domenica, Agosto 18, 2019

Amen! Vieni Signore Gesù! (1988)

Miei cari fratelli, è la Pasqua, e la Pasqua è veramente il dono di Dio ad ogni anima che lo voglia accogliere in sé. Certo, per noi che viviamo nel tempo, un incontro reale con Dio può scuoterci fin nel profondo. Non siamo ancora adattati a questo incontro con la divinità.

È giusto che viviamo nella penombra della fede, perché il nostro organismo umano non reggerebbe all’incontro con la luce infinita, all’incontro con questo Dio che è un fuoco inconsunto e immenso. E per questo si dovrà vivere l’attesa nell’umiltà, nel silenzio; ma l’umiltà e il silenzio nel quale dobbiamo vivere è un silenzio pieno di speranza, è un silenzio sempre più desideroso dell’incontro finale.

(…) Vi ricordate il saluto che era proprio della Comunità agli inizi, quando la Comunità è stata fondata? «Ecco, il Signore viene!». «Amen! Vieni Signore Gesù!». Sono le parole del Vangelo a cui rispondono le ultime parole dell’Apocalisse (Mt 25, 6; Ap 22, 20). Sono le parole che dovrebbero essere l’espressione più viva della nostra vita cristiana, perché nella nostra vita cristiana dobbiamo sentire e sapere che Egli viene. Chi è Dio per noi se non «Colui che era, che è e che viene» (Ap 1, 8)?

«Ecco, il Signore viene»: ecco il saluto. E l’anima si apre alla venuta del Cristo in un desiderio vivo di amore: «Amen! Vieni Signore Gesù!». È la preghiera dei primi cristiani; e perché non dovrebbe essere la preghiera dei cristiani di oggi? Voi sapete come finiva la preghiera eucaristica della Didaché: «Venga la tua grazia e passi questo mondo». Finisca questa scena in cui viviamo soltanto un’attesa, in cui viviamo soltanto l’esperienza dell’esilio, di una lontananza da Colui che amiamo. Ma domani che festa sarà! Quando i nostri occhi si apriranno e lo vedranno, Lui che abbiamo atteso fin dalla nostra giovinezza, Lui al quale abbiamo donato tutta la vita. Quale festa sarà! Ma la festa è già cominciata, perché Egli già ora viene per noi: nell’umiltà, nel silenzio, Egli è presente (…).

Stasera noi abbiamo acceso il cero pasquale nella notte del tempo. E il cero si è alzato su di noi: «La luce di Cristo!» (Lumen Christi) abbiamo gridato e ci siamo prostrati, perché proprio nel cero abbiamo visto il simbolo di Lui, noi abbiamo contemplato e vissuto il nostro incontro con Cristo. Egli è venuto. È venuto come nel Cenacolo, è venuto come all’alba del giorno di Pasqua apparve alle pie donne. Secondo molti esegeti il Vangelo che si legge questa notte non sarebbe che la narrazione della prima apparizione di Gesù: quell’angelo vestito di bianco, seduto sul sepolcro, sarebbe Gesù, il Gesù imberbe delle catacombe. Il Gesù glorioso, il Gesù della Resurrezione non ha più la barba, è divenuto giovane della giovinezza dell’eternità. Così hanno rappresentato nelle catacombe il Cristo risorto e così lo vide la prima generazione cristiana.

Quando apparve ai discepoli, si presentò così come lo avevano conosciuto, ma le pie donne lo videro nella sua gloria, nella sua giovinezza, vestito di bianco, come trionfatore. Il bianco è il colore del trionfo, della vittoria. Lo videro trionfatore della morte e ne ebbero paura. Anche loro, povere donne, non avevano la possibilità di incontrarsi con questa gloria improvvisa che era balenata ai loro occhi. Ebbero paura e scapparono. Dovette poi il Signore adattarsi alla loro povertà e apparire come un viandante che andava per la sua strada quando si mostrò ai due discepoli (cfr. Lc 24, 15-16); dovette apparire come un ortolano a Maria di Magdala (cfr. Gv 20, 15)… Il Signore si adatta alla capacità povera che noi abbiamo di poterci incontrare col mondo divino.

(…) Chiediamo al Signore che egli si adatti anche con noi alla nostra povertà, perché se egli vuole entrare nella nostra vita, non debba spaventarci, non debba creare in noi un senso di smarrimento (…). Se Egli ci deve apparire, che Egli apparisca come sulle rive del lago invitandoci a mangiare quel pesce che Egli aveva fatto pescare, ma che aveva già pronto arrostito per la colazione dei suoi discepoli.

Oh! Che Egli ci prepari davvero il suo banchetto! Ce lo prepara stasera con la santa Messa. Non andremo noi tutti a fare la comunione? È il banchetto a cui Egli ci invita. (…). Accogliamolo in noi con umiltà vera! Accogliamolo in noi con fede profonda! E sia la nostra vita, da oggi in avanti, una continua comunione con Lui.

Omelia della notte di Pasqua, 2 aprile 1988, Triduo pasquale a Desenzano (BS))

Vivere il mistero del Natale (1992)

L’Incarnazione è una cosa che ci riguarda e ci riguarda personalmente; e ci riguarda più di qualsiasi altra cosa. Certo il mistero della Trinità è grandissimo, ma può interessarci solo attraverso il mistero dellIncarnazione; perché senza il mistero dell’Incarnazione Dio rimane trascendenza infinita.

