venerdì, Novembre 22, 2019

Monaci in un mondo che ci rifiuta (1984)

(…) Che cos’è il monachesimo? Ecco la prima cosa da domandarsi. È un movimento di vita spirituale che radicalizza le esigenze proprie di una vita di unione con Dio, radicalizza la vocazione cristiana, in quanto la vocazione cristiana prima di tutto importa non tanto una missione di salvezza nei confronti del mondo, quanto piuttosto il riconoscimento della nostra dignità filiale nei confronti di Dio. Di qui deriva il fatto che quel che soprattutto vogliamo noi della Comunità è attestare il primato di Dio, perciò il primato della preghiera, perciò il primato delle virtù teologali.

Tutto questo è proprio essenzialmente della spiritualità monastica. Il monaco è il testimone di Dio nel mondo. Altri invece, nella Chiesa, vivono soprattutto il rapporto con gli uomini nel servizio sociale, nel servizio di carità. Noi non escludiamo questo, intendiamoci, perché escludere la carità del prossimo vorrebbe dire non essere cristiani, dal momento che Gesù ha detto: «Da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli: se vi amerete l’un l’altro» (Gv 13, 35). Però l’amore del prossimo non immediatamente e necessariamente ci impegna a un servizio di carattere sociale e nemmeno alla carità attiva di per sé, perché se l’amore del prossimo necessariamente impegnasse a un servizio sociale e a una carità attiva, vorrebbe dire che la carità del prossimo finisce con la vita presente, perché in paradiso non c’è bisogno né di servizio sociale né di vita attiva. La carità del prossimo prima di tutto ci impegna a vivere l’unità dell’amore, ed è per questo che il monachesimo non solo ha vissuto il primato di Dio, ma ha vissuto questo primato di Dio nella realizzazione della comunità (…).

Un’altra cosa da notare è questa: il monachesimo di fatto radicalizza, cioè porta alle ultime conseguenze quella che è la spiritualità del Vangelo. Però dobbiamo anche dire che è il movimento religioso che, sotto certi aspetti, maggiormente si configura come movimento universale: ci sono monaci buddhisti, ci sono le confraternite dei Sufi nell’Islam; c’erano dei monaci anche prima del Cristo a Qumran; ci sono monaci anche in tante altre religioni e nell’Induismo stesso. Il monachesimo, dunque, è una esigenza universale dell’anima religiosa, la quale vive quaggiù nel mondo, ma vive nel mondo la sua vocazione escatologica, cioè la ricerca di Dio, la ricerca dall’Assoluto.

(…) Nel Cristianesimo, quando è nato veramente il monachesimo? Possiamo dire che è nato già al tempo degli apostoli; non il monachesimo ufficiale, ma quella vita religiosa che già era un monachesimo interiorizzato, perché era un monachesimo vissuto nel mondo. Notate bene la cosa importante: quando il Cristianesimo era combattuto dal mondo, quando il Cristianesimo era perseguitato, non era necessario andare nel deserto per vivere la ricerca di Dio. Allora si viveva questo spirito monastico da parte dei cristiani che, pur vivendo nel mondo, non erano del mondo e sentivano di non essere del mondo perché il mondo li perseguitava. Perciò vi era un monachesimo interiorizzato prima di quello istituzionale.

Quando è nato il monachesimo istituzionale? Quando il Cristianesimo e il mondo sono divenuti quasi una sola cosa: con la vittoria costantiniana, quando l’Impero Romano si è convertito al Cristianesimo, il Cristianesimo è diventato la religione di Stato e allora, per assicurare la radicalità di una ricerca di Dio, i veri cristiani hanno lasciato il mondo.

Ed ecco ora la cosa grande, grandissima: non c’è più necessità del monachesimo istituzionale perché oggi il mondo è contro il Cristianesimo. Il Cristianesimo ora è rigettato dal mondo; noi siamo oggi come all’epoca dei primi cristiani: il mondo non ci conosce più, ci rigetta, siamo degli emarginati nel mondo di oggi. Che bellezza! Questo è il vero Cristianesimo; come dobbiamo essere contenti! Ora infatti possiamo e dobbiamo vivere il monachesimo nel mondo, perché ora sentiamo di non essere del mondo. (…) Questo è importante per far capire come è necessario oggi che il cristiano si renda conto che non può essere veramente fedele al Cristianesimo che in quanto vive una spiritualità monastica. Mentre la spiritualità monastica in un mondo sacrale, come è stato il nostro fino a pochi decenni fa, esigeva che chi voleva vivere il monachesimo si separasse dal mondo per rifugiarsi nel deserto o in una abbazia e vivere nella povertà, nella castità e nell’obbedienza. Ora basta vivere il nostro Cristianesimo dove siamo, perché là rimaniamo sempre, non dico degli emarginati, ma degli isolati, e questo è bellissimo! Non è molto comodo, intendiamoci, ma è una cosa di bellezza estrema, ed è questo che dobbiamo vivere.

Adunanza a Firenze, 4 novembre 1984

Una fede sempre più pura e sempre più grande (1970)

Abbiamo bisogno di una fede sempre più grande. Certo, la Chiesa vive oggi un momento molto più tragico di ieri e deve crescere in te la fede, perché se non cresce in te la fede, non ti basta più la fede che avevi ieri. O la tua fede si purifica e cresce o altrimenti tu abbandoni anche il cristianesimo. Puoi dire quello che mi diceva tempo fa un sacerdote: “Non può essere possibile che la fede sia tutta un’illusione?”. Finora si aveva un qualche motivo di credere, motivo di credibilità nel senso appunto che – per esempio – il popolo ci credeva di più, il popolo ci seguiva di più; poi il mondo era più sacrale, si aveva di più un nostro compito, ci si sentiva integrati nella nostra vita proprio vivendo la vita religiosa. Oggi vivere il cristianesimo vuol dire uscire, si direbbe, dagli schemi consueti della vita moderna. Siamo dei disadattati, siano degli anormali; si diventa sempre più così. Vedete dunque che via via che si va avanti in questo cammino si impone per noi una fede sempre più grande, più eroica; perciò perseverare fino alla fine vuol dire crescere fino alla fine in una fede che diviene ogni giorno più pura, in una speranza che è sempre più un legarci all’assurdo, se non proprio all’assurdo, sembra all’impossibile, al miracolo. E di fatto è un intervento divino quello che speri, un intervento divino perciò essenzialmente gratuito che non ha altro appoggio, altro fondamento che la parola di Dio che te l’ha annunciata.

