martedì, Ottobre 26, 2021

Conversione: un terremoto interiore (1968)

Siamo nella Quaresima: la Quaresima ci richiama alla penitenza. È con la penitenza che si è iniziato il ministero di Gesù.

Ma che cos’è precisamente la penitenza? Soltanto il pentimento di quello che possiamo aver fatto di male sarebbe ben poco per caratterizzare invece quello che con questo termine intende la Chiesa e intende il Signore. Il termine “penitenza” è una traduzione molto imperfetta di un termine greco che viene usato dagli evangelisti proprio per dire il contenuto della prima predicazione di Gesù, quando inizia il suo ministero.

Il termine greco è metánoia e voi potete capire già che cosa può voler dire. Nous è la mente, è lo spirito, anzi la psiche, l’anima, e meta vuol dire proprio un capovolgimento, un rovesciamento del nostro essere interiore.

Di qui voi capite che quando noi pensiamo che penitenza voglia dire soltanto pentimento dei peccati è troppo poco. Quando pensiamo alla penitenza come al complesso di azioni afflittive, mortificanti per la nostra natura, ugualmente si dice qualcosa ma non si dice quasi nulla, perché, quando si pensa appunto ad azioni afflittive, in generale si pensa a quelle azioni afflittive che non toccano affatto il nous, lo spirito, ma toccano il corpo.

Ecco perché uno dei decreti ultimi sulla riforma della penitenza quaresimale sembrava quasi eliminare quello che finora sembrava il contenuto specifico proprio della Quaresima. Quello che poteva sembrare il vero contenuto della Quaresima era stato eliminato non dalla Chiesa, ma dal fatto che i cristiani non ci credevano più, non facevano più nulla in questo senso. Ma forse i cristiani, non sottomettendosi più a quelle prove, davano segno d’aver capito di più la penitenza veramente cristiana, se non altro davano l’impressione di aver capito che quelle penitenze valevano poco e non era il caso nemmeno di dar loro importanza.

Qual è allora la vera penitenza a cui ci richiamano il Signore e la Chiesa nel tempo quaresimale? Questa penitenza ci richiama intanto a una coscienza di una nostra opposizione radicale con Dio. Se si impone una conversione, segno è che noi non siamo rivolti al Signore, ma gli voltiamo le spalle.

Possiamo noi dire questo? Sì, possiamo dirlo! Nel fondo del nostro spirito noi rimaniamo in una certa opposizione a Dio fintanto che non siamo dei santi. Solo il santo vive, anche nell’atto suo primo, anche nell’atto suo più interiore, questa perfetta adesione a Dio, questa perfetta trasparenza dell’essere alla luce divina. Noi nel nostro più intimo siamo opachi alla luce, nel nostro più intimo, senza esserne forse nemmeno consapevoli minimamente, noi viviamo una certa opposizione a Lui. E questa opposizione da che cosa deriva?

Mi sembra così chiaro quello che dice sant’Agostino, mi sembra così evangelico e così biblico: «Due amori fecero le due città: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio». La vera conversione è una conversione che implica precisamente l’amore. L’amore è il rivolgersi dell’essere, è l’ordinarsi dell’essere: l’essere ama in quanto si ordina. E dunque questo vuol dire che di per sé non si può dividere l’essere dall’amore; praticamente c’è un’identificazione fra essere e amore, però il contenuto di questo amore deriva dall’ordinarsi. Ci si ordina in un modo o ci si ordina in un altro. Se tu non ami Dio, non per questo non ami: ami te stesso. Se tu ami Dio, non per questo tu non sei, anzi realizzi te stesso precisamente come Dio ti ha voluto, come suo figlio e sua creatura.

Qual è la conversione dunque a cui ci chiama il Signore, la vera penitenza? È questo terremoto interiore, questo rivolgimento dell’essere onde tutto in noi si ordina a Lui, e per ordinarsi a Lui si strappa a un precedente amore, sfugge, si sottrae a un’attrazione che s’imponeva finora al nostro spirito e ci sottraeva, almeno in parte, a Dio stesso.

Se noi non avessimo bisogno di questa conversione, noi saremmo già santi. Possiamo dire di essere santi? No: vuol dire che abbiamo bisogno di convertirci. Se la santità è il nostro ordinarci totale a Dio, vuol dire che ancora non siamo totalmente ordinati, vuol dire che abbiamo bisogno di conversione. Ma da che cosa? Probabilmente, per noi tutti, dall’amore di noi stessi, come dice sant’Agostino: «Due amori fecero le due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé».

Si impone dunque una liberazione dai nostri egoismi, si impone dunque che noi sappiamo veramente rinunciare a noi stessi. L’abnegazione di sé: ecco quello che implica la conversione del cuore.

Ritiro del 4 marzo 1968 a Viareggio

 

Discese agli inferi (1987)

Il contenuto liturgico del Sabato Santo è molto complesso ed anche diverso nell’oriente dall’occidente. L’occidente è più legato all’avvenimento esterno ed in questo giorno in particolare alla sepoltura di Gesù, mentre l’oriente cerca di comprendere, o almeno di percepire, il mistero che l’avvenimento esteriore fa presente, come il segno fa presente la realtà.

Il senso del mistero che si cela nella sepoltura del Cristo è ambiguo, cioè ha due aspetti diversi ma complementari, tanto che non si possono separare. Anzitutto è da tener presente che la Chiesa in questi ultimi secoli ha messo da parte, pur senza negarlo, uno dei dogmi fondamentali del Cristianesimo primitivo: la discesa di Gesù agli inferi. Che significato ha per i cristiani di oggi questa espressione? È grave cercare di dimenticare o almeno non cercare di realizzare tutto quello che crediamo (…).

