martedì, Ottobre 26, 2021

Vivere dentro (1959)

Laparoladelpadre

Che grande gioia essere con voi in questo giorno di Pentecoste. È la festa dello Spirito di Dio, dello Spirito Santo. Non la festa della Terza Persona della Santissima Trinità in quanto procede dal Padre e dal Figlio, o dal Padre per il Figlio, nel mistero intimo della vita divina, ma la festa dello Spirito in quanto lo Spirito ci è stato donato e si è diffuso sopra la terra, in quanto lo Spirito è il dono di Dio, il dono che Dio ci ha fatto di Sé per vivere Egli stesso nei nostri cuori.

È la festa che porta a compimento i disegni di Dio: nel dono dello Spirito veramente si compie l’incontro di ogni anima con Dio. Non si compie soltanto un incontro: si realizza un mistero, il mistero di una partecipazione personale di ciascuno di noi all’intima vita di Dio. Nel dono dello Spirito noi siamo stati attratti nel seno della divina Trinità, noi siamo divenuti della famiglia stessa di Dio; non più soltanto chiamati remotamente a questa vita divina, ma già partecipi di essa nel segreto più profondo della nostra natura. (…)

E noi siamo chiamati stamani ad aprire l’abisso della nostra anima per accogliere Dio in noi: accogliere questo amore immenso, infinito, accoglierlo per sentirci “ripieni”; è questa l’espressione che ritorna durante la festa della Pentecoste: «Repleti sunt onnes Spiritu Sancto» (At 2, 4), «Replevit totam domum ubi erant sedentes» (At 2,2). Egli sempre riempie di Sé; Dio solo può riempire. Ecco il mistero della Pentecoste. Abisso infinito che aspetta la grazia, il nostro cuore si apre all’amore divino perché Dio voglia effondersi in lui, ed ecco che nel dono che la sua anima riceve l’uomo si sente ripieno: ogni suo desiderio è stato più che colmato dal dono che Dio ha fatto di Sé, ogni speranza è stata superata e trascesa, ogni aspettativa vinta dall’amore divino.

Dio stesso è venuto. Non verrà soltanto domani: la vita del Cristianesimo è esperienza di un dono presente. Noi viviamo il dono di Dio nel mistero di una povera vita, nel mistero di un’intima sofferenza, ma viviamo il dono di Dio nel possesso beato di una beatitudine immensa. Siamo veramente ripieni.

Che cos’è la pace che Gesù ci dona lasciandoci, se non precisamente il suo Spirito, o almeno il frutto di questa presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo? Come potrebbe l’uomo aver pace se non fosse saziato nella sua brama, se non fosse ricolmato nel suo vuoto? La pace è il segno di questa divina pienezza che il cuore umano possiede, e noi possediamo la pace, segno intimo di una divina presenza, segno che ci garantisce, ci assicura questa presenza divina. Possediamo e viviamo la pace, che nulla potrà mai compromettere, né le sofferenze fisiche, né le sofferenze morali, né l’abbandono degli uomini, né le umiliazioni di fronte agli altri, né le nostre stesse miserie che sono tanto grandi. Nulla può compromettere la nostra pace, perché la nostra pace non ha la sua origine in noi, ma in una Presenza che rimane. Questo è il mistero della Pentecoste: Egli non discende, ma è disceso, Egli rimane. Il mistero della Pentecoste è un mistero permanente.

(…) Pur vivendo giorno per giorno avvenimenti che sembrano uguali e diversi perché si succedono in un ritmo continuo, pur vivendo in questo tempo che scorre, la nostra anima già è ancorata all’eternità perché Dio è in lei e lei è in Dio. Il tempo è finito già: ve ne rendete conto? Vi rendete conto che il paradiso davvero è incominciato per noi? Basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si è fatto presente perché tutte le onde del tempo non raggiungano più l’anima che vive in una immutabile pace il dono divino; basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si fa presente per essere la sua ricchezza e il suo amore, per essere la sua gioia e il suo riposo.

Se noi non viviamo la pace e perché noi ancora viviamo fuori, mentre Egli è dentro. (…) Sta a noi vivere ora la vita del cielo, non sta più a Dio, perché Dio già si è dato. Se non viviamo già in paradiso la colpa non è delle cose, o tanto meno la colpa è di Dio: la colpa è soltanto nostra che ancora viviamo al di fuori.

