martedì, Ottobre 26, 2021

Non ti separare…

Dio solo e Gesù crocifisso, 1985, pp. 56-58

Noi viviamo con Cristo una sola vita e la nostra vita è la lode del Padre, è la salvezza del mondo. Se il Figlio di Dio è la lode sostanziale del Padre, tu dovrai essere la lode della sua grazia. (…) Ma Cristo è anche l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Noi dobbiamo essere la lode di Dio, perché siamo una sola cosa col Verbo incarnato, ma dobbiamo essere anche una sola cosa con tutti gli uomini perché siamo una sola cosa col Cristo Salvatore del mondo. Cristo è la santità di Dio e Cristo ha preso su di sé il peccato del mondo.

Questa è la vita paradossale del cristiano. Paradosso supremo: nel tuo amore, in Cristo, devi realizzare l’unione con Dio e con gli uomini peccatori, devi vivere la santità di Dio e rispondere per tutti i peccati del mondo. Non puoi dividerti da un solo peccatore: se ti dividi da un solo peccatore, ti dividi da Cristo. Essere uno col Cristo significa essere in Lui la lode di Dio e insieme l’Agnello che porta il peccato del mondo. Questo è divenuto il Cristo nella sua morte di croce.

Fino alla sua morte non aveva assunto il peccato; aveva assunto la nostra natura, ma non il peccato degli uomini. Nell’istante medesimo in cui ha assunto la responsabilità dell’universale peccato, si è rovesciato su di Lui il castigo di tutti i peccati, ed è morto. In quell’atto di morte Egli ha rivelato il suo amore, un amore più grande di tutti i peccati. Per questo, nella sua morte è divenuto il Salvatore di tutti. Vuoi tu dividere la tua responsabilità dalla responsabilità dei fratelli che ami? No. Allora anche tu devi assumere il peso di questi.

Si coltiva troppo il nostro piccolo giardino: si ricorda soltanto di aver mancato perché ci siamo distratti nella preghiera … Non ti separare dal peccato del mondo! Senti come tuo il peccato di tutti, perché tutti sono uno con te: nel tuo amore, tu devi salvarli.

Il peccato divide l’uomo da Dio, divide gli uomini fra loro; ma il tuo amore in Cristo deve superare il loro peccato e salvarli: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Questo è l’amore: gli uomini possono volersi dividere dal Cristo, odiarlo, ma il Cristo non si divide da alcuno. Il Cristo li abbraccia tutti nella sua misericordia e nel suo amore.

E abbracciare tutti nell’amore e nella misericordia significa per Cristo divenire responsabile di tutto il peccato del mondo dinanzi al Padre. Per questo Egli deve subire l’esperienza dell’abbandono del Padre, divenire come il peccato vivente. Lo dice san Paolo: “Egli divenne peccato” (cfr. 2Cor 5,21). Non perché abbia peccato, ma perché, assumendo tutti i peccati, di tutto il male Egli diventa responsabile di fronte a Dio.

Maddalena (di Canossa) ebbe questo amore. Nelle Memorie essa dice che vorrebbe rimanere in purgatorio per tutta la vita, pur di salvare tutte le anime. E voi, che cosa avete fatto, che cosa fate? A che ‘pro’ tutte le opere, se poi le anime che avete conosciuto dovessero andare all’inferno? La carità suprema verso il prossimo non potrà essere che la loro salvezza. Tutto quello che fate, ogni opera, è in ordine alla salvezza: senza questa tutte le opere precipitano nel nulla, vanno in fumo. Se dopo aver fatto tanto, le anime vanno all’inferno, quale bene avete procurato?

La carità è in ordine a questa salvezza. Come ha fatto Gesù Crocifisso: Egli ha amato, ma solo nella sua morte ha salvato, perché nella sua morte ha assunto il peccato dell’universo. Vi siete consacrate a Dio perché nessun uomo possa essere separato da voi. Non soltanto dovete abbracciare tutti i bisogni umani; dovete ancora essere consapevoli di tutti i peccati del mondo. Non dovete ritrarvi di fronte al peccato: nostro Signore non si ritrasse quando la Maddalena si gettò ai suoi piedi. Non dovete dividervi, non dovete condannare. Ogni condanna del prossimo è la vostra condanna, perché ogni condanna suppone una divisione, e una divisione anche dall’ultimo dei peccatori, è divisione da Cristo.

Finché l’uomo non è morto, è sempre chiamato alla redenzione. Il Cristo è morto per lui, si è identificato con lui per assumere il suo peccato, il suo dolore, la sua sofferenza, la sua umiliazione. Tutto quello che è proprio di ogni uomo deve essere tuo. La carità deve farti una cosa con tutti e non ti chiede, per questo, meno della tua morte.

