lunedì, Ottobre 21, 2019

Apostolato sociale

Il Papa [Pio XII] ha affermato che la responsabilità dei mali ricade anche sui cristiani. Perché questa responsabilità? Il cristiano non può e non deve volere che nella vita sociale valgano altre dottrine che la dottrina di Cristo, né può, senza rinnegare l’integralismo cristiano, affidare ad altri un compito che lui solo può e deve compiere. La società cristiana deve essere l’opera dei cristiani. Il dualismo nella vita del cristiano deve essere soppresso. Il Cristianesimo è la salvezza dell’uomo, dell’uomo come tale, di tutto l’uomo. (…)

È tempo di portare Dio nel mondo. È tempo che la luce di Cristo risplenda e il riconoscimento della sua Regalità universale doni agli uomini la giustizia, l’amore e la pace. Solo nel regno di Cristo la giustizia si abbraccia all’amore, e dall’amore e dalla giustizia nasce la pace (…).

Chi in questi giorni gravissimi rinnega la sua responsabilità di cristiano e non si sente la forza di assumere il proprio compito e non fa oggi il proposito di dar tutta la vita e di porre se stesso al servizio dei fratelli, lottando e sacrificandosi per l’avvento di una società finalmente cristiana, rinnega Cristo che vuol essere amato nei suoi propri fratelli e con la sua passività lavora in favore di coloro che preparano per il popolo amare illusioni e rovine.

«Esprimere il proprio parere sui doveri che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere ascoltato», non sono soltanto due diritti, sono anche i doveri dell’uomo nello stato. Il cristiano non può e non deve rinnegare e spogliarsi della sua libertà nemmeno dinanzi allo stato. AI di sopra dello stato e della società egli deve affermare i suoi diritti personali, la sua dignità naturale che è il fondamento necessario della sua dignità soprannaturale di figlio di Dio. Non può il cristiano accettare una vita di pura passività nello stato, delegando totalmente ad esso la cura e il rispetto di sé. Un cristiano che accetta un totalitarismo di stato, ha già rinnegato la sua dignità di persona, la sua libertà di figlio di Dio.

Nello stato l’uomo cristiano deve avere voce attiva perché anch’egli deve contribuire alla vita pubblica: egli deve insorgere quando si attenti ai diritti che ha ricevuti da Dio, non può permettere che lo stato attenti all’istituto familiare, alla vita dei cittadini, alla proprietà, alla libertà della Chiesa e nemmeno deve permettere che lo stato, ridotto a una parvenza di potere e di autorità, sia alla mercé della violenza rivoluzionaria, o consacri con la sua legislazione l’ingiustizia sociale contro le giuste rivendicazioni di una massa che deve sorgere a dignità vera di popolo fruendo realmente nella vita civile di quei diritti che Dio ha dato a ciascuno.

Mentisce a se stesso colui che si dichiara cristiano e non fa quanto è in lui perché l’odio delle classi e delle nazioni si plachi, che cessi l’ingiustizia sociale che grava sulle massa operaia; che la persona umana nel nuovo ordinamento sociale possegga quella libertà giuridica, politica ed economica che solo permette un vivere umano. E difficile è vedere come possa ciascuno contribuire a questo risanamento del mondo, senza entrare animosamente in un movimento politico che unisca in una sola aspirazione, in una sola forza, in una sola azione politica tutte le anime rette e di buona volontà. Mentisce al popolo colui che si dichiara cristiano e non fa quanto il popolo si aspetta da una fede che proclama la giustizia, l’amore fra gli uomini, la pace nella fraternità universale. Perché la massa oggi diserta la Chiesa, se non per colpa di noi, che non abbiamo dato al popolo una sufficiente prova che il Cristianesimo non era soltanto una luminosa dottrina, ma anche l’attuazione di essa? Azione è il comando dell’ora. Facciamo che il popolo veda la potenza miracolosa dell’amore cristiano, e il popolo non si agiterà più andando dietro a coloro che lo illudono con vane promesse.

Mentisce finalmente a Dio stesso colui che si dice cristiano e come cristiano non vive in un desiderio vivo di bene, in una volontà forte e decisa di servire Dio nel suo prossimo. Solo colui che serve è grande davanti al Signore, ed è nell’amore e nel servizio del prossimo che Dio riconosce i suoi figli.

Temi per una nuova coscienza sociale (1944), pp. 21-24

Un universo di nuovo trasparente (1960)

È possibile un incontro fra l’uomo e la vita animale, fra l’uomo e la vita vegetale, fra l’uomo e la vita minerale? Non ne sappiamo nulla. Siamo “exules in hac lacrimarum valle”, siamo esuli nella nostra vera patria; il mondo è estraneo a noi e noi estranei al mondo. Noi non ci rendiamo conto di questa estraneità perché usiamo di questo mondo, ma il mondo rimane sordo e muto; non ci parla e noi non gli parliamo, il mondo fisico non ci ascolta. Eppure ascoltava Gesù: la tempesta fu sedata (cfr. Mt 8, 23-27), Gesù camminò sulle onde (cfr. Mt 14, 22-32). Ma noi non ci ascolta, e noi non ascoltiamo questo mondo. Come mai?