Omelia del 17 maggio 1959 a Casa San Sergio (FI)

Cristo è con noi (1986)

La frazione del pane (nell’episodio dei due discepoli di Emmaus) è per san Luca il mistero nel quale Dio, oggi, si può comunicare di più alla nostra anima.

Le apparizioni non devono avvenire. Sempre Egli sarà con noi, ma non lo vedremo. Però la sua presenza non è inattiva; essa dona alla nostra anima di risorgere pian piano, dall’incredulità alla fede, dalla disperazione alla speranza, dalla mancanza di amore (perché ormai Dio era morto; «non ardeva il nostro cuore?») all’ardore di carità. Qual è la vita cristiana dopo la resurrezione del Cristo? Quella che gli apostoli non avevano mai conosciuto prima della resurrezione: l’esercizio delle virtù teologali. Infatti la speranza degli apostoli prima della morte era soltanto quella di essere a destra e a sinistra di Gesù quando sarebbe stato al governo del mondo; la fede dei discepoli era in Gesù come rabbì, non come Figlio di Dio, non come Colui dal quale dipende la salvezza del mondo, salvezza escatologica.

Questa pagina dei discepoli di Emmaus è simbolica: in quei due discepoli siamo raffigurati tutti noi. Troppo spesso ci dimentichiamo che il Cristo è con noi. Quante volte ci sediamo a tavola e non ci sembra che il Signore sia a tavola con noi; troppo spesso quando si va al lavoro crediamo di essere soli. Egli invece è con noi sempre. Ricordiamoci che Egli non è soltanto presente nella Chiesa. La presenza del Cristo nella Chiesa (è l’insegnamento di san Matteo) è una presenza in ordine alla missione della Chiesa. Qui invece c’è la presenza di Cristo in due semplici discepoli; non sono apostoli, ma due come noi. Gli altri erano lontani, il mondo si era allontanato da loro, entravano nel buio della sera, camminando verso Emmaus; così noi, via via che camminiamo, ci sentiamo sempre più soli e il silenzio scende nella nostra vita. Ma non è vero: Uno si accompagna a noi, e, nonostante il silenzio e la solitudine si facciano sempre più grandi (perché i nostri figli si allontanano, perché cessa il lavoro e sembra che la nostra vita si spogli sempre più), in realtà l’esistenza diviene sempre più limpida e più ricca di intima vita, perché la fede diviene più luminosa, perché la speranza (non si sa come) diviene più profonda, e la carità sempre più reale nei nostri cuori.

Un cristiano, se rimane fedele, quanto più va avanti negli anni, tanto più non va verso la morte, ma verso la vita. Abbiamo in questa pagina un esempio: Cristo diviene dedizione totale ai suoi figli, e non chiede nulla per sé. Sempre più evita di ricevere, vuol soltanto donare.

È una grande pagina quella di Luca; come sempre Luca non è tanto ecclesiastico, come Matteo, né così mistico, come Giovanni, né così kerygmatico, come Marco, ma è l’evangelista della vita cristiana.

(…) N noi viviamo l’alba, il giorno e il vespro di una vita che discende verso la morte, ma solo sul piano biologico e psicologico; sul piano della fede invece si va verso la luce. Perciò non sappiamo se questo sia veramente un andare verso la notte, o non piuttosto verso un giorno che sempre più si annuncia vicino.

Questa pagina (Lc 24, 13-35) è la pagina normativa della vita cristiana di ciascuno di noi; i due discepoli non ricevono nessuna missione, risorgono soltanto ad una nuova vita. È la pagina che dice precisamente il contenuto della vita presente del cristiano; essere con Lui, anche senza sperimentare fino in fondo questa presenza, anche senza esserne pienamente sicuri. Però gli effetti di questa presenza si fanno sentire per ciascuno di noi in una fede sempre più vera, più grande, in una speranza più viva, in un amore che sempre più ci dilata. Egli è con noi.

