martedì, Ottobre 26, 2021

Pentecoste: aprirci al dono di Dio (1979)

In questo giorno solenne di Pentecoste… noi dobbiamo, come la Vergine, aprirci totalmente a questo Dono di Dio, accoglierlo in noi, perché tutta la nostra umanità sia attratta, assunta dal Verbo, divenga un solo corpo col Cristo e, vivendo, in una sola vita con Cristo Signore, tutta la nostra vita sia trasfigurata, divenga puro amore, amore per Iddio e amore per i fratelli.

Adunanza del 3 giugno 1979 a Firenze

Morte e risurrezione (1980)

Il cristianesimo qualche volta si è fermato troppo sulla crocifissione e sulla morte, anziché sulla resurrezione. Pensate un poco a tutta la spiritualità del 1700, ai Passionisti, a san Leonardo da Porto Maurizio che ha istituito la devozione della Via Crucis. Ma la Via Crucis non è una vera devozione cristiana.
La Via della croce non termina nella tomba: termina nella gloria, nella luce, nel trionfo della resurrezione. Non si può separare la morte dalla resurrezione, non si può separare la passione dalla gioia. Noi viviamo per la gioia, non viviamo per la passione (…). La passione è un cammino, non è la mèta.

Ritiro a Firenze, 20 gennaio 1980

La Settimana Santa (1990)

Celebriamo in questi giorni della settimana santa l’adempimento delle promesse fatte da Dio al popolo d’Israele, il compimento dei disegni divini riguardo alla creazione intera. Se siamo cristiani crediamo che gli avvenimenti che celebriamo in questi giorni sono il compimento non solo della vita del Cristo, ma di tutta la storia sacra del mondo, anzi, della creazione medesima.

Ritiro a Casa San Sergio (FI), 8 aprile 1990

La risurrezione del Cristo (1996)

La resurrezione del Cristo è la resurrezione di tutta quanta la creazione, come insegna sant’Ambrogio: «Resurrexit in eo caelum, resurrexit in eo terra – Risorse in Lui la terra e il cielo». Tutto è risorto col Cristo. L’atto per il quale l’umanità del Cristo si sciolse dai vincoli della morte è l’atto mediante il quale tutta la creazione si solleva a Dio in una lode eterna, infinita.

Ritiro a Bologna, 25 febbraio 1996

Il mistero dell’Epifania (1974)

La rivelazione suprema che Dio ha dato di sé nella sua infanzia umile, è nella sua morte al mondo; e anche noi stessi riveleremo Dio nella misura che veniamo meno a noi stessi. Il mistero dell’Epifania esige, come sua condizione, l’umiltà più profonda, la semplicità più pura; esige che noi sappiamo rinunziare a noi stessi, esige che noi vogliamo non essere qualche cosa, ma essere una pura condizione a una sua presenza, non avere più nome.

Adunanza del 6 gennaio 1974 a Firenze

Essere pura condizione alla Presenza (1974)

La rivelazione suprema che Dio ha dato di sé nella sua infanzia umile, è nella sua morte al mondo; e anche noi stessi riveleremo Dio nella misura che veniamo meno a noi stessi.

Il mistero dell’Epifania esige, come sua condizione, l’umiltà più profonda, la semplicità più pura; esige che noi sappiamo rinunziare a noi stessi, esige che noi vogliamo non essere qualche cosa, ma essere una pura condizione a una sua presenza, non avere più nome.

Adunanza a Firenze, 6 gennaio 1974

Emmanuele (1960)

Non rimandiamo aldilà: non vi è un aldilà per Iddio. Se tu aspetti Dio e non lo accogli ora e qui non potrai accoglierlo mai. Dio che è l’Eterno non puoi trovarlo domani, Dio che è l’Immenso non può essere per te aldilà. Ora e qui. È questo il mistero del Natale: Egli è l’Emmanuele, Dio con noi. Dio che veramente si può far presente a te in questo istante. Il mistero dell’Incarnazione è tutto qui.

Notte di Natale a Casa San Sergio, 24 dicembre 1960

Amen! Vieni Signore Gesù! (1988)

Miei cari fratelli, è la Pasqua, e la Pasqua è veramente il dono di Dio ad ogni anima che lo voglia accogliere in sé. Certo, per noi che viviamo nel tempo, un incontro reale con Dio può scuoterci fin nel profondo. Non siamo ancora adattati a questo incontro con la divinità.

