giovedì, Ottobre 22, 2020

Parlo molto, scrivo molto…

«Nessuna vocazione, non viene nessuno. Certo, la colpa è tutta mia. Parlo molto, scrivo molto… ma come sono lontano dalla santità che avrei dovuto raggiungere! Le parole suonano false e non hanno la forza di rinnovare gli animi, di accendere negli altri l’amore necessario al distacco. E tuttavia anche questo mio fallimento, il fallimento di ogni mia opera, non può e non deve essere motivo di scoraggiamento, ma di una fede più pura, di una speranza più grande.

Il nostro peccato non fa meno grande il suo amore».

Nel cuore di Dio, pag. 327,17 febbraio 1985

Un pericolo sempre in agguato (1966)

«È naturale e perciò quasi irresistibile la conversione della vita religiosa in una esperienza di ordine morale o metafisico. La preghiera si trasforma in una meditazione o contemplazione della verità e Dio si trasmuta da Persona viva – l’unico assoluto lo, l’unico assoluto Tu – in un Egli neutro e impersonale. Il Dio personale sembra essere quasi un ostacolo ora per realizzare, al di là di ogni distinzione personale, l’Unità del soggetto coll’oggetto nell’esperienza suprema.

Il pericolo delle religioni asiatiche è sempre in agguato».

L’acqua e la pietra, pag. 139 (7 maggio 1966)

La pace e la gioia del Natale

«La pace del Natale, la gioia del Natale suppongono come condizione il raccoglimento della notte, la solitudine della grotta. (…) Gesù nasce nella notte, nasce nella grotta: anche tu devi vivere così.

Se tu non entri in questa solitudine, se non scendi in questo silenzio, tu non possiedi la pace, tu non puoi pretendere di conoscere la gioia. La gioia del cristiano (…) è l’incontrarsi con Dio nell’intimo della propria anima, nel centro di sé».

Ritiro del 19 dicembre 1971 a Casa San Sergio

Un monachesimo interiorizzato “1” (1988)

«Noi siamo un monachesimo interiorizzato, non perché vogliamo essere meno monaci di chi vive nel monastero. (…) Dobbiamo vivere la vita di tutti come l’ha vissuta Gesù. Gesù si è chiuso in un monastero, in un’abbazia? No, è vissuto in mezzo agli uomini, ma nessuno è più santo di Lui. A noi Egli ha dato una vocazione che è simile alla sua più di quella degli altri monaci. Egli ci lascia in mezzo ai fratelli, ma in mezzo ai fratelli vuole che siamo sacramento di Lui, vivo e luminoso.

Ecco quello che la Comunità ci impone. Che il Signore ci doni di rispondere ad una vocazione tanto alta».

Esercizi a Vittorio Veneto (TV), 24-28 agosto 1988

Un monachesimo interiorizzato “2” (1988)

“In qualunque stato, in qualunque condizione di vita, in qualunque età e qualunque sia il sesso, noi dobbiamo vivere una spiritualità monastica, perché la Comunità è un movimento monastico. Si è detto fin dall’inizio che noi vogliamo realizzare un monachesimo interiorizzato, cioè vogliamo esser monaci nel mondo, senza la difesa della clausura, senza la difesa del silenzio e soprattutto senza il distacco dai nostri fratelli.

(…) Nel rispetto dunque dello stato di vita di ciascuno, noi dobbiamo vivere una spiritualità monastica. Non è qualche cosa che si aggiunge alla nostra vita, ma deve penetrarla dall’intimo e trasformarla, pur nel rispetto dello stato di vita di ciascuno”.

Esercizi a Zafferana Etnea (CT), 6-10 giugno 1988

Un monachesimo interiorizzato “3” (1988)

«Non crediate mai che il fatto di vivete nel mondo vi impegni ad una santità minore di quella che il Signore può chiedere ad una Carmelitana o a una Benedettina! Ci impegna alla medesima trasformazione, perché oggi si impone davvero che Gesù di nuovo venga e cammini nelle vie del mondo. Gli uomini non vanno più a Lui ed è il Cristo che deve andare a loro.

Ecco perché noi siamo nel mondo: non perché apparteniamo al mondo, ma perché il mondo ha bisogno di questa rivelazione del Signore; e ciascuno di noi lo deve essere».

Esercizi a Vittorio Veneto (TV), 24-28 agosto 1988

Un monachesimo interiorizzato “4” (1986)

«Guardate che io sono stato convertito, si può dire, da Dostoevskij: è stato lui a dirmi anche il tipo di vita che Dio voleva da me e da voi, il monachesimo interiorizzato nel mondo. Vi ricordate, ne I fratelli Karamazov, lo staretz Zosima che rimanda nel mondo Alëša? Ecco, se nella Comunità ci sono delle case di vita comune, sono per sorreggere, per alimentare coloro che devono vivere nel mondo e nel mondo devono vivere la stessa nostra vita: una vita monastica, cioè una ricerca di Dio, (…) una vita che afferma, anche nell’esercizio delle professioni sociali, il primato delle virtù teologali, il primato della preghiera, dell’unione con Dio».

Ritiro a Casa San Sergio, 19 gennaio 1986

Vivere come Gesù (1981)

«La cosa che si impone nella Comunità è questo: vivere il primato della contemplazione senza separarsi dal mondo, per vivere come Gesù, come sacramento di una Presenza divina tra gli uomini. (…) Questa vita contemplativa trasformi i nostri comportamenti e i nostri rapporti e si irradi al mondo e sia testimonianza viva di una presenza di Dio tra gli uomini e sia manifestazione della sua vita tra noi».

Ritiro del 29 gennaio 1981 a Bologna

Un monachesimo interiorizzato “7” (1988)

«È questo il monachesimo interiorizzato che dovrebbe essere la nostra vita. Monaci, sì, lo siamo, ma monaci senza clausura; monaci, sì, lo siamo, ma monaci che vivono in tutte le situazioni e condizioni di vita, purché però queste situazioni e condizioni di vita divengano per noi il sacramento di una divina Presenza, in tal modo che attraverso tutto e in tutto, noi viviamo la nostra donazione a Dio, la nostra unione con Lui».

Adunanza del 7 febbraio 1988 a Firenze

Un monachesimo interiorizzato “6” (1986)

«Il monachesimo interiorizzato, proprio della Comunità, è come quello di Gesù, monachesimo che rifugge da una separazione dai fratelli; tuttavia non vuole un’assimilazione con loro, perché il mondo è deserto da Dio e in esso Dio rimane sconosciuto. Invece, noi non siamo fatti a sua immagine e somiglianza, non siamo suoi figli? Allora questa immagine di Dio deve essere particolarmente risplendente e luminosa in noi… Siamo nel mondo perché gli uomini si accorgano di Dio, entrino in un certo rapporto con Dio, vengano a conoscere che Dio è: la nostra presenza deve suscitare la fede».

Ritiro a Casa San Sergio, 6 gennaio 1986