lunedì, Luglio 06, 2020

L’amore di Dio ci condanna per salvarci

Verso la visione (Ed. Paccagnella, 1999), pp. 113-117

Noi dobbiamo lentamente ricondurre tutte le potenze al servizio dell’amore, ad essere soggette alla forza di un amore che ci metta nella condizione di raggiungere Dio, di trasformarci in lui per poterlo vedere. Non sottraiamo nulla alla potenza della carità. Ma è questa la cosa che costa di più alla nostra natura, perché per sottoporre alla carità tutta la nostra vita interiore con le sue imperfezioni, le sue mancanze, noi dobbiamo accettare liberamente il giudizio divino, un giudizio sperimentato e vissuto nella nostra vita quotidiana. Perché ci distraiamo? Perché non tolleriamo questa condanna. Ma l’amore ci condanna per salvarci. La condanna di Dio fintanto che viviamo quaggiù è una condanna ordinata alla nostra salvezza.

Per salvarci bisogna che Dio ci condanni. Primo atto con cui Dio ci salva è quello con cui ci giudica e ci condanna. È nella misura in cui noi accettiamo questo giudizio, questa condanna divina, che noi, rinnegando noi stessi, ci uniamo con Dio, dice sant’Agostino. Perché la nostra purificazione si compia, prima di tutto si impone che noi subiamo questa condanna dell’amore. La nostra purificazione implica infatti l’esperienza di una condanna e di una pena: tu non accogli l’amore se non lasciandoti bruciare, consumare dal fuoco. In gran parte la vita interiore di un’anima finché non giunga alle soglie della contemplazione infusa, e più profondamente allora perché il fuoco dell’amore raggiunge l’intima radice dell’essere, è precisamente esperienza di un fuoco che ti brucia, esperienza di una spada che ti penetra e ti taglia. Così la vita del cristiano è in gran parte l’accettazione amorosa di un giudizio divino. Mantenerci nella presenza di Dio vuole dire sopportare pazientemente una luce che offende i nostri occhi troppo deboli e ci acceca, un fuoco che ci brucia. Noi saremmo contenti di possedere la grazia, ma vorremmo sottrarci al suo potere di investire totalmente l’essere nostro trasformandoci in Dio.

Perché tutto questo? Precisamente perché non sopportiamo questo bruciore, questa pena, questa luce che ci offende.

Gli antichi Padri parlano della vigilanza. Si tratta di mantenerci fermi nella luce di Dio per sopportare in ogni istante il suo giudizio che ci condanna: la vigilanza è ordinata a questo giudizio. Praticamente nella vigilanza di cui parlano i Padri si esercita il giudizio divino. Non sottrarre nulla a questo fuoco, non difendere nulla, che vuole dire: ricondurre sempre tutto in quel centro dove abita Dio, dinanzi alla sua presenza, portare tutto dinanzi alla sua luce perché la luce illumini tutto e tutto sia gettato nel fuoco della sua santità perché tutto, questo fuoco, bruci e consumi. Nessun attaccamento interiore o esterno, nessuna aspirazione, pensiero, nulla deve essere sottratto. Che Dio giudichi tutto. Se tu non hai il coraggio di rinunciare immediatamente alle tue imperfezioni, che almeno tu senta il disagio di conservarle. L’amore puro è soltanto dei santi; l’anima che non è santa, nella misura in cui non è santa, nella misura in cui si dona all’amore, non può volere altro che la sua purificazione. (…)

L’amore divino ti condanna per salvarti, deve spezzarti per poterti ricomporre, deve bruciarti perché tu possa resuscitare, e tu devi subire questo fuoco, devi accettare in questa presenza il peso di una condanna che ti spezza e ti frantuma. Si tratta di una purificazione che è propria dei principianti, di una purificazione dai peccati e dalle imperfezioni volontarie. Quando fossimo giunti a tanto che l’amore divino non avesse più da bruciare in noi le imperfezioni volontarie, avrebbe comunque da consumare la molteplicità degli affetti e dei pensieri, i modi umani. La purezza del cuore esige la riduzione all’unità.

