mercoledì, Giugno 26, 2019

Vivere la Quaresima (1959)

Vorrei esortarvi a vivere in questi giorni di Quaresima in più intimo raccoglimento, in una più continua preghiera. (…) Soprattutto sia in tutti più forte, più decisa, più ferma la volontà di rispondere a Dio, di non volergli negare cosa alcuna che Egli ci chieda, di non volere misurare quanto noi gli doniamo, ma di essere piuttosto contenti che Egli ci chieda ogni giorno di più e ogni giorno di più ci faccia simili a Cristo nella pazienza e nell’umiltà.

Circolare del 12 Novembre 1959, Ut sitis filii Patris vestri (I vol.)

Vivere il Natale (1994)

Noi dobbiamo vivere il Natale come rinnovamento non della Sua nascita, ma della nascita nostra in Cristo.

Che il Cristo nasca davvero in noi e, vivendo in noi, faccia della nostra natura umana lo strumento della Sua medesima vita.

Ritiro del 18 dicembre 1994 a Firenze

Pentecoste: aprirci al dono di Dio (1979)

In questo giorno solenne di Pentecoste… noi dobbiamo, come la Vergine, aprirci totalmente a questo Dono di Dio, accoglierlo in noi, perché tutta la nostra umanità sia attratta, assunta dal Verbo, divenga un solo corpo col Cristo e, vivendo, in una sola vita con Cristo Signore, tutta la nostra vita sia trasfigurata, divenga puro amore, amore per Iddio e amore per i fratelli.

Adunanza del 3 giugno 1979 a Firenze

Morte e risurrezione (1980)

Il cristianesimo qualche volta si è fermato troppo sulla crocifissione e sulla morte, anziché sulla resurrezione. Pensate un poco a tutta la spiritualità del 1700, ai Passionisti, a san Leonardo da Porto Maurizio che ha istituito la devozione della Via Crucis. Ma la Via Crucis non è una vera devozione cristiana.
La Via della croce non termina nella tomba: termina nella gloria, nella luce, nel trionfo della resurrezione. Non si può separare la morte dalla resurrezione, non si può separare la passione dalla gioia. Noi viviamo per la gioia, non viviamo per la passione (…). La passione è un cammino, non è la mèta.

Ritiro a Firenze, 20 gennaio 1980

La Settimana Santa (1990)

Celebriamo in questi giorni della settimana santa l’adempimento delle promesse fatte da Dio al popolo d’Israele, il compimento dei disegni divini riguardo alla creazione intera. Se siamo cristiani crediamo che gli avvenimenti che celebriamo in questi giorni sono il compimento non solo della vita del Cristo, ma di tutta la storia sacra del mondo, anzi, della creazione medesima.

Ritiro a Casa San Sergio (FI), 8 aprile 1990

La risurrezione del Cristo (1996)

La resurrezione del Cristo è la resurrezione di tutta quanta la creazione, come insegna sant’Ambrogio: «Resurrexit in eo caelum, resurrexit in eo terra – Risorse in Lui la terra e il cielo». Tutto è risorto col Cristo. L’atto per il quale l’umanità del Cristo si sciolse dai vincoli della morte è l’atto mediante il quale tutta la creazione si solleva a Dio in una lode eterna, infinita.

Ritiro a Bologna, 25 febbraio 1996

Il mistero dell’Epifania (1974)

La rivelazione suprema che Dio ha dato di sé nella sua infanzia umile, è nella sua morte al mondo; e anche noi stessi riveleremo Dio nella misura che veniamo meno a noi stessi. Il mistero dell’Epifania esige, come sua condizione, l’umiltà più profonda, la semplicità più pura; esige che noi sappiamo rinunziare a noi stessi, esige che noi vogliamo non essere qualche cosa, ma essere una pura condizione a una sua presenza, non avere più nome.

Adunanza del 6 gennaio 1974 a Firenze

Essere pura condizione alla Presenza (1974)

La rivelazione suprema che Dio ha dato di sé nella sua infanzia umile, è nella sua morte al mondo; e anche noi stessi riveleremo Dio nella misura che veniamo meno a noi stessi.

Il mistero dell’Epifania esige, come sua condizione, l’umiltà più profonda, la semplicità più pura; esige che noi sappiamo rinunziare a noi stessi, esige che noi vogliamo non essere qualche cosa, ma essere una pura condizione a una sua presenza, non avere più nome.

Adunanza a Firenze, 6 gennaio 1974

Emmanuele (1960)

Non rimandiamo aldilà: non vi è un aldilà per Iddio. Se tu aspetti Dio e non lo accogli ora e qui non potrai accoglierlo mai. Dio che è l’Eterno non puoi trovarlo domani, Dio che è l’Immenso non può essere per te aldilà. Ora e qui. È questo il mistero del Natale: Egli è l’Emmanuele, Dio con noi. Dio che veramente si può far presente a te in questo istante. Il mistero dell’Incarnazione è tutto qui.