Non importa nemmeno che io sappia che egli è Padre, Figlio e Spirito Santo, perché non mi interessa più. Vive in una eterna solitudine, nella sua trascendenza infinita, in un silenzio che non è morte, perché è vita infinita; ma è una vita che per me è e rimarrà sconosciuta. Dio si fa presente per me quando si fa uomo; quando lega questa sua vita divina a una natura umana, fragile come la mia, passibile come la mia, limitata come la mia.

(…) Miei cari fratelli, la prima cosa dunque che dobbiamo vivere in questo Natale è questa comunione che si è stabilita fra l’uomo e Dio. Anche noi, come Gesù, viviamo una condizione umana di povertà e di debolezza, ma tutto questo non ci impedisce più di credere e anche di sapere che nella nostra povertà e umiltà Dio vive con noi. (…) Non cé più questo abisso che separa la creatura dal creatore, che separa Dio dall’uomo. Viviamo una comunione di amore.

(…) È questo che noi dobbiamo vivere nel Natale: Dio è tanto buono che vuole aver bisogno di noi. Non siamo noi soltanto che abbiamo bisogno di lui, non siamo noi soltanto che aspettiamo questo dono immenso di amore da parte di Dio; è Dio che aspetta tutto da te. Maria gli dette la natura umana, Giuseppe la sua protezione, la sua difesa: un povero bimbo appena nato, con una fanciulla per madre che non poteva avere più di 16-17 anni, sola, lontana dal suo paese, bisognosa certamente di difesa. Dio chiede a noi una difesa, una protezione; chiede di poter nascere da te, di poter vivere di te.

(…) Chi è Gesù per te? Il Natale te lo dice: non è un amico, perché è ancora troppo piccolo per essere un amico; non è nemmeno uno sposo, perché non ci si sposa con uno che è appena nato; è il tuo figlio. Il Natale ti chiama a vivere questo rapporto, il rapporto soprattutto della madre con il figlio, il rapporto di Maria con Gesù. Devi vivere questo. Questo figlio che nasce, vuole da te tutta la tua tenerezza; non ti permette di dividere il tuo amore con altri. Egli pretende tutto, vuole tutto. Apre le sue piccole braccia perché vuole che tu lo porti sulle tue braccia; esige da te il dono di tutto il tuo amore, perché anch’egli tutto si dona a te. Questo vuol dire vivere il Natale. Il presepio sarà una bella cosa, può essere una bella cosa tutto quello che volete, ma più importante di tutto sarà sempre il vivere questo rapporto di amore.

Tu devi essere la Vergine che accoglie il bambino, tu devi essere Giuseppe che lo protegge, tu devi essere tutti coloro che hanno avuto un rapporto con il Cristo in quell’evento della sua nascita. Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Può darsi che anche a voi avvenga, come a san Giovanni della Croce o come alla beata Cristina Ebner, di portarlo fisicamente sulle braccia. Cristina prese il bambino Gesù dal presepio e lo portò al refettorio cantando: ed ecco che il bambino divenne vivo nelle sue braccia. Come si verificò anche a Greccio per san Francesco: Francesco, vestito da diacono, prende il bambino e il bambino diventa vivo nelle sue mani. Perché non dovrebbe esser così? Ma anche se Gesù non volesse fare il miracolo di farsi sentire vivo, dovreste ugualmente dire con san Giovanni della Croce: “Signore Iddio, se di amore devo morire, questo è il momento”. Sì, perché Dio non ci può dare di più, quando ci ha dato se stesso, divenendo la nostra ricchezza vera, la nostra gioia più pura, tutto il nostro amore.

Ritiro del 20 dicembre 1992 a Firenze

Avvento: rivelare Cristo a un mondo vuoto di Dio (1957)

Il mondo è così vuoto di Dio! Gli uomini vagano in una tenebra spessa e non sanno dove andare. E noi viviamo vicino a loro e non ci rendiamo conto dell’angoscia che stringe la loro anima, non ci rendiamo conto del vuoto della loro vita.

Oggi piuttosto che contare le anime che conoscono il Signore, si potrebbero contare quelle che non lo conoscono, per le quali il Cristianesimo forse non è che un ammasso di superstizioni, una vaga speranza che essi non sanno giustificare. Essi vivono come nostri fratelli e non posseggono la ricchezza più grande della nostra anima: il Signore.

È soprattutto per renderci conto della nostra responsabilità verso di loro che viviamo l’Avvento, per renderci conto che dobbiamo essere noi la rivelazione di Cristo in un mondo pagano, che dobbiamo essere la luce del mondo, il sale della terra. E invece il Cristianesimo oggi sembra esser divenuto impotente a risanare l’umanità, sembra essere non più sorgente di calore, di vita, di luce, ma una vana reliquia di tempi passati. Nell’intimo dell’anima di tutti questi uomini è il pensiero, il timore che tutto sia finito e che nasca ora, per mezzo della scienza o della cultura, una nuova età; che tutto quel che i secoli passati ci hanno trasmesso siano sogni vani. Tutto sembra vuoto, solo un’angoscia profonda stringe le anime: il senso che né la tecnica né la filosofia né il benessere possano rispondere al desiderio del cuore. E allora gli uomini sognano una nuova religione “libera da miti”, come essi dicono, perché senza di essa sembra impossibile vivere quaggiù.