Vita angelica

Meditazione sulla preghiera a Gesù (1994), pp. 85-90

«Bios anghelicòs». Nella vita angelica, la vita contemplativa si associa alla vita attiva; gli angeli sono al servizio degli uomini nello stesso tempo che adorano Dio. Potremmo pensare a una vita contemplativa che ci separi dai nostri fratelli: non è così: gli angeli che contemplano incessantemente Dio sono gli stessi che ti guidano nella vita e ti conducono nelle vie del Signore.

La vita contemplativa nel Cristianesimo non separa dai fratelli, ma importa un superamento, un trascendere e abbracciare ogni cosa. Solo l’amore può realizzare questa vita. Noi vivremo la vita angelica se vivremo dinanzi al trono di Dio come rappresentanti dei nostri fratelli. Il fatto d’impegnarti per gli uomini non ti deve distogliere da Dio. La vita contemplativa non deve essere per te una dispensa dalla vita attiva, non può essere in nessun modo un pretesto perché tu ti senta meno impegnato nella salvezza degli uomini. Allora soltanto tu realizzerai il tuo ideale in modo perfetto quando, vivendo la tua vita contemplativa dinanzi a Dio, vivrai come colui che è a servizio di tutti i fratelli, e tutti li porta nel cuore davanti al Signore. È questa la vita angelica, l’ideale di vita che tu devi realizzare.

(…) È già difficile vivere una vita di preghiera continua: tanto più sarà difficile questa preghiera che dovrebbe consumare tutte le potenze del cuore e dell’anima, tutta la vita, mentre si compie poi la nostra missione all’ufficio, alla scuola, in casa, ecc. Dobbiamo vivere nel mondo, in nessun modo sottrarci al mondo, ma vivere nel mondo come testimoni dell’Invisibile, essere nel mondo come una rivelazione di Dio. Vivere nel mondo, in unione con tutti i fratelli, in un continuo rapporto con loro di amore, di servizio… eppure essere in mezzo a loro come un’apparizione del Cielo.

(…) Dobbiamo vivere in Cielo, anche quaggiù. Vivere in Cielo sarebbe facile se il Signore ci portasse fuori di questo mondo con la morte. Invece non dobbiamo morire, non dobbiamo sottrarci a questo mondo; dobbiamo rimanere quaggiù, e vivere un rapporto continuo con le cose, un servizio continuo ai nostri fratelli, ma vivere quaggiù una vita di pace, di beatitudine, di amore – essere quaggiù in qualche modo la sua luce.

Dobbiamo essere come angeli. Che cosa vuol dire essere come angeli per quel che riguarda il nostro rapporto con Dio? Per quel che riguarda il nostro rapporto con gli uomini? Essere angeli per il Signore vuol dire vivere in un totale oblìo di sé, come consumati nella presenza di Dio – colui che vede il Signore non può ricordarsi di sé. Un’anima che vede il Signore non può avere più conoscenza di sé: Dio la invade talmente che la cancella. L’anima non sente di aver più alcun valore, come non esistesse più… Umiltà totale di un’anima che è come sparita ai propri occhi, dimentica così di se stessa da non sapere più nulla di sé, da non poter più attrarre a sé alcuna creatura! Umiltà che non obbedisce più alla forza centripeta, che attrae a se stessi, ma alla legge di un amore centrifugo che totalmente si dà e non conserva più per sé alcuna cosa. Umiltà totale che s’identifica all’atto dell’adorazione. L’atto di adorazione perfetta non esige certo l’annientamento ontologico, ma quel puro annientamento psicologico della creatura che fa come se essa non fosse.

(…) E tuttavia questo non basta. Investito dalla grazia, trasformato nel Cristo tu vivi ancora nel mondo – tu hai ancora una missione da compiere, tu devi servire. Che cosa è l’angelo di Dio nel suo rapporto col mondo? Puro strumento della volontà divina. Dio per compiere i suoi disegni volle gli angeli: è per gli angeli che si compie quanto Dio vuole quaggiù. Che cosa vuol dire per noi non aver più una volontà propria? La volontà dell’uomo è a servizio esclusivo di Dio: l’uomo non vuole che la Sua volontà. Non ha più un suo disegno da compiere perché non ha più desiderio alcuno. L’uomo è attivo nei confronti delle creature, perché è puramente e totalmente passivo di fronte a Dio. L’angelo non riceve comando dalla creatura, non subisce l’azione dell’uomo: egli è totalmente passivo di fronte a Dio, sempre in ascolto della divina parola, sempre disponibile a Lui, sempre totalmente impegnato al compimento del divino volere.

