mercoledì, Giugno 26, 2019

La distanza tra l’idea e la realtà (1979)

Fra l’idea e la sua realizzazione pratica c’è sempre una distanza notevole. Tra il pensare una cosa e il realizzarla vi è sempre uno iato (…). È per questo che spesso la nostra vita spirituale è fatta più di velleità che di volontà, più di sogni che di realizzazioni concrete. E non solo per quanto riguarda la vita religiosa, ma anche per quanto riguarda la vita umana: bisogna fare sempre una tara su quello che ci eravamo proposti. Questo che è vero per l’uomo, tanto più è vero per il cristiano. A causa della distanza che c’è fra l’idea e la realtà su un piano puramente naturale, è già un cammino grandissimo quello che deve compiere l’uomo; se poi l’uomo si propone un ideale che trascenda la stessa natura, che implichi la comunione con Dio, allora il cammino rimane infinito.

Si ha l’impressione, vivendo nella Chiesa, che noi diamo soltanto una testimonianza d’ipocrisia, come dice Gesù nel Vangelo. Parlo di ipocrisia in senso buono. Si parla di Dio, ma quando l’abbiamo conosciuto? Chi è tra voi che è morto per Lui? La nostra vita è falsa, interiormente falsa; non perché vuol essere falsa (questo sarebbe molto grave), ma perché scambiamo i nostri propositi, le nostre idee con la realtà. Ora, se è già difficile la realizzazione di un nostro programma sul piano naturale, se anche nelle cose umane i conti non tornano mai, tanto che dobbiamo contentarci sempre di una realizzazione molto relativa, voi pensate che sul piano della grazia i conti tornino meglio? Saremmo anche di poco cervello a pensarlo. La nostra vita merita la condanna di Gesù: siamo degli ipocriti. Lo dico anche a me, ma lo dico anche a tutti voi; non escludo nessuno. Siamo tutti degli ipocriti! Parliamo di Dio, ma quando l’abbiamo conosciuto? Parliamo di Dio e che cosa abbiamo fatto per Lui? Parliamo di Dio… e chi è questo Dio? L’ipocrisia in noi non nasce dalla volontà di essere falsi, ma dalla presunzione di credere di aver realizzato una verità che ci trascende talmente che neppure riusciamo, nemmeno lontanamente, ad abbracciare, a comprendere.

Miei cari fratelli, l’unica cosa che ci salva, se vogliamo essere salvi sul piano di Dio, è un’umiltà, la più profonda e la più vera. Sentirci sempre ad infinita distanza, nonostante che Dio ci solleciti, nonostante che la Sua grazia continuamente ci sospinga. Sentire questa infinita distanza é l’unica garanzia di esser nella verità. Non è forse vero che i santi, quanto più sono santi, tanto più si sentono peccatori? Ma non lo so se voi vi sentite più lontani da Dio oggi di quando non avevate sentito nemmeno parlare della Comunità, di quando voi eravate del tutto lontani da Dio e non volevate saper nulla di Lui. Vi sentite più peccatori ora o allora? Se vi sentite più peccatori ora, si può dire che le cose non vanno proprio male, perché è evidente che non ci si accosta a Dio che nella misura che abbiamo la percezione di questa sproporzione infinita che vi è fra noi e la divinità, fra noi e la santità assoluta di Dio. San Francesco si sente peggiore di Lucifero. Se dicessi a voi che siete peggio del diavolo, voi mi mandereste davvero al diavolo. San Francesco disse che era peggiore di Lucifero, proprio negli ultimi anni della sua vita, quando si trovava sul Monte della Verna e riceveva le stimmate. Perché si sentiva peggiore di Lucifero? Ma perché aveva la conoscenza reale di Dio più di quanto ne abbiamo noi, e perché aveva una vera conoscenza di se stesso. Noi ci illudiamo troppo facilmente.

Tutto quello che vi dico non ve lo dico per scoraggiarvi; no, assolutamente. Perché volete scoraggiarvi dal momento che Dio vi ama? Non è che noi possiamo avere un incoraggiamento dal sentirci buoni; l’incoraggiamento può venirci soltanto dalla pietà di Dio, dalla pazienza che Egli ha verso di noi. Se dovessimo avere un incoraggiamento dal fatto che siamo buoni o abbiamo fatto qualche cosa, non meriteremmo nemmeno di esser detti cristiani. Ma la nostra fiducia rimane soltanto l’infinita pazienza di Dio che ci sopporta, l’infinito amore di un Dio che, nonostante tutto, ci vuole per Sé. Non poggia in altro la nostra fiducia che in Lui, non in noi.

Esercizi spirituali a Frascati (RM), 3-7 settembre 1979

Una responsabilità infinita (1977)

C’è una perdita di coscienza oggi: un perdere coscienza, un perdere il senso della propria responsabilità: siamo bambini! È duro essere uomini, vivere come uomini, anche sul piano della Chiesa, sentirci impegnati veramente ad assumere in pieno la responsabilità di una missione universale di salvezza, dalla quale dipende, davvero, tutto l’universo. È difficile, è duro. Dio ci ha caricato di una responsabilità infinita, veramente di una responsabilità infinita.