Il grande combattimento dei monaci è la lotta contro i pensieri, non solo contro i pensieri cattivi, ma contro qualunque pensiero, perché l’anima tutta si raccolga in una attenzione umile e pura al Signore. L’uomo deve ridurre all’unità tutta la sua vita; deve rimanere nel vuoto di tutto, fisso, immobile in Dio, nel sentimento confuso della sua presenza, nell’attenzione a lui che è silenzio. Il contenuto della vita dell’anima è questa adesione nella fede pura. E per questo l’anima deve disprezzare ogni visione, ogni estasi, andare oltre perché Dio non assomiglia a nessun tuo pensiero, non si identifica a nessun sentimento.

La giustizia e la carità

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

Nell’ultima parte della parabola degli operai nella vigna Nostro Signore mette in rapporto e in contrasto la giustizia che gli uomini vogliono con la carità che Egli dona. (…) Che diritto poteva avere chi aveva lavorato mezz’ora, tanto più che Nostro Signore non gli aveva promesso nulla? Non soltanto non c’era nulla di pattuito fra i lavoratori e il padrone. A quelli che trova alla terza ora dice: «Andate, e quello che è giusto ve lo darò», ma alla sesta, alla nona, all’undecima ora, egli non dice nulla… «Andate anche voi a lavorare». E quelli certamente non si aspettano nulla. Possono pensare: «Beh, non si fa nulla, ci viene anche a noia di stare con le mani in mano, sempre al solicchio ad aspettare che ci prendano a lavorare. È meglio lavorare…». Non è vero? Non è vero forse che è già un dono quello di levarci dalla nostra ignavia, dalla nostra pigrizia per impegnarci a qualcosa? Si ringrazierebbe quello che ci chiede un qualche lavoro, piuttosto che essere lasciati sempre soli, senza far nulla.

Ed a questi che hanno lavorato in fondo per mezz’ora, ma hanno fatto quello che il padrone chiedeva, proprio a questi il padrone per primo si rivolge, questi premia per primi, a questi Egli tutto dona. Verso di loro Egli non ha che bontà, come verso di Lui questi operai non hanno avuto altro che il gesto affettuoso di fare un po’ di lavoro senza nulla pretendere. Essi non hanno preteso nulla e hanno ricevuto ogni cosa.

Ecco quello che c’insegna la parabola: c’insegna a vivere il nostro rapporto con Dio nella verità, come rapporto di amore. Noi sappiamo che quello che facciamo al Signore è soltanto un piccolo gioco; che volete, lavorare per dieci minuti non è un gioco? Non diamo importanza al nostro lavoro. Quelli che hanno lavorato tutto il giorno si danno importanza: «Come? Tu tratti quelli che sono venuti l’ultima mezz’ora come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo?» Si davano importanza. Ma che volete che sia la nostra vita di fronte al Signore, anche se noi abbiamo lavorato? È tutto un piccolo gioco. Il nostro lavoro è una cosa da niente, ma facciamolo volentieri dal momento che Egli ce lo chiede… E in cambio Egli ci dona l’amore. Non abbiamo fatto nulla e tutto abbiamo ricevuto. (…) Il santo sente sempre che tutto quello che dona è un piccolo gioco; è l’offerta di un sassolino che il bambino dona al babbo o alla mamma, nulla di più. È una cosa da nulla e, proprio perché è una cosa da nulla, Dio ti ricompensa con amore immenso, con amore infinito.

(…) Così è Dio con l’uomo, miei cari fratelli. Il nostro rapporto con Dio si fonda sull’amore, sulla pura misericordia; deve essere veramente vissuto come il rapporto di un bambino con il suo Padre celeste, un bambino che sa che nulla vale quello che offre, ma sa che tutto può ricevere in cambio del suo piccolo dono. Perché la misura del premio non è il prezzo di quello che doni: è la grandezza dell’amore di Colui che risponde al tuo piccolo gesto.

Ecco, miei cari figlioli, quello che c’insegna la parabola. Non vi sembra che sia una cosa grande? E un’altra cosa grande della parabola è questa: che in fondo nessuno rimane senza lavorare. Più o meno tutti noi siamo ingaggiati, dunque, nel lavoro per il padrone, chiamati a un’ora diversa, lavorando di un lavoro più o meno faticoso e con spirito più o meno di amore; noi tutti, tuttavia, lavoriamo. E Dio dona a tutti una paga, un premio al termine della giornata. Tutti noi siamo diversi e lavoriamo con spirito diverso, ma tutti noi lavoriamo e lavoriamo per Lui.