L’espressione “descendit ad inferos” contenuta nel Simbolo degli Apostoli ci richiama un’altra discesa di Gesù oltre a quella della sua incarnazione. Come l’ascensione porta il Cristo nel seno del Padre, cioè al di là di ogni limite, di ogni misura, nella trascendenza infinita di Dio, così questa discesa implica di per sé l’affondare nell’abisso più fondo della creazione: infatti gli inferi, l’inferno, indicano la più grande umiliazione del Figlio di Dio. Ma, come dicevo prima, questo dogma nella sua dimensione misterica, ha due facce: implica sì, la suprema umiliazione del Cristo ma anche la suprema glorificazione, la massima espressione della potenza del Cristo vittorioso. Da una parte la discesa negli inferi è il precipitare di Dio negli abissi: prima si fa uomo, muore, poi discende nella tomba ed infine addirittura nell’abisso più profondo, cioè negli inferi. Ma d’altra parte, siccome si tratta della discesa di un Dio, gli inferi divengono cielo! Poiché gli inferi non possono trattenere un Dio né in qualche modo limitarlo, condizionarne la vita, sono invece essi stessi che vengono distrutti dal fatto che Dio discende! Da qui derivano certe proposizioni, non dogmatiche, ma proprie anche dei Padri greci, per i quali l’apocatastasi [il ristabilimento nell’ordine primitivo] è un fatto, direi, di cui non si può dubitare (…).

Tenete presente la pittura occidentale portata sempre a dipingere soltanto i fatti esterni, la storia: essa non rappresenta mai la discesa negli inferi. Né Masaccio né Giotto né altri pittori occidentali fanno alcun richiamo a questo dogma. Invece quasi tutte le icone delle Chiese orientali, quando rappresentano il Cristo, o raffigurano il Pantokrator (l’Onnipotente) o la discesa negli inferi. Così nella rappresentazione della resurrezione si vedono le porte crollare e i piedi di nostro Signore sui battenti delle porte e Lui che dà la mano da una parte ad Adamo e dall’altra ad Eva e li trae a sé (…).

Perciò nella discesa agli inferi l’umiltà più profonda si identifica alla gloria di Gesù Cristo: l’impotenza, la debolezza di un Dio che discende fino negli abissi, quasi, del nulla, divengono la manifestazione dell’onnipotenza divina, di un potere che vince gli inferi (…).

Eppure io debbo credere alla realtà di un inferno eterno! Ma che cosa vuol dire allora questa discesa negli inferi di nostro Signore? Bisogna ricordare quello che diceva la beata Giuliana di Norwich che si può leggere nelle Rivelazioni del Divino Amore o nel piccolo libro scritto da me, Tre mistici e il loro messaggio (dei tre il più importante è proprio quello di Giuliana di Norwich). Di fronte a questo dogma non dobbiamo dire né di sì né di no, ma soltanto tacere. A Giuliana il Signore diceva: “Tutto andrà a buon fine, io ti dico che tutto andrà a buon fine”. Non dice che noi dobbiamo negare l’inferno, ma che tu non devi metterti al di sopra di Dio (…).

Il mistero che celebriamo in questo giorno, la discesa di Gesù negli inferi, ci dice che non c’è più un luogo della terra, della creazione, anche in senso metaforico, spaziale, che non sia pieno di Dio, cioè, della sua santità, della sua gloria, del suo amore. Ma allora i dannati? La contraddizione potrà essere eliminata dalla conoscenza che avremo domani riguardo il dannato. È evidente che Dio riprende tutte le cose da lui create riassumendole e glorificandole in sé mediante il suo Verbo, ma la persona umana che è pura determinazione di sé che è libertà pura, può anche non essere assunta, se non lo vuole (…)”.

Meditazione tenuta a Desenzano (BS) il 18 aprile 1987, Sabato Santo

La Settimana Santa (1985)

In questi giorni della Settimana Santa la Chiesa non vive una semplice memoria di un avvenimento lontano: non si tratta semplicemente di meditare sulla passione di Gesù per imparare anche noi ad essere pazienti, per imparare anche noi ad amare, se no diviene solo un motivo di morale. La mia morale cristiana non può essere altro che una partecipazione a questa vita di comunione con Lui.

(…) Tutto nella liturgia della Chiesa, tutto nella vita della Chiesa implica questo rapporto con la presenza di Gesù; ma se tutta la liturgia esige che noi ci rendiamo conto, che noi prendiamo conoscenza di questo rapporto vivo che noi dobbiamo avere col Cristo, Figlio di Dio che si è mostrato al mondo, che è morto per noi, che ci ha assunto nell’unità del suo Corpo, se tutta la vita della Chiesa è questo, mai come nella Settimana Santa noi siamo chiamati a vivere questo rapporto reale.

Avete sentito, dall’Inno alle antifone delle Lodi, alla lettura breve, che non si parlava più di virtù: nel tempo di Passione, già dalla Quinta domenica di quaresima, i testi della liturgia non sono più un richiamo ad impegnarci in una virtù o nell’altra; sono tutti un richiamo a vivere la memoria, il memoriale del Cristo. E voi sapete che il memoriale nel Cristianesimo non è un ricordo vuoto; il memoriale nella liturgia è la Presenza, perché non è un memoriale umano: è il ricordo in Dio. Dio non può avere un passato, Dio non può avere un futuro, Egli è la Presenza stessa! Il memoriale è la Presenza!  

