi non viviamo più che un’unica vita: la vita del Cristo è la mia vita, la mia morte è la sua morte. Non è la morte del Cristo che diviene la mia morte, ma al contrario è la mia morte che Egli fa sua, facendo suo anche il mio peccato; ed è la sua vita che diviene la mia vita. Non c’è più dunque un’altra vita per noi. Se io vivo una mia vita propria, vuol dire che non ho realizzato la mia unità col Cristo. Se ancora ho una mia proprietà di vita, di sentimenti, non ho ancora realizzato la mia vocazione cristiana. Realizzare la mia vocazione cristiana vuol dire non vivere più che la sua vita: «Vivo ego, iam non ego; vivit vero in me Christus [non son più io che vivo, ma è Cristo che vie in me]» (Gal 2, 20).

La vera conoscenza di Dio

«L’uomo non potrebbe conoscere Dio se non nella misura che in Lui è trasformato. Ogni altra conoscenza di Dio tende per sé a trasformare Dio nell’uomo, a proporzionare Dio alla povertà della creatura, alla piccolezza dell’uomo».

Cento pensieri sulla conoscenza di Dio, n. 79 (pag. 85)

Un pericolo sempre in agguato (1966)

«È naturale e perciò quasi irresistibile la conversione della vita religiosa in una esperienza di ordine morale o metafisico. La preghiera si trasforma in una meditazione o contemplazione della verità e Dio si trasmuta da Persona viva – l’unico assoluto lo, l’unico assoluto Tu – in un Egli neutro e impersonale. Il Dio personale sembra essere quasi un ostacolo ora per realizzare, al di là di ogni distinzione personale, l’Unità del soggetto coll’oggetto nell’esperienza suprema.

Il pericolo delle religioni asiatiche è sempre in agguato».

L’acqua e la pietra, pag. 139 (7 maggio 1966)

L’amore puro

Nel Vangelo, quando lo scriba si rivolge al Maestro e gli domanda qual è il più grande comandamento della legge (cfr. Mt 22, 36), Gesù ripete per lui il comandamento come risulta dal Deuteronomio: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la tua forza» (Dt 6, 4-9), aggiungendo, subito dopo, il precetto dell’amore del prossimo, che pure si trova nell’antica legge e precisamente nel Libro del Levitico (cfr. Lv 19, 18).

Perché nel Vangelo di oggi questo comandamento si trasforma? (cfr. Mt 10, 37-42). Di fatto le parole del Deuteronomio erano parole che dovevano realizzare il rapporto di assoluta dipendenza, di assoluta dedizione a Dio, come Dio. Qua a Dio Gesù sostituisce Se stesso. Ora, quando Gesù parla di Dio, intende il Padre; perché in questo Vangelo esige l’amore per Sé? E quale amore esige? Evidentemente, quando gli si domanda qual è il comandamento, Gesù richiama la parola di Dio nell’antica Alleanza: erano ebrei, dovevano sapere che tutta la legge si compendiava in questo comandamento del Deuteronomio. Li rimanda dunque a quello che essi già sapevano e che tuttavia non avevano mai realizzato. Perché invece, qui Gesù sostituisce all’amore di Dio, l’amore di Sé? (…).

«Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non èdegno di me» (Mt 10, 37). Sono due i motivi e tutti e due grandi (si potrebbe dire anche un motivo solo, ma è meglio distinguere). Primo, l’amore di Dio noi possiamo concepirlo in duplice modo: o amore fisico, come dice san Tommaso d’Aquino, o amore estatico, come (invece) dice san Bernardo. A proposito dell’amore fisico san Basilio, nelle Regulae fusius tractatae, ci dice che l’amore di Dio è un amore naturale; non si potrebbe non amare Dio, l’amore di Dio è un fatto, il più spontaneo, il più semplice del cuore umano, perché il cuore umano è fatto per la verità, per la bellezza, per la bontà, per la gioia, e Dio è tutto questo. È fatto cioè, l’uomo, per avere in Dio il suo fine, e allora la natura stessa lo spinge, lo stimola in questo cammino, in questo rapporto che deve unire l’uomo a Dio. Già, ma è questo l’amore più perfetto? No, questo è amore di concupiscenza. Sarà un grande amore anche questo, perché è l’amore per il quale in Dio l’anima trova la sua perfezione e la sua felicità… ma ama Dio o ama se stessa l’anima, amando Dio in quanto è la sua felicità, amando Dio in quanto è la bellezza cui l’anima aspira, amando Dio perché Dio è la bontà che l’anima vuole?