Ecco, anche questo è bello sentire, per non opporci gli uni agli altri, come fanno qui gli operai della vigna. No, mie care figliole; (…) noi saremo ben contenti se domani saremo fianco a fianco, spalla a spalla a ricevere il premio insieme a qualche eretico o comunista che pure, senza saperlo, aveva lavorato per Lui. E non pretendeva nulla per il proprio lavoro, perché non sapeva nemmeno se ci sarebbe stato un padrone, che avrebbe dato qualcosa per questo lavoro.

L’unica vera giustizia di Dio è la sua misericordia (1990)

Dal commento a 1Gv 1,8 – 2,2 – Vivere nella Luce, camminare nella Luce vuol dire aver coscienza di essere peccatori; ma proprio perché ci riconosciamo peccatori siamo perdonati da Dio. Sant’Agostino ha detto: Dio accusa il tuo peccato, se lo accusi anche tu, già si inizia una tua unione con Lui, già ti trovi d’accordo con Dio. Dio ci chiede che noi riconosciamo il nostro peccato, perché possiamo essere perdonati ed amati da Lui. La condizione per ricevere il suo amore è sapere che questo amore non solo è gratuito, ma è un amore che suppone il nostro nulla, e il nostro peccato. In un certo piano ipotetico Dio doveva essere soltanto bontà che si effondeva nel nulla della creatura, ma sul piano della concreta realtà il rapporto dell’uomo con Dio suppone il peccato dell’uomo. L’amore di Dio è l’amore di Colui che è morto per l’uomo.

«In questo – scrive Paolo – si riconosce l’amore di Dio, che essendo noi peccatori, Cristo per noi morì» (cfr. Rm 5, 8). L’unica cosa che importa è che noi riconosciamo il nostro peccato. La compunzione è una delle componenti essenziali della vita cristiana. Il sentimento del peccato che ci accompagna, non è un motivo di angoscia che ci allontana da Dio, ma piuttosto ci avvicina se Dio si è fatto presente come Salvatore. Per questo le parole di Giovanni sono particolarmente forti: dire che non abbiamo peccato è far bugiardo Dio.

Così ci impedisce di accostarci a Dio l’orgoglio, che non vuole accettare il perdono. Non è la nostra natura che lo attira, è stato invece per il peccato dell’uomo che si è incarnato in una natura umana passibile, che doveva conoscere la morte.

Di qui la conseguenza: «Se dunque riconosciamo il nostro peccato, Dio è fedele e giusto, e ci perdonerà». Sembrerebbe che, essendo giusto, al riconoscimento del nostro peccato dovrebbe seguire la nostra condanna, ma la giustizia di Dio non è una giustizia per la quale Egli ci accusa e ci condanna, è la giustizia per la quale Egli giustifica l’empio, insegna san Paolo. La giustizia è quella virtù che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto. Ma che cosa è dovuto all’uomo da parte di Dio? Dio non ha nessun dovere nei confronti dell’uomo, e l’uomo non ha nessun diritto nei confronti di Dio. Dio non può esercitare questa giustizia. Che cos’è allora la giustizia di Dio? È la giustizia per la quale Egli deve a Se stesso di essere Dio e, siccome Dio è Amore, il fatto che Dio deve a Se stesso di essere Dio, implica per Iddio di essere misericordia infinita. È l’insegnamento del Beato Suso: «L’unica vera giustizia di Dio è la sua misericordia».

Anche una condanna eterna non può riparare il peccato. Il peccato rimane e rimane per sempre l’inferno; dunque l’inferno non ripara il peccato altrimenti la pena non sarebbe eterna. Nessuna pena, nemmeno tutta l’eternità potrebbe mai cancellare il peccato. Se Dio vuole che si compia giustizia, Egli stesso deve farla a Se medesimo. Ma come la fa? Che cosa deve Dio a Dio? Quello di essere Dio, e Dio è l’Amore, l’Amore infinito. Alla giustizia di Dio risponde solo un Amore, una Misericordia infinita.

Ed Egli è fedele: ci ha scelto fino dall’eternità, rimane fedele per l’eternità. Dio ha scelto Israele, Israele rimane sempre il popolo prediletto da Dio. La Chiesa non subentra a Israele, ma la Chiesa è l’olivo che si innesta nella radice santa. L’elezione divina rimane… Dio non cambia. Una scelta che Egli abbia fatto, rimane per sempre. Ma vi è una condizione alla giustizia e alla fedeltà di Dio perché ci perdoni e ci riammetta nella sua intimità: è che noi riconosciamo il nostro peccato.