Ecco allora: perseverare, umilmente, serenamente nella fede in tal modo che le difficoltà che crescono, che le tentazioni che divengono più violente, purifichino questa fede, non la distruggano, la purifichino e la rendano più grande, non la eliminino dalla tua vita, facciano la tua fede più grande, più pura, più viva, così come la speranza. Non vi è modo per noi di rimanere fedeli a Lui che in un processo continuo di santificazione che esige anche un crescere continuo nell’esercizio delle virtù teologali.

La fede che avevano i nostri padri nel ‘400, nel ‘500 ma anche nell’800 è un nulla in paragone alla fede che devi avere tu. Allora era difficile non credere perché tutto il mondo nel quale si viveva era un mondo di fede – almeno tradizionalmente di fede, tradizionalmente cristiano – ma ora, chi ti fa credere? Puoi benissimo farne a meno; non solo puoi farne a meno perché il mondo non ti aiuta più, ma verrà a prenderti sempre più in giro, diverrai sempre più una mosca bianca, diverrai sempre più un custode di museo per gli uomini che vivono nel mondo. E tu cercherai, ecco la tentazione tua grande, non soltanto lo sconforto, lo scoraggiamento, ma anche quest’altra tentazione: cercherai un’alleanza col mondo, con Assur, con l’Egitto, un’alleanza coi pensieri del mondo, col modo di giudicare del mondo, con l’efficienza operativa che è propria del mondo. Queste alleanze che cerchi mascherano un venir meno in te della fede.

Si impone, invece, per noi, per rimanere fedeli a Dio, una fede che deve divenire ogni giorno sempre più pura e più grande.

Dal Ritiro a Viareggio del 9 marzo 1970

Un monachesimo interiorizzato, sulle orme di Dostoevskij (1970)

Io credo che in fondo la vocazione di tutti noi sia molto grande anche se è semplice: è una vocazione monastica vissuta nel mondo, una vocazione a un monachesimo interiorizzato per adoperare il linguaggio dell’Evdokimov, il quale tenta, con questa parola, di definire quello che profeticamente Dostoevskij sentiva come la testimonianza che il cristianesimo avrebbe dovuto dare nei prossimi tempi all’umanità.

Mi ricordo quando io venni a Firenze che D. Mario Lupori, don Bartoletti, Meucci, mi chiamavano Alëša; poi, quando venne Antonio, io divenni lo Staretz e Antonio divenne Alëša. È significativo questo. Credo che questo nome dipendesse da un carisma che loro avevano, un carisma profetico nei confronti di quello che doveva essere veramente la mia funzione, la mia risposta a Dio, e la risposta anche della Comunità.

Voi avete presente I fratelli Karamazov. Il mondo dostoevskiano è il mondo del male. Tutta l’azione è sempre demoniaca, ma tutta l’azione del male è purificata dalla presenza dell’icona, che è il santo, il quale non agisce: c’è. Il monaco Tichon ne I demoni, Macario (lo Strannik, il pellegrino) ne L’Adolescente, ma soprattutto ne I fratellii Karamazov lo staretz Zosima, non entrano in medias res; sono al di fuori dell’azione del romanzo e tuttavia tutto quanto s’illumina della loro presenza. Lo stesso Alëša non agisce: raccoglie le confidenze di tutti e purifica. La sua presenza purifica Grušenka, una donna più o meno di malaffare, purifica Dimitri, purifica perfino Ivan, gelido, freddo nei confronti di Alëša. Ivan sente benissimo che non riesce a scalfire la limpidità di quest’anima, a introdurvi il dubbio, a distruggere la sua purezza. Anche se non vien convertito, rimane come paralizzato nei confronti della semplicità pura del fratello minore. Non agiscono i santi, sono, così come Dio.

Avete presente la ‘Leggenda del Grande Inquisitore’? Il Grande Inquisitore ha davanti Cristo, accusa il Cristo: “Noi finalmente abbiamo salvato gli uomini, mica tu! Abbiamo dato il pane. Tu hai rifiutato, tu hai caricato gli uomini di un peso intollerabile, che è la libertà. Bisogna togliere la libertà e dare agli uomini il modo di soddisfare i loro bisogni immediati”. E il Cristo che cosa fa? Tace. Ascolta l’accusa e rimane in silenzio. La risposta è la sua presenza silenziosa. Al termine di tutta l’accusa, che cosa fa il Cristo? Si avvicina al Grande Inquisitore e lo bacia, poi sparisce. È impressionante l’insegnamento che ci viene dai romanzi di Dostoevskij sulla funzione del bene o piuttosto la funzione del Cristo, perché Dostoevskij non crede al bene e non crede al male: crede in Cristo e a Maria. È veramente un cristiano che non ha trasformato la presenza attiva personale di Dio in un valore astratto che è il bene e il male.

La presenza del Cristo si fa visibile nei santi, prima in Sonia, la prostituta, poi meglio nell’Idiota (ma è sempre un po’ equivoca questa figura del Cristo, nonostante quello che dice Guardini) e finalmente poi invece nei veri santi: Macario, ne L’Adolescente, poi Tichon ne I demoni, finalmente, il più grande di tutti: lo staretz Zosima.

Cristo è presente ed opera. Opera con la sua presenza pura, con la sua presenza che è irraggiante, illuminante, purificante. E badate che questa potenza del bene, senza fare nulla, ha la capacità di sciogliere tutti i mali, di ridare la fiducia, la fede, la speranza anche al peccatore più indurito, purché non si rifiuti l’amore, purché l’uomo creda e si abbandoni.