Di fronte allo smarrimento di questa moltitudine immensa (i veri cristiani sono oggi pochissimi anche fra noi) quanto più grave è la nostra responsabilità di messaggeri e testimoni di Cristo! Non possiamo essere contenti della nostra salvezza personale lasciando che questa massa si perda, non possiamo strapparci alla solidarietà che ci lega a loro. L’esser cristiani ci dà una responsabilità verso di loro, ci dà un compito immane: quello di rivelare a questi uomini Dio.

Noi siamo pochi e poveri, non siamo né geniali né potenti, siamo povera gente, umile gente. Che differenza vi è fra noi e i pescatori della Galilea? Ma proprio per questo deve ripetersi il miracolo di allora. Pochi, poveri e impotenti, noi dobbiamo essere la luce del mondo, la forza che lo solleva; altrimenti è segno che non crediamo neanche noi. Non abbiamo modo di salvare questo dono che ci è stato dato se non rivelandolo agli altri.

Venga dunque il Natale, e sia una nascita nuova di Gesù nel mondo, nella povertà e nell’umiltà delle nostre case e dei nostri cuori. Nasca il Signore in noi e si riveli al mondo: questa è la preghiera che oggi gli innalziamo. Chiediamo la santità, ma una santità che sia irradiazione di luce su tutta la creazione, non una santità che salvi noi soli e dia a noi soli la perfezione e la gioia. Se vogliamo una santità di questo genere Dio non ce la dona, perché non possiamo sottrarci dal compito di tutti coloro che hanno trovato il Signore: il compito di rivelarlo agli altri.

(…) S’impone una santità che, se deve esser proporzionata al bisogno del mondo, deve esser più grande di quella di tanti santi canonizzati, perché oggi è più grande il vuoto da colmare. I santi canonizzati in questi ultimi decenni, salvo pochi (santa Teresa del Bambin Gesù, il Curato d’Ars e pochi altri) non hanno dato al mondo l’impressione di una presenza divina. Il mondo non se n’è accorto. La nostra vita deve essere qualcosa di più. E il dir così non è presunzione da parte mia, perché io non considero voi ma il bisogno del mondo e la missione del cristiano.

(…) Questo è l’Avvento: impegno di essere noi quei santi, quei rivelatori di Cristo che il mondo aspetta e non vede.

Ritiro del 15 dicembre 1957 a Casa San Sergio (FI)

Conversione: un terremoto interiore (1968)

Siamo nella Quaresima: la Quaresima ci richiama alla penitenza. È con la penitenza che si è iniziato il ministero di Gesù.

Ma che cos’è precisamente la penitenza? Soltanto il pentimento di quello che possiamo aver fatto di male sarebbe ben poco per caratterizzare invece quello che con questo termine intende la Chiesa e intende il Signore. Il termine “penitenza” è una traduzione molto imperfetta di un termine greco che viene usato dagli evangelisti proprio per dire il contenuto della prima predicazione di Gesù, quando inizia il suo ministero.

Il termine greco è metánoia e voi potete capire già che cosa può voler dire. Nous è la mente, è lo spirito, anzi la psiche, l’anima, e meta vuol dire proprio un capovolgimento, un rovesciamento del nostro essere interiore.

Di qui voi capite che quando noi pensiamo che penitenza voglia dire soltanto pentimento dei peccati è troppo poco. Quando pensiamo alla penitenza come al complesso di azioni afflittive, mortificanti per la nostra natura, ugualmente si dice qualcosa ma non si dice quasi nulla, perché, quando si pensa appunto ad azioni afflittive, in generale si pensa a quelle azioni afflittive che non toccano affatto il nous, lo spirito, ma toccano il corpo.

Ecco perché uno dei decreti ultimi sulla riforma della penitenza quaresimale sembrava quasi eliminare quello che finora sembrava il contenuto specifico proprio della Quaresima. Quello che poteva sembrare il vero contenuto della Quaresima era stato eliminato non dalla Chiesa, ma dal fatto che i cristiani non ci credevano più, non facevano più nulla in questo senso. Ma forse i cristiani, non sottomettendosi più a quelle prove, davano segno d’aver capito di più la penitenza veramente cristiana, se non altro davano l’impressione di aver capito che quelle penitenze valevano poco e non era il caso nemmeno di dar loro importanza.

Qual è allora la vera penitenza a cui ci richiamano il Signore e la Chiesa nel tempo quaresimale? Questa penitenza ci richiama intanto a una coscienza di una nostra opposizione radicale con Dio. Se si impone una conversione, segno è che noi non siamo rivolti al Signore, ma gli voltiamo le spalle.