E noi che cosa si fa? Si cerca di scaricare questa responsabilità, e si parla di ‘cristiano nuovo’. Tutti siamo cristiani! Si cerca di mimetizzarsi con gli uomini, cercando di non qualificarci più come cristiani, come cattolici. È questo il nostro modo di agire oggi. Mi sembra che questo sia il modo di agire, veramente, di gran parte, direi, anche della Chiesa. Ed è questo che distrugge la Chiesa.

Ma se questo è vero per la Chiesa, questo è vero anche per i singoli, per noi uomini, nei confronti di Dio. Anche come uomini, noi non abbiamo la capacità o, almeno, vorremmo scaricarci di questa capacità di rispondere per noi stessi a un destino, a una vocazione troppo alta, troppo grave per noi. Si cerca di fare del nostro meglio, poi il Signore chiuderà gli occhi.

Avete presente la grande pagina di Dostoevskij in Delitto e castigo? Marmeladov ubriaco dice: «Dio alla fine aprirà tutte le porte e dirà: “Venite voi ubriaconi, adulteri… venite, entrate…” e tutti ci porterà in paradiso». Può essere benissimo che chiami anche adulteri e ubriachi, se sono bambini. Ho paura che non ci sia posto per me, perché io non sono né ubriaco né adultero. Cioè, può darsi benissimo che io, che sono uomo, sia rifiutato. Effettivamente si impone che anche come uomini, nei riguardi di Dio, si assuma la piena responsabilità di una piena risposta al Signore, e sentiamo quanto grave è la fiducia che Egli ci ha dato, da far dipendere dalla nostra risposta la salvezza nostra e la salvezza degli altri.

Mi sembra che quello che oggi manca, sia nei singoli che nella comunità cristiana, e poi anche nella comunità cattolica, è proprio il senso della responsabilità piena, la consapevolezza di quello che il Signore ci chiede, di quello che fa dipendere dal nostro atto; Dio ci vuole uomini veramente responsabili e coscienti di quello che Egli vuole da noi, e di quello che dipende da una nostra risposta. Oggi si parla sempre di cristiani adulti, e di uomini adulti, di uomo adulto, di cristiano adulto: in realtà non siamo altro che dei bambini.

L’uomo oggi si riduce ad essere soltanto una piccola rotella manovrata dai partiti, dallo Stato; si cerca sempre più di togliere all’uomo ogni senso di una responsabilità personale, ogni senso di consapevolezza nello scegliere quello che vuole vivere. Si tende sempre più a far questo: mai l’umanità s’è fatta più bambina. Non è questo che il Cristianesimo vuole. Parlando di essere adulti, noi non ci si accorge di essere bambini, ma essendo bambini, noi dobbiamo prender coscienza, invece, della nostra necessità di crescere, di crescere proprio nel senso di una responsabilità sempre più reale, piena, non solo nei riguardi di noi stessi per tutta l’eternità, ma nei riguardi anche dei nostri fratelli.

Il cristiano, il cattolico, se non può vivere una sua risposta a Dio che nell’amore anche verso i fratelli, non può acquistare una piena responsabilità della propria vita senza acquistare insieme il senso di una responsabilità che lo investe nei confronti del mondo, nei confronti degli altri uomini. Ed è veramente grave e pesante quello che Dio ci chiede. Ci chiede che noi prendiamo coscienza che dipende da noi la salvezza del mondo: da noi!

(…) Tu sei un politico, tu sei un insegnante, tu un ginecologo; avete in mano l’anima e il corpo. Non vivete queste funzioni semplicemente sul piano umano come professioni umane: siete cristiani! La professione che esercitate nel mondo, immediatamente, in quanto siete cristiani, acquista una dimensione che è di una gravità estrema, una dimensione cioè di una vostra partecipazione al sacerdozio di Cristo. Perché l’attività umana di ogni uomo che si svolge nel mondo è sempre, per il cristiano, la partecipazione reale al sacerdozio del Cristo.

Ritiro a Merano (BZ), 13 febbraio 1977

Unità (1970)

Non c’è bestemmia più grande che parlare di vita futura; la vita futura è l’eternità, e l’eternità è presente. Così si sbagliava tante volte noi cattolici e noi cristiani, quando si parlava della salvezza dell’anima. Come non si può parlare di salvezza dell’anima, così è un errore parlare di vita futura. Intendiamoci, questo linguaggio forse continueremo ad usarlo, così come si usa il linguaggio del sole che cade, che tramonta; è un linguaggio umano, ma noi dobbiamo renderci conto dell’imperfezione. Questo linguaggio ci può condurre in errore perché in realtà l’uomo è uno. E non soltanto io sono uno, ma sono uno con voi, sono uno con Dio in Cristo Gesù; nessuna divisione. L’inferno è la divisione. Vivere per me vuol dire vivere sempre più anche sul piano psicologico, anche sul piano morale, la mia unità ontologica con tutti. Ecco l’amore. La legge della carità, che non è una legge e non è un impegno di virtù, è l’espressione dell’essere nuovo che in Cristo ci è dato, ossia di essere uno con tutti. Siamo uno nello spirito e nel corpo perché siamo tutti un solo corpo e un solo spirito.