Ora, ecco, qual è l’insegnamento? Come ci viene incontro la presenza del bene e del male? Cristo è vivente nei santi. Così la presenza del male è il Maligno presente e operante attraverso gli strumenti che sono gli uomini: il padre dei Karamazov, Piotr e Stavroghin ne I Demoni, Raskolnikov in Delitto e castigo, ma il male poi può purificarsi per la presenza di Sonia; anche Rogozin, Agafia, ecc. si purificano attraverso l’Idiota.

L’insegnamento che viene da Dostoevskij non è soltanto la presenza del Cristo nel monaco: l’insegnamento ultimo che egli ci dà – ed è veramente forse lo scrittore profetico più grande che abbia avuto la cristianità da secoli e secoli – è precisamente quello che ci dice per mezzo dei  Karamazov: lo staretz non vuole che il suo discepolo rimanga in convento. Nel monastero ci appare il monaco Ferapont, quel monaco tutto tetro del Medio Evo che vede il diavolo su tutte le porte, che ha schiacciato la coda al diavolo perché ha chiuso violentemente la porta, ecc.: un cristianesimo nero, senza speranza, un cristianesimo soltanto di orrore. Nel monastero vivevano questi uomini. Lo staretz manda invece il suo discepolo nel mondo: avanti che egli muoia Alëša deve lasciare il monastero, deve ritornare in mezzo ai suoi, rivedere la casa sua, deve rientrare non solo dal padre, ma deve entrare anche nella casa di Grušenka. Grušenka stessa si mette a sedere sulle ginocchia di Alëša, e Grušenka è salvata. Grušenka vuole portare Alëša nel peccato; con Rakitin, un seminarista scettico che aveva perduto la fede, aveva combinato per cercare di corrompere Alëša. Alëša va nella casa ed è lui che purifica Grušenka. Grušenka respinge Rakitin, respinge tutti gli altri ed è salvata. Salvata come può essere salvata lei: ritornerà da suo marito, non sarà più una donna di tutti.

Alëša entra in tutte le case e là dove entra purifica. E io ho l’impressione veramente che questa sia la nostra vocazione. Noi dobbiamo vivere nel mondo per essere testimoni viventi del Cristo, ma non possiamo essere testimoni del Cristo che precisamente operando come Egli ha operato. La luce non ha bisogno di far nulla per risplendere, per illuminare; basta che sia. E noi non dovremmo aver bisogno di nessuna opera nostra specifica perché di fatto la nostra testimonianza abbia una efficacia di sacrificio nel mondo. Dobbiamo rivelare Dio; è nel rivelare Dio che lo comunichiamo. Se Dio è Spirito, Dio ci santifica, Dio si comunica a noi precisamente in quanto si rivela. Di fatto noi possederemo Dio, saremo trasformati in Lui perché lo vedremo come Egli è. Saremo simili a Lui perché lo vedremo: “Similes Ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est”. La visione di Dio purificherà, la visione dei Santi purificherà. Quello che vi chiedo non è di fare, vi chiedo di essere. Quello che Dio ci chiede non è di operare; è di essere, di essere Lui. Veramente non possiamo contentarci finché non saremo trasformati in Lui.

Dobbiamo vivere la vita contemplativa nel mondo, una vita cioè in cui l’opera vera è l’esercizio delle virtù teologali, la contemplazione divina, l’Amore, in una speranza che vinca ogni scoraggiamento, che vinca e superi ogni audacia, ogni ardimento. Voi lo vedete: che cosa siamo? E che cosa il mondo che ci è stato affidato? Noi non possiamo separarci dal mondo avendone paura per rifugiarci in Dio, perché non è questo il modo per noi di possedere Dio. Il modo per noi di possedere Dio è veramente non fuggire Dio, ma certo nemmeno fuggire gli uomini; entrare nella pasta. Vivere in mezzo agli altri, come il Cristo. È stata la tentazione del Cristianesimo quella di poter vivere una vita contemplativa in una evasione dal mondo, in un’evasione dalla storia, in una evasione dal tempo e dalla creazione. La nostra vita contemplativa deve essere vissuta senza clausura, esser vissuta senza difese, nel mondo.

Noi stessi dobbiamo vedere Dio. Se lo vedremo non potremo non essere illuminati dalla sua luce e, se saremo illuminati dalla sua luce, a nostra volta noi illumineremo il mondo, come la luna. È uno dei simboli più costanti nella teologia spirituale sia dei monaci, sia dei Padri: Cristo è il sole e la Chiesa è la luna, ma la luna sono anche le anime. Perché quello che si dice della Chiesa si può dire di ogni anima; così se la Chiesa è la luna, rivestita della luce del sole, così anche ogni anima è rivestita della luce del sole. In questa notte che è la vita di fede (non è il giorno ancora, lo dice san Giovanni della Croce), Dio illumina gli uomini attraverso la luce riflessa dei santi. Dio non si rende visibile se non nei santi che sono rivestiti della sua luce. Essi non irraggiano una luce propria ma, rivestiti della luce di Dio, a loro volta illuminano il mondo. In questa notte del mondo in cui noi viviamo, noi dobbiamo essere questa luce che si irraggia e illumina, ma lo saremo se, come la luna, noi rifletteremo la luce del sole. Per riflettere la luce del sole bisogna essere in faccia al sole, come la luna. La terra non vede il sole, la terra è nell’ombra nei confronti del sole, il sole gli è nascosto nella notte, ma la luna non è nascosta al sole proprio perché la luna è in faccia al sole, la luna e rivestita dalla luce del sole e manda la luce a noi. Così il santo.

Pellegrinaggio a Monte Senario (Firenze), 20 agosto 1970

Il tesoro nel campo (1970)

Due cose ci dice la parabola di Matteo del tesoro nel campo: «Il Regno dei cieli è un tesoro nascosto». E poi anche: «Colui che lo trova lo nasconde di nuovo» (cf. Mt 13, 44).