Il mio linguaggio è un po’ ambiguo sul piano religioso? No, non è ambiguo. L’uomo ha una sua funzione nel mondo fisico. È stato chiamato per essere re del creato, e tutto quanto il mondo è stato creato come un giardino perché poi Dio potesse porvi l’uomo; era fatto per lui e ora non è fatto più per lui. Il mondo lo sente come estraneo e lui si sente estraneo al mondo. Quand’è che l’uomo riacquista un suo sentimento di comunione fraterna con le cose? Ecco, nei santi: ricordate il lupo di Gubbio nei Fioretti di san Francesco? Ricordate la predica agli uccelli di san Francesco? Ricordate quel che dice la vita di san Paolo primo eremita? San Girolamo scrive che, morto san Paolo, vengono due leoni, scavano la fossa, ci mettono san Paolo e se ne vanno come erano venuti. Sono leggende, ma è già interessante ed estremamente importante che nella storia della spiritualità cristiana, dai primi secoli fino ad oggi, questi fatti si rinnovino almeno come leggenda. È dunque un esigenza dello spirito umano che il mondo sia veramente fraterno con lui.

Ma non soltanto questo. È una promessa positiva del profeta Isaia: il lupo starà con l’agnello, e un bambino metterà la sua manina nella bocca dell’aspide e giocherà coi serpenti (cfr. Is 11, 6-8). Se fatti di questo genere forse sono leggendari nella storia della spiritualità cristiana, non è leggendario però il sentimento di comunione cosmica, di vera comunione fraterna con le cose, che è proprio di san Francesco di Assisi. Basta rileggere il Cantico delle creature: «Frate sole, sora acqua»: tutte le cose sono riavvicinate al cuore dell’uomo. L’uomo rivive come all’alba prima del peccato una innocenza che gli rende trasparente l’universo, lo fa vivere con esso, in modo che l’uomo partecipa la sua vita alle cose, e le cose rivelano il loro mistero al cuore dell’uomo.

Sono pagine veramente cristiane anche quelle di Dostoevskij, in cui Alioscia, dopo aver assistito alla lettura del Vangelo di Giovanni nella camera ardente dove è esposto il suo staretz morto, esce fuori e si getta in terra e la bacia: vuole abbracciare tutta questa terra e realizza una sua alleanza con essa. L’uomo si allea di nuovo con la terra, dalla quale si è separato col peccato e sente in questa alleanza che tutti i mondi vibrano nell’anima sua. Ricordate anche Macario nell’Adolescente, sempre di Dostoevskij? L’estasi di Macario all’alba, quando gli uccelli cominciano a cantare? «E io dico agli uccelli: cantate! E io dico alla acque: scorrete!» Questo senso che la natura è tornata nuovamente amica dell’uomo e l’uomo le parla perché la natura già vive in lui, con lui.

La redenzione dell’uomo porta alla redenzione delle cose, e la redenzione delle cose si realizza precisamente in questa comunione delle cose con l’uomo; attraverso questa comunione le cose si trasfigurano della stessa luce onde l’uomo si trasfigura, sono redente della stessa redenzione onde l’uomo è redento, sono illuminate e glorificate da Dio della stessa gloria e della stessa luce che glorifica l’uomo.

I “nuovi cieli e la nuova terra” promessi sono questa creazione, ma illuminata, trasfigurata dal di dentro, da quella medesima grazia che avrà trasfigurato l’uomo alla fine dei giorni.

Adunanza a Firenze, 2 ottobre 1960

SACRO E PROFANO? (1958)

Prima di tutto questo vorrei domandarmi stamani: se nel Cristianesimo vi è ancora qualcosa di profano. Abitualmente noi pensiamo alla vita religiosa come ad una vita che è tangente alla vita profana, ma non alla vita religiosa come vita unica, che tutto abbraccia, tutto penetra di sé e tutto trasfigura. Vien sempre fatto di pensare che altra è l’anima quando va in chiesa, quando compie certi atti religiosi, altra è la sua missione e la sua vita quando deve occuparsi della famiglia, della professione, del proprio lavoro. Anche quando un’anima religiosa, sinceramente religiosa, cercherà di fare in modo che la sua vita familiare, matrimoniale o professionale non sia di ostacolo alla vita religiosa, anche quando cercherà che questa sua vita debba essere espressione di vita religiosa, alimento alla vita religiosa, non sempre né totalmente l’anima vede che non vi è nessuna differenza fra la sua vita religiosa e quest’altra vita professionale o familiare che pure essa deve vivere. Cioè, si santifica la vita familiare o professionale cercando di accettarla come penitenza, senza vedere in essa una nostra testimonianza di vita cristiana (…).

Ora, è importante vedere invece come non vi è, per noi anime consacrate al Signore e che vogliamo tendere nella perfezione al Signore, alcuna distinzione tra sacro e profano: non vi è distinzione perché, per un’anima veramente consacrata a Dio, non esiste il profano. Il cristiano è colui per il quale tutta la creazione è rinnovata, è penetrata di grazia, è trasfigurata da una divina presenza; il cristiano è colui per il quale tutto l’universo è ritornato ad essere il Regno di Dio (…).