Miei cari fratelli, la Settimana Santa ci insegna anche che in tutti noi c’è il male, ma noi possiamo vincere il male se impareremo da Gesù come si ama. (…) Dobbiamo amare: ecco l’insegnamento che ci dona Gesù. E amare vuol dire mettersi sotto i piedi di tutti, perché amare vuol dire che l’amato diviene il fine dell’amante: chi ama mette al di sopra di sé l’amato perché vive per lui, perché si mette al di sotto di lui (…).

In quella notte stessa in cui veniva tradito, rinnegato, oltraggiato da tutti, abbandonato, in quell’ora medesima Gesù amava l’uomo sino alla fine, sino all’estremo: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1); e non vuol dire solo fino alla morte, ma fino all’estremo del suo potere. Ecco, nei confronti del male, la risposta di Dio.

Dobbiamo amarci, e amarci davvero, sempre; l’amore che ci unisce è la prova migliore, l’unica  – badatelo bene, l’unica – che Dio vive nel nostro cuore (…).

Amate! Questo è l’insegnamento fondamentale del Cristo, e ce l’ha dato proprio alla vigilia della sua passione. Egli va a morire e muore per noi, Egli va a morire e muore per donarci la vita, ma prima di morire che cosa dice? «Amatevi l’un l’altro, come io vi ho amato» (Gv 13, 24). L’esigenza dell’amore divino, nella prima lettera di Giovanni, è questa: «Come Gesù è morto per noi, così noi dobbiamo morire gli uni per gli altri» (1Gv 3, 16).

(…) Ecco il primo insegnamento che ci viene da questi giorni benedetti della Settimana Santa, che sono i giorni in cui noi contempliamo il trionfo dell’amore di Dio, di un Dio che prende sopra di Sé tutta la pena del mondo e a tutti gli oltraggi, a tutto l’odio dei Farisei, degli scribi, al rinnegamento di Pietro, al tradimento di Giuda, risponde col dono totale di Sé in un amore infinito.

«E noi dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli», dice san Giovanni (1Gv 3, 16). La prova del nostro Cristianesimo è qui, solo qui. Nulla cosa vale se questo amore non c’è; e se questo amore c’è, anche se noi fossimo – come lo siamo – dei poveri peccatori, dice san Pietro, «la carità copre la moltitudine dei peccati» (1Pt 4, 8).

Amiamoci, dunque, e impariamo così ad essere veri discepoli di Gesù, Nostro Signore.

Visita a Siracusa, Ragusa, 1-3 aprile 1985

La Liturgia delle ore: un peso o un dono? (1975)

Vi debbo dire la verità: per venti anni la preghiera liturgica è stata piuttosto un peso per me. Pensavo: l’unione con Dio non si realizza nel puro oblio delle cose e di sé? Il Salterio, certo, è preghiera, ma al contrario di aiutarmi a raccogliermi in Dio, mi distrae. Preghiera dell’antico Israele, il Salterio rende soprattutto testimonianza della vita di un popolo che ancora non vive una sua reale unione con Dio anche se lo cerca, anche se implora, ma nel cristianesimo la preghiera non deve rendere testimonianza di una unione che già si è realizzata nel Cristo? Nei salmi Israele parla a Dio, ma gli parla della famiglia, della città, della guerra, del re, parla del lavoro dei campi, parla di tutto un mondo di cose: come può questa parola raccogliermi in Dio? Pensavo con nostalgia a testi di preghiera che mi sembravano più alti e più puri, che maggiormente avrebbero favorito il mio raccoglimento e l’ordinarsi della mia anima a Dio, a testi che mi avrebbero sottratto all’urgenza dei pensieri e delle sollecitudini per questa vita presente… Poi ho dovuto accorgermi del mio errore. È proprio alla preghiera del sacerdozio cristiano che è dato il compito di una consacrazione del mondo.

Certo, lo sforzo nostro è immane: dobbiamo non soltanto abbracciare tutte le cose, ma sollevarle, nel nostro medesimo ascendere, fino al trono di Dio. La nostra vita mistica non può essere una pura evasione dal tempo, ma una consacrazione del tempo, non può essere una evasione ma una consacrazione dell’universo. Tu devi avere la forza, nella tua carità, di assumere il peso di ogni cosa e di portarla su fino a Dio. È la nostra preghiera. Sì, noi dobbiamo, anche se non siamo sposati, recitare il salmo che ci parla della donna e dei figli, cantare l’epitalamio che è il salmo 44, dobbiamo cantare la costruzione e la vita della città perché anche la città non si sottrae alla consacrazione cristiana. Nulla si sottrae, perché Cristo Gesù è il Salvatore del mondo.

Attraverso la preghiera ogni cosa deve farsi presente allo spirito del sacerdote, ogni cosa egli deve veramente far sua, per offrirla al Signore. Nulla sembra più eterogeneo e molteplice nei suoi temi quanto il Salterio: non solo è il libro ispirato che ha avuto bisogno di un maggior numero di anni per la sua composizione, ma anche ci parla di tutto, fa presente una civiltà nel suo processo secolare, dall’epoca arcaica fino all’epoca maccabaica. Nei salmi si riassume tutto l’Antico Testamento, si fa presente tutto un popolo che piange, che grida, che gode, che odia, che ama; tutto un popolo nella sua storia. La parola in cui si esprime tutto un popolo nella sua storia, diviene la tua parola.