Ecco quanto c’impone la vita religiosa: di essere come angeli, per vivere una vita che sia adorazione pura e universale servizio.

Il progressivo svelamento di un solo mistero

Dal mito alla verità, Gribaudi, Torino 1991, pagg. 12-16

Euripide è uno scrittore privilegiato per chi vuole tentare di scoprire l’azione segreta di Dio che, anche fuori di Israele, prepara lentamente l’avvento del Cristo, termine ultimo del cammino dell’uomo.

Se Dio ha elevato l’umanità all’ordine di grazia fin dalle origini, così da dover ammettere che lo stato di natura pura concretamente mai è esistito per l’uomo, dobbiamo anche affermare che fin dalle origini Dio ha ordinato l’uomo al Cristo futuro, anche prima del peccato di Adamo. Del resto la Bibbia non inizia con la vocazione di Abramo, ma con la creazione dell’uomo, e Adamo è già figura del Cristo, come Eva di Maria. Tutta la vita dell’umanità è una storia sacra. Certo, se difficile senza l’azione dello Spirito è riconoscere il carattere profetico della storia di Israele, tanto più difficile è scoprire il volto del Cristo nella rivelazione cosmica, fondamento delle religioni pagane. Tuttavia sempre più si impone alla teologia cattolica di studiare, non solo l’armonia dei due Testamenti, ma anche, e ormai soprattutto, il rapporto segreto e l’armonia fra tutte le religioni e la religione cristiana. Ho detto “ormai soprattutto” perché la conoscenza di ogni tradizione religiosa attraverso le comunicazioni sociali è divenuta tale che rimandare questo studio, che solo può assicurare la trascendenza della religione cristiana e la sua cattolicità, rischia di non giustificare più la sua affermazione di essere l’unica vera. Se non è cattolica non può essere unica, se non è unica non può essere vera.

Il cammino della umanità non è che il progressivo svelamento di un solo mistero. Così l’espressione di ogni cultura umana nella letteratura, nell’arte di ogni nazione, ha un carattere almeno parzialmente profetico, tutto annuncia e attende il compimento di quel mistero nella Presenza, anche velata eppure reale, del Cristo.

Privilegiata ci sembra, fra tutte, la cultura greca dal momento che la stessa rivelazione dell’Antico Testamento termina in lingua greca e abbiamo tutto il Nuovo Testamento in questa lingua. Se vogliamo ascoltare Dio, è attraverso questa lingua che Egli anche oggi ci parla. La lingua non è un mezzo indifferente alla trasmissione del messaggio di Dio. Con la lingua, Dio ha dovuto assumere in qualche modo anche il pensiero, anche la poesia, perché il pensiero e la poesia sono inseparabili dalla lingua. La lingua di ogni nazione è plasmata infatti dal pensiero e dalla poesia. Ci sembra pertanto un dovere scoprire nel pensiero e nella poesia dei greci la preparazione al Vangelo. Vi sono profeti anche fra i pagani secondo i mistici Giustino e Clemente di Alessandria, ma forse dobbiamo dire di più: ogni grande poeta, ogni grande filosofo misteriosamente annuncia il Cristo venturo, lo suppone se Egli è venuto.

Dobbiamo ascoltare Dio in ogni uomo che ci parla, perché Dio, prima di assumere la nostra natura umana, ne ha assunto la lingua.

 (…) Certo non dobbiamo sollecitare i testi. I testi debbono parlare da sé. Avviene tuttavia qualcosa di simile, per questi testi della letteratura classica, di quanto è avvenuto per i testi dell’Antico Testamento: solo nell’adempimento ultimo si è riconosciuta nei testi la profezia. Il Nuovo Testamento illumina l’Antico. Solo il Cristo può aprire il libro sigillato con sette sigilli, solo dal Cristo il libro riceve la sua interpretazione autentica. È cosi anche per la tragedia dei greci? È possibile che noi oggi riconosciamo nella letteratura classica quella preparazione evangelica di cui ci ha parlato il Concilio? Gli eroi più grandi, i più famosi nel mito sono Eracle e Dioniso; la loro storia era ricca di nuove e imprevedibili prove. Distingue i due eroi una sorte contraria: Eracle è un uomo e diviene al termine un dio, Dioniso è un dio e discende fra gli uomini, si fa vedere, vive con loro. Nel primo il mito risponde all’ansia dell’uomo che pretende di divenire immortale e compagno degli dèi, nel secondo il mito al contrario sembra voglia illustrare come il dio si faccia vicino all’uomo, cerchi la sua compagnia e, pur rimanendo dio, ponga la sua dimora fra loro. Sempre terribile è il dio e tuttavia l’uomo sempre lo cerca, tenta la sua vicinanza: il mito sembra nascere da questa invincibile attrazione del divino e insieme dal senso oscuro di una sua presenza.

