mercoledì, Aprile 24, 2019

Credere all’amore (1984)

 È la vostra fede che realizza in voi la divina Presenza, perché credere all’Amore è aprirsi secondo l’amore nel quale si è creduto. Tanto vi dilatate nella fede quanta è la vostra fede in Dio che è l’Amore.

Credere all’Amore! Volete essere sante come santa Teresa? Non potete chiedere questo a Dio, perché, voler essere santi ‘come’ è già offendere Dio. Forse sarete meno sante di santa Teresa, ma non potete dare una misura all’amore divino. Io non posso accettare e mi ribello, quando leggo nella vita di certi santi – per esempio del beato Bertone o di san Paolo della Croce – che vogliono essere più santi degli altri! ‘Più’: che senso ha il più? Che senso ha il più e il meno, quando si tratta di Dio? lo voglio amare Dio come Dio si ama. Non c’è un più e un meno: c’è l’infinito e perciò soltanto l’infinito è la misura con la quale si può amare Dio. Altrimenti il mio amore l’offende, è indegno di Lui.

Voi sarete forse meno sante di santa Teresa, ma non potete mettere un limite alla vostra santità. Lasciate che lo metta la vostra natura, non la vostra volontà; lasciate che lo metta il decreto divino ma non mettetelo voi. Voi dovete adeguarvi a Dio. D’altra parte, il nostro adeguarci a Dio avviene secondo le possibilità della nostra natura. Il concetto che noi possiamo avere di Dio, non sarà mai adeguato alla sua infinita essenza. Perciò un limite vi è, ed è nella nostra natura, ma non deve essere nella nostra volontà, nel nostro giudizio. lo non posso volere esser santo come santa Teresa o san Paolo. Certamente sarò molto meno, ma non è questo che conta. Conta il fatto che io devo essere colmato secondo la misura, secondo il concetto, secondo la conoscenza che Dio mi dà di Se stesso, perché la legge dell’uomo è Dio stesso. Nel cristianesimo non c’è altra legge. Lo dice san Paolo e lo dice san Giovanni della Croce. Leggete quella che è veramente la promulgazione della legge, nel Nuovo Testamento, alla fine del Sermone della montagna: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). La legge dell’uomo è Dio. Tu devi essere Lui! E naturalmente Dio si rivela a ciascuno in modo diverso ma per ciascuno la rivelazione di Dio è sempre la rivelazione di una perfezione che l’uomo non potrebbe pensare più grande. È secondo quella misura che io devo essere santo. Un’intelligenza più alta della mia o un’anima più pura della mia può avere di Dio una concezione ancor più alta della mia, ma sempre finita. L’infinito – è vero – si proporziona alla finitezza della mia intelligenza, ma la misura è quella e non un’altra: è Dio stesso.

Ecco che cosa vuol dire credere all’Amore: aprirsi, dilatare la propria anima ad accogliere Dio.

(…) Non scoraggiatevi mai, non trovate mai motivo di delusione o di stanchezza. Credere all’Amore vuol dire avere una riserva continua ed inesauribile per proseguire il cammino. Come fai a temere? Come fai a scoraggiarti? Come fai a fermarti lungo la via? Come fai a essere delusa? Dio con tutta la sua onnipotenza, Dio con tutto il suo amore, tutto ti si dona. Credere all’Amore!

(…) Apritevi all’amore di Dio. Se la santità alla fine rimane dono di Dio, a voi tocca soltanto di aprirvi nella fede ad accogliere il suo amore. È troppo facile questa santità? Non è più facile di quella che acquistò santa Maria Maddalena che era una donna di strada. Si gettò ai piedi del Cristo e quando si alzò ottenne il suo elogio: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato» (Lc 7, 47). Perché «ha molto amato»? Che cosa aveva fatto? Aveva creduto all’Amore, non c’era altro. Tutto il suo peccato non l’aveva arrestata nel suo ardore, l’aveva gettata ai piedi del Cristo. Aveva creduto e si era abbandonata, si era aperta a ricevere il dono dell’amore divino.

Questo è credere all’Amore.

Spiritualità carmelitana e sacramenti, Edizioni OCD, Roma 2014 (II ediz.), pp. 303-308

 

 

Dio non è Dio senza di me (1984)

Quando io nella Messa dico «Padre veramente santo», dovrei morire sull’istante se capissi qualcosa. È che non capisco nulla!… È una cosa enorme, più grande di quanto si possa immaginare, che noi, povere creature da nulla – ma fosse pure tutta la creazione, tutti gli angeli insieme – proprio noi entriamo nel movimento di amore eterno, infinito onde il Figlio unigenito si volge al Padre suo. Siamo sul piano della Trinità, non siamo sul piano della divinità una. Perché il rapporto con la divinità una è il rapporto della creatura, ma il rapporto con le Persone divine è proprio soltanto della Trinità. Noi entriamo a far parte di questo mistero. Vi entriamo a motivo dell’Incarnazione del Verbo, vi entriamo per il fatto che il Verbo, incarnandosi, ci ha assunti tutti nell’unità della sua natura umana. Ha fatto di noi tutti il suo stesso corpo e ora tutti ci coinvolge in quell’infinito movimento di amore che lo porta al Padre: «Padre veramente santo!».