Possiamo noi dire questo? Sì, possiamo dirlo! Nel fondo del nostro spirito noi rimaniamo in una certa opposizione a Dio fintanto che non siamo dei santi. Solo il santo vive, anche nell’atto suo primo, anche nell’atto suo più interiore, questa perfetta adesione a Dio, questa perfetta trasparenza dell’essere alla luce divina. Noi nel nostro più intimo siamo opachi alla luce, nel nostro più intimo, senza esserne forse nemmeno consapevoli minimamente, noi viviamo una certa opposizione a Lui. E questa opposizione da che cosa deriva?

Mi sembra così chiaro quello che dice sant’Agostino, mi sembra così evangelico e così biblico: «Due amori fecero le due città: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio». La vera conversione è una conversione che implica precisamente l’amore. L’amore è il rivolgersi dell’essere, è l’ordinarsi dell’essere: l’essere ama in quanto si ordina. E dunque questo vuol dire che di per sé non si può dividere l’essere dall’amore; praticamente c’è un’identificazione fra essere e amore, però il contenuto di questo amore deriva dall’ordinarsi. Ci si ordina in un modo o ci si ordina in un altro. Se tu non ami Dio, non per questo non ami: ami te stesso. Se tu ami Dio, non per questo tu non sei, anzi realizzi te stesso precisamente come Dio ti ha voluto, come suo figlio e sua creatura.

Qual è la conversione dunque a cui ci chiama il Signore, la vera penitenza? È questo terremoto interiore, questo rivolgimento dell’essere onde tutto in noi si ordina a Lui, e per ordinarsi a Lui si strappa a un precedente amore, sfugge, si sottrae a un’attrazione che s’imponeva finora al nostro spirito e ci sottraeva, almeno in parte, a Dio stesso.

Se noi non avessimo bisogno di questa conversione, noi saremmo già santi. Possiamo dire di essere santi? No: vuol dire che abbiamo bisogno di convertirci. Se la santità è il nostro ordinarci totale a Dio, vuol dire che ancora non siamo totalmente ordinati, vuol dire che abbiamo bisogno di conversione. Ma da che cosa? Probabilmente, per noi tutti, dall’amore di noi stessi, come dice sant’Agostino: «Due amori fecero le due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé».

Si impone dunque una liberazione dai nostri egoismi, si impone dunque che noi sappiamo veramente rinunciare a noi stessi. L’abnegazione di sé: ecco quello che implica la conversione del cuore.

Ritiro del 4 marzo 1968 a Viareggio

 

Epifania (1954)

L’Epifania non è solo festa che ci impegna a rivelare il Signore, ma è manifestazione anche a noi di Gesù: manifestazione alcune volte segreta, altre meno segreta, manifestazione che dilata l’anima e la riempie d’ineffabile dolcezza: è la festa di una manifestazione di Gesù all’anima nostra.

Come Egli si rivela? Ci vuole la fede per riconoscerlo. Per tutta l’Ottava si chiede questa fede nell’orazione: “O Dio, che in questo giorno con la guida di una stella hai rivelato alle nazioni il tuo Unigenito, concedi propizio che, avendoti già conosciuto per la fede, noi siamo condotti a contemplare la bellezza della tua maestà”.

Con la fede ogni avvenimento porta il Signore, in ogni creatura risplende il volto di Gesù. Allora tutta la vita è per noi una continua manifestazione di Gesù, una gioia perenne. Si mostra nella grotta di Betlemme, poi Giovanni lo mostra «Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1, 29) quando Gesù si sottopone a un battesimo di penitenza, quando in tutto uguale agli altri si sottopone anche agli altri.

Guardatelo alle nozze di Cana! (…) Partecipa alla gioia del banchetto nuziale: l’avvenimento che sembrava più profano, è santificato da Gesù. Non dobbiamo cercare il nostro Dio, il nostro sposo, solo in avvenimenti grandiosi: Egli è con noi qualunque cosa facciamo. Non sono gli avvenimenti grandiosi che lo rivelano a noi, ma Egli fa grandi i piccoli avvenimenti. Egli si è rivelato nell’umiltà e noi dobbiamo riconoscerlo. Dobbiamo saperlo riconoscere in tutti i nostri bambini; nei nostri nipotini, nelle persone di servizio, in chiunque; dobbiamo saperlo riconoscere in ogni anima che si avvicina a noi. Dovremmo stare davanti ai fratelli come davanti al santissimo Sacramento.

Invece si va in chiesa, si fanno molte genuflessioni, e col prossimo siamo sgarbati. Facciamo sentire ai nostri fratelli che siamo disposti a morire per loro: in casa, per la strada, in ufficio, a scuola, al bar; sia sempre il nostro atto un atto di amore, un atto religioso. Sappiamo riconoscere Gesù in ogni avvenimento, in ogni creatura. Come tutto risplende allora, come tutta la vita diventa luminosa e soave!

(…) “Hai veduto un fratello, hai veduto il Signore”: è una frase riportata dai primi Padri della Chiesa.

(…) Dobbiamo saperlo trovare Gesù non solo sul volto del bambino dove in qualche modo risplende, ma in tutti. Sul Giordano si è mescolato ai peccatori, dunque anche nei peccatori dobbiamo saper riconoscere Gesù: anche in loro devo saperlo riconoscere.