Rendere testimonianza della Resurrezione di Gesù vuol dire rivelare la nostra unità nel Cristo. E questa unità è l’unità della Chiesa, è l’unità della Comunità, unità che il Cristo stesso ha compiuto quando ha restaurato la natura umana nell’unità primitiva. Siamo un solo Cristo, ci dice Paolo, ma nell’unità del Cristo sussistono le persone; anzi l’unità si manifesta in un amore che impegna ciascuno a vivere per l’altro, ad imitazione di quello che avviene nel mistero della Trinità santissima, dove l’unità della natura non solo non è in contraddizione con la distinzione delle Persone, ma si manifesta nel modo più mirabile proprio perché ogni Persona divina è puro rapporto di amore all’altra Persona. Se noi siamo uno, uno deve essere il nostro amore, una la nostra volontà, una la nostra gioia, una la nostra vita; questa unità si deve rivelare nel fatto che ciascuno vive per l’altro e non per sé.

Tutto quello che abbiamo deve essere dono di amore ai nostri fratelli; tutto quello che siamo deve essere puro riferimento di amore all’altro fratello. Il mio paradiso è la vostra salvezza, il mio paradiso non esiste se non nella vostra salvezza, naturalmente, come il vostro paradiso non esiste che per la mia. Tutto quello che conserviamo per noi, che ci è proprio, tutto questo ci perde. Non vi è altra proprietà per il cristiano che quella dell’amore, dell’amore onde noi ci doniamo. Tutto ciò che il cristiano ha, lo possiede realmente nell’atto stesso che lo dona. Questa è l’unica proprietà che ci rimarrà in paradiso: il nostro amore.

Unità vuol dire prima di tutto che noi siamo uno in Cristo, ma vuol dire anche che noi siamo uno fra noi in Cristo Gesù; vuol dire, di più, che noi siamo uno in noi stessi per Cristo. Che cosa distingue infatti il Cristo risorto? Il Corpo glorioso! Vuol dire che non vi è più opposizione fra anima e corpo, ma anche che l’uomo è veramente tutto in Dio, divinizzato. Tutto questo esigerebbe un approfondimento che la teologia occidentale non ha mai fatto. Troppo spesso la nostra teologia è stata appesantita da un certo neoplatonismo, che ha opposto materia e spirito ed ha visto nella salvezza soltanto la salvezza dell’anima in un rifiuto di tutto quello che è corporale e sensibile (…) Molto spesso, quando hanno scritto, sia gli autori spirituali che i teologi, non si sono liberati mai da una certa visione dualistica. (…) Tutto il mio essere umano deve consumare nella gloria di Dio; ecco perché si parla del Corpo glorioso. Il Corpo glorioso del Cristo è tutto pervaso, intriso, rivestito della luce della gloria divina: tutto il Corpo glorioso del Cristo è trasformato dalla divinità. E noi dobbiamo rendere testimonianza della Resurrezione nell’unità dell’essere nostro.

Esercizi spirituali a Brescia, 17-20 settembre 1970

Ascolta (1959)

«Ascolta». È la prima parola della Regola di san Benedetto, è la prima parola che Dio ti dice. Noi dobbiamo vivere in questo atteggiamento. Perciò a noi s’impone prima di tutto il silenzio, il raccoglimento; un’anima dissipata, un’anima che vive al di fuori, un’anima che è impedita di ascoltare è già nell’impossibilità di poter rispondere e perciò anche di poter compiere quello che Dio vuole da lei.

Se l’atteggiamento costante dell’anima è questo ascoltare, naturalmente questo ascoltare suppone come condizione un certo raccoglimento: bisogna fare in modo che le cose non ci leghino mai totalmente, mai il lavoro ci prenda così da renderci indisponibili a Dio. In alcuni momenti della nostra giornata può esser non presente il Signore, la presenza di Dio può offuscarsi perché il lavoro è tale da rendere molto difficile l’avere nello stesso tempo questa visione della divina presenza e l’impegno al lavoro; ma questo non toglie nulla alla santità dell’anima se essa rimane libera interiormente di fronte alle cose, se non si lascia totalmente prendere da quello che fa. Allora, se Dio parla, l’anima lo ascolta. Dio può anche lasciare una certa libertà all’anima perché possa applicarsi alle cose, ma se Egli parla, se prende Lui l’iniziativa di parlare, la trova disposta ad accoglierlo, pronta ad ascoltarlo.

È questa prontezza dell’anima ad ascoltare Dio, è questa disposizione di purezza, di semplicità, di umiltà e di abbandono che rende sempre possibile un incontro divino, un rapporto di amore.

Vedete, una mamma, se deve badare alla cucina, a rimettere la casa a posto… non è tanto presa dal lavoro che fa da non accorgersi se il bambino si sveglia o fa qualcosa che non va bene. Vedete dunque che c’è una certa disposizione dell’anima, una certa attenzione che noi dobbiamo mantenere anche durante il lavoro; nulla ci può dispensare da questa attenzione umile dell’anima, da questa disposizione interiore del cuore ad accogliere la divina parola.