Un’anima che vive nel matrimonio, una sposa, una madre, una che ha una sua professione nel mondo, non vive nessuna separazione dal mondo – dico separazione nel senso effettivo: effettivamente può sentirsi anche meno a posto nel mondo di un’altra anima che ci ha rinunziato, ma effettivamente non vive alcuna separazione, vive come tutte le altre mamme, le altre spose. Appunto per questo, non vivendo alcuna separazione dalle altre, si impone soprattutto per queste anime il raggiungimento di una unità nel piano soprannaturale, nel piano di Dio; si impone cioè per queste anime, più ancora che per quelle che fanno i Voti, che non vi sia nulla di profano. Ma se vi è qualcosa di profano perfino per chi ha fatto i Voti, pensiamo quanto può essere difficile per chi praticamente si abbandona facilmente agli impulsi della natura, quanto sia difficile, vivendo nel mondo un impegno di lavoro, in una vita familiare di matrimonio, il realizzare tutta una trasfigurazione, tutta una penetrazione di grazia in tutto l’universo, in tal modo che per l’anima non vi sia divisione fra sacro e profano, ma quello che per gli altri è profano, che può esser profano per un’anima verginale, non sia invece per quest’anima che sacramento, segno di una divina presenza, comunione continua con la Divinità.

È certo che è difficile, ma è certo che questo è anche l’impegno vostro. Non vivere due vite: una vita religiosa e una vita profana, una vita naturale e una vita soprannaturale. (…). Non così, non così! Ma vivere invece tutta una vita, che è vita di santità, e vivere questa vita, che è vita di santità, non tanto quando si dicono le Lodi di Dio, quanto piuttosto quando siamo coi bambini, quando dobbiamo pensare al marito, quando provvediamo alla famiglia, o quando lavoriamo. Se voi sottraete a questo impegno di consacrazione religiosa la vostra vita familiare, i vostri impegni di lavoro, praticamente sottraete a questo impegno la massima parte del vostro tempo, nella vostra vita. Voi, invece, vi siete consacrate totalmente: questo importa che tutta la vostra vita sia veramente un rapporto costante col Signore, una continua comunione con la Divinità, sia veramente vita religiosa.

(…) Bisogna concepire la nostra vita come essenzialmente una vita di comunione con Dio. Dio non sta a fianco di coloro che amiamo, Dio non è l’invisibile presenza di una Realtà che non ha nulla a che vedere col rapporto continuo che noi dobbiamo stabilire coi nostri familiari – col marito, coi figlioli (…). No, non ci deve esser differenza fra l’atto onde noi accudiamo alle faccende domestiche e l’atto onde noi viviamo la comunione con Dio, la nostra vita divina. È nel lavorare in casa che noi dobbiamo vivere la nostra vita divina, è nel pensare ai figli, è nel vivere la nostra vita matrimoniale che noi dobbiamo vivere la nostra unione con Dio.

Esercizi spirituali a Firenze, 16 luglio 1958

La distanza tra l’idea e la realtà (1979)

Fra l’idea e la sua realizzazione pratica c’è sempre una distanza notevole. Tra il pensare una cosa e il realizzarla vi è sempre uno iato (…). È per questo che spesso la nostra vita spirituale è fatta più di velleità che di volontà, più di sogni che di realizzazioni concrete. E non solo per quanto riguarda la vita religiosa, ma anche per quanto riguarda la vita umana: bisogna fare sempre una tara su quello che ci eravamo proposti. Questo che è vero per l’uomo, tanto più è vero per il cristiano. A causa della distanza che c’è fra l’idea e la realtà su un piano puramente naturale, è già un cammino grandissimo quello che deve compiere l’uomo; se poi l’uomo si propone un ideale che trascenda la stessa natura, che implichi la comunione con Dio, allora il cammino rimane infinito.

Si ha l’impressione, vivendo nella Chiesa, che noi diamo soltanto una testimonianza d’ipocrisia, come dice Gesù nel Vangelo. Parlo di ipocrisia in senso buono. Si parla di Dio, ma quando l’abbiamo conosciuto? Chi è tra voi che è morto per Lui? La nostra vita è falsa, interiormente falsa; non perché vuol essere falsa (questo sarebbe molto grave), ma perché scambiamo i nostri propositi, le nostre idee con la realtà. Ora, se è già difficile la realizzazione di un nostro programma sul piano naturale, se anche nelle cose umane i conti non tornano mai, tanto che dobbiamo contentarci sempre di una realizzazione molto relativa, voi pensate che sul piano della grazia i conti tornino meglio? Saremmo anche di poco cervello a pensarlo. La nostra vita merita la condanna di Gesù: siamo degli ipocriti. Lo dico anche a me, ma lo dico anche a tutti voi; non escludo nessuno. Siamo tutti degli ipocriti! Parliamo di Dio, ma quando l’abbiamo conosciuto? Parliamo di Dio e che cosa abbiamo fatto per Lui? Parliamo di Dio… e chi è questo Dio? L’ipocrisia in noi non nasce dalla volontà di essere falsi, ma dalla presunzione di credere di aver realizzato una verità che ci trascende talmente che neppure riusciamo, nemmeno lontanamente, ad abbracciare, a comprendere.