Quale ricchezza!

Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, San Paolo, 2010, pp. 150-151

Il tempo di Passione (1965)

In questo tempo di Passione la Chiesa ci chiede una cosa sola, vuole una cosa sola da noi: che prendiamo coscienza dell’attualità perenne del mistero del Cristo, della presenza sempre viva di Lui nella Chiesa. Non si tratta della commemorazione di un avvenimento lontano, non si tratta di eccitarci all’amore per uno che ci ha amato e ci ama ma è lontano da noi, è separato da noi dalla morte. È ben altra la presenza del Cristo, di quella che noi possiamo realizzare con coloro che sono trapassati. Coi trapassati di fatto, non realizziamo alcuna comunione se non attraverso Dio, si può parlare di una loro memoria, di un loro ricordo. Quando si parla del Cristo non si parla di ricordo, anche se Egli ha detto: ‘Quando fate questo, fatelo in memoria di Me’. Non si parla di un ricordo, anche se noi diciamo nella Messa “Unde et memores” (“Pertanto noi memori della tua morte ecc…”): non è un semplice ricordo. Il ricordo, che è un fatto puramente psicologico umano, non è che il mezzo per noi di entrare in comunione con la presenza reale, attuale, viva di Lui: Egli è fra noi! Dobbiamo avvertire la Sua presenza reale e viva attraverso la liturgia soprattutto, ma dobbiamo anche renderci conto che nel Cristianesimo tutto o alla liturgia prepara o dalla liturgia promana. Sicché praticamente il cristiano è chiamato a vivere una comunione continua con un Cristo reale e vivo. È questo che distingue il Cristianesimo, la nostra vita cristiana dall’esercizio di una perfezione morale. Non si tratta di esercitarci nelle virtù: si tratta di vivere un impegno di amore con una persona viva.

Quello che distingue il cattolico, quello che distingue il cristiano, non è che è santo, perfetto, buono, caritatevole, mortificato: è che è un amico del Cristo.

La grande novità è tutta qui: rapporto di amore, impegno di amore, comunione di amore, non di un amore che si alimenta di sé, fiamma immobile (come anche potremmo pensare), che brucia in se stessa. Si potrebbe anche pensare cioè ad uomini che, stimolati dal ricordo di un grande eroe, di un grande santo, sollecitati all’imitazione delle gesta di lui, si esaltano e cercano di vivere la sua stessa fiamma di amore, di amarlo, illudendosi di stabilire una comunione con un’ombra, con un ricordo. Questa può essere l’impressione che hanno coloro che non credono della nostra vita cristiana: che noi si viva soltanto una vita fittizia, una vita irreale. Di fatto questi uomini credono nella vita cristiana soltanto nella misura che la vita cristiana si identifica a un’alta moralità, all’esercizio delle virtù, ma il santo non sa nulla delle sue virtù. Il santo vive, dicevo prima, un rapporto reale: l’amore. Vive un rapporto personale con una persona vivente: è un amico, il santo. Chi vive una vita morale cerca la sua perfezione, chi ama il Cristo si dimentica di sé, non gli interessa d’essere santo, di esser perfetto, non gli interessa di far nulla: quello che vuole è conoscere Colui che ama, è vivere con Colui che ama, è vedere, toccare Colui che ama.

(…) La Chiesa non ci fa tante esortazioni, non ci chiama a nessuna virtù: ci pone di fronte a Lui che invita i discepoli a mangiare con Lui l’ultima Cena, ci invita ad entrare con Lui nella notte, nel giardino e a partecipare alla sua agonia, ci invita a salire con Lui il monte del Golgota, ci invita a contemplarLo nella sua Passione, ad ascoltare la sua preghiera, ci invita a riceverLo morto sulle nostre braccia, come la Vergine.

(…) Questo è vivere il mistero della Pasqua nel Cristianesimo! Già non era esercizio di moralità nemmeno la celebrazione della Pasqua per i Giudei, tanto meno lo è per noi cristiani. Se i Giudei vivevano la memoria di un avvenimento lontano di liberazione, la storia, tuttavia non vivevano ancora un rapporto di amore con una persona. Dio si manifestava attraverso una teofania in cui Egli rimaneva inafferrabile anche se dava qualche segno di una sua presenza. Qua, la Pasqua cristiana viene celebrata nella presenza di Lui che muore, nella presenza di Lui che risorge. Sempre viviamo la Pasqua ma quanto più dobbiamo vivere in questi giorni, questo contatto con Lui; amici, fratelli noi siamo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa. Questo noi siamo: un cuor solo e soprattutto un corpo solo. A questo ci chiama la liturgia della Chiesa, a vivere una unione nuziale onde l’amore ci fonde in uno, ci fa vivere una medesima vita. Non per nulla è proprio con la sua Morte di Croce che Egli ha lavato la Sua Sposa e l’ha unita a Sé, lavata nel Suo Sangue, purificata nel Suo Sangue, per unirla a Sé nell’amore.

Viviamo il mistero della Pasqua come mistero di questa unione nuziale onde tutto riceviamo dal Cristo, onde in tutto ci ordiniamo a Lui, onde nell’amore noi diveniamo con Lui, veramente, un solo Spirito (…)”.

Adunanza del 4 aprile 1965 a Settignano (FI)

Vieni Spirito Santo! (1959)

Perché lo Spirito Santo discenda sopra tutta quanta la Chiesa, sopra tutta quanta l’umanità, sopra tutta quanta la terra e dia alla Chiesa una perfetta giovinezza e dia all’umanità una vita più ampia e dia alla creazione di essere trasfigurata dalla gloria di Dio.