E noi dobbiamo sempre ascoltare, e per ascoltare sempre dobbiamo mantenere questo raccoglimento, questo silenzio, silenzio che potrà essere più o meno grande secondo che Dio parla all’anima stessa e secondo anche la comunicazione che Dio fa di Sé all’anima. E voi dovete cercare di fare in modo che, pur lavorando, non siate mai totalmente presi da quel che fate.

Voi mi potete dire che io dovrei in questo caso portarvi fuori del vostro lavoro, e invece no: la Comunità vi manda a lavorare, vuole che quella continui a insegnare, l’altra rimanga nella tintoria, l’altra rimanga nell’assistenza Sociale. È la Comunità che vuole questo e voi dovete farlo, perché è l’obbedienza che vi manda lì. Ma se vi mando lì, io tuttavia non vi dispenso da questa attenzione. È difficile, certo, mantenere le due cose, ma è facile se amate. L’amore dà sempre all’anima questa possibilità interiore, questa possibilità di attendere a Colui che amiamo, anche durante il lavoro.

Certo, se a un certo punto noi amiamo il nostro lavoro più di Dio, il nostro lavoro ci prende tanto da renderci indisponibili, da totalmente distrarci da Lui. Allora ci vuole uno sforzo grande per ritornare al Signore. Ma se invece amiamo veramente il Signore, nulla potrà mai così occupare il cuore, nulla potrà mai totalmente legare l’anima nostra da renderla indisponibile se Dio ci parla.

Dal Ritiro a Firenze del 15 marzo 1959

L’inferno è l’insensibilità (1973)

Gli uomini si sentono installati in questo mondo, programmano il futuro, prevedono quello che avverrà fra cento anni, l’esplosione demografica, ecc… Fino a poco tempo fa, vi erano soltanto i profeti che sapevano che cosa aspettasse l’umanità; oggi sono gli scienziati. Psicologi, tecnici, ingegneri, medici: tutti sono profeti, tutti programmano il futuro, tutti hanno in tasca i millenni che verranno. Nei primi secoli i cristiani attendevano con ansia, con sgomento anche, e con desiderio, la seconda venuta. La invocavano. La loro preghiera non s’innalzava a Dio che come aspirazione, che come implorazione della seconda venuta.

“Il Signore viene”, “Vieni Signore Gesù!”… Oggi l’hanno rimesso nella liturgia; subito dopo la Consacrazione, si ricorda non solo la morte, la resurrezione, ma anche la parusìa, la seconda venuta. E dopo il “Pater noster” di nuovo si dice che noi attendiamo: “nella speranza della seconda venuta”. Tutta l’assemblea vive questa speranza.

Non so quanto queste parole siano vere; non credo che tutti noi viviamo veramente nell’attesa di questa seconda venuta. E allora si dicono soltanto delle bugie, perché non si vive quello che si dice. Eppure a questo ci richiama oggi la parola di Dio; attraverso l’A.T. come attraverso l’apostolo, come attraverso Gesù. Tutto è imminente, tutto è per scoppiare. Ma noi non viviamo in questa attesa: siamo tranquilli, calmi, mezzi addormentati. Non abbiamo il senso di questa imminenza, il senso che Dio è qui. E se i nostri sensi sono così ottusi da non percepire questo entrare di Dio nella nostra vita, noi siamo già esclusi; siamo già nell’inferno, siamo già estranei al mondo di Dio. E credo che questa umanità sia in gran parte estranea al mondo di Dio, io credo che la massima parte degli uomini vada all’inferno. Perché che cos’è l’inferno se non questa insensibilità nei confronti di Dio? È il fatto che non si vede, è il fatto che non si ascolta: l’inferno è questo, Ora, quanti sono gli uomini che ascoltano Dio e Lo vedono oggi?

Noi sappiamo – l’abbiamo detto tante volte – che siamo già in Paradiso. Perché siamo in Paradiso? Perché attraverso i sensi spirituali noi abbiamo una certa esperienza di questa presenza divina. Veramente il tempo è venuto, veramente tu devi aprire gli occhi e vederLo, veramente tu devi aprire le tue orecchie e ascoltarLo. Se non lo ascolti, se non lo vedi, sei già rigettato. Sei già all’inferno. Dio è estraneo a te e tu sei estraneo a Dio, e questo mondo che crede di fare a meno di Dio, già è mondo infernale, già è mondo dannato, è la “massa dannata” di cui parlava Agostino. Dio non ha bisogno di condannare gli uomini, perché già San Pietro nel discorso dopo la Pentecoste ci dice che tutta l’umanità è già condannata. E soltanto in questo incontro che ognuno di noi (…) deve fare con Lui, in questo incontro ognuno di noi si salva (…).