(…) Che cos’è questo Regno dei cieli paragonato ad un tesoro nascosto? E come mai anche dopo trovato lo si deve nascondere ancora? Intanto è vero un fatto, che Dio è nascosto dalle cose; Dio non è un bene che appare direttamente; è sempre nascosto, anche se si trova ovunque, in ogni situazione.

Se voi volete trovare Dio senza affondare, senza scavare in quello che fate, nella situazione nella quale vi trovate, voi non lo troverete mai perché Dio non si manifesta mai apertamente. Dio rimane presente ma sempre nascosto.

Che cos’è questo Dio che tu devi trovare? Probabilmente non si trova lontano da quello che fate, non è in un luogo diverso da quello in cui voi vivete, non implica per voi un andare lontano, un lasciare le vostre cose; implica invece un cercare un poco, uno scavare un poco nel terreno che vi circonda.

(…) A tutti è dato un campo da lavorare ed è la nostra medesima vita, ed è in questa medesima vita che Egli è nascosto, ma noi non lo sentiamo, non lo vediamo. Perché? Perché Egli è nascosto e ci vuole la fede in Dio per poterlo scoprire. Ed ecco perché tutti evadiamo dalla situazione nella quale ci troviamo per cercare di trovare chissà che cosa, e non ci rendiamo conto che nella misura che cerchiamo qualche altra cosa da quello che noi possediamo, in realtà noi perdiamo Dio, perché probabilmente per ciascuno di noi Dio non si troverà mai che nel campo dove la Provvidenza ci ha posto a lavorare.

Soltanto bisogna che si lavori molto sodo, che si scavi molto profondo per poter trovare proprio in questo campo, che la Provvidenza ci ha dato, il tesoro. La nostra vita terrena, la nostra malattia, la nostra povertà, la nostra vecchiaia… dobbiamo renderci conto che questo è il campo dove è nascosto il tesoro. Perché se lo cerco altrove non solo perdo la pace del cuore, ma perdo Dio stesso perché non compio la sua volontà, perché è nell’accettazione umile e serena a questa volontà divina che il mio cuore trova la pace, trova la gioia.

Quello che è il campo che Dio mi ha dato da coltivare, questo è il campo del mio tesoro, un tesoro che è al di sopra di ogni cosa, ma è nascosto. Troppe volte per noi rimane sempre nascosto, e si vive tutta una vita senza scoprirlo. Se poi tu questo dono lo conquisti e ti rendi cosciente che, davvero nella tua vita, povera e modesta fin che vuoi, in una situazione concreta anche la più umile, Dio è con te, tu lo perderai ugualmente se tu non lo nascondi nuovamente! Perciò con quale umiltà e gelosa cura dobbiamo conservare il tesoro, dobbiamo conservare la grazia di questa coscienza di essere di Dio, questa coscienza che Dio è nostro, che Dio è con noi e che noi siamo con Lui.

Esercizi spirituali a Venezia, 23 ottobre 1970

Non soffochiamoci! (1988)

Per me, parlo di Divo Barsotti, Casa San Sergio o è il centro del mondo o non è nulla, e non c’è altro centro per me che questo luogo dove mi sono incontrato con Dio, dove io vivo giorno per giorno in unione con Lui. Non vi può essere un altro luogo per me più sacro di queste pietre, di questo cielo, di questi alberi: qui Dio si è incontrato con me.

Il mio spirito che ha conosciuto Dio, non è uno spirito disincarnato, non è uno spirito disincarnato la mia anima, la stessa che ha vissuto una certa esperienza religiosa. La mia esperienza religiosa è legata a un luogo: a questo paesaggio così dolce e a quello così aspro di Palaia, è legata a questi alberi, i cipressi, gli ulivi, è legata a queste pietre… o altrimenti io non sono (…).

Ecco, miei cari fratelli, non possiamo separarci. Ogni separazione è separazione dal Cristo. L’incarnazione sembra un atto minimo, ma è un atto che in sé, in potenza, implica la salvezza di tutto l’universo, la salvezza di ogni luogo, di ogni tempo, di ogni cultura, di ogni razza, la salvezza di tutto. Non è l’anima che si salva. Come è sbagliata la concezione riportata fino ad ora sulla salvezza delle anime! Certo, l’anima nostra si salva, ma con la nostra anima si salva tutto il mondo, tutto l’universo. Può separarsi l’esperienza religiosa umana dal cielo, dal paesaggio nel quale si vive? Se fate questo distruggete veramente ogni esperienza religiosa.

(…) Rendiamoci conto che la salvezza è la salvezza di tutto l’uomo. Ma allora noi dobbiamo anche venerare e dare un’importanza decisiva alla città in cui abitiamo e al luogo dove viviamo. Non è indifferente per noi tutto questo. E se Dio ci ha voluto qui, ha voluto che attraverso di noi questo luogo fosse salvato. Noi non siamo piovuti dal cielo, siamo il prodotto di questa terra; «terra dedit fructum suum» (Sal 66, 7). Anche Nostro Signore è il frutto di tutta la terra, ma io sono il frutto di questa terra: sarò sempre un toscano. Devo essere fedele alle mie origini, al luogo di nascita nel quale sono apparso sulla terra; debbo sentire che la mia missione è salvare prima di tutto, con me stesso, ogni luogo che ho abitato, questo tempo che ho vissuto, le persone che ho incontrato. (…) Siamo quaggiù nel mondo non per salvare la nostra anima sciolta da tutto, ma per salvare noi stessi e con noi stessi questo mondo che è più o meno legato a noi. (…) Nella mia salvezza si salva ogni luogo nel quale sono passato, si salvano tutte le persone che ho incontrato per via perché l’incontro con ogni persona ha un valore di eternità. Noi troppo spesso viviamo senza mai realizzare la grandezza di questo rapporto, che implica per noi una missione di salvezza nei riguardi degli uomini che si incontrano con noi, nei confronti dei luoghi nei quali abitiamo, per i quali passiamo, nei quali soffriamo anche solo per qualche giorno; missione di salvezza per ogni avvenimento, per ogni evento della nostra vita, per tutto. Quale impresa, miei cari fratelli! Non si tratta di salvare soltanto la nostra anima! E allora rendetevi conto come dobbiamo amare ogni cosa (…).