(…) Vivere la Messa – aveva ragione san Vincenzo Ferreri – è molto più di qualsiasi contemplazione mistica, molto più di qualsiasi esperienza mistica. Nessuna esperienza mistica può essere paragonata alla Messa. Se la viviamo! È che nessuno la vive! Nemmeno san Lorenzo da Brindisi che ci metteva quattordici ore per dirla! Ma anche dicendola così, non la si vive lo stesso. Perché è vivere la stessa vita di Dio. Ora, quando si meditano certi testi della Messa si rimane senza fiato: che cosa avviene? Avviene che Dio, il Padre, riceve il suo Figlio da me: Offerimus. «Ti offriamo, Padre santo, questa vittima». Lo si dice in tutte le preghiere eucaristiche.

Il Padre può essere senza il Figlio? Che Dio sia Dio lo deve a me! Capite che cosa vuol dire la Messa? Perché il Padre non può essere senza il Figlio e il Padre riceve il Figlio da me, dalle mie mani! Certo che me lo dà per riceverlo, perché il Padre non può mai essere separato dal Figlio suo, però lo riceve da me. Me lo dà realmente in tal modo che da me deve riceverlo: Offerimus! Ma ci rendiamo conto? Dio non è Dio senza di me! Dio ha voluto in tal modo unirmi alla sua intima vita che, in qualche misura, senza di me Egli non è. Queste parole sembrano bestemmie, ma le hanno dette dei mistici. Non so se conoscete il Silesio, il più grande mistico tedesco del secolo XVII. Lui dice precisamente questo: «Senza di me, Egli non è». Certo, sarebbe lo stesso, ma ha voluto in tal modo amarmi, in tal modo ha voluto legarmi alla sua intima vita che da me Egli riceve Se stesso. Se io vivessi la Messa!

È che la Messa mi trascende infinitamente. lo nemmeno capisco qualcosa. Ma se la vivessi anche un poco, sarebbe già l’andare oltre ogni esperienza mistica, perché nella Messa non solo si dà Dio a Dio in Dio, ma in tal modo si dà che, senza di me, Dio non sarebbe. Togliete una Persona divina alla Trinità e la Trinità stessa non esiste più. E il Padre mi dona il Figlio e me lo dona così realmente che da me ora deve riceverlo.

Si impone però che io abbia coscienza che il Figlio è mio, come diceva san Giovanni della Croce: «Gesù Cristo è mio e tutto per me». Dio è nostro! La prima cosa che dobbiamo realizzare nella Messa è precisamente questa. Dio in tal modo si dona alla Chiesa che la Chiesa possiede il Figlio di Dio come sua ricchezza, come sua gioia, come sua vita, come sua proprietà. lo non posseggo me, ma posseggo Lui.

(…) Noi non siamo: l’essere che abbiamo lo riceviamo da Dio. Ma il mistero che supera ogni grandezza è che io non ho da Dio soltanto l’essere creato, non ho soltanto questo mondo. Infatti me l’ha dato: sono re del creato. Oh, la povertà… la povertà è soltanto per essere ricchi. Perché dopo il peccato originale il possedere le cose ci fa essere posseduti dalle cose, schiavi delle cose. Nella misura che ce ne liberiamo, ne diveniamo padroni. Chi è stato più padrone del mondo di san Giovanni della Croce o di san Francesco d’Assisi? (…) C’è veramente in loro una presa di possesso della creazione. Ma che cos’è tutto questo? Anche se il Signore mi desse – e me l’ha data – tutta la notte stellata come a san Giovanni della Croce, che me ne farei? Dio non mi dona soltanto il mio essere, Dio non mi dona soltanto la creazione: Dio mi dona Se stesso.

Spiritualità carmelitana e sacramenti, OCD 2014, pp. 220-223

L’amore di Dio è eterno (1958)

L’eternità dell’amore divino di una cosa ci fa certi: che Egli ci ha preceduto. Non è conseguenza di cosa alcuna, l’amore di Dio: prima che noi fossimo, prima che il mondo fosse Egli ci amava. Ci rendiamo noi conto di cosa voglia dire questa verità?

Se Egli ci ha amato sempre non può che amarci sempre, perché l’amore onde Egli ci ama è l’amore stesso onde Egli si ama. Allora, se è l’amore onde Egli si ama, penso che non abbia mai amato me? Non certo me in quanto sono separato da Lui: amandomi Egli di fatto mi trae in Se stesso. L’atto dell’amore divino non è soltanto l’atto onde Egli si dona alla creatura, è l’atto onde Egli trae la creatura nel Suo intimo seno. L’atto dell’amore di Dio, l’atto dell’amore del Padre, è il dono dell’Unigenito Figlio al mondo, ma il dono dell’Unigenito Figlio al mondo che cos’è? È l’assunzione della natura umana da parte di Dio. Vedete dunque che l’atto dell’amore di Dio onde Dio si dona, è anche l’atto dell’amore onde Egli si ama, perché amando Egli porta veramente la creatura dentro di Sé. E proprio perché è così l’amore di Dio, non possiamo temere e non dobbiamo temere.