A noi sembra che la creazione abbia una sua stabilità, una sua consistenza, ma è la consistenza della nebbia, è una consistenza labile. È una figura, una scena, null’altro. Lo so bene, se dovessi parlare a dei giovani queste mie parole potrebbero avere un qualche carattere retorico, ma per chi è giunto alla mia età non hanno più nessuna retorica. Io non mi sono accorto di nulla: mi sembra ancora di avere dieci anni, e forse è lo stesso per chi ne ha 95. Crediamo che ci voglia un grandissimo tempo per passare la vita; ed è appena un lampo fra la tenebra che precede e quella che segue e che è eterna. Questa è la vita. Tu sei preservato dalla rovina solo se in questo tempo di attesa, solo se in quest’istante in cui la lama è per scendere sul tuo capo, in quest’istante tu ascolti la sua parola e la vivi. Ti è data questa vita, ti è dato questo lampo di tempo, solo perché tu apra gli occhi e possa contemplare il suo volto; solo perché tu possa aprire le orecchie e tu possa ascoltare la sua parola. Non ha altro senso la vita; che senso potrebbe avere, se è appena un lampo nella tenebra fonda? Che senso chiedi tu alla vita, se vita non è questa attesa, questo momento che precede una eternità di rovina o una eternità di amore? Ed è rovina il fatto che tu non lo veda. Finché tu non lo vedi rimane il buio, la tenebra della solitudine fonda. Ma se tu ti incontri con Lui, se tu Lo vedi negli occhi, allora davvero questo momento che fa presto a passare, diviene per te come l’aprirsi di un mondo, diviene per te come l’entrare nel regno, diviene per te una comunione infinita ed eterna di amore (…).

Ritiro a Casa San Sergio (FI) del 21 gennaio 1973

Meglio l’idolatria che il nulla (1969)

Se i cristiani avessero fede! Papa Giovanni l’aveva e nelle sue mani i nodi più intricati erano sciolti. Gli altri che si affidano alla politica, alla diplomazia, all’economia, non levano un ragno da un buco, perché l’operazione umana è sempre, di per sé in questo piano, inefficiente. E allora meglio la rivoluzione totale dei comunisti o dei maoisti! O c’è Dio, o non c’è altro. E guardate, l’unica alternativa alla rivoluzione e allo sconquasso – non illudiamoci! – è veramente questa fede eroica di uomini che, non rinunciando a un ideale che non è utopistico perché è una promessa di Dio, divengono strumento reale, efficace nelle mani dell’onnipotenza divina nella misura che essi hanno fede. Per dirlo in altre parole: che cosa esige il mondo di oggi? In mancanza di santi si affida a Che Guevara, a Camillo Torres o magari a Mao. Ma se ci fossero i santi!

Rendiamoci conto che è anche questo il fuoco che ha portato Nostro Signore; soltanto che qua è un fuoco alimentato soltanto da uomini che hanno la stessa aspirazione, sentono lo stesso bisogno di redenzione universale, ma non si affidano a Dio. Ma per non affidarsi a Dio bisogna che credano nella loro opera, bisogna che compiano l’atto che al loro sguardo è il più efficiente, anche se calpesta gli altri. Chi non ha fede come fa a rispettare gli altri? Ma io ho fede e penso che Dio agisce in modo misterioso attraverso la mia docilità, attraverso la mia fede; e non so nemmeno io come fa, perché umanamente non so spiegarmi come l’opera di Giovanni XXIII, così banale, avesse un’efficacia così divina, ma è Dio che, attraverso lo strumento che è docile, opera. L’efficienza dipende precisamente dal contatto, dall’armonia dell’uomo con la divinità.

(…) Gli uomini di oggi, dato che non hanno fede e che non ne ha più neanche chi dovrebbe parlar di Dio, a chi si affidano? A due tipi di santi: ai violenti che non hanno scrupoli – Hitler ieri, oggi Mao – oppure ai divi del cinematografo o ai cantanti di musica leggera: questi son divenuti veramente gli idoli della folla! Ed è una cosa meravigliosa, questa, perché ci dice il bisogno da parte dell’uomo di essere guidato. Ecco perché, dicevo, in tutto quello che ora avviene, noi avvertiamo davvero la potenza dello Spirito che agisce nel cuore dell’uomo, che agisce nella massa umana. Non agisce personalmente in ciascuno per portarli al bene, ma agisce come lievito che impedisce all’acqua di putrefarsi, impedisce a questa umanità di adagiarsi nel vuoto, in una passività senza fine. Perciò non dobbiamo deprecare l’esistenza dei maoisti universitari: soltanto dobbiamo fornire loro un altro ideale. Cioè soltanto se noi sapremo sostituire davvero non all’esigenza di una realizzazione ma al mezzo di realizzazione il mezzo che solo è efficace, cioè Dio, soltanto nella sostituzione di questo Dio che solo diviene efficace a realizzare questo ideale, noi possiamo pretendere che gli uomini rinuncino ai loro falsi idoli. Ma meglio che ci sia un’idolatria piuttosto che il nulla! L’umanità non potrà mai rassegnarsi al nulla: deve per forza tendere a quello che Dio le ha fatto sperare, che Dio le ha promesso. Soltanto, se Dio cessa di essere vivo, l’uomo lo vuol raggiungere coi suoi mezzi e attraverso la sua vita. E lo vuol raggiungere subito, perché non può aspettare domani.