 Noi molto spesso viviamo una vita di evasione, ci pesa il vivere tutti i rapporti umani, ci pesa il vivere tutti gli avvenimenti; ci si restringe a vivere una piccola vita, si soffoca dentro questo spazio, nel quale noi ci angustiamo e ci leghiamo… Non soffochiamoci!

Ritiro a Firenze del 18 dicembre 1988

Ridare sacralità a tutta la vita (1957)

Perché molto spesso la religione, la nostra religione cioè, ha per gli altri qualche cosa di fastidioso, di puramente gratuito? Perché ha per gli altri un certo carattere farisaico o un pietismo che umilia, avvilisce la nostra umanità? Tutta la letteratura moderna è contro un certo pietismo che veramente abbassa, deprime, avvilisce l’umanità di molte persone religiose cristiane. Perché tutto questo? Mi pare che la risposta sia facile ed è questa: non si riconosce come le rivelazioni successive si radicano nelle rivelazioni precedenti. L’economia religiosa in tanto è vera, è valida, in tanto è vitale, in quanto suppone l’economia religiosa precedente e in essa si radica.

Ora, alcune volte almeno, coloro che fanno professione di essere cristiani vivono il loro cristianesimo come se questo cristianesimo non fosse radicato in una economia religiosa precedente al cristianesimo stesso. Il cristianesimo deve essere cattolicesimo non soltanto per quello che riguarda la estensione di tutti i valori, l’abbracciare che è proprio della fede cristiana di tutti gli uomini e di tutti i valori umani, ma anche è cattolico in quanto abbraccia tutti i tempi. Nessun tempo, perciò nessuna economia religiosa, nessuna esperienza religiosa può escludere.

(…) Un compito importante può essere, a proposito di questa universalità, il risentire profondamente la sacralità di tutta la vita umana; non dividere cioè più la nostra vita in atto sacrale, quale è quello, per esempio, di andare in chiesa, di fare la meditazione, e in attività invece profana.

Quello che è il compito di tutti nella Comunità e che potrebbe essere veramente una delle sue linee direttive di spiritualità è proprio questo: il voler negare, il voler escludere, il non voler accettare una divisione fra quello che è il campo sacrale e quello che è il campo profano della nostra vita, non negare cioè una sacralità anche a quella vita che normalmente noi sentiamo separata dalla nostra vita religiosa, o che noi consacriamo, ma soltanto dall’esterno, perché la offriamo o Dio. La scuola per te può essere una penitenza e allora la offri al Signore; fai questa mortificazione, ma non cerchi di trasfigurarla dall’intimo. Così per l’Anna il suonare il pianoforte, così per me lo studio: lo sento come un dovere gravoso che mi viene dall’esterno e cerco di santificarlo nell’offrirlo al Signore, non lo trasfiguro interiormente. Rimane un atto profano in sé, diviene sacro soltanto in quanto lo offro, in quanto attraverso quell’atto io esercito delle virtù di pazienza, di mortificazione, di carità magari… ma non trasfiguro l’atto in me, non lo rendo veramente preparatorio di una Comunione Eucaristica.

Ora il compito della Comunità è questo: ridare una sacralità a tutta la vita, al mangiare e al bere, al dormire e al passeggiare. Stamani venendo qua sull’automobile pensavo, di fronte alla bellezza di un paesaggio così puro, così limpido e così bello: ma perché noi non dovremmo rivelare agli uomini il senso religioso che hanno tutte le cose belle, tutte le cose buone della vita e della natura? Il nostro cristianesimo non deve essere un pietismo, non deve essere qualche cosa che sta a fianco della nostra vita naturale. Si vive, si va a passeggio e poi… si fa anche la meditazione, e poi si fa la Comunione, e poi si va anche in Chiesa e poi si dice anche l’ufficio, e poi magari si legge la Sacra Scrittura.

(…) Il compito nostro è proprio questo: sentire e dare alle cose quello che le cose già hanno, ma che il nostro peccato ha tolto loro: la sacralità. Il peccato dell’uomo, il nostro egoismo ha reso profane le cose; dobbiamo ri­tornare nel paradiso terrestre, dobbiamo ritornare all’innocenza del primo ­Adamo, perché tutte le cose veramente manifestino Dio, perché tutte le cose ci comunichino Dio.

Ritiro del 16 gennaio 1957 a Viareggio

 

 

 

Siate anime aperte! (1957)

Mi sembrerebbe opportuno leggere negli incontri «I santi segni» del Guardini. Sono pagine brevissime su diversi segni: il mezzogiorno, il mattino, il segno di croce, il cero, la cenere, l’olivo… per dire quello che possono suggerire all’anima religiosa. Certo il Guardini considera in modo particolare quei segni, quegli strumenti, quegli elementi che anche la Chiesa ha poi santificato in modo particolare assumendoli nel suo culto pubblico, ma l’analisi che fa il Guardini può aiutarvi a scoprire anche voi, nella vostra vita ordinaria, nei vostri rapporti con le cose, quell’elemento sacrale che molto spesso ci rimane nascosto o per leggerezza o per superficialità, oppure anche proprio per quel senso di dominio che noi abbiamo sulle cose onde le dissacriamo nella misura che vogliamo appropriarcele nel nostro egoismo. Questa attenzione più umile, questa delicatezza religiosa più vera sono un coefficiente grandissimo per una vita religiosa autentica e profonda.

Io vi auguro che possiate acquistare questo attraverso non soltanto questa lettura, ma attraverso un’attenzione più costante a Dio.