La prima condizione della vita cristiana non è quella di essere buoni, ma quella di riconoscere il nostro peccato.

Il peccato precede la nostra fedeltà ai comandamenti, ma l’Amore di Dio precede anche il nostro peccato e Dio ci ha scelto nel Cristo, in Colui che avrebbe pagato per noi con la morte di croce, fino dall’eternità.

La prima esperienza che l’uomo ha di se stesso nei confronti di Dio è di essere peccatore. Questo riconoscimento è la condizione prima alla vita. 

Meditazioni sulle tre lettere di Giovanni, San Paolo 2013, pp. 39-42

Senso del peccato e misericordia di Dio (1980)

Il sentimento di umiltà nasce dal rapporto vero col Cristo. È nella misura che conosco Dio che conosco me come creatura, perché fintantoché non conosce Dio, l’uomo si sente sempre qualcosa. Altre volte vi ho detto che l’umiltà deriva dalla fede; cioè se non mi pongo davanti a Dio non sarò mai umile. Potrò esser modesto, ma non sarò mai umile. Nei tuoi confronti io sono un uomo; io posso avere una certa intelligenza e tu ne hai un’altra; ma non c’è mai umiltà, perché nei confronti di un altro uomo io resisto. È soltanto nei confronti di Dio che in me viene meno ogni senso di un mio valore perché tutto ricevo. Lo stesso essere non è mio, ma mi è stato donato. Io non sono nulla! Non potrei mai usare in senso proprio il verbo ‘essere’, perché perfino l’essere mi è stato donato; io non ne ho la proprietà, perché mi può essere tolto in qualunque istante. Io sono sicuro della mia eternità perché Dio me la garantisce, ma in me non c’è nulla che me la possa assicurare. È soltanto dunque di fronte a Dio che posso realizzare il mio nulla.

Ma su ventiquattro ore quanto tempo stai alla presenza di Dio? Si parla di Dio come concetto, ma come si vive realmente alla presenza di Dio? Il problema è tutto qui. Infatti che cos’è la vita del cielo? In cielo non hai da fare altro che stare alla presenza di Dio e vivi questo tuo nulla e l’essere infinito di Dio. Per stare in paradiso non dobbiamo fare altro che vivere nella Presenza. Ed è questo che dobbiamo vivere anche quaggiù. So benissimo che davanti a Dio non siamo nulla, ma lo si dice a parole, perché di fatto poi, non vivendo davanti a Dio, crediamo sempre di essere qualcosa e oltretutto ci teniamo ad essere qualcosa. Il problema è qui: tu devi mantenerti nella sua presenza per sentire il tuo nulla.

Nei confronti del Cristo poi – ecco il peccato – è vero che se tu approfondisci soltanto il senso della colpa, questo non ti porta ad una umiltà che apre, ma ad un senso di abiezione che fa più male che bene, anche sul piano spirituale. Non per nulla sul piano spirituale, indipendentemente dal fatto religioso, oggi, proprio perché c’è meno fede, si desidera che il senso del peccato venga meno perché così l’uomo acquista una maggiore libertà. È giusto? Per chi non ha fede non trovo nulla da eccepire, perché chi non ha fede non ha modo di superare questa paralisi che il senso della colpa crea in lui. Meglio eliminare il senso della colpa, il complesso della colpa, come vi diranno tutti gli psicanalisti. Su un piano naturale è giusto perché non vi è modo di rimediare al peccato.

Per noi il problema è un altro: il senso del peccato nel cristianesimo nasce dal fatto che siamo amati e amati per nulla. E tanto più l’amore di Dio è reale, quanto più si riconosce che questo amore è gratuito. Ma se l’amore di Dio è veramente gratuito, il senso del peccato, invece di paralizzarti, ti apre ad una confidenza sempre maggiore. Ecco quello che dice santa Teresa di Gesù Bambino nell’ultima pagina della sua Autobiografia: «Io sento che se anche avessi commesso tutti i peccati possibili, in me non diminuirebbe di un grado la mia confidenza in Lui» (…).