Non andiamo a cercare responsabilità altrove! La responsabilità di tutto questo travaglio, se non ha trovato la via giusta per essere docile all’azione di un Dio che vuol portare l’umanità al suo compimento ultimo, è dei cristiani. Questa crisi mi fa veramente paura: io ho l’impressione che tutto dipenda da una mancanza di santità, di fede in tutti noi, in coloro che ci guidano, in tutti. Non ci sono più santi.

Adunanza a Firenze del 2 marzo 1969

Lo stupore di fronte alla bellezza (1964)

La vita monastica implica un rapporto costante col mondo di natura. Per questo i monaci scelgono i monti o le valli, le foreste o i deserti, vivono sulle rive dei fiumi. Carlo de Foucauld insegna l’importanza che ha avuto nella sua vita religiosa il deserto. Nulla può sostituire per la vita contemplativa questo rapporto umile con una creazione che ancora parla di Dio.

Dobbiamo imparare di nuovo a gustare le cose, dobbiamo imparare di nuovo a meravigliarci, ad aprirci allo stupore dinanzi alla bellezza del mondo, dinanzi al silenzio dei cieli, dinanzi alla vastità dei mari, dinanzi all’umiltà del bambino, dinanzi a tutto quello che è puro. È necessario impararlo di nuovo.

Capisco quanto sia difficile per molti che vivono nelle città, vanno all’ufficio. La vita monastica implica il ritorno dell’uomo a un contatto più verginale con le cose. Bisogna che non si ottunda in noi il senso del sacro; bisogna che siamo sollecitati continuamente a un incontro con Dio attraverso tutte le cose, con un Dio che è bellezza più grande dei cieli, con un Dio che è vastità più grande dei mari, ed è luce più pura del giorno, ed è notte più fonda di ogni notte, ed è stabilità più ferma della roccia. Non sono questi i nomi di Dio? Egli è la Roccia, Egli è il Fuoco, Egli è la Montagna, Egli è il Cielo. Non perché il mare, il cielo, non perché il fuoco si identifichino con Dio, ma perché nel fuoco, nella luce, nel mare io non incontro che Lui.

Attraverso tutte le cose la mia comunione è con Dio che attraverso tutte le cose si rivela e si comunica a me. Non dobbiamo lasciarci prendere dalla fretta, dobbiamo saper gustare le cose. Rimandiamo sempre al minuto che sopravviene all’incontro. Hai da andare a far la Comunione? Ma intanto guarda il cielo com’è bello: è già questa una comunione con Dio. Hai da andare a fare scuola? Devi prendere il treno, il biglietto? Fermati un istante a guardare com’è bello il mare!

Non lasciamoci prendere dalle cose, non ci lasciamo usare dalle cose. Sappiamo invece mantenerci in umile attenzione perché le cose possano parlarci così come dice il salmo: “I cieli narrano la gloria di Dio”. Non soltanto i cieli, ma anche i monti, il mare, anche l’uomo: tutte quante le cose!

Nel mio contatto con tutto, nel mio incontro con le cose io debbo incontrarmi con Lui, che attraverso tutto mi viene incontro. Certo, questo incontro è un incontro reale ma nell’oscurità più fonda. Io non vedo il Suo volto; ho il presentimento soltanto di una Sua presenza, di una Sua realtà, che non somiglia alle cose, e pur tuttavia le cose mi fanno presente. Sappiamo attendere e gustare: la nostra anima ritorni verginale. Finché non ritorniamo ad essere capaci di questa gioia che è lo stupore di fronte alla bellezza, noi non riusciremo a essere veramente delle anime che vivono in una comunione costante con Dio.

Verso la visione, Edizione Morcelliana 1964, pp. 50-51

Una piccola lente che raccoglie tutta la luce (1986)

Vivere l’unione con Dio nella comunione di tutti i santi vuol dire essere come la lente che raccoglie tutta la luce del sole. Siamo una lente piccina davvero, se ci misuriamo con l’universo, ma siamo una lente che deve raccogliere tutta la luce; così anche nel cuore dell’uomo tutto il mondo deve farsi presente. Ecco il nostro impegno: vivere nella Chiesa ed essere la Chiesa nella misura che egli, essendo lo Sposo, mi comunica tutto se stesso (…).

Forse finora vivere una spiritualità ecclesiale voleva dire per voi soltanto fare il catechismo o spazzare la chiesa. La nostra carità non deve escludere nulla, però l’atto umile, semplice, che ci può essere chiesto, deve essere segno di una carità universale, che testimonia una purezza, una pienezza di amore che ci fa uno con tutti, che fa tutti uno con noi (…).

Quante anime mi hanno detto: «Ma io faccio a meno dei santi, vado diretto a Dio». Forse Dio si fa trovare al di fuori di questa carità universale che tutto abbraccia, forse l’esperienza tua di Dio può essere più grande, più vasta, più profonda di quella di una santa Teresa, di quella di un sant’Agostino? Chi pretendi di essere? Dio ha comunicato alle anime tanta ricchezza di vita perché tu possa riceverla da loro, perché i santi posseggono il dono di Dio per donarlo, per comunicarlo a te che sei più che un fratello, al quale essi tutto debbono dare nella loro carità. Io debbo donare tutto, ma debbo anche saper ricevere tutto.