Miei cari fratelli, l’unica cosa che ci salva, se vogliamo essere salvi sul piano di Dio, è un’umiltà, la più profonda e la più vera. Sentirci sempre ad infinita distanza, nonostante che Dio ci solleciti, nonostante che la Sua grazia continuamente ci sospinga. Sentire questa infinita distanza é l’unica garanzia di esser nella verità. Non è forse vero che i santi, quanto più sono santi, tanto più si sentono peccatori? Ma non lo so se voi vi sentite più lontani da Dio oggi di quando non avevate sentito nemmeno parlare della Comunità, di quando voi eravate del tutto lontani da Dio e non volevate saper nulla di Lui. Vi sentite più peccatori ora o allora? Se vi sentite più peccatori ora, si può dire che le cose non vanno proprio male, perché è evidente che non ci si accosta a Dio che nella misura che abbiamo la percezione di questa sproporzione infinita che vi è fra noi e la divinità, fra noi e la santità assoluta di Dio. San Francesco si sente peggiore di Lucifero. Se dicessi a voi che siete peggio del diavolo, voi mi mandereste davvero al diavolo. San Francesco disse che era peggiore di Lucifero, proprio negli ultimi anni della sua vita, quando si trovava sul Monte della Verna e riceveva le stimmate. Perché si sentiva peggiore di Lucifero? Ma perché aveva la conoscenza reale di Dio più di quanto ne abbiamo noi, e perché aveva una vera conoscenza di se stesso. Noi ci illudiamo troppo facilmente.

Tutto quello che vi dico non ve lo dico per scoraggiarvi; no, assolutamente. Perché volete scoraggiarvi dal momento che Dio vi ama? Non è che noi possiamo avere un incoraggiamento dal sentirci buoni; l’incoraggiamento può venirci soltanto dalla pietà di Dio, dalla pazienza che Egli ha verso di noi. Se dovessimo avere un incoraggiamento dal fatto che siamo buoni o abbiamo fatto qualche cosa, non meriteremmo nemmeno di esser detti cristiani. Ma la nostra fiducia rimane soltanto l’infinita pazienza di Dio che ci sopporta, l’infinito amore di un Dio che, nonostante tutto, ci vuole per Sé. Non poggia in altro la nostra fiducia che in Lui, non in noi.

Esercizi spirituali a Frascati (RM), 3-7 settembre 1979

Una responsabilità infinita (1977)

C’è una perdita di coscienza oggi: un perdere coscienza, un perdere il senso della propria responsabilità: siamo bambini! È duro essere uomini, vivere come uomini, anche sul piano della Chiesa, sentirci impegnati veramente ad assumere in pieno la responsabilità di una missione universale di salvezza, dalla quale dipende, davvero, tutto l’universo. È difficile, è duro. Dio ci ha caricato di una responsabilità infinita, veramente di una responsabilità infinita.

E noi che cosa si fa? Si cerca di scaricare questa responsabilità, e si parla di ‘cristiano nuovo’. Tutti siamo cristiani! Si cerca di mimetizzarsi con gli uomini, cercando di non qualificarci più come cristiani, come cattolici. È questo il nostro modo di agire oggi. Mi sembra che questo sia il modo di agire, veramente, di gran parte, direi, anche della Chiesa. Ed è questo che distrugge la Chiesa.

Ma se questo è vero per la Chiesa, questo è vero anche per i singoli, per noi uomini, nei confronti di Dio. Anche come uomini, noi non abbiamo la capacità o, almeno, vorremmo scaricarci di questa capacità di rispondere per noi stessi a un destino, a una vocazione troppo alta, troppo grave per noi. Si cerca di fare del nostro meglio, poi il Signore chiuderà gli occhi.

Avete presente la grande pagina di Dostoevskij in Delitto e castigo? Marmeladov ubriaco dice: «Dio alla fine aprirà tutte le porte e dirà: “Venite voi ubriaconi, adulteri… venite, entrate…” e tutti ci porterà in paradiso». Può essere benissimo che chiami anche adulteri e ubriachi, se sono bambini. Ho paura che non ci sia posto per me, perché io non sono né ubriaco né adultero. Cioè, può darsi benissimo che io, che sono uomo, sia rifiutato. Effettivamente si impone che anche come uomini, nei riguardi di Dio, si assuma la piena responsabilità di una piena risposta al Signore, e sentiamo quanto grave è la fiducia che Egli ci ha dato, da far dipendere dalla nostra risposta la salvezza nostra e la salvezza degli altri.

Mi sembra che quello che oggi manca, sia nei singoli che nella comunità cristiana, e poi anche nella comunità cattolica, è proprio il senso della responsabilità piena, la consapevolezza di quello che il Signore ci chiede, di quello che fa dipendere dal nostro atto; Dio ci vuole uomini veramente responsabili e coscienti di quello che Egli vuole da noi, e di quello che dipende da una nostra risposta. Oggi si parla sempre di cristiani adulti, e di uomini adulti, di uomo adulto, di cristiano adulto: in realtà non siamo altro che dei bambini.

L’uomo oggi si riduce ad essere soltanto una piccola rotella manovrata dai partiti, dallo Stato; si cerca sempre più di togliere all’uomo ogni senso di una responsabilità personale, ogni senso di consapevolezza nello scegliere quello che vuole vivere. Si tende sempre più a far questo: mai l’umanità s’è fatta più bambina. Non è questo che il Cristianesimo vuole. Parlando di essere adulti, noi non ci si accorge di essere bambini, ma essendo bambini, noi dobbiamo prender coscienza, invece, della nostra necessità di crescere, di crescere proprio nel senso di una responsabilità sempre più reale, piena, non solo nei riguardi di noi stessi per tutta l’eternità, ma nei riguardi anche dei nostri fratelli.