È un fatto molto importante questo. Nel cattolicesimo, per secoli e secoli, i più grandi maestri della spiritualità e i più grandi mistici hanno combattuto fra loro, proprio a proposito dell’amore puro. L’amore puro è un amore che non ha riferimenti a sé: è l’amare Dio per Iddio. L’amore di Dio per Iddio implica che l’uomo esca di sé, non voglia attrarre Dio a sé come suo bene, non voglia considerare in Dio la sua felicità e la sua perfezione, ma che, nella dimenticanza totale di sé, si ordini a Lui. A differenza di san Tommaso, l’amore per Iddio, in san Bernardo, è un amore estatico; prima di lui anche Dionigi l’Areopagita aveva affermato che Dio, amando, esce di Sé, infatti si fa uomo; e anche l’uomo, amando Dio, esce di sé, dimentica se stesso, non vuole che Lui.

In un sonetto famoso, che è stato attribuito a san Francesco Saverio, si dice: «Non m’importa, o Dio, del paradiso, non m’importa, o Dio, dell’inferno: io amo Te per quello che sei, non penso a me, nonvoglio nulla per me, voglio che Tu sia». Dunque per tanti secoli, nella spiritualità cristiana, è stato presente questo problema, o meglio questo comandamento dell’amore puro che non si capiva che cosa fosse, né come doveva viverlo l’anima. Comunque rimane vero che l’amore puro è l’amore estatico, è un amore per il quale l’uomo esce di sé; non trae a sé Dio, ma egli si ordina a Lui e muore per Lui, cioè dimentica se stesso, non vuole se stesso, vuole Dio solo. Allora l’amore nel Cristianesimo non può essere più soltanto l’amore del Vecchio Testamento, perché nel Vecchio Testamento non c’è mai un amore puro. Nell’Antico Testamento il testo più bello in cui si esprime l’amore è il v. 28 del Salmo 72: «Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 72, 28). Ma… «il mio bene»! L’amore nel Vecchio Testamento è sempre un amore di desiderio, è l‘eros, il tendere di tutta l’anima a Dio, in quanto Dio è la nostra suprema felicità. Sempre è eros l’amore di Dio nell’Antico Testamento, nel Nuovo Testamento è l’agàpe; ed perciò un amore che implica lo strapparsi alle proprie radici, al proprio egoismo. Non voler se stessi, non pensare più a sé, ma volere che Dio sia Dio.

Adunanza a Firenze, 1° luglio 1984

Che Dio sia!

Di fronte all’infinita santità di Dio l’anima sente che tutto quello che possiede, se non è un puro dono di Dio, è qualcosa che usurpa alla Sua pienezza divina. Ogni lode, ogni stima, ogni sentimento di affetto è usurpazione a Dio. È perché Dio non è davanti ai nostri occhi, che noi possiamo star qui e c’è posto per noi in questa casa. Se Dio fosse davanti a noi nello splendore della Sua Santità, noi non potremmo tollerare di esser qui, imploreremmo di esser cacciati fuori.

Forse questo è un po’ troppo? No, non è troppo. Sentiremmo proprio come una cosa incomprensibile la misericordia di Dio, che ci permette di abitare in questa santa casa; non ci riavremmo dallo stupore di come il Signore potesse permettere ancora che rimanessimo qui, che fossimo tollerati qui. Non è questo che insegna santa Caterina di Genova? L’anima che non si è ancora purificata di ogni ombra, si getterebbe piuttosto nell’inferno che accettare di vivere nella Luce della Presenza ineffabile. Pensate ad una santa Geltrude che non si riaveva dallo stupore di come la terra non la inghiottisse viva! Ella viveva in una confidenza nel Signore del tutto straordinaria; la virtù propria della Santa è precisamente la sua confidenza illimitata nell’amore di Dio. Ma quando ella dinanzi alla santità infinita di Dio guardava se stessa, non sapeva capacitarsi come l’inferno non l’ingoiasse viva. Certo, anche fra noi ci saranno di queste anime che implorano costantemente dal Signore nuove umiliazioni e nuovi patimenti. È questo il cibo dell’anima che ha conosciuto Dio (…).