Egli ci ama come ama Se stesso. Se Egli ci amasse in modo diverso dubiteremmo di essere mai amati e di essere amati da Lui, ma se Egli ci ama come ama Se stesso il suo amore è indefettibile, nulla può stancarlo, nulla può far finire questo amore. Potrebbe non amarci più, quando non potesse amare più Sé.

(…) Egli ci ama di un amore eterno. Guardate che questa verità ci radica nel più intimo della vita  divina, ci radica nell’intimo centro dell’essere stesso di Dio; siamo come radicati, piantati nel cuore stesso della Divinità. Certo, il nostro peccato ci separa da Dio, ma non separa Dio dall’amore onde Egli si ama, non toglie a Dio di poterci amare di un amore eterno ugualmente, fintanto che noi rimaniamo quaggiù. Rimanere quaggiù vuol dire rimanere in un’economia di salvezza, in un’economia di chiamata. Che cosa vuol dire Vangelo? “Buona novella”, il messaggio dell’amore di Dio. Ora fin tanto che rimango nel mondo, questo messaggio io l’ascolto. Perciò i predicatori dicono male quando dicono: «Pensa, Dio potrebbe stancarsi!». Dio non si stanca mai: sei tu che cadendo con la morte in un mondo in cui tutto è definitivo e non vi è più un messaggio, in cui Dio non più offre l’amore, ma stabilisce le cose ormai per sempre là dove sono, sei tu che cadendo in quest’altra economia ti escludi per sempre da Dio. Ma fintanto che vivo quaggiù, io son chiamato ad essere incorporato a Cristo, ad essere assunto da Lui, ad essere uno con Dio. Non io soltanto, ma ogni uomo che vive! Dio ci ha amato di un amore eterno: «in caritate perpetua dilexi te» (Ger 31, 3). Quello che dice Dio a Israele non è che l’eco di quello che dice il Padre al Figlio suo, perché d’un amore eterno, come d’un amore divino, Dio non può amare che Sé. Il Padre il Figlio, il Figlio il Padre eternamente, inviolabilmente, indefettibilmente, immensamente di un amore unico ed immenso; è l’eco di quella parola, è anzi quella stessa parola, è anzi quel medesimo amore, perché io effettivamente sono veduto dal Padre come già una sola cosa col Cristo, anche se sono peccatore; altrimenti faremo offesa al Cristo, perché Gesù ha preso veramente sopra di sé tutti i miei peccati, non quelli soltanto che ho commesso, ma quelli che potrei commettere, tutti.

Sicché non c’è mai un ‘basta’ all’amore di Dio fintanto che vivo quaggiù.

Dal Ritiro a Venezia del 26 dicembre 1958

Una sposa che ti ami… (1990)

«Una sposa che ti ami» [cfr. terza Romanza di S. Giovanni della Croce]. Se il Padre vuol donare una sposa al Figlio, il Figlio sarà lo Sposo che si dona alla sposa, e la sposa dovrà donarsi allo Sposo. Nessun altro legame tra la sposa e lo Sposo, tranne quello dell’amore. «Una sposa che ti ami»: che cosa vogliono dire queste parole? Suppongono che l’unione nuziale si debba compiere in un duplice dono: il dono dello Sposo, perché la creatura non potrebbe esser la sposa del Figlio di Dio se il Figlio non amasse e si donasse per primo; ma anche il dono della sposa che risponde all’amore dello sposo col suo medesimo amore. In questo vicendevole dono si consuma l’unione.

È necessario che un medesimo amore regni nell’uno e nell’altro; in questo amore si unisce lo sposo alla sposa e la sposa allo sposo. Come lo Spirito Santo è l’Unità del Padre e del Figlio, così nello Spirito Santo si compie l’unione dello Sposo, che è il Figlio di Dio, con la sposa che è la creatura. È nell’atto di quell’amore che ordina l’uno all’altro gli sposi e realizza il dono vicendevole dell’uno all’altro, che si compie l’unione. Il Padre celeste, nel disegno di dare al Figlio una sposa, determina anche che la sposa lo ami. Non è solo lo Sposo che ama, anche la sposa amerà lo Sposo. E potrà amare lo Sposo di quell’amore che Egli “merita”, perché il suo amore è di Spirito Santo.