Perché la vita della Chiesa sia la manifestazione sempre attuale di questa divina presenza dello Spirito in lei, lo sia nella sua unità, che deve rifulgere ogni giorno più grande, più vera, lo sia nella rivelazione della sua cattolicità, lo sia nella rivelazione della sua santità, che sia ogni giorno più luminosa, più pura.

Che lo Spirito discenda sopra ciascuno di noi e doni all’anima nostra un desiderio più vivo di Dio, ci affami di santità, ci doni un incontenibile ardore, onde l’anima nostra si senta sempre come spinta da una forza divina verso una mèta che rimarrà sempre trascendente, una mèta che non potremo mai raggiungere ma che raggiungeremo tuttavia ogni volta che noi, uscendo di noi stessi nell’ardore del desiderio, ci protenderemo verso Dio.

Che questa Messa sia veramente l’oblazione pura di tutti noi che, divenuti una cosa con Cristo, nello stesso movimento di amore onde Egli eternamente si offre al Padre ascendiamo fino a Lui, liberando il nostro cuore da ogni amore terreno, purificandolo da ogni imperfezione e peccato, rendendolo sempre più lieve, senza peso, sicché questa ascensione divenga ogni giorno più rapida, sicché questa fuga verso Dio divenga ogni giorno più veloce.

Perché lo Spirito Santo, Consolatore nostro, ci assicuri di una presenza divina anche quando noi ci sentiamo più soli, anche quando sentiamo di più la nostra povertà, il nostro nulla, anche quando ci appare più manifesto il fallimento di ogni nostra intrapresa, di ogni nostro sforzo anche nella vita spirituale. Che Egli ci conforti, ci dia sicurezza anche quando tutto sembra fallire. Che Egli ci dia luce, che Egli ci dia gioia, e dia luce e gioia ad ogni anima che cerca il Signore. Viva Egli nel cuore di tutti gli uomini, che pur non conoscendo Dio lo cercano e lo implorano, che pur non conoscendo Dio si aprono alla sua rivelazione nell’umiltà e nell’amore.

Che noi sentiamo Dio all’opera, in questa creazione che Egli va suscitando dagli abissi della colpa e del male! Che noi sentiamo questo Dio all’opera in ogni cuore umano e ci doniamo ogni giorno più a Lui perché si serva di noi come collaboratori suoi a questa opera immensa di trasfigurazione dell’universo! Che – come dice il Cantico di San Sergio – battezzati da questo fuoco divino, illuminati da questa luce, diveniamo noi tutti trono della Divinità, strumento della divina onnipotenza, pura rivelazione di Dio.

Amen.

Dal Ritiro del 17 maggio 1959 (Pentecoste) a Casa san Sergio (FI) 

Avvento – L’attesa di Dio (1956)

Il messaggio del Cristianesimo è la gioia e la ragione di questa gioia è l’imminenza della venuta del Signore. Ma altra cosa è la ragione e altra la condizione: infatti, pur esistendo la ragione della gioia, l’anima potrebbe non esser capace di accoglierla, e non è capac e di accoglierla se non realizza certe condizioni.

La condizione necessaria ad accogliere questa gioia è detta dal tempo in cui questo messaggio di gioia viene annunziato alla Chiesa: tempo di penitenza. La gioia cristiana fiorisce sull’albero della Croce. Siamo testimoni della gioia, ma prima dobbiamo cercare di vivere in quel digiuno dal mondo che è condizione della gioia cristiana. Possiamo sperare di possedere Dio nella misura che siamo distaccati dalle cose.

L’annunzio della gioia cristiana è prima di tutto esigenza di mortificazione, di rinunzia. L’anima possederà Dio nella misura che è vuota di sé, e desidererà Dio nella misura che è libera da ogni attaccamento.

Per le anime che hanno il loro bene e la loro felicità soltanto nella vita presente la morte è il peggiore dei mali. Bisogna che l’anima si abitui a distaccarsi da tutto e trovi tutto in Dio. È estremamente difficile vivere la gioia cristiana perché è difficile vivere in questo vuoto. L’anima deve essere aperta solo a Dio, volgersi solo verso l’alto.

Sembrerebbe che il momento più adatto per cantare la gioia fosse il tempo pasquale, invece la Chiesa ce la fa cantare nell’Avvento e nella Quaresima. L’Avvento ci dice: «Possederai Dio se la tua anima cerca Lui solo». La Quaresima ci dice: «Possederai Dio solo nella misura che il tuo cuore sarà spoglio e crocifisso». Due sono dunque le condizioni: 1) non avere altro desiderio, altra speranza che Dio; 2) povertà: non avere altro bene che Dio.

Esaminiamo il messaggio dell’Avvento: non avere altro desiderio che Dio. Viviamo davvero in questo avvento che è tutta la vita? In quest’attesa di Cristo? Che cosa chiediamo a Dio? Gli chiediamo non Lui ma qualcosa che Lui solo può darci: la felicità quaggiù, l’amore quaggiù, la stima degli uomini, una buona sistemazione…? Anche noi anime religiose siamo sempre preoccupate perché ci mancano cose materiali a cui si potrebbe e si dovrebbe rinunziare.

Vivere l’Avvento vuol dire aprirsi tutti a un solo desiderio: l’attesa di Dio. Noi, questa attesa, non la sentiamo; possiamo avere il senso della presenza di Dio, del possesso di Dio, ma il giorno di domani non rappresenta per noi una meraviglia, l’anima non vive nello stupore di quel che le è promesso.