Il cristiano, il cattolico, se non può vivere una sua risposta a Dio che nell’amore anche verso i fratelli, non può acquistare una piena responsabilità della propria vita senza acquistare insieme il senso di una responsabilità che lo investe nei confronti del mondo, nei confronti degli altri uomini. Ed è veramente grave e pesante quello che Dio ci chiede. Ci chiede che noi prendiamo coscienza che dipende da noi la salvezza del mondo: da noi!

(…) Tu sei un politico, tu sei un insegnante, tu un ginecologo; avete in mano l’anima e il corpo. Non vivete queste funzioni semplicemente sul piano umano come professioni umane: siete cristiani! La professione che esercitate nel mondo, immediatamente, in quanto siete cristiani, acquista una dimensione che è di una gravità estrema, una dimensione cioè di una vostra partecipazione al sacerdozio di Cristo. Perché l’attività umana di ogni uomo che si svolge nel mondo è sempre, per il cristiano, la partecipazione reale al sacerdozio del Cristo.

Ritiro a Merano (BZ), 13 febbraio 1977

Unità (1970)

Non c’è bestemmia più grande che parlare di vita futura; la vita futura è l’eternità, e l’eternità è presente. Così si sbagliava tante volte noi cattolici e noi cristiani, quando si parlava della salvezza dell’anima. Come non si può parlare di salvezza dell’anima, così è un errore parlare di vita futura. Intendiamoci, questo linguaggio forse continueremo ad usarlo, così come si usa il linguaggio del sole che cade, che tramonta; è un linguaggio umano, ma noi dobbiamo renderci conto dell’imperfezione. Questo linguaggio ci può condurre in errore perché in realtà l’uomo è uno. E non soltanto io sono uno, ma sono uno con voi, sono uno con Dio in Cristo Gesù; nessuna divisione. L’inferno è la divisione. Vivere per me vuol dire vivere sempre più anche sul piano psicologico, anche sul piano morale, la mia unità ontologica con tutti. Ecco l’amore. La legge della carità, che non è una legge e non è un impegno di virtù, è l’espressione dell’essere nuovo che in Cristo ci è dato, ossia di essere uno con tutti. Siamo uno nello spirito e nel corpo perché siamo tutti un solo corpo e un solo spirito.

Rendere testimonianza della Resurrezione di Gesù vuol dire rivelare la nostra unità nel Cristo. E questa unità è l’unità della Chiesa, è l’unità della Comunità, unità che il Cristo stesso ha compiuto quando ha restaurato la natura umana nell’unità primitiva. Siamo un solo Cristo, ci dice Paolo, ma nell’unità del Cristo sussistono le persone; anzi l’unità si manifesta in un amore che impegna ciascuno a vivere per l’altro, ad imitazione di quello che avviene nel mistero della Trinità santissima, dove l’unità della natura non solo non è in contraddizione con la distinzione delle Persone, ma si manifesta nel modo più mirabile proprio perché ogni Persona divina è puro rapporto di amore all’altra Persona. Se noi siamo uno, uno deve essere il nostro amore, una la nostra volontà, una la nostra gioia, una la nostra vita; questa unità si deve rivelare nel fatto che ciascuno vive per l’altro e non per sé.

Tutto quello che abbiamo deve essere dono di amore ai nostri fratelli; tutto quello che siamo deve essere puro riferimento di amore all’altro fratello. Il mio paradiso è la vostra salvezza, il mio paradiso non esiste se non nella vostra salvezza, naturalmente, come il vostro paradiso non esiste che per la mia. Tutto quello che conserviamo per noi, che ci è proprio, tutto questo ci perde. Non vi è altra proprietà per il cristiano che quella dell’amore, dell’amore onde noi ci doniamo. Tutto ciò che il cristiano ha, lo possiede realmente nell’atto stesso che lo dona. Questa è l’unica proprietà che ci rimarrà in paradiso: il nostro amore.

Unità vuol dire prima di tutto che noi siamo uno in Cristo, ma vuol dire anche che noi siamo uno fra noi in Cristo Gesù; vuol dire, di più, che noi siamo uno in noi stessi per Cristo. Che cosa distingue infatti il Cristo risorto? Il Corpo glorioso! Vuol dire che non vi è più opposizione fra anima e corpo, ma anche che l’uomo è veramente tutto in Dio, divinizzato. Tutto questo esigerebbe un approfondimento che la teologia occidentale non ha mai fatto. Troppo spesso la nostra teologia è stata appesantita da un certo neoplatonismo, che ha opposto materia e spirito ed ha visto nella salvezza soltanto la salvezza dell’anima in un rifiuto di tutto quello che è corporale e sensibile (…) Molto spesso, quando hanno scritto, sia gli autori spirituali che i teologi, non si sono liberati mai da una certa visione dualistica. (…) Tutto il mio essere umano deve consumare nella gloria di Dio; ecco perché si parla del Corpo glorioso. Il Corpo glorioso del Cristo è tutto pervaso, intriso, rivestito della luce della gloria divina: tutto il Corpo glorioso del Cristo è trasformato dalla divinità. E noi dobbiamo rendere testimonianza della Resurrezione nell’unità dell’essere nostro.