Notte di Natale a Casa San Sergio, 24 dicembre 1960

Amen! Vieni Signore Gesù! (1988)

Miei cari fratelli, è la Pasqua, e la Pasqua è veramente il dono di Dio ad ogni anima che lo voglia accogliere in sé. Certo, per noi che viviamo nel tempo, un incontro reale con Dio può scuoterci fin nel profondo. Non siamo ancora adattati a questo incontro con la divinità.

È giusto che viviamo nella penombra della fede, perché il nostro organismo umano non reggerebbe all’incontro con la luce infinita, all’incontro con questo Dio che è un fuoco inconsunto e immenso. E per questo si dovrà vivere l’attesa nell’umiltà, nel silenzio; ma l’umiltà e il silenzio nel quale dobbiamo vivere è un silenzio pieno di speranza, è un silenzio sempre più desideroso dell’incontro finale.

(…) Vi ricordate il saluto che era proprio della Comunità agli inizi, quando la Comunità è stata fondata? «Ecco, il Signore viene!». «Amen! Vieni Signore Gesù!». Sono le parole del Vangelo a cui rispondono le ultime parole dell’Apocalisse (Mt 25, 6; Ap 22, 20). Sono le parole che dovrebbero essere l’espressione più viva della nostra vita cristiana, perché nella nostra vita cristiana dobbiamo sentire e sapere che Egli viene. Chi è Dio per noi se non «Colui che era, che è e che viene» (Ap 1, 8)?

«Ecco, il Signore viene»: ecco il saluto. E l’anima si apre alla venuta del Cristo in un desiderio vivo di amore: «Amen! Vieni Signore Gesù!». È la preghiera dei primi cristiani; e perché non dovrebbe essere la preghiera dei cristiani di oggi? Voi sapete come finiva la preghiera eucaristica della Didaché: «Venga la tua grazia e passi questo mondo». Finisca questa scena in cui viviamo soltanto un’attesa, in cui viviamo soltanto l’esperienza dell’esilio, di una lontananza da Colui che amiamo. Ma domani che festa sarà! Quando i nostri occhi si apriranno e lo vedranno, Lui che abbiamo atteso fin dalla nostra giovinezza, Lui al quale abbiamo donato tutta la vita. Quale festa sarà! Ma la festa è già cominciata, perché Egli già ora viene per noi: nell’umiltà, nel silenzio, Egli è presente (…).

Stasera noi abbiamo acceso il cero pasquale nella notte del tempo. E il cero si è alzato su di noi: «La luce di Cristo!» (Lumen Christi) abbiamo gridato e ci siamo prostrati, perché proprio nel cero abbiamo visto il simbolo di Lui, noi abbiamo contemplato e vissuto il nostro incontro con Cristo. Egli è venuto. È venuto come nel Cenacolo, è venuto come all’alba del giorno di Pasqua apparve alle pie donne. Secondo molti esegeti il Vangelo che si legge questa notte non sarebbe che la narrazione della prima apparizione di Gesù: quell’angelo vestito di bianco, seduto sul sepolcro, sarebbe Gesù, il Gesù imberbe delle catacombe. Il Gesù glorioso, il Gesù della Resurrezione non ha più la barba, è divenuto giovane della giovinezza dell’eternità. Così hanno rappresentato nelle catacombe il Cristo risorto e così lo vide la prima generazione cristiana.

Quando apparve ai discepoli, si presentò così come lo avevano conosciuto, ma le pie donne lo videro nella sua gloria, nella sua giovinezza, vestito di bianco, come trionfatore. Il bianco è il colore del trionfo, della vittoria. Lo videro trionfatore della morte e ne ebbero paura. Anche loro, povere donne, non avevano la possibilità di incontrarsi con questa gloria improvvisa che era balenata ai loro occhi. Ebbero paura e scapparono. Dovette poi il Signore adattarsi alla loro povertà e apparire come un viandante che andava per la sua strada quando si mostrò ai due discepoli (cfr. Lc 24, 15-16); dovette apparire come un ortolano a Maria di Magdala (cfr. Gv 20, 15)… Il Signore si adatta alla capacità povera che noi abbiamo di poterci incontrare col mondo divino.

(…) Chiediamo al Signore che egli si adatti anche con noi alla nostra povertà, perché se egli vuole entrare nella nostra vita, non debba spaventarci, non debba creare in noi un senso di smarrimento (…). Se Egli ci deve apparire, che Egli apparisca come sulle rive del lago invitandoci a mangiare quel pesce che Egli aveva fatto pescare, ma che aveva già pronto arrostito per la colazione dei suoi discepoli.

Oh! Che Egli ci prepari davvero il suo banchetto! Ce lo prepara stasera con la santa Messa. Non andremo noi tutti a fare la comunione? È il banchetto a cui Egli ci invita. (…). Accogliamolo in noi con umiltà vera! Accogliamolo in noi con fede profonda! E sia la nostra vita, da oggi in avanti, una continua comunione con Lui.

Omelia della notte di Pasqua, 2 aprile 1988, Triduo pasquale a Desenzano (BS))