È la misericordia infinita che fa nascere in noi il senso del peccato; proprio perché non crediamo nella misericordia, noi ci atteggiamo sempre a essere buoni. Proprio perché non crediamo nella misericordia, cerchiamo di farci belli. Una donna che invecchia e può non piacere più al suo uomo, sta davanti allo specchio anche delle ore per farsi bella, e ugualmente le anime pie cercano di farsi belle perché non credono nella misericordia di Dio. Invece nella misura che conosci il Cristo e lo conosci come misericordia infinita, e lo conosci come l’amore incarnato, è proprio il senso del tuo peccato che fa presente in te Lui che è misericordia (…).

Il senso del peccato nel cristiano non è mai separabile dall’atto col quale l’anima si apre alla misericordia infinita, perché se separi il senso del peccato da questo senso della misericordia di Dio, allora tu rompi l’unità della vita spirituale. L’unità della vita spirituale è sempre Dio e l’uomo che realizzano una loro unione nell’amore. L’amore che realizza l’unità fra l’uomo e Dio è un amore che è misericordia, è un amore che suppone il nulla della creatura e il peccato dell’uomo.

Esercizi spirituali ad Arliano (LU), 15 giugno 1980

Sperare nella misericordia (1988)

Una delle pagine più belle che abbia mai scritto il Papa Giovanni Paolo II è sulla misericordia di Dio; la parte finale della enciclica Dives in misericordia è una visione terrificante della situazione del mondo… Però, al termine, una pagina magnifica di speranza, perché se è grandissimo il peccato dell’uomo, la misericordia di Dio è infinita. Noi dobbiamo sperare, non ‘possiamo’, ma ‘dobbiamo’ sperare nella salvezza del mondo, anche se ci sembra che le nostre possibilità siano nulle.

Sì, le nostre sono nulle, ma le possibilità di Dio sono infinite e io debbo sperare nella salvezza. Non posso condannare nessuno: se condanno anche una che ha abortito cinque volte, vado io all’inferno, perché io non posso condannare. Colui che solo condanna è anche Colui che prima di tutto è misericordia. Certo suppone il tuo pentimento, perché non può riceverti se non ti apri ad accogliere il dono divino, però io debbo sperare, e in me la speranza deve crescere. Anche di fronte all’abisso del male che si è rovesciato sul mondo la mia speranza deve crescere; non possiamo essere pessimisti. Dio è il salvatore, se no che cosa sarebbe valso morire su una croce se noi dovessimo essere tutti dannati? E se noi guardiamo intorno a noi, sembra che non vi sia che peccato, immoralità, incredulità… Ma più grande di ogni peccato è l’infinita misericordia divina.

Noi dobbiamo sperare. E tanto più è vera la speranza quanto più essa è priva di motivi umani, il che è come dire che solo il disperato può veramente sperare. Fintanto che tu hai un grosso conto in banca, speri nei soldi, poi speri nella tua salute per potere dare gli esami, speri di avere una buona moglie, e poi in una vita lunga, ecc., ma fintanto che speriamo queste cose non si spera in Dio. È quando ci mancano tutte queste cose che la nostra speranza è vera. E di fronte alla visione terrificante di un mondo che sembra precipitare nel vuoto, deve crescere la speranza nella Chiesa, perché Dio ha voluto la Chiesa per salvare il mondo, non per far bella figura. Dio l’ha voluta perché la Chiesa deve salvare questo mondo, deve operare la salvezza (…).

Eppure diviene sempre più difficile credere. Fintanto che l’uomo era al centro della creazione e la terra il centro dell’universo, era più facile credere che Lui potesse anche farsi uomo, visto che l’uomo valeva qualche cosa. Ma via via che si è proceduto col pensiero, che cosa è diventato non dico l’uomo, ma la storia, la terra, il sistema solare? Eppure io debbo credere che Nostro Signore debba conoscere anche me, pover’uomo. Dio mi conosce e mi ama, Dio che è l’Infinito, Dio che è il creatore degli astri. Credere diviene sempre più difficile, ma è una cosa bella che si debba crescere e sapere che la fede rimane un dono di Dio. Così la speranza. Si va sulla luna, ma intanto non sappiamo nemmeno se fra cinquant’anni l’atmosfera sarà tale da consentire di respirare in santa pace senza restare avvelenati. Tutto sembra crollare intorno a me e poi la morte, e poi il peccato: dov’è per me la possibilità di sperare? Questo peccato che inonda, che allaga la terra, e poi la morte… come faccio a sperare? È proprio per questo che debbo sperare, perché mi manca tutto.