Questa è preghiera

Meditazione sulla preghiera a Gesù (1994), pp. 17-20

Bisogna evitare i malintesi quando si parla di preghiera continua. Si dice che è preghiera il lavoro, che è preghiera la sofferenza, si dice anche che è preghiera lo studio: invece, né il lavoro è preghiera, né la sofferenza è preghiera, né lo studio è preghiera. Solo la preghiera è preghiera, niente altro. Di per sé la sofferenza è sofferenza, lo studio è lo studio, il lavoro è lavoro, come anche la preghiera è preghiera – non vi sarebbero due nomi a definire la medesima cosa. Due nomi definiscono due cose diverse: se lavoro e preghiera, sofferenza e preghiera, studio e preghiera fossero la medesima cosa, non avrebbero nomi diversi.

Come, dunque, vivere una preghiera continua? Pregare è vivere un rapporto con Dio: l’anima deve vivere questo rapporto. Come lo vivrà? Nemmeno la preghiera è preghiera se noi crediamo che essa consista nella recita di una formula; la preghiera è invece un atto che precisamente stabilisce un rapporto con Dio e fa sì che l’uomo inizi un colloquio, un movimento di amore, viva con Dio una sua unione.

(…) La continua preghiera è il contrario che fare continue preghiere. La moltiplicazione di una formula piuttosto che realizzare la continua preghiera sembra renderla impossibile, perché la continua preghiera vuol essere non moltiplicazione di atti ma stato di unità, di semplicità, di purezza. E tuttavia è solo attraverso la moltiplicazione di atti che fissano lo spirito in un solo contenuto intelligibile, che diviene possibile la preghiera pura.

È certo che tutto questo si realizza nel modo più cosciente e più puro con la preghiera comunemente detta, che importa una parola che è atto di amore, di umiltà, di abbandono, che importa una parola che include l’atto di fede, di speranza, di carità; ma non è detto che anche un atto che immediatamente non si traduca in parola non debba stabilire un rapporto, una unione. Non sempre è necessaria la parola a stabilire l’unione; anche il silenzio stabilisce l’unione quando l’amore è profondo. Può essere un atto. Per esempio: io incontro una persona che da tanto tempo non vedo: le stringo la mano, non parlo – lo stringere la mano stabilisce un contatto, rafferma e ravviva un rapporto di amicizia, di affetto, di stima… stabilisco una unione con questa persona.

Così, il mio rapporto con Dio lo vivo attraverso la parola, posso viverlo attraverso il silenzio, attraverso atti esteriori. Anche quel silenzio, quegli atti sono preghiera se stabiliscono questo rapporto; al contrario, io posso dire il rosario senza pregare, se il rosario non mi mette in rapporto con Dio. Una mamma che soffre vicino al letto del suo bambino malato vive un rapporto col suo bambino mediante appunto la sua sofferenza, attraverso l’occhio che lo contempla; il rapporto può essere stabilito anche dal contatto della manina che la mamma si stringe al cuore, anche quando la mamma sia lontana e non abbia altro rapporto col bambino che quello della sofferenza di saperlo lontano, di non poterlo vedere, non saper più nulla di lui. È in questa sofferenza che il rapporto esiste: la sofferenza è allora veramente il mezzo onde essa vive il rapporto col figlio.

Così è in rapporto il padre col suo figliuolo quando lavora per lui, quando fatica, quando suda per ottenere i mezzi per mandare avanti i suoi studi, per poterlo educare, nutrire: il lavoro del padre è un atto onde il padre vive il suo rapporto col figlio. Non lo vive chiacchierando tutto il giorno col figliuolo, ma lavorando per lui. Noi possiamo soffrire e pregare, se la sofferenza ci mette in rapporto con Dio; possiamo lavorare e pregare se il lavoro ci mette in rapporto con Dio. È preghiera l’atto che pone l’uomo in rapporto con Dio, che stabilisce questo rapporto e lo rende sempre più intimo e stretto.

Di per sé, possiamo dire, neppure la preghiera è preghiera – cioè la preghiera in quanto è recitazione di una formula, atto particolare di pietà -, preghiera sarà soltanto quell’atto umano che è espressione di fede, di speranza, di carità, onde l’anima si abbandona, si affida e confida, onde l’anima desidera il suo Dio e a Lui si protende, a Lui si unisce, lo abbraccia e lo ama.