È significativo che nella spiritualità monastica, più ortodossa delle spiritualità moderne troppo legate alla psicologia, uno dei doveri fondamentali della vita religiosa fosse la lectio divina che non è soltanto la lettura della Sacra Scrittura, ma anche dei libri di tutta la tradizione monastica e teologica: i Padri della Chiesa, i monaci. San Tommaso ogni giorno leggeva in ginocchio una conferenza di Cassiano. Egli era certo più grande di Cassiano, eppure si sentiva debitore a lui e a tutti coloro che l’avevano preceduto. Conosceva i filosofi ebraici – Maimonide -, quelli arabi -Averroè, Avicenna -, conosceva i monaci e la loro teologia, conosceva i Padri. Egli possedeva nel cuore tutta la tradizione e ne era il testimone perché egli aveva assimilato, assunto ogni valore di cultura, di conoscenza di Dio. Egli è divenuto il più grande Dottore della Chiesa non con un’esperienza individuale di Dio, ma in un dilatarsi della sua anima ad abbracciare ogni cosa. Così egli ha vissuto un’altra grande, profonda, vasta conoscenza del mistero di Dio.

(…) Vivere il mistero della Chiesa vuol dire aprirci ad accogliere tutti e vivere sempre più la vita dell’universo. Tutta la tradizione deve in qualche modo coagularsi e farsi presente in ciascuno di noi; essa non consiste nei libri, che sono roba morta, ma è una corrente di vita che giunge fino a me attraverso tutti i rivoli; la teologia orientale, la teologia occidentale, la teologia francescana, la teologia domenicana, la santità di Teresa, la santità di Francesco. Tutto confluisce e si fa presente in me. La tradizione è la trasmissione della vita e avviene nella tradizione ecclesiale come nella vita naturale: attraverso tutte le generazioni ciascuno di noi è l’ultimo frutto. E questo avviene anche nella Chiesa cattolica; la vita procede, di generazione in generazione passa a coloro che vengono. Io debbo sentirmi impegnato a raccogliere tutta questa vita in me per comunicarla poi alle generazioni che verranno.

Cerchiamo allora di dilatare davvero il nostro cuore e di accettare la fatica immensa che ci vuole per vivere la vita cristiana nella consapevolezza, nella coscienza di non poter escludere nulla e nessuno, per identificare la nostra vita a tutta la Chiesa, a tutta la creazione, a tutta la storia del mondo. Gli etruschi, gli egiziani, gli assiro-babilonesi, gli ittiti, vogliono che tutti vivano in me; se nessuno li pensa, essi sono morti due volte. Devono risuscitare e vivere in me. Lo spirito umano è una lente che raccoglie la luce di tutti i secoli e di tutto l’universo; una piccola lente, ma in essa tutta la luce diviene un raggio solo.

Esercizi spirituali del 25-29 giugno 1986 a Paestum (SA)

 

Inferno e paradiso sono qui (1970)

Dio è veramente presente quaggiù: non si può dire che il mondo sia vuoto di Dio, non si può dire che la vita degli uomini sia il silenzio di Dio, non si può dire che Dio è scomparso e non è più presente nel mondo. Se non fosse presente nel mondo, già il mondo si sarebbe trasformato nell’inferno; l’inferno non è altro che questo. E difatti è certo e vero anche questo, che nella misura che noi non crediamo già il mondo diviene l’immagine dell’inferno di domani, perché è vero che siamo già in paradiso, ma si può dire anche che siamo già nell’inferno. L’inferno e il paradiso non sono aldilà, sono già ora: nella misura che tu non credi, nella misura che Dio già ora non si comunica a te, diviene per te veramente non più rivelato, tu sei già all’inferno (…).

L’inferno è già qui, come è qui il paradiso. La morte non porta nessun cambiamento essenziale, tranne questo: il compimento di un’esperienza. Oggi sul piano ontologico siamo quello che saremo domani; sul piano sperimentale, oggi, la mia esperienza di essere in paradiso è minima, così come è minima la mia esperienza di essere all’inferno. Tuttavia anche questo dobbiamo dire: non è vero affatto che l’essere cristiano nella vita presente sia soltanto un fatto ontologico e non anche sperimentale. Vi è un’esperienza cristiana e vi è un’esperienza anche dell’inferno quaggiù. (…) Anche sul piano sperimentale c’è già un certo senso dell’immutabilità dell’essere, c’è un certo senso della pienezza dell’essere; la pace. C’è un certo senso della gioia di essere amati, per te cristiano. Lo stesso è anche di questo essere nell’inferno che è proprio di colui che rifiuta la fede, di colui che non vuol vedere più Dio, di colui per il quale Dio ritorna a non essere rivelato: quest’uomo non perde forse il significato della vita? Può cercare di ubriacarsi, può cercare di affogarsi nelle donne, nei piaceri, in tutto quello che volete; ogni sua angoscia però nel fondo rimane. Egli sente che la sua vita è sospesa nel vuoto, sente che la sua vita non ha nessun senso, sente l’assurdità dell’esistenza. Per me gli scritti più religiosi oggi – anche più religiosi di quelli di Paolo VI – sono gli scritti di Samuel Beckett: non perché sia cristiano, ma perché ci dice questa esperienza dell’inferno dell’uomo contemporaneo. Avete presente in “Giorni felici” la donna prosperosa che viene riassorbita come dalle sabbie mobili? E lei canta e dice: “Oh, com’è bella la luce”. Prega, e nessuno risponde. La vita umana non ha senso, e tu, ubriaco, non te ne rendi conto e intanto affondi: l’inferno.