E non solo negli atti più sacri della vita, ma anche negli atti più profani, così come ad un banchetto di nozze. Avere la visione di Gesù qualunque cosa si faccia: ufficio, scuola, casa, strada, mercato; non solo all’adunanza religiosa, ma anche nei salotti mondani.

(…) Allora tutta la vita è una festa che continua, perché in tutta la vita si rinnova questa manifestazione di Gesù all’anima, a noi. Tutta la vita sarà purezza, pienezza di gioia, intimità dolce d’amore.

Che il Signore ci conceda di vivere questa continua gioia. L’anima che lo contempla, non vede più che Lui in ogni creatura, Lui che in ogni creatura ci ama, ci dice il suo amore e ci manifesta i tesori della sua anima.

Adunanza del 6 gennaio 1954 a Firenze

Discese agli inferi (1987)

Il contenuto liturgico del Sabato Santo è molto complesso ed anche diverso nell’oriente dall’occidente. L’occidente è più legato all’avvenimento esterno ed in questo giorno in particolare alla sepoltura di Gesù, mentre l’oriente cerca di comprendere, o almeno di percepire, il mistero che l’avvenimento esteriore fa presente, come il segno fa presente la realtà.

Il senso del mistero che si cela nella sepoltura del Cristo è ambiguo, cioè ha due aspetti diversi ma complementari, tanto che non si possono separare. Anzitutto è da tener presente che la Chiesa in questi ultimi secoli ha messo da parte, pur senza negarlo, uno dei dogmi fondamentali del Cristianesimo primitivo: la discesa di Gesù agli inferi. Che significato ha per i cristiani di oggi questa espressione? È grave cercare di dimenticare o almeno non cercare di realizzare tutto quello che crediamo (…).

L’espressione “descendit ad inferos” contenuta nel Simbolo degli Apostoli ci richiama un’altra discesa di Gesù oltre a quella della sua incarnazione. Come l’ascensione porta il Cristo nel seno del Padre, cioè al di là di ogni limite, di ogni misura, nella trascendenza infinita di Dio, così questa discesa implica di per sé l’affondare nell’abisso più fondo della creazione: infatti gli inferi, l’inferno, indicano la più grande umiliazione del Figlio di Dio. Ma, come dicevo prima, questo dogma nella sua dimensione misterica, ha due facce: implica sì, la suprema umiliazione del Cristo ma anche la suprema glorificazione, la massima espressione della potenza del Cristo vittorioso. Da una parte la discesa negli inferi è il precipitare di Dio negli abissi: prima si fa uomo, muore, poi discende nella tomba ed infine addirittura nell’abisso più profondo, cioè negli inferi. Ma d’altra parte, siccome si tratta della discesa di un Dio, gli inferi divengono cielo! Poiché gli inferi non possono trattenere un Dio né in qualche modo limitarlo, condizionarne la vita, sono invece essi stessi che vengono distrutti dal fatto che Dio discende! Da qui derivano certe proposizioni, non dogmatiche, ma proprie anche dei Padri greci, per i quali l’apocatastasi [il ristabilimento nell’ordine primitivo] è un fatto, direi, di cui non si può dubitare (…).

Tenete presente la pittura occidentale portata sempre a dipingere soltanto i fatti esterni, la storia: essa non rappresenta mai la discesa negli inferi. Né Masaccio né Giotto né altri pittori occidentali fanno alcun richiamo a questo dogma. Invece quasi tutte le icone delle Chiese orientali, quando rappresentano il Cristo, o raffigurano il Pantokrator (l’Onnipotente) o la discesa negli inferi. Così nella rappresentazione della resurrezione si vedono le porte crollare e i piedi di nostro Signore sui battenti delle porte e Lui che dà la mano da una parte ad Adamo e dall’altra ad Eva e li trae a sé (…).

Perciò nella discesa agli inferi l’umiltà più profonda si identifica alla gloria di Gesù Cristo: l’impotenza, la debolezza di un Dio che discende fino negli abissi, quasi, del nulla, divengono la manifestazione dell’onnipotenza divina, di un potere che vince gli inferi (…).

Eppure io debbo credere alla realtà di un inferno eterno! Ma che cosa vuol dire allora questa discesa negli inferi di nostro Signore? Bisogna ricordare quello che diceva la beata Giuliana di Norwich che si può leggere nelle Rivelazioni del Divino Amore o nel piccolo libro scritto da me, Tre mistici e il loro messaggio (dei tre il più importante è proprio quello di Giuliana di Norwich). Di fronte a questo dogma non dobbiamo dire né di sì né di no, ma soltanto tacere. A Giuliana il Signore diceva: “Tutto andrà a buon fine, io ti dico che tutto andrà a buon fine”. Non dice che noi dobbiamo negare l’inferno, ma che tu non devi metterti al di sopra di Dio (…).

Il mistero che celebriamo in questo giorno, la discesa di Gesù negli inferi, ci dice che non c’è più un luogo della terra, della creazione, anche in senso metaforico, spaziale, che non sia pieno di Dio, cioè, della sua santità, della sua gloria, del suo amore. Ma allora i dannati? La contraddizione potrà essere eliminata dalla conoscenza che avremo domani riguardo il dannato. È evidente che Dio riprende tutte le cose da lui create riassumendole e glorificandole in sé mediante il suo Verbo, ma la persona umana che è pura determinazione di sé che è libertà pura, può anche non essere assunta, se non lo vuole (…)”.