Nell’Apocalisse il Signore è chiamato «Colui che era, che è e che viene» (Ap 1,4); non «che sarà» ma «che viene». Viviamo davvero in questa attesa? Se crediamo di conoscerlo già vuol dire che non l’abbiamo mai neanche incontrato. Dio è tale meraviglia che non può non essere una continua sorpresa. Noi non lo conosciamo se non viviamo tutti protesi nell’attesa del suo avvento. Siamo tutti un po’ vecchi nella vita spirituale, perché le cose hanno per noi un sapore di consuetudine, come se non ci fosse più nulla da aspettare. Ci disturba che Dio ci dia o ci chieda qualcosa di nuovo, che butti all’aria il piccolo covo che ci facciamo giorno per giorno. Non desideriamo con ansia Colui di cui crediamo conoscere ogni segreto.

Che l’anima Lo attenda viva nella speranza! Altrimenti non si avrebbe più gioia. Se il dono fosse sempre lo stesso la nostra anima sarebbe fiacca nel desiderio e non più protesa nello stupore, nella curiosità e nell’aspettazione.

Desiderio di Dio, attesa di Dio! L’Amore a te si dona e tutto puoi aspettare da Lui. Quel che Egli ti può dare è sempre nuovo e sempre supera ogni tuo pensiero, ogni tua aspettativa. Noi crediamo che ci aspettino sempre le stesse cose, invece tutto è nuovo. Tutti aspettiamo meraviglie nuove domani, ma le aspetteremmo con maggiore ansia se fossimo davvero distaccati. Non aspetteremmo i suoi doni ma Lui.

Questo è l’atteggiamento dell’anima; la gioia che deriva dalla speranza certa in Uno che rimane l’Ignoto, che è perpetua novità. «Ecce, Sponsus venit: exite obviam ei…» (Mt 25,6). «Amen: veni, Domine Jesu» (Ap 21,20). Tutte le cose ci dicono: «Ecce, Sponsus venit». Che l’anima esca di sé, dai suoi pensieri abituali, dalla sua vita abituale; allora potrà dire: «Veni, Domine Jesu».

Vivere in modo che ogni circostanza ci ripeta: «Ecce, Sponsus venit». Che l’anima sia tutta viva nel desiderio e nella speranza certa di un incontro imminente.

Ritiro del 16 dicembre 1956 a Casa San Sergio

Risorti con Cristo (1986)

Dice l’Apostolo Paolo: «Risorgendo da morte Cristo non muore più, la morte non l’ha più in suo dominio» (Rom 6,9) e allora noi viviamo e non possiamo vivere altro che la sua resurrezione.

(…) L’insegnamento è preciso, semplice: noi viviamo nel cielo. Sì, col nostro corpo mortale, nella nostra esperienza sensibile, noi non differiamo dagli altri che non credono; anche noi viviamo, per quanto riguarda la nostra esperienza sensibile, la nostra vita biologica, la vita psicologica, noi in tutto viviamo la vita dei nostri fratelli che non credono. Ma in quanto siamo mediante la fede in un rapporto reale col Cristo risorto, tutto questo  implica per noi che viviamo anche in un altro mondo. Viviamo già nel cielo, come ci ha detto la seconda lettura: noi siamo morti e la nostra vera vita è nascosta con Cristo (cf. Col 3,3). Ecco la nostra vera patria, ecco il vero luogo nel quale noi già dimoriamo, ecco la nostra vera vita, perché questa vita puramente sensibile è qualcosa che si aggiunge a noi, non è la nostra vita più profonda e più vera. La nostra vita più profonda e più vera è la nostra comunione con Lui perché se noi di fatto viviamo già nella fede, nella speranza e nella carità un rapporto con Dio, nel Cristo risorto la nostra vita vera è nascosta col Cristo in Dio. Noi dobbiamo prendere coscienza di questo grande mistero per essere anche consapevoli che la nostra vita non si identifica, e tanto meno si conclude, con la pura esperienza sensibile. Non per nulla, ce lo dice più volte Giovanni nel Vangelo (cap. VI) e nella sua lettera, noi possediamo già la vita eterna e oggi san Paolo ci dice che siamo risorti col Cristo e con Lui viviamo nel seno del Padre.

O, miei cari fratelli, se noi veramente in una fede viva vivessimo quello che abbiamo sentito e proclamato stamani alla Messa, noi vivremmo già la comunione dei santi, noi vivremmo già in comunione con gli angeli e coi santi, la nostra vera vita non sarebbe più un vivere in un luogo o vivere in un tempo; sarebbe vivere nell’immensità divina e già noi viviamo questa dimensione, non a San Sergio o a San Lazzaro di Savena, ma in seno al Padre. Ovunque noi siamo, noi siamo in Dio. L’essere in Dio vuol dire non essere conclusi, perché Egli è infinito; ovunque io sono mi sento dilatato nella divina immensità, nulla più mi imprigiona, non mi sento più prigioniero del tempo né dello spazio. La mia vita è in Colui che al di là del tempo e dello spazio è la pura eternità dell’amore.