È giusto che viviamo nella penombra della fede, perché il nostro organismo umano non reggerebbe all’incontro con la luce infinita, all’incontro con questo Dio che è un fuoco inconsunto e immenso. E per questo si dovrà vivere l’attesa nell’umiltà, nel silenzio; ma l’umiltà e il silenzio nel quale dobbiamo vivere è un silenzio pieno di speranza, è un silenzio sempre più desideroso dell’incontro finale.

(…) Vi ricordate il saluto che era proprio della Comunità agli inizi, quando la Comunità è stata fondata? «Ecco, il Signore viene!». «Amen! Vieni Signore Gesù!». Sono le parole del Vangelo a cui rispondono le ultime parole dell’Apocalisse (Mt 25, 6; Ap 22, 20). Sono le parole che dovrebbero essere l’espressione più viva della nostra vita cristiana, perché nella nostra vita cristiana dobbiamo sentire e sapere che Egli viene. Chi è Dio per noi se non «Colui che era, che è e che viene» (Ap 1, 8)?

«Ecco, il Signore viene»: ecco il saluto. E l’anima si apre alla venuta del Cristo in un desiderio vivo di amore: «Amen! Vieni Signore Gesù!». È la preghiera dei primi cristiani; e perché non dovrebbe essere la preghiera dei cristiani di oggi? Voi sapete come finiva la preghiera eucaristica della Didaché: «Venga la tua grazia e passi questo mondo». Finisca questa scena in cui viviamo soltanto un’attesa, in cui viviamo soltanto l’esperienza dell’esilio, di una lontananza da Colui che amiamo. Ma domani che festa sarà! Quando i nostri occhi si apriranno e lo vedranno, Lui che abbiamo atteso fin dalla nostra giovinezza, Lui al quale abbiamo donato tutta la vita. Quale festa sarà! Ma la festa è già cominciata, perché Egli già ora viene per noi: nell’umiltà, nel silenzio, Egli è presente (…).

Stasera noi abbiamo acceso il cero pasquale nella notte del tempo. E il cero si è alzato su di noi: «La luce di Cristo!» (Lumen Christi) abbiamo gridato e ci siamo prostrati, perché proprio nel cero abbiamo visto il simbolo di Lui, noi abbiamo contemplato e vissuto il nostro incontro con Cristo. Egli è venuto. È venuto come nel Cenacolo, è venuto come all’alba del giorno di Pasqua apparve alle pie donne. Secondo molti esegeti il Vangelo che si legge questa notte non sarebbe che la narrazione della prima apparizione di Gesù: quell’angelo vestito di bianco, seduto sul sepolcro, sarebbe Gesù, il Gesù imberbe delle catacombe. Il Gesù glorioso, il Gesù della Resurrezione non ha più la barba, è divenuto giovane della giovinezza dell’eternità. Così hanno rappresentato nelle catacombe il Cristo risorto e così lo vide la prima generazione cristiana.

Quando apparve ai discepoli, si presentò così come lo avevano conosciuto, ma le pie donne lo videro nella sua gloria, nella sua giovinezza, vestito di bianco, come trionfatore. Il bianco è il colore del trionfo, della vittoria. Lo videro trionfatore della morte e ne ebbero paura. Anche loro, povere donne, non avevano la possibilità di incontrarsi con questa gloria improvvisa che era balenata ai loro occhi. Ebbero paura e scapparono. Dovette poi il Signore adattarsi alla loro povertà e apparire come un viandante che andava per la sua strada quando si mostrò ai due discepoli (cfr. Lc 24, 15-16); dovette apparire come un ortolano a Maria di Magdala (cfr. Gv 20, 15)… Il Signore si adatta alla capacità povera che noi abbiamo di poterci incontrare col mondo divino.

(…) Chiediamo al Signore che egli si adatti anche con noi alla nostra povertà, perché se egli vuole entrare nella nostra vita, non debba spaventarci, non debba creare in noi un senso di smarrimento (…). Se Egli ci deve apparire, che Egli apparisca come sulle rive del lago invitandoci a mangiare quel pesce che Egli aveva fatto pescare, ma che aveva già pronto arrostito per la colazione dei suoi discepoli.