In un apologo buddhista si narra di uno che, precipitando in un burrone, riesce ad aggrapparsi alla radice di un albero e, mentre è lì sospeso sul baratro, vede due topi che rosicchiano la radice. Tale e quale sono io, ma so che le mani di Dio mi tengono su. La radice può essere anche rosicchiata, ma è Lui che mi regge: ecco la speranza, Lui che mi regge, però non vedi le radici. È una speranza che sembra, umanamente parlando, nulla, perché ti devi fidare di un Dio che tace, di un Dio che sembra irreale. Eppure la tua speranza è tanto più vera, quanto più ti mancano motivi umani, perché allora la tua speranza poggia unicamente su Dio.

Ritiro a Casa San Sergio (FI), 12 giugno 1988

Responsabili di tutti i peccati (1980)

Tu puoi essere – e lo sei – il peccato vivente; tu sei responsabile di tutti i peccati del mondo, solidale con tutto il peccato umano; ed è nella misura che realizzi questo che puoi vivere la santità stessa del Cristo.

Non nella misura che ti senti già santa, dato che hai commesso soltanto qualche atto d’impazienza o ti sei semplicemente distratta nella preghiera; per questo fatto sei sul piano dei farisei che pensavano che la grazia divina non fosse altro che un far sì che Dio fosse un tuo debitore. Pretendere che l’uomo abbia dei diritti di fronte a Dio è negare l’amore.

Ora è precisamente questo che a noi cattolici impedisce di essere santi; è questa pretesa stupida e assurda di credere che l’uomo abbia dei diritti davanti a Dio. L’uomo è soltanto colui che è amato ed è amato per nulla; e amato in tal modo che veramente l’amore vince in lui non soltanto il peccato realmente commesso, ma anche la capacità stessa di peccare che è uguale per tutti ed è la possibilità di poter arrivare a commettere tutti i peccati. Se non senti che in te è stato perdonato ogni peccato di adulterio, di assassinio, ecc., tu non vivi l’amore di Dio, perché pretendi di portare davanti a Dio la tua bella faccia, quasi fosse tuo merito se non sei caduta in qualche peccato; quasi fosse tuo merito, indipendentemente dalla grazia divina, il fatto di non essere una adultera, un’assassina, ecc. In ognuno di noi Dio perdona tutti i peccati, ma li perdona nella misura che ne siamo consapevoli.

(…) Vi ho detto altre volte che ciascuno di noi è tutta la Chiesa, ma devo dire di più. La persona è un tale valore che in sé, in atto primo, è potenza di assumere tutta l’umanità. In ognuno di noi è tutta l’umanità. In ognuno di noi è tutta l’umanità che Egli perdona, in ognuno di noi è tutta l’umanità che Egli a sé associa. Ma se in noi è tutta l’umanità, in noi è anche tutta la potenza del peccato. Prima ancora che il Cristo si faccia solidale con tutti nell’essere l’unico uomo, tu sei l’unica sposa. Non è forse vero che il matrimonio implica non solo la indissolubilità, ma anche la monogamia? Il carattere della monogamia e della indissolubilità non sono propri soltanto del matrimonio umano. Sono propri del matrimonio umano perché prima di tutto sono note caratteristiche di questa unione di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. Come Egli è l’”Unico” uomo («Ecce Homo»!; Gv 19, 5), il nuovo Adamo, così ciascuno di noi realizza la propria vocazione cristiana nella misura che è tutta la Chiesa, nella misura che è tutta l’umanità, nella misura che ciascuno di noi si sente responsabile di tutti i peccati per esser perdonato da Lui.

Ma la misericordia divina è tale che realmente ti fa santa della sua santità; non di un’altra santità, ma della sua santità. Nella misura che ti ama, Egli in te depone il suo amore. Nella misura che ti ama e tu accetti di essere amata e perciò credi al suo amore, Egli vive in te e in te non vive che la sua santità.