Questa è preghiera.

Lasciarci invadere da Dio

Dall’omelia del 6 agosto 1984 a Casa San Sergio

(…) Si parlava stamani dell’importanza che ha la memoria nella vita cristiana. Il “ricordo di Dio” (espressione cara a San Basilio Magno, che è in fondo il Dottore della vita contemplativa nell’Oriente, il maestro del monachesimo orientale) è precisamente questo lento essere investiti dalla presenza di Dio in noi, cosicché noi abbiamo coscienza precisamente di questa sua Presenza nella nostra vita. Bisogna che sempre più, sia pur lentamente, questa invasione di luce penetri in noi e ci trasformi, faccia sì che tutta la nostra vita sia un’adesione pura alla luce divina. Non si tratta di far grandi cose, anzi la vita contemplativa semplifica. Se ora dite tante preghiere ne direte meno, però direte una preghiera che investe tutta la vita, ed è, come diceva San Gregorio di Nissa, il “sentimento di Dio”: di Dio non come una presenza a noi estranea, non come una presenza contigua davanti a noi, ma come una Presenza che ci investe nell’intimo; ci sentiamo posseduti da Lui, sentiamo che la sua presenza in noi ci trasforma, diveniamo come lo strumento della sua azione. Posseduti dal Signore, sentiamo che Egli vive attraverso le nostre potenze, pensa con la nostra intelligenza, ama col nostro cuore, opera con le nostre mani.

Fintanto che non viviamo questo non possiamo dire di vivere la nostra vocazione nella Comunità. Bisogna che veramente il Signore ci strappi a noi stessi ed Egli stesso viva in noi. Siamo un solo corpo con Lui e, se siamo un solo corpo con Lui, è Lui che deve vivere in noi. Le parole di San Paolo dovrebbero essere vere per ogni cristiano, ma debbono assolutamente esserlo per noi, se non vogliamo essere dei mentitori: «Vivo io ma non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).

(…) Che possiamo dire della nostra vita? Che abbiamo giocato tutta la vita! Riceviamo il Signore tutti i giorni e ancora il Signore non ci ha trasformati in Sé! Oh, lo so bene che siamo delle povere creature, delle misere creature, ma so anche quanto questo dipende da noi, dal nostro poco impegno, dalla nostra scarsa volontà e soprattutto dal nostro orgoglio; crediamo di aver fatto tutto e ancora abbiamo da cominciare la vita cristiana. Meglio di noi sono i peccatori, i pubblici peccatori; non lo credete? Io lo credo! È mai possibile che noi si possa parlare di queste cose ed essere ancora così lontani dall’averle realizzate? Tutti i giorni ne parliamo, eppure viviamo una vita distratta, dissipata, superficiale;ancora siamo pieni di noi stessi, di amor proprio, ancora non sappiamo liberarci da tante suscettibilità. Possibile? Veramente Egli si dona a noi, ma noi non ci doniamo a Lui.

(…) Una cosa sola si impone, lo diceva anche il cardinal Mercier e prima Lallemant: la docilità allo Spirito Santo. Si tratterebbe soltanto di questa docilità, di strapparci ai nostri egoismi, di lasciarci possedere da Dio in umiltà e semplicità, in una grande pace interiore, e la nostra vita conoscerebbe la gioia. Perché vedete, miei cari fratelli, ha ragione proprio il padre Lallemant quando dice che per paura di essere infelici, noi scegliamo di essere infelici tutta la vita: abbiamo paura cioè di donarci a Dio. Proviamo un certo sgomento, vogliamo tenere il timone nelle nostre mani, vogliamo essere noi a guidare il nostro cammino, e così non ci doniamo a Dio, e così rimaniamo infelici. (…)

Miei cari fratelli, non dobbiamo disanimarci. Che cosa chiediamo tutti i giorni nella preghiera di Sant’Efrem? «Liberaci dallo spirito di oziosità, dallo scoraggiamento»: è la seconda cosa che chiediamo. Prima di tutto l’oziosità, perché dobbiamo metterci d’impegno, non dobbiamo giocare, non dobbiamo dormire! Passano gli anni e dobbiamo impegnarci sul serio non soltanto ad ascoltare Dio, ma anche ad abbandonarci a Lui. Poi lo scoraggiamento. Dio è l’onnipotenza: abbiamo perso tutti questi anni? Coraggio! Anche in meno di quattro anni Lui può farci santi.