Oh! Che Egli ci prepari davvero il suo banchetto! Ce lo prepara stasera con la santa Messa. Non andremo noi tutti a fare la comunione? È il banchetto a cui Egli ci invita. (…). Accogliamolo in noi con umiltà vera! Accogliamolo in noi con fede profonda! E sia la nostra vita, da oggi in avanti, una continua comunione con Lui.

Omelia della notte di Pasqua, 2 aprile 1988, Triduo pasquale a Desenzano (BS))

Vivere il mistero del Natale (1992)

L’Incarnazione è una cosa che ci riguarda e ci riguarda personalmente; e ci riguarda più di qualsiasi altra cosa. Certo il mistero della Trinità è grandissimo, ma può interessarci solo attraverso il mistero dellIncarnazione; perché senza il mistero dell’Incarnazione Dio rimane trascendenza infinita.

Non importa nemmeno che io sappia che egli è Padre, Figlio e Spirito Santo, perché non mi interessa più. Vive in una eterna solitudine, nella sua trascendenza infinita, in un silenzio che non è morte, perché è vita infinita; ma è una vita che per me è e rimarrà sconosciuta. Dio si fa presente per me quando si fa uomo; quando lega questa sua vita divina a una natura umana, fragile come la mia, passibile come la mia, limitata come la mia.

(…) Miei cari fratelli, la prima cosa dunque che dobbiamo vivere in questo Natale è questa comunione che si è stabilita fra l’uomo e Dio. Anche noi, come Gesù, viviamo una condizione umana di povertà e di debolezza, ma tutto questo non ci impedisce più di credere e anche di sapere che nella nostra povertà e umiltà Dio vive con noi. (…) Non cé più questo abisso che separa la creatura dal creatore, che separa Dio dall’uomo. Viviamo una comunione di amore.

(…) È questo che noi dobbiamo vivere nel Natale: Dio è tanto buono che vuole aver bisogno di noi. Non siamo noi soltanto che abbiamo bisogno di lui, non siamo noi soltanto che aspettiamo questo dono immenso di amore da parte di Dio; è Dio che aspetta tutto da te. Maria gli dette la natura umana, Giuseppe la sua protezione, la sua difesa: un povero bimbo appena nato, con una fanciulla per madre che non poteva avere più di 16-17 anni, sola, lontana dal suo paese, bisognosa certamente di difesa. Dio chiede a noi una difesa, una protezione; chiede di poter nascere da te, di poter vivere di te.

(…) Chi è Gesù per te? Il Natale te lo dice: non è un amico, perché è ancora troppo piccolo per essere un amico; non è nemmeno uno sposo, perché non ci si sposa con uno che è appena nato; è il tuo figlio. Il Natale ti chiama a vivere questo rapporto, il rapporto soprattutto della madre con il figlio, il rapporto di Maria con Gesù. Devi vivere questo. Questo figlio che nasce, vuole da te tutta la tua tenerezza; non ti permette di dividere il tuo amore con altri. Egli pretende tutto, vuole tutto. Apre le sue piccole braccia perché vuole che tu lo porti sulle tue braccia; esige da te il dono di tutto il tuo amore, perché anch’egli tutto si dona a te. Questo vuol dire vivere il Natale. Il presepio sarà una bella cosa, può essere una bella cosa tutto quello che volete, ma più importante di tutto sarà sempre il vivere questo rapporto di amore.

Tu devi essere la Vergine che accoglie il bambino, tu devi essere Giuseppe che lo protegge, tu devi essere tutti coloro che hanno avuto un rapporto con il Cristo in quell’evento della sua nascita. Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Può darsi che anche a voi avvenga, come a san Giovanni della Croce o come alla beata Cristina Ebner, di portarlo fisicamente sulle braccia. Cristina prese il bambino Gesù dal presepio e lo portò al refettorio cantando: ed ecco che il bambino divenne vivo nelle sue braccia. Come si verificò anche a Greccio per san Francesco: Francesco, vestito da diacono, prende il bambino e il bambino diventa vivo nelle sue mani. Perché non dovrebbe esser così? Ma anche se Gesù non volesse fare il miracolo di farsi sentire vivo, dovreste ugualmente dire con san Giovanni della Croce: “Signore Iddio, se di amore devo morire, questo è il momento”. Sì, perché Dio non ci può dare di più, quando ci ha dato se stesso, divenendo la nostra ricchezza vera, la nostra gioia più pura, tutto il nostro amore.