Una volta che la persona creata diviene la sposa del Cristo, avviene quello che dice il Padre: «La quale sposa, per il tuo valore, meriti di aver la nostra compagnia». Se tu sposi, tu perdi il tuo nome, prendi il nome dello sposo. Nel matrimonio la sposa perde il suo nome e acquista il nome dello sposo. Per il valore e la dignità dello Sposo, la sposa stessa entra ora nel mondo di Dio, «in compagnia» non solo del Figlio ma anche del Padre. Il Figlio stesso la solleva e la porta per la forza del suo Spirito. Se la sposa acquista la dignità dello Sposo, essa ora per il Padre conta quello che conta il Figlio di Dio. Il Padre non separa più quello che ha unito l’Amore. La sposa è veramente una cosa sola con lo Sposo, possiede la sua stessa ricchezza, vive la sua medesima vita. Per questo entra nel mistero inaccessibile di Dio, è ammessa a vivere una sua comunione col Padre. Inseparabile dal Figlio, essa in Lui diviene inseparabile anche dal Padre. Dal Padre essa viene generata nella generazione stessa del Figlio, col Figlio essa vive nell’Abisso di Dio, in pura relazione di amore al Padre. Non si moltiplicano le Persone divine, ma la sposa non è più estranea alla compagnia dei Tre, la sua vita è la vita stessa di Dio.

Il disegno di Dio dipende tutto dalla libertà dell’amore, dall’amore del Padre che vuol donare una sposa al suo Figlio, dall’amore del Figlio che gradisce la sposa. La libertà tuttavia non toglie nulla alla realtà dell’amore. Non sarebbe amore se non fosse libero, ma perché è l’amore di Dio, è anche un amore infinito, e nulla esclude nel dono che Dio fa di Sé come Sposo alla sposa.

Se la sposa si nutrirà del medesimo pane del Padre, allora conoscerà il suo Sposo come lo conosce il Padre e in questa conoscenza godrà del suo possesso. Nel possesso dello Sposo, essa vivrà la pienezza di tutti i suoi beni, come li conosce e li gode il Padre: «affinché conosca i beni che io ho in tal Figlio, e con me si feliciti della tua grazia e leggiadria».

Davvero, come scrive l’apostolo Giovanni, «il Figlio di Dio è la vita eterna», ed è nel Figlio di Dio che l’uomo possiede questa vita che è la vita anche del Padre. Il Figlio si darà alla sposa e diverrà tutto il suo bene come Egli è il bene del Padre. La vita della sposa non è che lo sposo. La conoscenza di Dio non può moltiplicare Dio in una sua immagine vana, la sua conoscenza vera non può essere che il possesso di Dio, non può essere che la sua dimora nell’uomo.

Alle parole del Padre il Figlio risponde: «Molto lo gradisco, Padre». Libertà nel Padre, libertà nel Figlio. È libero l’amore del Padre nel creare e nel voler dare una sposa al suo Figlio, è libero l’amore del Figlio che fa sua la volontà del Padre.

La teologia spirituale di San Giovanni della Croce, pp. 115-117

L’assenza di Dio (1977)

Abbiamo detto che nella Comunità ci siamo impegnati a vivere una vita di preghiera. Però non ci siamo impegnati a dire tante preghiere, tanti esercizi di pietà. Vi ho detto che vi posso anche dispensare da tutto nella misura che questo non è un mezzo necessario al progresso della vostra vita spirituale, ma non posso dispensarvi dal fatto che la vostra vita divenga una vita di preghiera. Allora la cosa importante, per vivere questa preghiera, è che nasca in voi il desiderio. E sono molto contento quando mi dite che non sentite Dio e che Dio è per voi come se non fosse. Vi ho già detto prima: voi non avreste questo sentimento dell’assenza se nel vostro spirito non ci fosse già la presenza di Dio. È proprio il fatto di averlo in qualche modo conosciuto non psicologicamente, ma spiritualmente che la vostra anima aspira a Lui, sente il suo vuoto, sente la mancanza di Dio. Questo sentimento dell’assenza è il segno positivo di una presenza.

Quando mi dite che avete tante esperienze interiori, io ci credo e non ci credo; potete benissimo scambiare i vostri sentimenti con il senso della divina Presenza nel modo positivo. Invece non si sbaglia mai quando c’è in noi questa fame, questo bisogno di Dio e non lo sentiamo. Per questo io sono contento quando voi vivete in questa desolazione, in questa povertà. Se però me lo dite così tranquillamente, contente della vostra piccola mediocrità, allora no di certo, allora è come il non sentirlo dei dannati: vivreste la vostra condanna come se Dio non vi importasse più e il mondo di quaggiù fosse tutta la vostra vita. Ma quando le cose presenti non vi dicono nulla, non possono legare il vostro spirito, non possono legare la vostra anima, vi sentite come esuli; vi sentire come stranieri in un mondo non vostro, allora sì che tutto va bene, perché quaggiù non siamo in paradiso.

Di qui ne deriva che per noi la certezza maggiore di una vita spirituale è più la desolazione interiore, il sentimento dell’assenza di Dio, questo tormento di cercarlo e di non trovarlo quasi Egli non fosse, piuttosto che il sentimento della dolcezza e della pace. Questi sentimenti possono esserci, ma non vi danno sicurezza; hanno sempre in sé un carattere di ambiguità, e di fatto è esperienza psicologica. Come fai tu a sapere se è veramente Dio? Solo quando siamo nell’estasi. Allora può esserci veramente il carattere positivo di una presenza divina senza errori.