Esercizi spirituali a Brescia, 17-20 settembre 1970

Ascolta (1959)

«Ascolta». È la prima parola della Regola di san Benedetto, è la prima parola che Dio ti dice. Noi dobbiamo vivere in questo atteggiamento. Perciò a noi s’impone prima di tutto il silenzio, il raccoglimento; un’anima dissipata, un’anima che vive al di fuori, un’anima che è impedita di ascoltare è già nell’impossibilità di poter rispondere e perciò anche di poter compiere quello che Dio vuole da lei.

Se l’atteggiamento costante dell’anima è questo ascoltare, naturalmente questo ascoltare suppone come condizione un certo raccoglimento: bisogna fare in modo che le cose non ci leghino mai totalmente, mai il lavoro ci prenda così da renderci indisponibili a Dio. In alcuni momenti della nostra giornata può esser non presente il Signore, la presenza di Dio può offuscarsi perché il lavoro è tale da rendere molto difficile l’avere nello stesso tempo questa visione della divina presenza e l’impegno al lavoro; ma questo non toglie nulla alla santità dell’anima se essa rimane libera interiormente di fronte alle cose, se non si lascia totalmente prendere da quello che fa. Allora, se Dio parla, l’anima lo ascolta. Dio può anche lasciare una certa libertà all’anima perché possa applicarsi alle cose, ma se Egli parla, se prende Lui l’iniziativa di parlare, la trova disposta ad accoglierlo, pronta ad ascoltarlo.

È questa prontezza dell’anima ad ascoltare Dio, è questa disposizione di purezza, di semplicità, di umiltà e di abbandono che rende sempre possibile un incontro divino, un rapporto di amore.

Vedete, una mamma, se deve badare alla cucina, a rimettere la casa a posto… non è tanto presa dal lavoro che fa da non accorgersi se il bambino si sveglia o fa qualcosa che non va bene. Vedete dunque che c’è una certa disposizione dell’anima, una certa attenzione che noi dobbiamo mantenere anche durante il lavoro; nulla ci può dispensare da questa attenzione umile dell’anima, da questa disposizione interiore del cuore ad accogliere la divina parola.

E noi dobbiamo sempre ascoltare, e per ascoltare sempre dobbiamo mantenere questo raccoglimento, questo silenzio, silenzio che potrà essere più o meno grande secondo che Dio parla all’anima stessa e secondo anche la comunicazione che Dio fa di Sé all’anima. E voi dovete cercare di fare in modo che, pur lavorando, non siate mai totalmente presi da quel che fate.

Voi mi potete dire che io dovrei in questo caso portarvi fuori del vostro lavoro, e invece no: la Comunità vi manda a lavorare, vuole che quella continui a insegnare, l’altra rimanga nella tintoria, l’altra rimanga nell’assistenza Sociale. È la Comunità che vuole questo e voi dovete farlo, perché è l’obbedienza che vi manda lì. Ma se vi mando lì, io tuttavia non vi dispenso da questa attenzione. È difficile, certo, mantenere le due cose, ma è facile se amate. L’amore dà sempre all’anima questa possibilità interiore, questa possibilità di attendere a Colui che amiamo, anche durante il lavoro.

Certo, se a un certo punto noi amiamo il nostro lavoro più di Dio, il nostro lavoro ci prende tanto da renderci indisponibili, da totalmente distrarci da Lui. Allora ci vuole uno sforzo grande per ritornare al Signore. Ma se invece amiamo veramente il Signore, nulla potrà mai così occupare il cuore, nulla potrà mai totalmente legare l’anima nostra da renderla indisponibile se Dio ci parla.

Dal Ritiro a Firenze del 15 marzo 1959

L’inferno è l’insensibilità (1973)

Gli uomini si sentono installati in questo mondo, programmano il futuro, prevedono quello che avverrà fra cento anni, l’esplosione demografica, ecc… Fino a poco tempo fa, vi erano soltanto i profeti che sapevano che cosa aspettasse l’umanità; oggi sono gli scienziati. Psicologi, tecnici, ingegneri, medici: tutti sono profeti, tutti programmano il futuro, tutti hanno in tasca i millenni che verranno. Nei primi secoli i cristiani attendevano con ansia, con sgomento anche, e con desiderio, la seconda venuta. La invocavano. La loro preghiera non s’innalzava a Dio che come aspirazione, che come implorazione della seconda venuta.

“Il Signore viene”, “Vieni Signore Gesù!”… Oggi l’hanno rimesso nella liturgia; subito dopo la Consacrazione, si ricorda non solo la morte, la resurrezione, ma anche la parusìa, la seconda venuta. E dopo il “Pater noster” di nuovo si dice che noi attendiamo: “nella speranza della seconda venuta”. Tutta l’assemblea vive questa speranza.