Ritiro del 20 dicembre 1992 a Firenze

Avvento: rivelare Cristo a un mondo vuoto di Dio (1957)

Il mondo è così vuoto di Dio! Gli uomini vagano in una tenebra spessa e non sanno dove andare. E noi viviamo vicino a loro e non ci rendiamo conto dell’angoscia che stringe la loro anima, non ci rendiamo conto del vuoto della loro vita.

Oggi piuttosto che contare le anime che conoscono il Signore, si potrebbero contare quelle che non lo conoscono, per le quali il Cristianesimo forse non è che un ammasso di superstizioni, una vaga speranza che essi non sanno giustificare. Essi vivono come nostri fratelli e non posseggono la ricchezza più grande della nostra anima: il Signore.

È soprattutto per renderci conto della nostra responsabilità verso di loro che viviamo l’Avvento, per renderci conto che dobbiamo essere noi la rivelazione di Cristo in un mondo pagano, che dobbiamo essere la luce del mondo, il sale della terra. E invece il Cristianesimo oggi sembra esser divenuto impotente a risanare l’umanità, sembra essere non più sorgente di calore, di vita, di luce, ma una vana reliquia di tempi passati. Nell’intimo dell’anima di tutti questi uomini è il pensiero, il timore che tutto sia finito e che nasca ora, per mezzo della scienza o della cultura, una nuova età; che tutto quel che i secoli passati ci hanno trasmesso siano sogni vani. Tutto sembra vuoto, solo un’angoscia profonda stringe le anime: il senso che né la tecnica né la filosofia né il benessere possano rispondere al desiderio del cuore. E allora gli uomini sognano una nuova religione “libera da miti”, come essi dicono, perché senza di essa sembra impossibile vivere quaggiù.

Di fronte allo smarrimento di questa moltitudine immensa (i veri cristiani sono oggi pochissimi anche fra noi) quanto più grave è la nostra responsabilità di messaggeri e testimoni di Cristo! Non possiamo essere contenti della nostra salvezza personale lasciando che questa massa si perda, non possiamo strapparci alla solidarietà che ci lega a loro. L’esser cristiani ci dà una responsabilità verso di loro, ci dà un compito immane: quello di rivelare a questi uomini Dio.

Noi siamo pochi e poveri, non siamo né geniali né potenti, siamo povera gente, umile gente. Che differenza vi è fra noi e i pescatori della Galilea? Ma proprio per questo deve ripetersi il miracolo di allora. Pochi, poveri e impotenti, noi dobbiamo essere la luce del mondo, la forza che lo solleva; altrimenti è segno che non crediamo neanche noi. Non abbiamo modo di salvare questo dono che ci è stato dato se non rivelandolo agli altri.

Venga dunque il Natale, e sia una nascita nuova di Gesù nel mondo, nella povertà e nell’umiltà delle nostre case e dei nostri cuori. Nasca il Signore in noi e si riveli al mondo: questa è la preghiera che oggi gli innalziamo. Chiediamo la santità, ma una santità che sia irradiazione di luce su tutta la creazione, non una santità che salvi noi soli e dia a noi soli la perfezione e la gioia. Se vogliamo una santità di questo genere Dio non ce la dona, perché non possiamo sottrarci dal compito di tutti coloro che hanno trovato il Signore: il compito di rivelarlo agli altri.

(…) S’impone una santità che, se deve esser proporzionata al bisogno del mondo, deve esser più grande di quella di tanti santi canonizzati, perché oggi è più grande il vuoto da colmare. I santi canonizzati in questi ultimi decenni, salvo pochi (santa Teresa del Bambin Gesù, il Curato d’Ars e pochi altri) non hanno dato al mondo l’impressione di una presenza divina. Il mondo non se n’è accorto. La nostra vita deve essere qualcosa di più. E il dir così non è presunzione da parte mia, perché io non considero voi ma il bisogno del mondo e la missione del cristiano.

(…) Questo è l’Avvento: impegno di essere noi quei santi, quei rivelatori di Cristo che il mondo aspetta e non vede.

Ritiro del 15 dicembre 1957 a Casa San Sergio (FI)