Bisogna veramente che la vostra vita spirituale implichi un tormento per il desiderio di essere con tutto l’essere vostro nel cielo, in una visione di Dio, in un possesso di Dio definitivo. Fintanto che non c’è il tormento non c’è Dio, perché allora vuol dire che vi adattate al vostro vivere presente. Ecco perché l’espressione più vera della vita spirituale la esprime santa Teresa con le parole: «Muoio perché non muoio!»; fintanto che non si arriva a questo, noi giochiamo, non viviamo in modo pieno questo desiderio di Dio che diviene tutta la vita.

Ritiro a Firenze, 16 ottobre 1977

Il ritardo di Dio (1959)

«…E tardando lo sposo a venire, esse si assopirono tutte e dormirono» (Mt 25,5).

Il Signore sembra avere una visione pessimistica della vita spirituale delle anime che Egli ha chiamato: «tutte» si assopirono. Non c’è distinzione tra vergini sagge e vergini stolte; sembra che nessuna anima sappia attendere Dio, restar desta nell’amore. Tutti ci adagiamo nel sonno, e abbiamo bisogno di un grido che ci svegli per riprendere il cammino, che poi nuovamente interrompiamo per abbandonarci al sonno.

Ora però non voglio parlar tanto del sonno quanto del motivo del sonno. Qual è questo motivo? «Tardando lo sposo a venire…». Lo Sposo ritarda. Ha chiamato le vergini ed esse lo aspettano, ma una volta chiamate le abbandona, ed esse si sentono sole, e su loro pesa il silenzio di Dio. Esse non sanno sopportare l’attesa.

È sempre duro sopportare l’attesa, tanto più se la nostra vita è tutta un’attesa di Dio. Chi è impegnato nelle cose umane, nella famiglia, ecc… può aspettare più tranquillamente, sente meno la solitudine del cuore; ma per un’anima che ha rotto tutti i ponti per seguire la voce di Dio diviene veramente pesante e duro questo silenzio in cui Dio la lascia dopo che essa ha risposto. Da principio va tutto bene e l’anima non sente il distacco dal mondo; l’amore non le fa sentire le rinunzie che esige, tutti i beni terreni sono per lei un nulla. Ma dopo che ha rotto i ponti Dio sparisce e all’anima sembra di essere stata ingannata. «Tu mi hai sedotto, Signore…», dice Geremia (cf. Ger 20,7).

Silenzio. La vita spirituale affonda in questo silenzio, in questa solitudine. È più normale il silenzio di Dio che la sua parola. La notte è lunga e le vergini si addormentano.

(…) Hai risposto e ti trovi solo; non senti più nulla; dopo aver lasciato tutto ti trovi nella tua povertà e facilmente cade in te ogni speran­za, ogni desiderio. Nella noia dell’attesa l’anima si abbandona al sonno.

Silenzio di Dio, notte, solitudine. Le vergini son sole e il buio e il silenzio le circondano. È lo stato dell’anima che ha risposto a Dio, perché se si risponde sul serio a Dio si spezzano tutti i legami. Vergini sagge e vergini stolte sono ugualmente nella solitudine, nel silenzio, nella notte. Devi dare tutto e non ricevere nulla. Ti sembra di avere impegnato tutta la vita e che a nessuno importi del tuo dono.

(…) Il ritardo di Dio è già la sua risposta. Dio si rivela nascondendosi; finché sai come si chiama non lo conosci, finché credi che ti sia vicino l’hai scambiato con un altro, finché lo vedi non lo vedi. Non c’è progresso nella conoscenza di Dio se non c’è progresso nella nostra ignoranza al suo riguardo. (…) La risposta di Dio alla nostra preghiera è dunque questo silenzio, questa solitudine. Non altro deve essere per noi il segno dell’amore. Dio ci dà Se stesso, e per farlo ci spoglia di tutto ciò che Egli non è.

Dal Ritiro del 20 gennaio 1957 a Firenze

La crescita del seme e i rigori dell’inverno (1957)

L’aridità, la noia, il disgusto della pietà non sono indizio di un regresso. In un primo tempo l’anima ha avuto uno slancio, una forza vittoriosa che non conosceva ostacoli e che ha permesso al seme di spaccare la terra e di uscire al sole, ma poi per molto tempo il seme resta quasi fermo.

Sembra che la vita ora dorma, ma il seme sta preparando le radici per accestire e gettare in alto lo stelo e per poter trarre l’umore dal terreno anche nei mesi di aridità. È continuo lo sviluppo dell’anima, ma questa continuità è quella di uno sviluppo organico, non lineare. Attraverso periodi d’apparente involuzione l’anima progredisce senza accorgersene. Siccome l’anima non può vedere la grazia che possiede, le può sembrare di subire arresto e può credere di aver compromesso la sua santificazione col non rispondere alla parola di Dio, ma se si ha fiducia nella parola, e se restan vivi la fede e l’abbandono, tutti gli apparenti arresti non sono che apparenza. Bisogna che il seme conosca i rigori dell’inverno per gettare radici più profonde, che assicurino la vita allo stelo malgrado le difficoltà esteriori.