Non so quanto queste parole siano vere; non credo che tutti noi viviamo veramente nell’attesa di questa seconda venuta. E allora si dicono soltanto delle bugie, perché non si vive quello che si dice. Eppure a questo ci richiama oggi la parola di Dio; attraverso l’A.T. come attraverso l’apostolo, come attraverso Gesù. Tutto è imminente, tutto è per scoppiare. Ma noi non viviamo in questa attesa: siamo tranquilli, calmi, mezzi addormentati. Non abbiamo il senso di questa imminenza, il senso che Dio è qui. E se i nostri sensi sono così ottusi da non percepire questo entrare di Dio nella nostra vita, noi siamo già esclusi; siamo già nell’inferno, siamo già estranei al mondo di Dio. E credo che questa umanità sia in gran parte estranea al mondo di Dio, io credo che la massima parte degli uomini vada all’inferno. Perché che cos’è l’inferno se non questa insensibilità nei confronti di Dio? È il fatto che non si vede, è il fatto che non si ascolta: l’inferno è questo, Ora, quanti sono gli uomini che ascoltano Dio e Lo vedono oggi?

Noi sappiamo – l’abbiamo detto tante volte – che siamo già in Paradiso. Perché siamo in Paradiso? Perché attraverso i sensi spirituali noi abbiamo una certa esperienza di questa presenza divina. Veramente il tempo è venuto, veramente tu devi aprire gli occhi e vederLo, veramente tu devi aprire le tue orecchie e ascoltarLo. Se non lo ascolti, se non lo vedi, sei già rigettato. Sei già all’inferno. Dio è estraneo a te e tu sei estraneo a Dio, e questo mondo che crede di fare a meno di Dio, già è mondo infernale, già è mondo dannato, è la “massa dannata” di cui parlava Agostino. Dio non ha bisogno di condannare gli uomini, perché già San Pietro nel discorso dopo la Pentecoste ci dice che tutta l’umanità è già condannata. E soltanto in questo incontro che ognuno di noi (…) deve fare con Lui, in questo incontro ognuno di noi si salva (…).

A noi sembra che la creazione abbia una sua stabilità, una sua consistenza, ma è la consistenza della nebbia, è una consistenza labile. È una figura, una scena, null’altro. Lo so bene, se dovessi parlare a dei giovani queste mie parole potrebbero avere un qualche carattere retorico, ma per chi è giunto alla mia età non hanno più nessuna retorica. Io non mi sono accorto di nulla: mi sembra ancora di avere dieci anni, e forse è lo stesso per chi ne ha 95. Crediamo che ci voglia un grandissimo tempo per passare la vita; ed è appena un lampo fra la tenebra che precede e quella che segue e che è eterna. Questa è la vita. Tu sei preservato dalla rovina solo se in questo tempo di attesa, solo se in quest’istante in cui la lama è per scendere sul tuo capo, in quest’istante tu ascolti la sua parola e la vivi. Ti è data questa vita, ti è dato questo lampo di tempo, solo perché tu apra gli occhi e possa contemplare il suo volto; solo perché tu possa aprire le orecchie e tu possa ascoltare la sua parola. Non ha altro senso la vita; che senso potrebbe avere, se è appena un lampo nella tenebra fonda? Che senso chiedi tu alla vita, se vita non è questa attesa, questo momento che precede una eternità di rovina o una eternità di amore? Ed è rovina il fatto che tu non lo veda. Finché tu non lo vedi rimane il buio, la tenebra della solitudine fonda. Ma se tu ti incontri con Lui, se tu Lo vedi negli occhi, allora davvero questo momento che fa presto a passare, diviene per te come l’aprirsi di un mondo, diviene per te come l’entrare nel regno, diviene per te una comunione infinita ed eterna di amore (…).

Ritiro a Casa San Sergio (FI) del 21 gennaio 1973

Meglio l’idolatria che il nulla (1969)

Se i cristiani avessero fede! Papa Giovanni l’aveva e nelle sue mani i nodi più intricati erano sciolti. Gli altri che si affidano alla politica, alla diplomazia, all’economia, non levano un ragno da un buco, perché l’operazione umana è sempre, di per sé in questo piano, inefficiente. E allora meglio la rivoluzione totale dei comunisti o dei maoisti! O c’è Dio, o non c’è altro. E guardate, l’unica alternativa alla rivoluzione e allo sconquasso – non illudiamoci! – è veramente questa fede eroica di uomini che, non rinunciando a un ideale che non è utopistico perché è una promessa di Dio, divengono strumento reale, efficace nelle mani dell’onnipotenza divina nella misura che essi hanno fede. Per dirlo in altre parole: che cosa esige il mondo di oggi? In mancanza di santi si affida a Che Guevara, a Camillo Torres o magari a Mao. Ma se ci fossero i santi!

Rendiamoci conto che è anche questo il fuoco che ha portato Nostro Signore; soltanto che qua è un fuoco alimentato soltanto da uomini che hanno la stessa aspirazione, sentono lo stesso bisogno di redenzione universale, ma non si affidano a Dio. Ma per non affidarsi a Dio bisogna che credano nella loro opera, bisogna che compiano l’atto che al loro sguardo è il più efficiente, anche se calpesta gli altri. Chi non ha fede come fa a rispettare gli altri? Ma io ho fede e penso che Dio agisce in modo misterioso attraverso la mia docilità, attraverso la mia fede; e non so nemmeno io come fa, perché umanamente non so spiegarmi come l’opera di Giovanni XXIII, così banale, avesse un’efficacia così divina, ma è Dio che, attraverso lo strumento che è docile, opera. L’efficienza dipende precisamente dal contatto, dall’armonia dell’uomo con la divinità.