Ecco la santità di Maria. La vocazione cristiana è stata realizzata in un modo pieno soltanto dalla Vergine; non perché la Vergine sia diversa da noi, ma perché ha creduto all’amore mentre noi non ci crediamo. «Beata tu che hai creduto!» (cfr. Lc 1, 45). La beatitudine di Maria è soltanto in questo credere all’amore di Dio che Ella ha vissuto sino in fondo. Tu non ci credi, io non ci credo, san Paolo non ci ha creduto, san Pietro non ci ha creduto: nessuno ci ha creduto come la Vergine. Per questo solo la Vergine ha realizzato sino in fondo questa vocazione ed è santa. Ma nella misura che ciascuno ci crede, realizza questa vocazione ed è santo. Santo di una santità minore della Madonna, ma non per questo meno reale, perché la fede nell’amore di Dio non raggiunge la purezza, la semplicità, l’universalità della fede della Vergine pura. Ma proprio perché la sua fede è piena, proprio per questo in Lei è stato rimesso ogni peccato. Tutto il peccato umano è stato in lei rimesso prima ancora che lo contraesse; ed è per questo che Ella è il rifugio dei peccatori, la prima perdonata, colei che – come dice la Bolla Ineffabilis – è «sublimiori modo redempta».

 

Esercizi ad Arliano (LU), 13-17 giugno 1980

 

La pena più grave (1984)

La Chiesa è la sposa e anche ciascuno di noi è la sposa, perché ciascuno di noi è tutta la Chiesa. Dice san Pier Damiani: In pluribus una, una in tutti, ma anche in singulis tota, tutta in ciascuno. Io sono tutta la Chiesa e ognuna di voi è tutta la Chiesa, nella misura in cui si realizza la nostra vocazione alla santità.

E che cosa vuol dire essere tutta la Chiesa? Che cosa dà l’umanità al Cristo? La morte, i peccati. Che cosa dà il Cristo a noi? La sua vita divina, il suo Spirito.

Che cosa dobbiamo portare al Cristo? Non solo il nostro peccato, ma il peccato di tutta l’umanità. Sentiamoci responsabili di tutto il peccato del mondo per offrirlo a Lui e ottenere per tutti misericordia e perdono. Quella misericordia che vogliamo per noi, non possiamo dividerla dalla misericordia che dobbiamo volere per gli altri, per tutti.

(…) Noi tutti dobbiamo sentirci impegnati a vivere questa corredenzione, assumendo sopra di noi, insieme a Gesù, il peso del peccato del mondo. Peso che Gesù in qualche modo riceve da noi, sia perché noi siamo peccatori in atto, sia perché anche il peccato che non abbiamo commesso è in certo modo nostro per il fatto che siamo una sola cosa con tutti. Non possiamo dividerci dagli altri. Pertanto è il peccato di tutti che, attraverso di noi, viene ad essere assunto dal Cristo.

Ecco che cosa vuol dire vivere la dimensione ecclesiale dell’Eucaristia: vuol dire vivere questa solidarietà col peccato umano.

È impressionante la preghiera di Gregorio di Narek in cui egli si accusa, per pagine e pagine, dei peccati più gravi: stupri, assassini, adulteri, sacrilegi innumerevoli. Si rimane senza fiato! Eppure non possiamo dividerci da alcuno. Divenendo la sposa del Cristo, per l’Eucaristia ognuno di noi diviene tutta l’umanità che Egli chiama di nuovo all’unione con Lui.

(…) È questa solidarietà che la Comunione deve sviluppare in noi dandoci il senso del peccato universale, per portarlo a Cristo, perché Lui lo vuole da ciascuno di noi. Dobbiamo sentirci coperti, oppressi dalla responsabilità del peccato universale, perché, in noi che Egli ama, questo peccato sia redento, sia cancellato e in noi Dio usi misericordia a tutti. Perché noi siamo tutti.

(…) Santa Teresa di Gesù Bambino, assumendo il peccato del suo tempo, l’incredulità, deve vivere l’angoscia terribile della mancanza di fede, quasi Dio non fosse più. Lei stessa dice infatti di non credere più. Usa proprio questa espressione. Certamente credeva, se no, chi la faceva stare lì, chi le faceva vivere quella vita di preghiera? Però era come se non credesse, tanta era la sua pena, tanta era l’angoscia. Il peccato del mondo gravava su di lei con i suoi effetti, col senso dell’irrealtà del mondo divino.

È la pena più grave che un’anima possa soffrire. Ma è proprio questa la purificazione che Dio oggi chiede alle anime. Santa Teresa di Gesù non l’ha conosciuta, e nemmeno san Giovanni della Croce, mentre santa Teresa di Gesù Bambino, vissuta in un tempo in cui l’incredulità avanza, deve vivere questo senso dell’assenza di Dio, questo senso della morte di Dio, per usare il linguaggio proprio di certa teologia moderna.