La parola di Dio è un seme che ha il suo principio in Dio, non in te, e c’è sempre il pericolo che basti una difficoltà a farla seccare. È giusto che tu conosca i rigori dell’inverno e che il seme vada modificandosi senza che nulla apparisca e senza che tu te ne accorga. Non è detto che la virtù esteriore manifesti sempre il grado di maturità di un’anima: la maturità dell’anima è trasformazione dei tuoi pensieri, della tua volontà, prima che dei tuoi atti e dei tuoi movimenti. Dio lavora nel profondo. Quanti anni ci son voluti per i santi prima che apparisse quanto Dio aveva operato in loro! Erano anni apparentemente uguali a quelli delle altre anime che non avevano accolto nessun invito alla santità. Avete creduto di perder tempo e forse questo tempo è stato il più prezioso per la vostra santificazione. La vita del Curato d’Ars quando era in seminario e quando stava nascosto per non andare a fare il soldato, poteva sembrare la vita di un mediocre, d’un pavido; e invece in questa oscurità si preparava la grandezza della sua risposta. E chi avrebbe detto che da Teresa Martin, bambina viziata, querula, incapace di superare qualsiasi contrarietà, sarebbe uscita una santa? Così è per l’anima nostra: anche il nostro progredire suppone anni oscuri, involuzioni. La parola di Dio è un seme fecondo che non si smentisce; solo se tu poni un ostacolo la sua fecondità non agisce in te, ma se resti vivo nella fede la parola agisce e «non sai come». Non vedi questo crescere: il grano resta fermo per mesi e mesi, poi improvvisamente cresce con furia; e così è per te. Arresti, desolazioni interiori, aridità… Dov’è andata la divina parola? Pensi di averne colpa o che Dio non ti ami abbastanza… Ma se restano la fede e l’abbandono, il tuo crescere è continuo anche se ti sfugge. Fai credito a Dio. Anche l’agricoltore fa credito a Dio: non sta lì a guardare il seme, ma va a dormire. Non angustiarti: abbi fede, rimani in un abbandono umile e pieno, e tutto andrà bene.

Dal Ritiro del 28 aprile 1957 a Firenze

Vivere nella luce di Dio (1988)

Prima ancora di amare Dio, prima ancora di amare il prossimo, bisogna cercare di vivere nella luce di Dio. Che cosa dice san Giovanni nel Vangelo e ripete anche nella Prima Lettera? «Chi cammina nelle tenebre non sa dove va». Se noi non viviamo nella luce di Dio non possiamo dire nemmeno di amare, non sappiamo nemmeno se il nostro amore è vero, se è veramente un amore che ci avvicina a Dio oppure un amore che ci allontana da Lui. Per essere sicuri di quello che è la nostra vita intima noi non possiamo far altro che vivere nella luce, cioè mantenerci di fronte a Dio. È quello che dicevano i primi cristiani.

Sapete, i primi cristiani non erano molto favorevoli all’esame di coscienza. L’esame di coscienza per loro era mettersi davanti a Dio e vedersi nella luce di Dio. Perché fintanto che tu ti guardi soltanto, senza metterti di fronte al Signore, ti sembrerà di essere buono, ti sembrerà di fare tante cose, ti sembrerà che tu non abbia più nulla da fare (in fondo che cosa posso fare di meglio?), perché chi non si pone di fronte a Dio non vede se stesso. Per conoscere noi stessi dobbiamo conoscere Dio, è soltanto la luce divina che manifesta a noi quello che realmente siamo. Di qui l’importanza per noi di vivere in questa presenza di luce, in questa presenza di un Dio tutto santo.

Ci sentiamo noi di vivere davvero come ha vissuto Gesù? Di avere i sentimenti stessi del suo cuore divino? Davvero noi siamo umili come Lui? Davvero come Lui viviamo la volontà di Dio e possiamo dire che il nostro cibo è la sua volontà? Davvero come Lui viviamo questo amore anche per i nemici così da chiedere la loro salvezza: «Perdona loro perché non sanno cosa fanno» (Lc 23, 34)?

Nei confronti di Gesù, ecco, ci appare quello che siamo. Ci sembra di essere molto lontani dall’aver realizzato, anche minimamente, quelle che sono state le virtù del suo cuore divino e i sentimenti più profondi della sua anima; ma è proprio nel vivere in questa luce che noi sentiamo che cosa il Signore ci chiede, e allora ci sforziamo di vivere un po’ meglio, un po’ più secondo questi sentimenti. E tuttavia quanto più ci avviciniamo, tanto più sentiamo la lontananza, perché si tratta di una santità infinita, e noi siamo vicini a Dio nella misura che realizziamo questa distanza infinita. Ecco perché quando uno è santo si sente il più grande dei peccatori. Non è una menzogna; è che l’infinita santità di Dio ci trascende sempre infinitamente. Noi non possiamo, camminando, avvicinarci ad una meta infinita; ci avviciniamo nella misura che sentiamo quanto siamo distanti, che sentiamo quanto è infinitamente lontana da noi la santità che noi contempliamo in Dio stesso.