Esercizi spirituali a Muzzano (BI), 2-6 agosto 1986

Coscienti che Dio è in noi (1984)

Si celebra oggi la festa della Trasfigurazione del Cristo: noi dobbiamo trasfigurarci. Come vi ho già detto, la nostra trasformazione prima di tutto avviene nel più intimo e dentro il nostro essere, e noi non possiamo averne nemmeno l’esperienza: avviene già nel Battesimo, per il fatto che nel Battesimo noi siamo inseriti nel corpo del Cristo. Ma poi l’azione della grazia investe le potenze spirituali: l’intelligenza e la volontà. Perciò la prima cosa che si impone per noi, dopo questa trasfigurazione compiuta dai sacramenti divini (specialmente da quei sacramenti che hanno impresso in noi il carattere), è la conoscenza di Dio: conoscenza che non è puramente astratta, è piuttosto la coscienza di Dio. Come noi siamo coscienti di noi stessi, esser coscienti che Dio ci investe, che Dio ci possiede, che Dio è in noi. Sentirci come la pisside che contiene il corpo di Cristo, ma veramente come un’anima vivente che si sa penetrata, che si sente piena di Lui.

Noi siamo veramente la dimora di Dio, il luogo di Dio; dobbiamo sentirlo. Nulla c’è per noi di più sacro di noi stessi; nemmeno il paradiso è più sacro di me, perché in paradiso Dio sarà per gli altri, ma Dio è per me in quanto è nel mio cuore, e io devo scendere nell’intimo mio per prendere coscienza di questa Presenza di Dio in me, per lasciare che Dio nella sua Presenza totalmente mi riempia e non ci sia più vuoto che Egli non riempia di Sé. Sentire in noi questa presenza di Dio, presenza del Cristo: ecco, questa è la prima cosa che noi dobbiamo realizzare. Ed è di qui che nasce la vita di contemplazione, ed è di qui che nasce la vita di preghiera, perché non può essere mai che si possa vivere una continua preghiera se non abbiamo questo sentimento di Dio che lentamente penetra tutta la nostra vita e la riempie di Sé. È un sentimento ora più forte ora meno forte, ma è sempre presente. È come la coscienza che abbiamo di noi stessi; alcune volte è più forte, altre meno forte. Questa coscienza di noi stessi l’abbiamo attraverso la coscienza, per esempio, del mal di testa, oppure la coscienza di vedere il cielo, le cose, ecc., ma attraverso questa esperienza delle cose c’è sempre, come riflesso indiretto, anche la coscienza che siamo noi a vedere e a sentire. Così è per quanto riguarda la vita interiore, questa vita di preghiera. Certo che non possiamo vivere sempre una preghiera attuale, ma possiamo avere questo sentimento di Dio che sempre ci accompagna; basta che noi cerchiamo di non essere totalmente distratti, di non abbandonarci alla curiosità, alla distrazione.

Battista da Crema (1460?-1534), uno dei maggiori maestri spirituali d’Italia, diceva che la curiosità, la dissipazione volontaria, è uno dei peggiori mali dell’uomo. Sono questi infatti i mali dell’uomo; lo scoraggiamento, la dissipazione volontaria. E i peccati? I peccati ci sono sempre, ma non date peso ai peccati! Più importante è eliminare gli stati abituali della anima che impediscono alla grazia di entrare in voi. Se commettete adulterio, beh, vi rialzerete! Ma se voi vivete nello scoraggiamento, non vi rialzerete mai. E se voi vivete nella dissipazione abituale, voi vivrete una vita sciupata per sempre. Capite? I peccati hanno meno importanza per la nostra vita interiore di quello che hanno certe disposizioni interiori. I peccati ci saranno sempre, saranno più o meno coscienti, ma il peccato attuale è meno grave di una disposizione abituale dell’anima che chiude le porte a Dio, che impedisce a Dio di penetrare in noi, di vivere in noi. Di qui, vi chiedo prima di tutto; non scoraggiamento, mai! Abbiate fiducia in Dio che vi ama, in Dio che vuole la vostra santità, in Dio che opererà la vostra santità. Abbiamo fiducia in Dio! E poi manteniamo un certo raccoglimento interiore. Questo lo chiedo specialmente a voi che vivete nel mondo. 

Festa della Trasfigurazione – Omelia del 6 agosto 1984 a Firenze