Meditazione tenuta a Desenzano (BS) il 18 aprile 1987, Sabato Santo

La Settimana Santa (1985)

In questi giorni della Settimana Santa la Chiesa non vive una semplice memoria di un avvenimento lontano: non si tratta semplicemente di meditare sulla passione di Gesù per imparare anche noi ad essere pazienti, per imparare anche noi ad amare, se no diviene solo un motivo di morale. La mia morale cristiana non può essere altro che una partecipazione a questa vita di comunione con Lui.

(…) Tutto nella liturgia della Chiesa, tutto nella vita della Chiesa implica questo rapporto con la presenza di Gesù; ma se tutta la liturgia esige che noi ci rendiamo conto, che noi prendiamo conoscenza di questo rapporto vivo che noi dobbiamo avere col Cristo, Figlio di Dio che si è mostrato al mondo, che è morto per noi, che ci ha assunto nell’unità del suo Corpo, se tutta la vita della Chiesa è questo, mai come nella Settimana Santa noi siamo chiamati a vivere questo rapporto reale.

Avete sentito, dall’Inno alle antifone delle Lodi, alla lettura breve, che non si parlava più di virtù: nel tempo di Passione, già dalla Quinta domenica di quaresima, i testi della liturgia non sono più un richiamo ad impegnarci in una virtù o nell’altra; sono tutti un richiamo a vivere la memoria, il memoriale del Cristo. E voi sapete che il memoriale nel Cristianesimo non è un ricordo vuoto; il memoriale nella liturgia è la Presenza, perché non è un memoriale umano: è il ricordo in Dio. Dio non può avere un passato, Dio non può avere un futuro, Egli è la Presenza stessa! Il memoriale è la Presenza!  

Miei cari fratelli, la Settimana Santa ci insegna anche che in tutti noi c’è il male, ma noi possiamo vincere il male se impareremo da Gesù come si ama. (…) Dobbiamo amare: ecco l’insegnamento che ci dona Gesù. E amare vuol dire mettersi sotto i piedi di tutti, perché amare vuol dire che l’amato diviene il fine dell’amante: chi ama mette al di sopra di sé l’amato perché vive per lui, perché si mette al di sotto di lui (…).

In quella notte stessa in cui veniva tradito, rinnegato, oltraggiato da tutti, abbandonato, in quell’ora medesima Gesù amava l’uomo sino alla fine, sino all’estremo: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1); e non vuol dire solo fino alla morte, ma fino all’estremo del suo potere. Ecco, nei confronti del male, la risposta di Dio.

Dobbiamo amarci, e amarci davvero, sempre; l’amore che ci unisce è la prova migliore, l’unica  – badatelo bene, l’unica – che Dio vive nel nostro cuore (…).

Amate! Questo è l’insegnamento fondamentale del Cristo, e ce l’ha dato proprio alla vigilia della sua passione. Egli va a morire e muore per noi, Egli va a morire e muore per donarci la vita, ma prima di morire che cosa dice? «Amatevi l’un l’altro, come io vi ho amato» (Gv 13, 24). L’esigenza dell’amore divino, nella prima lettera di Giovanni, è questa: «Come Gesù è morto per noi, così noi dobbiamo morire gli uni per gli altri» (1Gv 3, 16).

(…) Ecco il primo insegnamento che ci viene da questi giorni benedetti della Settimana Santa, che sono i giorni in cui noi contempliamo il trionfo dell’amore di Dio, di un Dio che prende sopra di Sé tutta la pena del mondo e a tutti gli oltraggi, a tutto l’odio dei Farisei, degli scribi, al rinnegamento di Pietro, al tradimento di Giuda, risponde col dono totale di Sé in un amore infinito.

«E noi dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli», dice san Giovanni (1Gv 3, 16). La prova del nostro Cristianesimo è qui, solo qui. Nulla cosa vale se questo amore non c’è; e se questo amore c’è, anche se noi fossimo – come lo siamo – dei poveri peccatori, dice san Pietro, «la carità copre la moltitudine dei peccati» (1Pt 4, 8).

Amiamoci, dunque, e impariamo così ad essere veri discepoli di Gesù, Nostro Signore.

Visita a Siracusa, Ragusa, 1-3 aprile 1985

La Liturgia delle ore: un peso o un dono? (1975)

Vi debbo dire la verità: per venti anni la preghiera liturgica è stata piuttosto un peso per me. Pensavo: l’unione con Dio non si realizza nel puro oblio delle cose e di sé? Il Salterio, certo, è preghiera, ma al contrario di aiutarmi a raccogliermi in Dio, mi distrae. Preghiera dell’antico Israele, il Salterio rende soprattutto testimonianza della vita di un popolo che ancora non vive una sua reale unione con Dio anche se lo cerca, anche se implora, ma nel cristianesimo la preghiera non deve rendere testimonianza di una unione che già si è realizzata nel Cristo? Nei salmi Israele parla a Dio, ma gli parla della famiglia, della città, della guerra, del re, parla del lavoro dei campi, parla di tutto un mondo di cose: come può questa parola raccogliermi in Dio? Pensavo con nostalgia a testi di preghiera che mi sembravano più alti e più puri, che maggiormente avrebbero favorito il mio raccoglimento e l’ordinarsi della mia anima a Dio, a testi che mi avrebbero sottratto all’urgenza dei pensieri e delle sollecitudini per questa vita presente… Poi ho dovuto accorgermi del mio errore. È proprio alla preghiera del sacerdozio cristiano che è dato il compito di una consacrazione del mondo.