Sentiamo la nostra presenza come uno sgorbio in un immenso capolavoro, come una macchia nella purezza infinita della Luce, se viviamo davanti al Signore. E l’anima non può sentire che questo bisogno di esser fatta a pezzi, di esser macinata, di essere distrutta: l’unica gioia dell’anima che contempla Dio non può essere che la croce, non può essere che l’umiliazione, l’unica gioia l’oblìo. Anche per voi certamente non esiste altra gioia che questa: di essere umiliati come Giovanni della Croce, di essere messi in un canto (…).

Se volete essere qualcosa ancora è segno che Dio per voi non è tutto, che Dio per voi non è Dio, perché Dio è l’Unico. Se volete essere qualcosa… ma è vero che voi non volete essere proprio nulla di nulla? È proprio vero che nell’intimo non c’è più alcuna pretesa di compatimento, di comprensione, non conservate ancora un certo desiderio di esser conosciuti? Vivete per voi o vivete per Dio? Dio che cos’è per voi? Certo, se il Signore aspettasse la nostra preghiera per condurci per questa via, forse avrebbe da aspettare!… Misericordiosamente è Lui stesso che provvede e molto spesso ci conduce per una via d’immolazione e d’umiltà. Ma quando l’anima fa la vittima, quando l’anima sente di essere immolata, molto probabilmente già ha ricevuto il suo compenso, già è uscita da quella via che nell’amore ci conduce all’oblìo di noi stessi, ed essa cerca di nuovo se stessa nel compatimento. Cosi avviene che le vittime, non avendo il compatimento degli altri, almeno hanno il loro proprio e non fanno altro che guardarsi e compassionarsi molto amorosamente. Umiltà, figlioli, umiltà! È l’unica garanzia di una vita religiosa autentica e profonda. Umiltà vera, umiltà grande… irresistibile bisogno di scomparire, di non essere più: che Egli sia!

(…) Ricordate il Cantico di San Sergio? Ecco la via per giungete davvero alla trasformazione d’amore: «Nessun uomo, nessuna creatura, – nulla nel cielo e sopra la terra ti adori di più; – nessuno ti conosca o ti ammiri, – nessuno ti serva, ti ami»: nessuno. Nulla per sé, ecco la condizione. Allora «illuminato dallo Spirito, battezzato nel fuoco, chiunque tu sia: vergine, monaco, sacerdote, – tu sei trono di Dio, sei la dimora, sei lo strumento, sei la luce della Divinità». A una condizione: non essere nulla! (…).

Che il Signore si degni di condurci per questa via fin sulla cima, finché non saremo Dio per partecipazione. «Tu sei Dio, Dio, Dio», dice ancora San Sergio. «Dio nel Padre, Dio nel Figlio, Dio nello Spirito Santo, sei Dio». Non è più che Dio, Dio solo, Dio che vive in te, perché anche tu non sei più che pura condizione a una Sua presenza, una presenza che tutto allontana e consuma perché Egli è l’Unico, il Solo.

Luce, umiltà, amore, pp. 89-92

Vivere di pura fede (1942)

L’uomo che vive di pura fede si è ridotto alla sua nudità e povertà di creatura sospesa, come per miracolo permanente, sopra l’abisso del nulla.

Non conosce più sostegni umani e si affida a Uno che non conosce, che non sente, che egli sa diverso, lontano.

La lotta con l’angelo (diario), pp. 114-115 (7 gennaio 1942)

Un fuoco che brucia (1964)

Vorremmo un po’ più di pace, vorremmo che Nostro Signore non ci disturbasse troppo; invece nella misura che l’amore divino ci penetra e ci investe, ci ferisce, fruga nelle più intime profondità dell’essere creato e sembra, via che la purificazione procede, che debba cominciare ancora; sembra, tanto più Egli ci brucia, che tanto più rimanga da bruciare.
Ecco perché i santi, ed erano santi, si sentivano peccatori al termine del loro viaggio più di quando l’avevano appena incominciato. 

Verso la visione, p. 96

Tu sei tutto (1973)

L’uomo vive Dio nel sentimento del tutto. Tu sei tutto. Dio è tutto; ma anche tu, se Dio è in te.

Nulla vi è al di fuori di te, più nulla tu puoi cercare, perché quello che cerchi è già in te, se Dio è in te.

La legge è l’amore, I ediz., p. 122

Solo un velo (1981)

Mi sembra veramente che solo un velo mi separi da Lui, non perché mi sento ‘santo’, ma perché la Sua realtà sembra già consumare ogni segno e imporsi nuda e assoluta al mio spirito.

In Cristo, diario, p. 84, 3 luglio 1981