Voi capite di qui quanto sia drammatica l’esperienza cristiana; implica uno sforzo continuo, nella fiducia assoluta della grazia, ma col sentimento sempre più vivo e drammatico della nostra povertà e della nostra miseria. Chi si sente peccatore non è lontano da Dio; è chi si sente sano che non lo conosce! Se tu sei soddisfatto di te, vuol dire che ormai Dio si è nascosto al tuo sguardo. Di notte siamo tutti belli perché non ci si vede, ci vuole la luce del sole per scoprire quello che siamo; così è nella luce di Dio che possiamo conoscerci davvero. Se non ci mettiamo in questa luce ci sembrerà di essere a posto, ma in realtà non ci conosciamo più perché non conosciamo Lui: è la sua luce che ci fa conoscere quello che siamo… che ci fa comprendere quanto da Lui siamo lontani, quanto ancora siamo peccatori, quanto ancora siano grandi e numerose le infedeltà che commettiamo tutti i giorni.

Ritiro a Biella del 28.12.1988

Stendersi fra due estremi (1988)

«Probabilmente la decima è la più bella tra tutte le Esclamazioni di santa Teresa, la più viva di pathos, la più drammatica. La preghiera è strutturata in tre paragrafi della stessa lunghezza e si articola sapientemente in una contrapposizione continua fra i peccatori e Dio, Dio e i peccatori. Teresa, nel mezzo, è solidale con gli uni e con l’Altro; è dalla parte di Dio ed insieme si sente essa stessa peccatrice. Diviene veramente colei che unisce i due estremi: la santità divina e il peccato del mondo (…).

Anzitutto proviamo a considerare Dio uno dei «personaggi» del dramma. Chi è Dio per Teresa? I nomi che gli dà non sono mai degli attributi impersonali o almeno lo sono raramente. (…) Prima lo chiama «Dio dell’anima sua», e poi «Amico sincero». Con questo nome si spinge più oltre, perché Dio è certo il nome che trascende ogni nome, ma quando «Amico» viene dopo aver detto che è Dio, tutta la divinità si offre in comunione di amore all’anima sposa. È proprio per questa amicizia che Teresa può rivolgere a Dio una preghiera veramente straordinaria, la preghiera di tutti i grandi amici di Dio. Essa chiede che se anche i peccatori non vogliono, per la sua preghiera debbano essere salvati; essa si offre non per coloro che nel peccato non hanno chi intercede per loro, ma per coloro che non vogliono nemmeno questa intercessione. Il suo amore deve vincere l’ostinazione del male.

(…) A questo Dio al quale Teresa è così intimamente unita, rivolge la sua preghiera, il cui contenuto è la salvezza universale. In un primo tempo sembra mettersi dalla parte di Dio contro i peccatori, ma poi prevale la pietà. Mentre da principio ella vede il suo Dio ferito, ucciso fra orribili dolori, in seguito vede invece i peccatori morti e poi condannati ad una pena eterna. Passa dunque dalla visione di Dio col quale ella si fa solidale nel sentimento della pena per l’offesa ricevuta, ad una pena ancora più grave per i peccatori che hanno inferto queste ferite, che hanno ucciso il suo Dio.

Dunque Teresa è unita contemporaneamente a Dio e, nonostante tutto, ai peccatori. La sua unione con lui non la divide da nessun peccatore. È questo il dramma del cristiano quaggiù; in forza della nostra unione con Dio dobbiamo sentirci solidali col peccato del mondo. Quanto più siamo uniti con Dio tanto più diveniamo come il Cristo, l’Agnello che porta sopra di sé il peccato del mondo. Teresa non prende le difese dei peccatori, ma vuole che quel Dio che essi hanno offeso e ucciso, ora debba donare a loro salvezza.

(…) Teresa ora diviene corredentrice: è consapevole dei suoi peccati passati, che l’hanno resa ancor più solidale con questo mondo di peccato. E non può che chiedere che cessino – «con i miei» – anche i peccati di tutti. Ma immediatamente, siccome i peccati suoi sono già cessati, ella si mette dalla parte di una che era peccatrice. Come per le preghiere di Marta e Maddalena (probabilmente lei pensa a Maddalena come il tipo dell’anima contemplativa) Gesù ha risuscitato Lazzaro, così Teresa peccatrice, ma perdonata, ora con la sua preghiera e il suo pianto chiede la risurrezione di questi morti. E dice: «Essi non chiedono di risorgere e forse non vogliono nemmeno risorgere, ma come per la preghiera di lei tu lo hai fatto risorgere, ascolta ora la mia preghiera».