(…) Gli uomini di oggi, dato che non hanno fede e che non ne ha più neanche chi dovrebbe parlar di Dio, a chi si affidano? A due tipi di santi: ai violenti che non hanno scrupoli – Hitler ieri, oggi Mao – oppure ai divi del cinematografo o ai cantanti di musica leggera: questi son divenuti veramente gli idoli della folla! Ed è una cosa meravigliosa, questa, perché ci dice il bisogno da parte dell’uomo di essere guidato. Ecco perché, dicevo, in tutto quello che ora avviene, noi avvertiamo davvero la potenza dello Spirito che agisce nel cuore dell’uomo, che agisce nella massa umana. Non agisce personalmente in ciascuno per portarli al bene, ma agisce come lievito che impedisce all’acqua di putrefarsi, impedisce a questa umanità di adagiarsi nel vuoto, in una passività senza fine. Perciò non dobbiamo deprecare l’esistenza dei maoisti universitari: soltanto dobbiamo fornire loro un altro ideale. Cioè soltanto se noi sapremo sostituire davvero non all’esigenza di una realizzazione ma al mezzo di realizzazione il mezzo che solo è efficace, cioè Dio, soltanto nella sostituzione di questo Dio che solo diviene efficace a realizzare questo ideale, noi possiamo pretendere che gli uomini rinuncino ai loro falsi idoli. Ma meglio che ci sia un’idolatria piuttosto che il nulla! L’umanità non potrà mai rassegnarsi al nulla: deve per forza tendere a quello che Dio le ha fatto sperare, che Dio le ha promesso. Soltanto, se Dio cessa di essere vivo, l’uomo lo vuol raggiungere coi suoi mezzi e attraverso la sua vita. E lo vuol raggiungere subito, perché non può aspettare domani.

Non andiamo a cercare responsabilità altrove! La responsabilità di tutto questo travaglio, se non ha trovato la via giusta per essere docile all’azione di un Dio che vuol portare l’umanità al suo compimento ultimo, è dei cristiani. Questa crisi mi fa veramente paura: io ho l’impressione che tutto dipenda da una mancanza di santità, di fede in tutti noi, in coloro che ci guidano, in tutti. Non ci sono più santi.

Adunanza a Firenze del 2 marzo 1969

Lo stupore di fronte alla bellezza (1964)

La vita monastica implica un rapporto costante col mondo di natura. Per questo i monaci scelgono i monti o le valli, le foreste o i deserti, vivono sulle rive dei fiumi. Carlo de Foucauld insegna l’importanza che ha avuto nella sua vita religiosa il deserto. Nulla può sostituire per la vita contemplativa questo rapporto umile con una creazione che ancora parla di Dio.

Dobbiamo imparare di nuovo a gustare le cose, dobbiamo imparare di nuovo a meravigliarci, ad aprirci allo stupore dinanzi alla bellezza del mondo, dinanzi al silenzio dei cieli, dinanzi alla vastità dei mari, dinanzi all’umiltà del bambino, dinanzi a tutto quello che è puro. È necessario impararlo di nuovo.

Capisco quanto sia difficile per molti che vivono nelle città, vanno all’ufficio. La vita monastica implica il ritorno dell’uomo a un contatto più verginale con le cose. Bisogna che non si ottunda in noi il senso del sacro; bisogna che siamo sollecitati continuamente a un incontro con Dio attraverso tutte le cose, con un Dio che è bellezza più grande dei cieli, con un Dio che è vastità più grande dei mari, ed è luce più pura del giorno, ed è notte più fonda di ogni notte, ed è stabilità più ferma della roccia. Non sono questi i nomi di Dio? Egli è la Roccia, Egli è il Fuoco, Egli è la Montagna, Egli è il Cielo. Non perché il mare, il cielo, non perché il fuoco si identifichino con Dio, ma perché nel fuoco, nella luce, nel mare io non incontro che Lui.

Attraverso tutte le cose la mia comunione è con Dio che attraverso tutte le cose si rivela e si comunica a me. Non dobbiamo lasciarci prendere dalla fretta, dobbiamo saper gustare le cose. Rimandiamo sempre al minuto che sopravviene all’incontro. Hai da andare a far la Comunione? Ma intanto guarda il cielo com’è bello: è già questa una comunione con Dio. Hai da andare a fare scuola? Devi prendere il treno, il biglietto? Fermati un istante a guardare com’è bello il mare!

Non lasciamoci prendere dalle cose, non ci lasciamo usare dalle cose. Sappiamo invece mantenerci in umile attenzione perché le cose possano parlarci così come dice il salmo: “I cieli narrano la gloria di Dio”. Non soltanto i cieli, ma anche i monti, il mare, anche l’uomo: tutte quante le cose!

Nel mio contatto con tutto, nel mio incontro con le cose io debbo incontrarmi con Lui, che attraverso tutto mi viene incontro. Certo, questo incontro è un incontro reale ma nell’oscurità più fonda. Io non vedo il Suo volto; ho il presentimento soltanto di una Sua presenza, di una Sua realtà, che non somiglia alle cose, e pur tuttavia le cose mi fanno presente. Sappiamo attendere e gustare: la nostra anima ritorni verginale. Finché non ritorniamo ad essere capaci di questa gioia che è lo stupore di fronte alla bellezza, noi non riusciremo a essere veramente delle anime che vivono in una comunione costante con Dio.

Verso la visione, Edizione Morcelliana 1964, pp. 50-51