E anche voi, nella misura in cui vivete la vostra unione nuziale col Cristo, vivrete questo dramma perché il peccato del mondo deve pesare su di voi, non in quanto voi lo commettete, ma in quanto dovete portarne il castigo: l’abbandono del Padre. Sentirsi come sospese nel vuoto, sentire inutile, forse assurda, la propria vita è la pena che possono provare le anime religiose di oggi e che non provavano quelle di cento anni fa.

Chi ci farà resistere? (…) La grazia di Dio. Questa grazia farà vivere anche a voi la morte, perché l’unione col Cristo si realizza nella sua morte. Il talamo delle nozze con Lui è la Croce, nella quale ci si distende come Lui ci si è disteso. Forse non è troppo piacevole, però è così che si ama!

È in questa morte che veramente l’anima vive l’unione, perché è nella morte che si dona al Cristo quello che si è, quello che si ha. E il Cristo ci dona quello che Egli è: l’Amore.

Spiritualità carmelitana e sacramenti, II ediz., pp. 208-214

Credere nell’amore di Dio (1958)

Dio non ci chiede che questo: che noi veramente crediamo. Non è certo una cosa facile credere a questo amore, perché siamo sempre portati naturalmente a pensare che l’amore sia interessato, non sia un amore gratuito quello di Dio. Vorremmo giustificare Dio ad amarci precisamente nel cercare in noi, nel trovare in noi qualche cosa che attiri tanta Sua benevolenza. Siccome in noi non troviamo nulla che attiri questo amore infinito, per questo ci rimane estremamente difficile credere che Egli ci ami. Ma proprio qui, appunto, è la corrispondenza nostra all’amore Suo: che noi veramente crediamo, crediamo nonostante le apparenze, crediamo nonostante le nostre difficoltà, crediamo nonostante che la nostra vita sia così scialba, così misera, nonostante che noi siamo così poveri e imperfetti. Credere: ecco l’atto supremo della nostra risposta all’amore di Dio. Perché, in fondo, grande anche nella nostra corrispondenza non può essere che Lui, e Lui è grande precisamente nell’atto della nostra fede, perché è l’atto della nostra fede che misura precisamente il dono di questo amore infinito all’anima nostra. Noi siamo grandi per quello che Egli vive in noi ed Egli vive soltanto nella capacità che offriamo a Lui di vivere in noi attraverso la nostra fede. Perché il dono di Dio non è misurato in Lui che ama; è misurato da noi che siamo amati, e la misura che offriamo a Dio è precisamente la nostra fede.

(…) Anche se noi fossimo caduti nei peggiori peccati, rimane per noi, non soltanto l’obbligo di credere, ma più che l’obbligo la gioia di dover credere all’amore di Dio, perché la gratuità dell’amore divino non si smentisce. Egli ama chiunque, Egli ama tutti, e tutti ricevono l’amore, non secondo quello che essi sono, ma secondo la fede che hanno in questo amore divino. Per questo un peccatore può essere veramente più santo di un galantuomo, di un santo, di uno che si dice comunemente santo perché magari è perfetto in tutte le sue azioni. Perché può essere più santo? È naturale: perché la santità nostra non è altro che la presenza di Dio nell’anima, e Dio non si fa presente che nella fede di colui che accoglie il dono divino. Per questo un peccatore, una peccatrice pubblica, può essere immediatamente santa se accoglie questo dono. E una che vive invece sempre nella cura meticolosa di una propria sua virtù può essere del tutto estranea alla vita divina.

Maria Maddalena (notate bene, questa è una grande verità che il Vangelo ci insegna) è colei nella quale inizia il nuovo ordine della santità dopo il peccato. E Maddalena è colei che – peccatrice – si getta ai piedi di Gesù ed è sollevata da Gesù e presentata anche al fariseo Simone come l’esempio di un’anima che ha molto amato. Immediato il passaggio, perché per essere santi non abbiamo bisogno di cinquant’anni; basta che noi accogliamo Dio, perché Lui solo è santo, perché grande non è e non rimane nell’anima che Dio, e Dio vive nell’anima nella misura che lo lasciamo vivere, che lo lasciamo entrare, nella misura che lo lasciamo venire e riempire di Sé tutto l’essere nostro. 

Dal Ritiro a Venezia del 26 dicembre 1958