Renderci sempre conto che Dio non è al di là di quello che facciamo, non è al di là del luogo nel quale viviamo: Dio ci è sempre presente, non soltanto come uno che assiste, come spettatore muto a quanto facciamo, ma è presente come Colui che intesse la nostra vita e attraverso tutti gli avvenimenti si incontra con l’anima nostra e all’anima nostra si dona.

Se noi abbiamo questa percezione intima, soprannaturale di tutta la nostra vita, tutta la nostra vita diviene una comunione continua con Dio e tutte le cose divengono davvero lo strumento e l’elemento di un rito comune, di un rito sacro, in cui l’anima e Dio vivono una comunione perenne.

Cercate di approfondire tutto questo, cercate di viverlo soprattutto. Che nessuno vi senta estranei, vi senta separati, lontani! Se voi siete cristiani dovete certo sentire la grandezza del Mistero Eucaristico, la grandezza della partecipazione alla Messa; ma non dovrebbero sentire gli altri che a questo non sono giunti che voi non comunicate con loro in quel senso di bellezza che essi possono avvertire nelle cose, in quel senso religioso che essi hanno riguardo alle cose più comuni. Quanto spesso invece avviene così!

Vi sono tante suore che vivono una professione di vita religiosa e che poi sono perfettamente sorde all’appello di bellezza che hanno tutte le cose, sono perfettamente cieche al vestigio di santità e di grandezza che Dio ha lasciato alle cose; non dico soltanto alle creature come tali, ma anche alla vita umana ordinaria. Sentono soltanto in tutto il pericolo del peccato, mentre è più facile trovare quelli fuori che, pur abbandonandosi al peccato, di quando in quando avvertono anche la grandezza di queste cose più di quanto non l’avvertano certe anime religiose le quali si sono chiuse perché separano la rivelazione cristiana dalla rivelazione cosmica, la rivelazione cristiana dalla rivelazione ebraica e non vedono invece come l’una è radicata nell’altra in tal modo che l’una non vive che precisamente in una comunione con la re­ligiosità propria delle altre economie. Di qui deriva un Cristianesimo ottuso, chiuso, un Cristianesimo soffocante, un Cristianesimo rigido, un Cristianesimo morto, un Cattolicesimo tutto fatto di regole che non ha respiro, che non ha vita.

Voi siate anime aperte, anime che vivono tutta la vita religiosa in pienezza e in umiltà, in purezza e in amore! Perché questo vuol dire essere cattolici, vuol dire sentirci veramente fratelli con le anime che ancora non hanno raggiunto la rivelazione ultima, la rivelazione del Cristo; vuol dire sentirci fratelli con tutti coloro che hanno ascoltato la parola di Dio, ma non hanno ancora intraveduto Gesù; vuol dire sentirci fratelli con tutti, vuol dire non sentirci divisi da alcuno, capaci di comprendere, capaci di sentire e di apprezzare tutto quello che di bello, di buono e di santo vi è nella creazione, vi è nel mondo, vi è nella vita umana.

Questo è il mio augurio e questo non deve essere soltanto un augurio, ma deve essere anche un impegno e un programma per voi.

Ritiro del 16 gennaio 1957 a Viareggio

Vita attiva o vita contemplativa? (1989)

Ecco, voi vivete nel mondo, nessuno di voi vive una vita di pura contemplazione separati dal mondo; anzi direi che questa è una concezione di vita più greca che cristiana. La vita cristiana non è né attiva né contemplativa: è la vita cristiana. È precisamente quello che è il Cristianesimo stesso: un calarsi di Dio nella tenebra del mondo, nella povertà degli uomini. Questo noi dobbiamo vivere. Ma questo scendere in mezzo agli uomini deve dare a noi sempre questa consapevolezza di essere veramente discesi dal cielo, perché prima che noi siamo mandati, dobbiamo essere una sola cosa con Lui. «Li chiamò perché stessero con Lui e li mandò» (Mc 3, 14). Li chiamò perché stessero con Lui, poi li mandò: non poteva mandarli se erano già in mezzo al mondo; prima li ha presi con Sé. E noi dobbiamo prima di tutto avere la consapevolezza di essere una cosa sola con Lui, per essere poi mandati al mondo nella missione che è propria del nostro sacerdozio, sia laicale, sia ministeriale.

Siamo tutti separati dal mondo e tutti dobbiamo entrare nel mondo, tutti. La vita contemplativa pura, come tante volte si è espressa anche nella spiritualità cristiana, non è cristiana. Il Cristianesimo vero non conosce né vita attiva né vita contemplativa, conosce la vita cristiana che è un’altra cosa, che cioè è assieme la vita contemplativa più alta e la donazione più piena ai fratelli. Questo dobbiamo vivere. D’altra parte non si potrà mai vivere questa donazione totale di noi stessi ai fratelli se prima non siamo mandati, se cioè non abbiamo vissuto quest’unione perfetta con Dio. D’altra parte, anche se voi date la vostra vita per i fratelli, non vale nulla il vostro dono se non è insieme uno col dono di Cristo. Ricordatevelo! Non crediate all’efficacia delle vostre opere: sono tutte gravi illusioni. Si crede all’efficacia delle nostre azioni, al successo, ma se si dovesse credere a questo dovremmo restituire la tessera di cristiano, perché il successo di Nostro Signore è stato piuttosto misero: è morto sulla Croce! E tuttavia è proprio da quella morte che è dipesa la salvezza degli uomini. Le nostre opere valgono soltanto se noi le viviamo nel Cristo, se è il Cristo che opera in noi. Quello che vale è la carità di Cristo. Se tu dai il tuo corpo alle fiamme e non hai la carità, che cosa vale? Se tu dai tutti i tuoi beni ai poveri e non hai la carità, che cosa conta (cf. 1Cor 13, 3)?

Quello che conta è il Cristo che vive in noi. Solo il Cristo è il Salvatore, solo nel Cristo è la salvezza.