Certo, lo sforzo nostro è immane: dobbiamo non soltanto abbracciare tutte le cose, ma sollevarle, nel nostro medesimo ascendere, fino al trono di Dio. La nostra vita mistica non può essere una pura evasione dal tempo, ma una consacrazione del tempo, non può essere una evasione ma una consacrazione dell’universo. Tu devi avere la forza, nella tua carità, di assumere il peso di ogni cosa e di portarla su fino a Dio. È la nostra preghiera. Sì, noi dobbiamo, anche se non siamo sposati, recitare il salmo che ci parla della donna e dei figli, cantare l’epitalamio che è il salmo 44, dobbiamo cantare la costruzione e la vita della città perché anche la città non si sottrae alla consacrazione cristiana. Nulla si sottrae, perché Cristo Gesù è il Salvatore del mondo.

Attraverso la preghiera ogni cosa deve farsi presente allo spirito del sacerdote, ogni cosa egli deve veramente far sua, per offrirla al Signore. Nulla sembra più eterogeneo e molteplice nei suoi temi quanto il Salterio: non solo è il libro ispirato che ha avuto bisogno di un maggior numero di anni per la sua composizione, ma anche ci parla di tutto, fa presente una civiltà nel suo processo secolare, dall’epoca arcaica fino all’epoca maccabaica. Nei salmi si riassume tutto l’Antico Testamento, si fa presente tutto un popolo che piange, che grida, che gode, che odia, che ama; tutto un popolo nella sua storia. La parola in cui si esprime tutto un popolo nella sua storia, diviene la tua parola.

Quale ricchezza!

Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, San Paolo, 2010, pp. 150-151

Il tempo di Passione (1965)

In questo tempo di Passione la Chiesa ci chiede una cosa sola, vuole una cosa sola da noi: che prendiamo coscienza dell’attualità perenne del mistero del Cristo, della presenza sempre viva di Lui nella Chiesa. Non si tratta della commemorazione di un avvenimento lontano, non si tratta di eccitarci all’amore per uno che ci ha amato e ci ama ma è lontano da noi, è separato da noi dalla morte. È ben altra la presenza del Cristo, di quella che noi possiamo realizzare con coloro che sono trapassati. Coi trapassati di fatto, non realizziamo alcuna comunione se non attraverso Dio, si può parlare di una loro memoria, di un loro ricordo. Quando si parla del Cristo non si parla di ricordo, anche se Egli ha detto: ‘Quando fate questo, fatelo in memoria di Me’. Non si parla di un ricordo, anche se noi diciamo nella Messa “Unde et memores” (“Pertanto noi memori della tua morte ecc…”): non è un semplice ricordo. Il ricordo, che è un fatto puramente psicologico umano, non è che il mezzo per noi di entrare in comunione con la presenza reale, attuale, viva di Lui: Egli è fra noi! Dobbiamo avvertire la Sua presenza reale e viva attraverso la liturgia soprattutto, ma dobbiamo anche renderci conto che nel Cristianesimo tutto o alla liturgia prepara o dalla liturgia promana. Sicché praticamente il cristiano è chiamato a vivere una comunione continua con un Cristo reale e vivo. È questo che distingue il Cristianesimo, la nostra vita cristiana dall’esercizio di una perfezione morale. Non si tratta di esercitarci nelle virtù: si tratta di vivere un impegno di amore con una persona viva.

Quello che distingue il cattolico, quello che distingue il cristiano, non è che è santo, perfetto, buono, caritatevole, mortificato: è che è un amico del Cristo.

La grande novità è tutta qui: rapporto di amore, impegno di amore, comunione di amore, non di un amore che si alimenta di sé, fiamma immobile (come anche potremmo pensare), che brucia in se stessa. Si potrebbe anche pensare cioè ad uomini che, stimolati dal ricordo di un grande eroe, di un grande santo, sollecitati all’imitazione delle gesta di lui, si esaltano e cercano di vivere la sua stessa fiamma di amore, di amarlo, illudendosi di stabilire una comunione con un’ombra, con un ricordo. Questa può essere l’impressione che hanno coloro che non credono della nostra vita cristiana: che noi si viva soltanto una vita fittizia, una vita irreale. Di fatto questi uomini credono nella vita cristiana soltanto nella misura che la vita cristiana si identifica a un’alta moralità, all’esercizio delle virtù, ma il santo non sa nulla delle sue virtù. Il santo vive, dicevo prima, un rapporto reale: l’amore. Vive un rapporto personale con una persona vivente: è un amico, il santo. Chi vive una vita morale cerca la sua perfezione, chi ama il Cristo si dimentica di sé, non gli interessa d’essere santo, di esser perfetto, non gli interessa di far nulla: quello che vuole è conoscere Colui che ama, è vivere con Colui che ama, è vedere, toccare Colui che ama.