Nel terzo paragrafo non è più lei che prega, ma il Figlio di Dio prega in lei. Il Giudice è colui che è infinita misericordia: «Chi vi prega è il Giudice stesso che vi dovrà condannare». Notiamo queste parole grandissime: è Dio che prega gli uomini, che si rivolge a loro perché accolgano il suo amore; Dio vuol essere ascoltato, implora l’uomo che gli faccia posto nel cuore. Non è il peccatore che desidera allontanare da sé la sua pena, che non vuol precipitare nell’inferno, ma è Dio che non sopporta che un suo figlio, anche se peccatore, possa andare perduto. «E il Giudice stesso che dovrà condannarvi (dovrà, perché non potrà salvarvi se voi non volete), che ora vi prega».

Al termine della preghiera è davvero la misericordia che vince; non vi è altra giustizia che quella della misericordia: e qui veramente vengono fuse insieme giustizia e misericordia. In questa preghiera, la santa mantiene un legame profondo, vivo, drammatico sia con Dio che con i peccatori, e questa unione la crocifigge. E veramente questa la crocifissione: lo stendersi fra i due estremi, il dover stringere insieme il peccato del mondo e la santità stessa di Dio, l’abisso del male umano e l’abisso della misericordia infinita. Le due braccia si stendono a raggiungere queste due rive infinitamente lontane. Teresa diviene, in fondo, la mediazione stessa del Cristo che stende le braccia». 

Chiedere Dio a Dio (commento alle Esclamazioni di santa Teresa d’Avila), pp. 44-53

Un grande stupore (1989)

Il Vangelo della guarigione del servo del centurione ci offre uno spunto per la nostra meditazione. Si è detto che la vita religiosa consiste in un rapporto di amore in cui per primo è il Signore che intraprende questa comunione e inizia il colloquio, poi è l’uomo che risponde. Ciò significa che l’anima deve avere la percezione che è un Dio che gli parla. Si rivela ciò dalle parole del centurione: «Signore, io non sono degno» (cfr. Lc 7, 6); egli ha capito dalle parole di Gesù che colui che gli parlava era il Signore. Forse non la percezione chiara che fosse il Figlio di Dio, ma ha comunque avvertito che qualcosa di grande era avvenuto; egli ha ascoltato una parola di uno che gli parlava in nome di Dio, di uno che aveva stabilito tra coloro che ascoltavano e Dio un certo rapporto misterioso. Proprio per questo il centurione si sente indegno di invitare il maestro, di chiedergli un miracolo.

Ed ecco allora uno dei fondamenti della vita religiosa: noi siamo sicuri di avere ascoltato Dio se nasce in noi questo senso di stupore. Come… Dio parla a me? Che cosa noi siamo? Uomini che oggi ci sono e domani non sono più, e Dio l’infinito si rivolge a ciascuno di noi? Dobbiamo avere questa percezione, perché se non l’abbiamo non vivremo mai la vita religiosa. Questa comporta la nostra apertura nella fede alla nuova dimensione della nostra vita. Fino ad adesso si viveva la nostra piccola vita, si studiava, si scriveva, si leggeva, e ora Dio entra nella tua vita e tu rimani come sospeso nell’ammirazione, direi come paralizzato nelle tue potenze.

Vedete, quello che meraviglia il centurione non è il fatto che il maestro faccia il miracolo – perché anzi il miracolo lo chiede lo stesso – ma il fatto che il maestro si occupi di lui, vada nella sua casa. La cosa più grande nella vita religiosa non sono i doni che possiamo ricevere da Lui, ma che Lui entri nella tua casa, che stabilisca un rapporto di amore con te. Se noi avessimo davvero una percezione viva che Colui che ha creato il cielo e la terra è entrato nella nostra casa (cioè nella nostra vita), che cosa sarebbe mai la nostra vita! Sarebbe, come dicono i santi, un grande stupore.

Una delle cose più difficili nella vita cristiana è credere all’amore divino. Siamo così povera cosa… Una di voi mi diceva poco fa di sentirsi una formica: altro che formica di fronte a Lui che è l’immenso! E tuttavia ci ama, ci ha scelto, ci ha chiamati per nome e ci dice: «Ecco, sono tutto per te». Questa è la vita religiosa! Nel sentimento del nostro nulla avere questa percezione che è per noi sempre motivo di stupore infinito: siamo scelti da Dio! Che cosa è mai tutta la grandezza umana nei confronti di quello che un’anima vive se vive la percezione sicura che Dio è tutto per lei? Anche la vita più umile diventa di una grandezza smisurata, una grandezza che noi non sappiamo nemmeno concepire.

Si capisce davvero come la parola dell’uomo, dopo quella di Dio, sia una parola di stupore e di ammirazione, ma anche di perfetta umiltà: «Signore, non sono degno che tu venga nella mia casa».

Dal Ritiro del 4 giugno 1989 a Genova