Inferno e paradiso non sono realtà del tutto escatologiche; sono sì escatologiche, ma non sono realtà che sono future perché l’escatologia già è anticipata. Con il Cristo l’ultima età è venuta, se noi siamo cristiani. E non lo siamo altrimenti; se noi siamo cristiani noi crediamo che col Cristo si sono adempiute le promesse di Dio. Ora, se si sono adempiute le promesse di Dio, già dunque l’umanità è stabilita nel piano ultimo e il piano ultimo è uno solo: il cielo e l’inferno, cioè il vuoto di Dio, ormai totale, o invece la presenza di Dio. (…). L’uomo che non vede più Dio e vive già il vuoto, lo vive in anticipazione, e vive già la sua condanna, la vive in anticipazione, in un’anticipazione reale.

L’inferno e il paradiso non sono di domani, sono di oggi.

Dal ritiro tenuto a Bologna il 5 febbraio 1970

Una spina nel fianco (1967)

Ecco quello che s’impone a noi in quanto apparteniamo alla Comunità dei figli di Dio: essere la presenza viva di Gesù in mezzo agli uomini, essere la testimonianza di Dio per gli uomini che lo hanno perduto. Noi dobbiamo essere questo, dunque non possiamo rinunziare ad essere santi; non si impone a noi che questo. Badate, se la Comunità vi avesse chiesto di fare le infermiere in un ospedale, di insegnare in una scuola cristiana, voi potevate pensare di rispondere alla vostra vocazione per il fatto che eravate dei buoni professori o delle buone infermiere, ma io non vi chiedo di essere delle infermiere, anche se lo siete: io vi chiedo di essere figli di Dio. Ut sitis filii Patris vestri, “affinché siate figli del vostro Padre che sta nei cieli”. Ed essere Figli vuol dire vivere come il Figlio per essere la manifestazione, la rivelazione della santità di Dio in mezzo agli uomini, la santità di Dio che è la purezza, la santità di Dio che è l’umiltà, la santità di Dio che è carità, che è luce. È questo che ci dice la preghiera che diciamo ogni giorno, ma noi non la diciamo mai, forse, come il programma stesso della nostra vita. “Tu sei l’umiltà e amore, Tu sei sapienza, Tu sei pazienza”: tutto quello che Dio è, tu devi esserlo, perché quello che il Padre è si rivela nel Figlio e tu sei il figlio nel quale Dio si vuol rivelare.

Miei cari fratelli, mie care figliole, ora certo sento più profondamente la mia responsabilità nei confronti della Chiesa e nei confronti di Dio, perché se Dio non si è stancato di me io debbo anche rendermi conto che non basta una qualunque virtù perché possa rispondere ai suoi disegni divini. Probabilmente Dio mi vuole un gran santo: non dico nemmeno un santo, ma un gran santo. Sono ben lontano dall’esserlo, ma non posso rifiutarmi dal volerlo divenire, non posso rifiutarmi di tendervi. Si impone una grande santità che sia veramente non solo esemplare, ma una forza che trascini il mondo, che ridoni al mondo la verità e la vita. Quando a tre anni volevo essere arcipapa, in fondo già il Signore mi chiamava a quello che anche oggi io sento: essere una guida per il mondo di oggi, essere una luce per il mondo di oggi, essere una forza per il mondo di oggi, e non posso rinunciarvi. Può sembrare megalomania questa: lo sarebbe se non sapessi fino in fondo quanto sono lontano da essere tutto quello che debbo essere, lo sarebbe se non fossi consapevole che non posso avere altra speranza che nella misericordia di Dio che mi ha sopportato finora e che, nonostante me stesso, ancora mi vuole, non mi ha tolto la vocazione che un giorno mi diede. Sento dunque la mia responsabilità verso di Dio, ma la sento anche nei vostri confronti. La sento perché quello che Dio vuole da me lo vuole anche da voi, e io non dovrei lasciarvi in pace fintanto che voi non sapete rispondere a questa voce divina; non dovrei lasciarvi nella vostra mediocrità, contente, soddisfatte di quello che avete fatto, di quello che fate. Dovrei essere uno stimolo sempre nel vostro fianco, una spina nel vostro fianco, come diceva Kierkegaard di sé, per impedire di riposare. Come il cavaliere con lo sprone stimola il cavallo alla corsa, così io sono vicino a voi.

Ritiro a Firenze, 23 aprile 1967