(…) La Chiesa non ci fa tante esortazioni, non ci chiama a nessuna virtù: ci pone di fronte a Lui che invita i discepoli a mangiare con Lui l’ultima Cena, ci invita ad entrare con Lui nella notte, nel giardino e a partecipare alla sua agonia, ci invita a salire con Lui il monte del Golgota, ci invita a contemplarLo nella sua Passione, ad ascoltare la sua preghiera, ci invita a riceverLo morto sulle nostre braccia, come la Vergine.

(…) Questo è vivere il mistero della Pasqua nel Cristianesimo! Già non era esercizio di moralità nemmeno la celebrazione della Pasqua per i Giudei, tanto meno lo è per noi cristiani. Se i Giudei vivevano la memoria di un avvenimento lontano di liberazione, la storia, tuttavia non vivevano ancora un rapporto di amore con una persona. Dio si manifestava attraverso una teofania in cui Egli rimaneva inafferrabile anche se dava qualche segno di una sua presenza. Qua, la Pasqua cristiana viene celebrata nella presenza di Lui che muore, nella presenza di Lui che risorge. Sempre viviamo la Pasqua ma quanto più dobbiamo vivere in questi giorni, questo contatto con Lui; amici, fratelli noi siamo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa. Questo noi siamo: un cuor solo e soprattutto un corpo solo. A questo ci chiama la liturgia della Chiesa, a vivere una unione nuziale onde l’amore ci fonde in uno, ci fa vivere una medesima vita. Non per nulla è proprio con la sua Morte di Croce che Egli ha lavato la Sua Sposa e l’ha unita a Sé, lavata nel Suo Sangue, purificata nel Suo Sangue, per unirla a Sé nell’amore.

Viviamo il mistero della Pasqua come mistero di questa unione nuziale onde tutto riceviamo dal Cristo, onde in tutto ci ordiniamo a Lui, onde nell’amore noi diveniamo con Lui, veramente, un solo Spirito (…)”.

Adunanza del 4 aprile 1965 a Settignano (FI)

Vieni Spirito Santo! (1959)

Perché lo Spirito Santo discenda sopra tutta quanta la Chiesa, sopra tutta quanta l’umanità, sopra tutta quanta la terra e dia alla Chiesa una perfetta giovinezza e dia all’umanità una vita più ampia e dia alla creazione di essere trasfigurata dalla gloria di Dio.

Perché la vita della Chiesa sia la manifestazione sempre attuale di questa divina presenza dello Spirito in lei, lo sia nella sua unità, che deve rifulgere ogni giorno più grande, più vera, lo sia nella rivelazione della sua cattolicità, lo sia nella rivelazione della sua santità, che sia ogni giorno più luminosa, più pura.

Che lo Spirito discenda sopra ciascuno di noi e doni all’anima nostra un desiderio più vivo di Dio, ci affami di santità, ci doni un incontenibile ardore, onde l’anima nostra si senta sempre come spinta da una forza divina verso una mèta che rimarrà sempre trascendente, una mèta che non potremo mai raggiungere ma che raggiungeremo tuttavia ogni volta che noi, uscendo di noi stessi nell’ardore del desiderio, ci protenderemo verso Dio.

Che questa Messa sia veramente l’oblazione pura di tutti noi che, divenuti una cosa con Cristo, nello stesso movimento di amore onde Egli eternamente si offre al Padre ascendiamo fino a Lui, liberando il nostro cuore da ogni amore terreno, purificandolo da ogni imperfezione e peccato, rendendolo sempre più lieve, senza peso, sicché questa ascensione divenga ogni giorno più rapida, sicché questa fuga verso Dio divenga ogni giorno più veloce.

Perché lo Spirito Santo, Consolatore nostro, ci assicuri di una presenza divina anche quando noi ci sentiamo più soli, anche quando sentiamo di più la nostra povertà, il nostro nulla, anche quando ci appare più manifesto il fallimento di ogni nostra intrapresa, di ogni nostro sforzo anche nella vita spirituale. Che Egli ci conforti, ci dia sicurezza anche quando tutto sembra fallire. Che Egli ci dia luce, che Egli ci dia gioia, e dia luce e gioia ad ogni anima che cerca il Signore. Viva Egli nel cuore di tutti gli uomini, che pur non conoscendo Dio lo cercano e lo implorano, che pur non conoscendo Dio si aprono alla sua rivelazione nell’umiltà e nell’amore.

Che noi sentiamo Dio all’opera, in questa creazione che Egli va suscitando dagli abissi della colpa e del male! Che noi sentiamo questo Dio all’opera in ogni cuore umano e ci doniamo ogni giorno più a Lui perché si serva di noi come collaboratori suoi a questa opera immensa di trasfigurazione dell’universo! Che – come dice il Cantico di San Sergio – battezzati da questo fuoco divino, illuminati da questa luce, diveniamo noi tutti trono della Divinità, strumento della divina onnipotenza, pura rivelazione di Dio.

Amen.

Dal Ritiro del 17 maggio 1959 (Pentecoste) a Casa san Sergio (FI)