(…) La risurrezione non è un mistero che riguarda soltanto Gesù. Se Egli si è fatto uno con tutti gli uomini nella morte di croce, questa unità con tutti rimane anche con la sua risurrezione e, rimanendo nella sua resurrezione questa unità con tutti, noi tutti con Lui   siamo risorti, noi tutti con Lui viviamo nel seno del Padre, noi tutti con Lui siamo già glorificati, viviamo la sua eternità, possediamo la vita eterna. Miei cari fratelli, non lasciamoci irretire dall’esperienza soltanto umana, dalle nostre prove, dalle nostre difficoltà, dalle nostre malattie: non lasciamoci paralizzare da tutto questo. Dobbiamo trascenderlo perché nella fede, nella speranza e nella carità noi viviamo oltre tutto quello che è legato a questo povero mondo.

Se viviamo in questo mondo, è perché vivendo in comunione fra noi si cresca nell’amore e, crescendo nell’amore, possiamo gli uni e gli altri sempre più inserirci in Colui che è l’amore vivente. Perché se il mio rapporto con voi mi staccasse da Dio o staccasse voi da Dio, sarebbe la più grande disgrazia che potesse capitarci; l’amore umano non può avere altro fine e altro prezzo che quello di essere una propedeutica, una preparazione, una iniziazione sempre più grande al vivere in questo abisso di luce, in questo abisso di amore, nel seno del Padre. Questa è la vera patria che non abbiamo bisogno di cercare, perché vi siamo già. Egli è con noi, noi siamo con Lui: il Cristo è risorto.

Omelia del 30 marzo 1986, Triduo Pasquale a Desenzano (BS)

Vivere tutti l’unica vita del Cristo (1996)

Non possiamo dubitare che la grazia divina sia offerta ad ogni uomo. Sappiamo per fede che nessuno potrebbe essere condannato se non per un suo rifiuto ad accogliere la grazia divina. Noi siamo dunque nella condizione di sentirci redenti dal Cristo, di saper accogliere il dono di questa redenzione gratuita, ma reale (…)

Ed ecco, allora, miei cari fratelli, quello che dobbiamo chiedere a Dio in questi giorni della Quaresima: dobbiamo chiedere a Dio che gli uomini vogliano credere all’amore, vogliano affidarsi all’amore, vogliano abbandonarsi a quel Dio che altro non vuole se non la loro salvezza, se non il loro bene. La Quaresima termina con la resurrezione. È il cammino di tutta l’umanità verso la celebrazione di questo mistero che fa presente la salvezza di Dio. La resurrezione non è tanto un dono di grazia o di gloria che riguarda il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio nella sua natura divina non ha mai cessato di essere la beatitudine stessa dei Santi. La resurrezione dice invece il termine ultimo di tutta l’umanità. Nel Cristo risorto noi siamo in atto primo. Quando celebriamo la Quaresima, celebriamo il cammino di tutta l’umanità verso il possesso della redenzione che in Cristo ci viene offerta nell’atto in cui noi celebriamo la resurrezione di Gesù, perché la resurrezione del Cristo è la resurrezione di tutta quanta la creazione, come insegna sant’Ambrogio: «Resurrexit in eo caelum, resurrexit in eo terra – Risorse in Lui la terra e il cielo». Tutto è risorto col Cristo. L’atto per il quale l’umanità del Cristo si sciolse dai vincoli della morte è l’atto mediante il quale tutta la creazione si solleva a Dio in una lode eterna, infinita.

Noi dobbiamo compiere questo cammino non per noi soli. (…) Le nostre piccole mortificazioni non so che cosa possano essere per il Signore: sono soltanto un modo per noi per cercare di realizzare la sacralità di questo tempo che ci prepara alla festa di Pasqua. In queste mortificazioni noi ci risvegliamo da un certo torpore che ci impedisce di prendere coscienza che tutta la nostra vita è un contatto con Lui, che tutta la nostra vita deve essere un rapporto con questo Dio che ci ama e ci dona Se stesso. Non c’è un giorno più santo dell’altro, perché tutti i giorni non sono che il giorno di Dio e il giorno di Dio è il giorno in cui Egli si offre a ciascuno. Oggi tu puoi entrare in Paradiso: «Hodie mecum eris in Paradiso» (Lc 23, 43). È la parola che dice il Signore a ciascuno di noi. Perché aspettare? Non è forse questo il momento che egli ti dà per aprirti nella fede ad accogliere Dio? La comunione sacramentale si può fare soltanto due volte in un giorno, ma una comunione che ci dona il Cristo la possiamo fare in ogni istante della nostra vita, se nella fede ci apriamo ad accogliere il dono di Dio.

(…) Dobbiamo vivere questo, miei cari fratelli e sorelle, ma non viverlo per noi soli. Se noi viviamo la Quaresima per noi soli, già ci escludiamo dal vivere la Pasqua. Il processo che va dal peccato di Adamo a Cristo è diverso dal processo che va da Cristo alla seconda venuta. Da Adamo a Cristo è un estendersi del male, un dilatarsi dell’orrore del male e della divisione degli uomini e della opposizione dell’uomo dall’uomo. Ma ecco: da Cristo fino alla seconda venuta si ricompone l’unità, fintanto che al termine, come dice sant’Agostino, non rimane che Cristo, il Christus totus.

Sì, soltanto il Cristo, ma non soltanto la Persona del Verbo incarnato. No, rimane un solo Cristo, perché un solo corpo. Il mistero cristiano è simile al mistero della Trinità: un solo Dio, ma tre Persone che sussistono nella unità della natura; un solo Cristo, ma nell’unità del Cristo innumerevoli anime, un mondo immenso, una umanità di miliardi e miliardi di uomini che sollevano a Dio il loro canto di gloria. Un solo uomo, ma in questo uomo rimangono le persone. Le persone rimangono, ma per vivere tutte una sola vita: la vita che è la vita del Figlio di Dio, cioè una vita immensa, una vita di luce infinita, una vita che è di un amore senza limiti.