Ritiro a Firenze del 19 marzo 1989

 

Uomini con gli occhi aperti (1972)

Come un giorno l’umanità del Signore soggiacque alla morte e Gesù fu posto nel sepolcro nell’attesa della resurrezione, così vi sarà un tempo – sembra dall’Apocalisse – in cui sembrerà che anche la Chiesa sia venuta meno: sembrerà e sarà il momento più pauroso della storia del mondo.

Nietzsche stesso, quando ne parla nel libro La gaia scienza, sembra avere il terrore di questo vuoto che creerà nella coscienza degli uomini la morte di Dio; sembrerà che non vi sia cammino che porti a salvezza, sembrerà che la vita degli uomini sia abbandonata a se stessa, sembrerà davvero che gli uomini siano abbandonati all’assurdità, al non senso, sembrerà che più nulla dia loro certezza, luce e vita. Saranno due o tre giorni, ma saranno i giorni in cui il Cristo anche nella sua umanità storica riposò nel sepolcro; un tempo certamente molto breve, da quello che dice l’Apocalisse, ma tale da far sentire questo vuoto, sperimentare questo orrore, vivere questa angoscia.

Vi siamo giunti? Non lo so, non vogliamo essere profeti di cattivo augurio. Non si tratta di essere profeti, ma ci siamo giunti se dobbiamo constatare già questa impotenza della Chiesa, questo vuoto di Dio che sembra lasciare gli uomini nel terrore di una loro solitudine. Ci domandiamo intanto se veramente gli uomini lo avvertono: chi è Dio per gli uomini di oggi? Non dico questo per quanto riguarda coloro che sono lontani, lo domando per noi: chi è Dio per gli uomini di oggi, anche per coloro che dicono di credere? Davvero la nostra fede fa realmente presente Dio nella vita del mondo? La nostra fede fa realmente presente Dio nella nostra medesima vita? Quante volte noi stessi abbiamo l’impressione che la nostra fede sia soltanto un grido senza eco, quante volte anche a noi sembra che la fede stessa che noi possediamo sia soltanto un’esperienza di vuoto. Non è detto che l’esperienza di un abbandono di Dio implichi di per se l’abbandono di Dio; anzi, la rivelazione suprema di Dio nella vita del Cristo è la Sua Passione, quando Egli prega e Dio non l’ascolta, quando Egli grida: “Dio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. Ed è il Figlio di Dio; tuttavia Egli volle provare nella sua esperienza umana questo senso di smarrimento, questo sgomento di un abbandono del Padre. Così può essere che anche i cristiani siano chiamati a vivere nella loro vita di fede questa esperienza di vuoto, di solitudine, di impotenza, di debolezza, di silenzio. Il silenzio di Dio!

E badate che questa esperienza non è affatto indice di una minore vita spirituale in coloro che credono; forse è anzi indice di una più alta esperienza religiosa perché via via che l’uomo ha una reale conoscenza di Dio tanto più è portato a non confondere i suoi sentimentucci umani e le sue piccole idee umane con Dio stesso. Non potrebbe mai credere che quelle idee che può farsi di Dio siano il segno reale di una sua Presenza.

Anche nella vita stessa dell’uomo, si ha proprio questa impressione studiando la spiritualità cristiana. In questi ultimi secoli i più grandi santi non hanno vissuto una mistica dei gusti divini come santa Teresa; hanno vissuto l’orrore del vuoto, hanno vissuto il senso dell’abbandono, lo smarrimento di una solitudine estrema. Sembra che Dio non si possa fare presente nel cuore dell’uomo e anche nel cuore del mondo se non in quanto scava nel cuore dell’uomo e del mondo un abisso che sia capace della sua divinità. Non vi è rapporto fra la creatura e il Creatore che l’aprirsi del nulla ad accogliere il tutto di Dio, ma per accoglierlo bisogna che questo vuoto si apra, cioè che la creatura sperimenti il suo vuoto, la sua debolezza, l’orrore della sua vita nella sua povertà estrema.

Siamo giunti a questo? È una domanda che mi facevo (…).

L’Apocalisse ci rivela che la Chiesa dovrà vivere come corpo mistico di Cristo Signore quello che ha vissuto l’umanità storica di Gesù; Gesù è passato attraverso un suo cammino di silenzio, di umiltà, con la vita pubblica in cui ha esercitato un suo reale potere, poi la passione, poi la morte, e poi finalmente la resurrezione e l’ascensione al cielo.

Quello che ha vissuto Gesù nella sua vita mortale dovrà viverlo la Chiesa, la quale altro non è che il Cristo, tutta l’umanità che si raccoglie nel suo corpo per vivere il suo stesso mistero (…). Ma a che punto noi siamo giunti di questo cammino che l’umanità deve percorrere, per partecipare al mistero stesso del Cristo? Si può pensare che l’umanità sia giunta davvero a quel punto in cui l’umanità di Gesù – terminata la vita pubblica – inizia la sua passione per entrare nel mistero della morte? Non lo so, dicevo, ma so che se noi avessimo iniziato questo cammino per entrare attraverso la passione nella morte del Cristo, noi dobbiamo aspettarci sempre di più che questo silenzio di Dio si faccia profondo e universale e in più dobbiamo aspettarci che il senso della nostra solitudine divenga sempre più paurosa e sembri anche a noi cristiani che il cristianesimo stesso non sia più che una favola e sembri realmente anche a noi cristiani che Dio non sia più che un’invenzione degli uomini e che non abbia un contenuto reale la nostra fede, che non abbia un contenuto reale la nostra speranza e che l’uomo non sia che una creatura di un giorno, che non viva che per la morte e per il nulla.