(…) Si celebra oggi la festa della Trasfigurazione del Cristo: noi dobbiamo trasfigurarci. Come vi ho già detto, la nostra trasformazione prima di tutto avviene nel più intimo del nostro essere, e noi non possiamo averne nemmeno l’esperienza: avviene già nel Battesimo, per il fatto che nel Battesimo noi siamo inseriti nel corpo del Cristo. Ma poi l’azione della grazia investe le potenze spirituali: l’intelligenza e la volontà. Perciò la prima cosa che si impone per noi, dopo questa trasfigurazione compiuta dai sacramenti divini – specialmente da quei sacramenti che hanno impresso in noi il carattere – è la conoscenza di Dio: conoscenza che non è puramente astratta, è piuttosto la coscienza di Dio. Come noi siamo coscienti di noi stessi, esser coscienti che Dio ci investe, che Dio ci possiede, che Dio è in noi; sentirci come la pisside che contiene il corpo di Cristo, ma veramente come un’anima vivente che si sa penetrata, che si sente piena di Lui. Noi siamo veramente la dimora di Dio, il luogo di Dio; dobbiamo sentirlo. Nulla c’è per noi di più sacro di noi stessi; nemmeno il paradiso è più sacro di me, perché in paradiso Dio sarà per gli altri, ma Dio è per me in quanto è nel mio cuore; e io devo scendere nell’intimo mio per prendere coscienza di questa Presenza di Dio in me, per lasciare che Dio nella sua Presenza totalmente mi riempia e non ci sia più vuoto che Egli non riempia di Sé. Sentire in noi questa presenza di Dio, presenza del Cristo: ecco, questa è la prima cosa che noi dobbiamo realizzare. Ed è di qui che nasce la vita di contemplazione, ed è di qui che nasce la vita di preghiera, perché non può essere mai che si possa vivere una continua preghiera se non abbiamo questo sentimento di Dio che lentamente penetra tutta la nostra vita e la riempie di Sé.

Dall’alienazione alla Presenza

Esercizi spirituali a La Verna, 3-10 agosto 1980

Noi ora viviamo una vita di alienazione: non solo le cose non sono presenti a noi, ma neppure fra noi siamo presenti, anzi non siamo nemmeno presenti a noi stessi. (…) Siamo mistero a noi stessi, non ci conosciamo, non ci possediamo. Nessuna presenza è possibile quaggiù; tutta la nostra vita è alienazione.

(…) E badate bene che noi sperimentiamo tanto più la lontananza quanto più si ama, perché quanto più si ama, tanto più sentiamo questa incomunicabilità, perché nell’amore noi desideriamo di vivere una partecipazione piena, desidereremmo di vivere nell’altro e totalmente per l’altro. E l’altro chi è? Chi è per me il mio fratello, chi è per me un mio figlio? Chi è per me?

Cosa terribile, la presenza! Voi lo vedete, può morire una persona e l’altra rimane: come ci conosciamo? Cos’è l’uno per l’altro? Invece nella Trinità se il Figlio non è, non è nemmeno il Padre; se il Padre non è, non è nemmeno il Figlio. La Presenza che è la pericòresis, che è la ‘circuminsessione’, la presenza di ogni persona all’altra persona, è la vita delle tre Persone divine. Questa è la Presenza reale del Cristo. Noi siamo nella misura che il Cristo vive in noi, perché quello che costituisce la nostra vita vera, la nostra vita inseparabile, come diceva sant’Ignazio di Antiochia, è il Cristo.

(…) Noi tutti siamo chiamati a vivere questo rapporto col Cristo, perché quello che distingue il cristiano è questo rapporto. Come quello che distingue le persone divine nella Trinità è il rapporto di ogni persona all’altra correlativa, così nel Cristianesimo quello che ci distingue è il rapporto col Cristo. Nelle Persone divine c’è il rapporto del Padre al Figlio e del Figlio al Padre nell’unità dello Spirito; nell’economia cristiana quello che la distingue è il rapporto nuziale (non di filiazione, ma nuziale) fra il Cristo e noi, fra noi e il Cristo. Ecco perché nei mistici la vita spirituale trova sempre il suo compimento in quello che si chiama il matrimonio spirituale, o unione trasformante.

