mercoledì, Dicembre 08, 2021

Un monachesimo interiorizzato “2” (1988)

“In qualunque stato, in qualunque condizione di vita, in qualunque età e qualunque sia il sesso, noi dobbiamo vivere una spiritualità monastica, perché la Comunità è un movimento monastico. Si è detto fin dall’inizio che noi vogliamo realizzare un monachesimo interiorizzato, cioè vogliamo esser monaci nel mondo, senza la difesa della clausura, senza la difesa del silenzio e soprattutto senza il distacco dai nostri fratelli.

(…) Nel rispetto dunque dello stato di vita di ciascuno, noi dobbiamo vivere una spiritualità monastica. Non è qualche cosa che si aggiunge alla nostra vita, ma deve penetrarla dall’intimo e trasformarla, pur nel rispetto dello stato di vita di ciascuno”.

Esercizi a Zafferana Etnea (CT), 6-10 giugno 1988

Un monachesimo interiorizzato “3” (1988)

«Non crediate mai che il fatto di vivete nel mondo vi impegni ad una santità minore di quella che il Signore può chiedere ad una Carmelitana o a una Benedettina! Ci impegna alla medesima trasformazione, perché oggi si impone davvero che Gesù di nuovo venga e cammini nelle vie del mondo. Gli uomini non vanno più a Lui ed è il Cristo che deve andare a loro.

Ecco perché noi siamo nel mondo: non perché apparteniamo al mondo, ma perché il mondo ha bisogno di questa rivelazione del Signore; e ciascuno di noi lo deve essere».

Esercizi a Vittorio Veneto (TV), 24-28 agosto 1988

Un monachesimo interiorizzato “4” (1986)

«Guardate che io sono stato convertito, si può dire, da Dostoevskij: è stato lui a dirmi anche il tipo di vita che Dio voleva da me e da voi, il monachesimo interiorizzato nel mondo. Vi ricordate, ne I fratelli Karamazov, lo staretz Zosima che rimanda nel mondo Alëša? Ecco, se nella Comunità ci sono delle case di vita comune, sono per sorreggere, per alimentare coloro che devono vivere nel mondo e nel mondo devono vivere la stessa nostra vita: una vita monastica, cioè una ricerca di Dio, (…) una vita che afferma, anche nell’esercizio delle professioni sociali, il primato delle virtù teologali, il primato della preghiera, dell’unione con Dio».

Ritiro a Casa San Sergio, 19 gennaio 1986

Vivere come Gesù (1981)

«La cosa che si impone nella Comunità è questo: vivere il primato della contemplazione senza separarsi dal mondo, per vivere come Gesù, come sacramento di una Presenza divina tra gli uomini. (…) Questa vita contemplativa trasformi i nostri comportamenti e i nostri rapporti e si irradi al mondo e sia testimonianza viva di una presenza di Dio tra gli uomini e sia manifestazione della sua vita tra noi».

Ritiro del 29 gennaio 1981 a Bologna

Un monachesimo interiorizzato “7” (1988)

«È questo il monachesimo interiorizzato che dovrebbe essere la nostra vita. Monaci, sì, lo siamo, ma monaci senza clausura; monaci, sì, lo siamo, ma monaci che vivono in tutte le situazioni e condizioni di vita, purché però queste situazioni e condizioni di vita divengano per noi il sacramento di una divina Presenza, in tal modo che attraverso tutto e in tutto, noi viviamo la nostra donazione a Dio, la nostra unione con Lui».

Adunanza del 7 febbraio 1988 a Firenze

Un monachesimo interiorizzato “6” (1986)

«Il monachesimo interiorizzato, proprio della Comunità, è come quello di Gesù, monachesimo che rifugge da una separazione dai fratelli; tuttavia non vuole un’assimilazione con loro, perché il mondo è deserto da Dio e in esso Dio rimane sconosciuto. Invece, noi non siamo fatti a sua immagine e somiglianza, non siamo suoi figli? Allora questa immagine di Dio deve essere particolarmente risplendente e luminosa in noi… Siamo nel mondo perché gli uomini si accorgano di Dio, entrino in un certo rapporto con Dio, vengano a conoscere che Dio è: la nostra presenza deve suscitare la fede».

Ritiro a Casa San Sergio, 6 gennaio 1986

Un monachesimo interiorizzato “5” (1984)

«Penso che l’idea prima della Comunità mi sia venuta quando facevo il liceo leggendo I fratelli Karamazov, perché questo fu anche il libro che mi convertì al cristianesimo. Ve l’ho detto altre volte: volevo andare via dal seminario, perché mi dava noia quel cristianesimo vissuto spesso così stupidamente, tante volte così povero, così anemico come mi veniva insegnato.

L’impressione di quanto poteva essere grande il cristianesimo leggendo Dostoevskij, penso che abbia avuto la sua importanza anche per la nascita della Comunità, perché accennava ad un monachesimo vissuto nel mondo, dove dobbiamo essere testimoni di Dio, sacramento vivente della divina presenza»

Esercizi spirituali a Paestum, 18-22 giugno 1984

Più santi, sì, ma… (1980)

La nostra vocazione è terribile perché può farci dei farisei, invece che farci somigliare a Gesù: dei farisei che si sentono puliti nei confronti degli altri che sono sudici, che si sentono buoni nei confronti degli altri che sono maledetti. È terribile questo! La nostra vocazione cristiana deve, sì, farci più santi, ma il farci più santi implica il crescere di un amore che, come ci fa una sola cosa con Dio, così ci fa una sola cosa con tutti gli uomini, cosicché io non posso sentirmi più diviso da alcuno.

Esercizi spirituali a La Verna, 6 agosto 1980