(…) Non siamo degli uomini che non vogliono accettare quello che sembra evidente: il vuoto di tutto. Noi dobbiamo farcele queste domande, miei cari figlioli, perché non dobbiamo stare con gli occhi chiusi. Se Giovanni nell’Apocalisse ci ha parlato è perché teniamo gli occhi aperti, non perché li teniamo chiusi, perché noi comprendiamo che Dio ci può chiamare attraverso questa esperienza, in modo che – avendocela annunciata di già – non debba distruggere la nostra fede e la nostra speranza ma faccia sì invece che la parola di Dio, la fede e la nostra speranza passino e vincano trascendendo questa solitudine paurosa in cui l’uomo si sente inghiottito come dal nulla.

Piccoli esercizi a Bagheria (PA), 27 novembre – 3 dicembre 1972

Monaci nel deserto del mondo (1971)

Un teologo ortodosso, Pavel Evdokimov, diceva che con Serafino di Sarov era nato il monachesimo interiorizzato. Ora, noi siamo dei monaci, ma i monaci nuovi. Non i monaci che vivono in clausura, non i monaci che vivono lontano dalle città, nel deserto, ma vivono in mezzo al deserto del mondo, in mezzo al deserto di Modena, in mezzo al deserto di Firenze, in mezzo al deserto di Napoli, in mezzo al deserto di New York.

Ecco quello che noi dobbiamo essere. E la cosa più importante per me è proprio quello che vi dico stasera: abbiamo voluto dedicare questa casa a San Sergio per richiamarci, attraverso San Sergio, attraverso San Serafino, a quello che è il monachesimo nuovo che oggi si impone ai cristiani. Vivere una vita dedicata a Dio, una vita che sia testimonianza della presenza di Dio nel cuore dell’uomo. Vivere questa testimonianza nelle nostre case, nel lavoro, nell’insegnamento, nella famiglia; viverla nel deserto delle città, perché le città sono deserte di Dio. Che vuoto pauroso! È più vuota oggi la città di Dio di quanto non sia vuoto il deserto. È veramente nelle nostre città che, oggi, non si conosce più Dio, che non si sa più nulla di Lui.

Ecco, allora: noi vogliamo vivere come monaci, come testimoni del Dio vivente in mezzo a queste città!

Ci sentiamo soli, non soli perché gli altri sono lontani, ma soli perché gli altri non posseggono più il Signore. Ci sentiamo testimoni sempre più rari di una divina Presenza. E per questo ci sentiamo impegnati a trasfigurarci nei confronti del mondo. San Serafino di Sarov si trasfigurò: anche noi dobbiamo trasfigurarci nella dolcezza e nell’umiltà, in modo che tutta la nostra vita dica Dio agli uomini, riveli Dio e la sua carità; riveli la sua luce, doni al mondo la sua pace, la sua gioia.

Non abbiamo più bisogno dei santi che stanno nelle nicchie, di cartapesta o di gesso, ma di santi in carne e ossa che guardano, camminano, servono gli uomini e intanto danno testimonianza di vita divina. Lo Spirito Santo è lo Spirito che dona la vita.

Non siamo soltanto delle anime pie: è troppo poco! Dobbiamo essere dei santi e dei grandi santi, pur continuando nel nostro lavoro. Dobbiamo imporre noi, agli altri, la Presenza di Dio, proprio perché gli uomini non la cercano più. È Dio che cerca gli uomini attraverso di noi. E noi dobbiamo andare in mezzo agli uomini per portare ovunque la Presenza di Gesù. 

Quale grande vocazione è la nostra! San Francesco è nulla in paragone di quello che dobbiamo essere noi. Ve lo dico schiettamente. È vero. San Francesco portava Dio in un mondo che ancora conosceva Dio; noi dobbiamo portarlo in un mondo che non Lo conosce più. Ora c’è bisogno di una santità molto più grande, anche se di forme nuove, per dire che Dio è; e Dio è la Santità. Anche quelli che vorranno vivere nel quarto grado della Comunità, se un giorno il quarto grado ci sarà, non dovranno chiudersi nella clausura e nel silenzio, ma vivere come Serafino di Sarov negli ultimi cinque anni della sua esistenza, in mezzo agli uomini, per donarsi agli altri e, intanto, vivere una vita tutta divina.

Tutto questo impone un esercizio eroico di virtù come vivevano i padri del deserto? Direi qualche cosa di più e qualche cosa di meno. Fede luminosa, preghiera continua e viva. Dobbiamo essere anime di luce nelle quali si riflette tutta la bellezza del cielo. Come noi saremo testimoni di questa nuova santità, lo sa Iddio. Ma certamente Dio compirà in noi questa santità se saremo fedeli e se saremo docili allo Spirito Santo: tutto il nostro dovere è di essere docili allo Spirito Santo. È Lui solo che ci fa santi. E lo Spirito Santo si dona a ciascuno (…).

Una cosa perciò vi chiedo: dovete credere alla vostra vocazione perché certamente il primo dovere che si impone per essere santi è credere all’amore di Dio, ad un amore personale, ad un amore infinito per ciascuno di noi, anche se siamo poveri peccatori, misere ed imperfette creature. La nostra imperfezione non è un limite, non è un ostacolo all’onnipotenza di Dio. Se noi crediamo a questo amore, Dio potrà trasformarci. Non sono io che lo spero, è la Chiesa che vi vuole santi, è Dio stesso, in un momento così grave, così triste per la Chiesa e per tutta l’umanità. Oggi mancano i santi.

La nostra vita non ci impedisce di essere santi nella famiglia, nella città, ovunque. Non è presunzione, per noi, tendere alla santità: vi siamo obbligati! Iddio ci chiede questo! E la santità nostra sarà per il bene dei fratelli. Nessun incontro fra gli uomini avviene che non sia pieno di responsabilità eterna per ciascuno di noi perché, quando io mi incontro con un’anima, è il Cristo che s’incontra con quest’anima per la sua salvezza. Ogni incontro ha il suo peso di responsabilità per te: ti donerai nel silenzio, nella dolcezza, nella tua umiltà, nella tua disponibilità. Ti donerai nella gioia e nella fede.

Questo dobbiamo vivere.

Ritiro a Casa San Sergio (FI) del 2 giugno 1971