(…) La prima cosa dunque che per noi s’impone, in vista di questo rapporto col Padre, in vista di questo rapporto con tutti gli uomini, di questa unità che ci stringe fra noi, è l’incontrarci con Gesù, Figlio di Dio. Il Vangelo, il Cristianesimo è Gesù. Il libro sacro, per noi cristiani, non è un libro di dottrina, ma è il libro che ci parla di Cristo, che ci fa conoscere il Cristo, che ci mette in rapporto con Lui. E più ancora che nel Vangelo, il Cristianesimo ha il suo compimento nella liturgia e nella liturgia eucaristica, dove non si fa presente per noi che Cristo Signore. E non si fa presente che in quanto ci siamo noi, perché è sempre necessaria la presenza di una persona creata perché si faccia presente il sacerdozio di Cristo; ed è sempre necessaria la presenza anche del cristiano perché ci sia anche il Cristo vittima. Non c’è mai il Cristo indipendentemente da te, non ci sei mai tu come uomo veramente redento senza di Lui. La presenza del Cristo suppone sempre la presenza degli altri. Fin dall’inizio poteva mai essere fatto presente nostro Signore senza la Madonna? Si è incarnato senza Maria? Gesù non è senza l’uomo, l’uomo non è senza Gesù. L’uomo è veramente rapporto col Verbo.

(…) Il rapporto è totale, Egli vuole tutto da te e tutto Egli si dona. Questo rapporto soltanto ci distingue, perché è un rapporto personale, ma in questo rapporto personale onde noi siamo tutto per Lui e Lui tutto per noi, noi non viviamo più che un’unica vita: la vita del Cristo è la mia vita, la mia morte è la sua morte. Non è la morte del Cristo che diviene la mia morte, ma al contrario è la mia morte che Egli fa sua, facendo suo anche il mio peccato; ed è la sua vita che diviene la mia vita. Non c’è più dunque un’altra vita per noi. Se io vivo una mia vita propria, vuol dire che non ho realizzato la mia unità col Cristo. Se ancora ho una mia proprietà di vita, di sentimenti, non ho ancora realizzato la mia vocazione cristiana. Realizzare la mia vocazione cristiana vuol dire non vivere più che la sua vita: «Vivo ego, iam non ego; vivit vero in me Christus [non son più io che vivo, ma è Cristo che vie in me]» (Gal 2, 20).

La nostra vita è il mistero pasquale

Adunanza del 3 aprile 1958 (Giovedì Santo )

Cerchiamo di non distrarci, di prepararci alla liturgia di oggi, che è partecipazione al mistero del Cristo. Cristo fa presente questo mistero non come uno spettacolo, ma rinnovandolo in noi: ci inserisce in questo atto, di cui noi siamo attori piuttosto che spettatori.

 La liturgia pasquale deve chiamarci a vivere tutta la vita questo mistero. Alla nostra consacrazione non possiamo rispondere che in quanto viviamo questo mistero, perché si è sempre detto che la consacrazione religiosa non è un’altra consacrazione dalla consacrazione battesimale, ma è una consapevole e libera accettazione di quegli obblighi che derivano a noi dalla consacrazione battesimale. E gli obblighi sono uno solo, ma uno che investe tutta la vita: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente». Questo noi abbiamo promesso il giorno del battesimo e nessuno può andare oltre l’adempimento di questa legge. In fondo, questa legge è stata adempiuta soltanto da Cristo: Lui solo totalmente si è ordinato a Dio, in forza precisamente dell’assunzione che il Verbo ha operato di questa natura, onde la natura umana, nel Cristo, è stata ordinata totalmente al Padre.

 Vivere questi obblighi, vivere questa consacrazione battesimale importa per noi vivere la morte e la risurrezione di Gesù. Già san Paolo nella lettera ai Romani fa vedere come noi siamo battezzati nella sua morte e il battesimo è anche una partecipazione alla risurrezione, quando emergendo dalle acque l’anima risorge rinata dal bagno di vita.

 Il battesimo (…) ci ha dato una partecipazione al mistero del Cristo onde noi partecipiamo veramente al mistero dell’incarnazione divina; però, questo essere inseriti nel Cristo non ci fa vivere ancora personalmente il suo mistero, non dice una nostra partecipazione volontaria, libera, cosciente, piena, personale, a questo mistero. La consacrazione che abbiamo fatto in seguito, invece, è l’accettazione degli obblighi del battesimo per un impegno volontario di portare fino alle ultime conseguenze, di rispondere, insomma, a tutte le esigenze divine di morte e di resurrezione.

 Ora, questa morte e questa resurrezione noi la possiamo vivere soltanto nella misura che siamo uniti a Gesù; è inutile pensare di vivere la consacrazione religiosa se noi non vediamo questa consacrazione religiosa come l’atto onde noi ci inseriamo nel Cristo, viviamo in unione con Lui.