La Quaresima ci porta a dover vivere questo, non la nostra salvezza individuale. Guardate che se voi andate soli verso il Signore, Dio non vi conosce, perché il Padre conosce soltanto il Figlio e il Figlio si è fatto uno con tutti.

Le persone vivono poi un’unica vita. Come le tre Persone divine vivono la vita di Dio, così tutti gli uomini in Cristo non vivono che la vita del Cristo: «Vivo io, ma non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20), cioè in ciascuno di noi. Ciascuno di noi vivrà la vita del Cristo secondo la nostra apertura ad accogliere il dono di Dio.  

Ritiro a Bologna del 25 febbraio 1996

Conversione: un terremoto interiore (1968)

Siamo nella Quaresima: la Quaresima ci richiama alla penitenza. È con la penitenza che è iniziato il ministero di Gesù.

Ma che cos’è precisamente la penitenza? Soltanto il pentimento di quello che possiamo aver fatto di male sarebbe ben poco per caratterizzare invece quello che con questo termine intende la Chiesa e intende il Signore. Il termine “penitenza” è una traduzione molto imperfetta di un termine greco che viene usato dagli evangelisti proprio per dire il contenuto della prima predicazione di Gesù, quando inizia il suo ministero.

Il termine greco è metánoia e voi potete capire già che cosa può voler dire. Nous è la mente, è lo spirito, anzi la psiche, l’anima, e meta vuol dire proprio un capovolgimento, un rovesciamento del nostro essere interiore.

Di qui voi capite che quando noi pensiamo che penitenza voglia dire soltanto pentimento dei peccati è troppo poco. Quando pensiamo alla penitenza come al complesso di azioni afflittive, mortificanti per la nostra natura, ugualmente si dice qualcosa ma non si dice quasi nulla, perché, quando si pensa appunto ad azioni afflittive, in generale si pensa a quelle azioni afflittive che non toccano affatto il nous, lo spirito, ma toccano il corpo.

Ecco perché uno dei decreti ultimi sulla riforma della penitenza quaresimale sembrava quasi eliminare quello che finora sembrava il contenuto specifico proprio della Quaresima. Quello che poteva sembrare il vero contenuto della Quaresima era stato eliminato non dalla Chiesa, ma dal fatto che i cristiani non ci credevano più, non facevano più nulla in questo senso. Ma forse i cristiani, non sottomettendosi più a quelle prove, davano segno d’aver capito di più la penitenza veramente cristiana, se non altro davano l’impressione di aver capito che quelle penitenze valevano poco e non era il caso nemmeno di dar loro importanza.

Qual è allora la vera penitenza a cui ci richiamano il Signore e la Chiesa nel tempo quaresimale? Questa penitenza ci richiama intanto a una coscienza di una nostra opposizione radicale con Dio. Se si impone una conversione, segno è che noi non siamo rivolti al Signore, ma gli voltiamo le spalle.

Possiamo noi dire questo? Sì, possiamo dirlo! Nel fondo del nostro spirito noi rimaniamo in una certa opposizione a Dio fintanto che non siamo dei santi. Solo il santo vive, anche nell’atto suo primo, anche nell’atto suo più interiore, questa perfetta adesione a Dio, questa perfetta trasparenza dell’essere alla luce divina. Noi nel nostro più intimo siamo opachi alla luce, nel nostro più intimo, senza esserne forse nemmeno consapevoli minimamente, noi viviamo una certa opposizione a Lui. E questa opposizione da che cosa deriva?

Mi sembra così chiaro quello che dice sant’Agostino, mi sembra così evangelico e così biblico: «Due amori fecero le due città: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio». La vera conversione è una conversione che implica precisamente l’amore. L’amore è il rivolgersi dell’essere, è l’ordinarsi dell’essere: l’essere ama in quanto si ordina. E dunque questo vuol dire che di per sé non si può dividere l’essere dall’amore; praticamente c’è un’identificazione fra essere e amore, però il contenuto di questo amore deriva dall’ordinarsi. Ci si ordina in un modo o ci si ordina in un altro. Se tu non ami Dio, non per questo non ami: ami te stesso. Se tu ami Dio, non per questo tu non sei, anzi realizzi te stesso precisamente come Dio ti ha voluto, come suo figlio e sua creatura.

Qual è la conversione dunque a cui ci chiama il Signore, la vera penitenza? È questo terremoto interiore, questo rivolgimento dell’essere onde tutto in noi si ordina a Lui, e per ordinarsi a Lui si strappa a un precedente amore, sfugge, si sottrae a un’attrazione che s’imponeva finora al nostro spirito e ci sottraeva, almeno in parte, a Dio stesso.

Se noi non avessimo bisogno di questa conversione, noi saremmo già santi. Possiamo dire di essere santi? No: vuol dire che abbiamo bisogno di convertirci. Se la santità è il nostro ordinarci totale a Dio, vuol dire che ancora non siamo totalmente ordinati, vuol dire che abbiamo bisogno di conversione. Ma da che cosa? Probabilmente, per noi tutti, dall’amore di noi stessi, come dice sant’Agostino: «Due amori fecero le due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé».

Si impone dunque una liberazione dai nostri egoismi, si impone dunque che noi sappiamo veramente rinunciare a noi stessi. L’abnegazione di sé: ecco quello che implica la conversione del cuore.

Ritiro del 4 marzo 1968 a Viareggio