 Vivere la nostra consacrazione religiosa è impegno costante di unione con Cristo, è impegno costante di partecipazione al mistero pasquale. L’atto che stiamo per compiere nell’assistere alla Messa è l’atto sociale più alto, più grande, più significativo, ma anche più efficace, di tutto quest’anno che noi viviamo; e così la comunione pasquale che noi stiamo per fare stasera è l’atto più grande di tutto l’anno – dico la comunione di stasera, ma non separo la comunione di stasera da quella di domenica e da quella del Sabato Santo, come non separo la partecipazione alla Messa di stasera dalla partecipazione alla Messa di domani e del Sabato Santo. Non posso pretendere che tutti siate presenti il Sabato notte; per questo è importante che almeno alla prima Messa pasquale, del Triduum Paschale, siamo tutti presenti. E coloro che non sono presenti si sentano presenti con noi, vivano con noi questo mistero! E il perché è chiaro: tutta la nostra vita non è che una partecipazione al mistero che vien celebrato, non è che il far nostro quel mistero al quale noi assistiamo, non è che l’inserimento sempre più profondo in questa Presenza che la liturgia stabilisce, realizza.

 Vivere questo, per sentire che non siamo più noi poveri uomini, per sentire che non soltanto non siamo staccati fra noi. La partecipazione al mistero cristiano fa la comunità, perché crea l’unità nostra, onde noi siamo tutti un solo Gesù, un solo Cristo, ma non soltanto questo: fa sì anche che noi non possiamo più vivere una nostra vita né personale né puramente umana. La nostra vita è la vita del Cristo, la nostra vita non ha altro valore, altro significato: è la vita del Cristo. Con quale rispetto noi dobbiamo usare di noi stessi, con quale sentimento di riverenza dobbiamo renderci conto della grandezza di ogni nostra giornata! È facile, ed è comodo, adorare Gesù nel tabernacolo, perché questo è significare una distinzione da Lui, una nostra separazione da Lui – Tu sei l’Altro che adoro. È molto più difficile, invece, vivere questa unità col Cristo onde noi dobbiamo usare con noi la massima riverenza, come di cosa sacra, perché in noi è Lui che vive, in noi è Lui che si fa presente.

La nostra vita è il Mistero di Dio.

L’amore di Dio ci condanna per salvarci

Verso la visione (Ed. Paccagnella, 1999), pp. 113-117

Noi dobbiamo lentamente ricondurre tutte le potenze al servizio dell’amore, ad essere soggette alla forza di un amore che ci metta nella condizione di raggiungere Dio, di trasformarci in lui per poterlo vedere. Non sottraiamo nulla alla potenza della carità. Ma è questa la cosa che costa di più alla nostra natura, perché per sottoporre alla carità tutta la nostra vita interiore con le sue imperfezioni, le sue mancanze, noi dobbiamo accettare liberamente il giudizio divino, un giudizio sperimentato e vissuto nella nostra vita quotidiana. Perché ci distraiamo? Perché non tolleriamo questa condanna. Ma l’amore ci condanna per salvarci. La condanna di Dio fintanto che viviamo quaggiù è una condanna ordinata alla nostra salvezza.

Per salvarci bisogna che Dio ci condanni. Primo atto con cui Dio ci salva è quello con cui ci giudica e ci condanna. È nella misura in cui noi accettiamo questo giudizio, questa condanna divina, che noi, rinnegando noi stessi, ci uniamo con Dio, dice sant’Agostino. Perché la nostra purificazione si compia, prima di tutto si impone che noi subiamo questa condanna dell’amore. La nostra purificazione implica infatti l’esperienza di una condanna e di una pena: tu non accogli l’amore se non lasciandoti bruciare, consumare dal fuoco. In gran parte la vita interiore di un’anima finché non giunga alle soglie della contemplazione infusa, e più profondamente allora perché il fuoco dell’amore raggiunge l’intima radice dell’essere, è precisamente esperienza di un fuoco che ti brucia, esperienza di una spada che ti penetra e ti taglia. Così la vita del cristiano è in gran parte l’accettazione amorosa di un giudizio divino. Mantenerci nella presenza di Dio vuole dire sopportare pazientemente una luce che offende i nostri occhi troppo deboli e ci acceca, un fuoco che ci brucia. Noi saremmo contenti di possedere la grazia, ma vorremmo sottrarci al suo potere di investire totalmente l’essere nostro trasformandoci in Dio.

Perché tutto questo? Precisamente perché non sopportiamo questo bruciore, questa pena, questa luce che ci offende.

Gli antichi Padri parlano della vigilanza. Si tratta di mantenerci fermi nella luce di Dio per sopportare in ogni istante il suo giudizio che ci condanna: la vigilanza è ordinata a questo giudizio. Praticamente nella vigilanza di cui parlano i Padri si esercita il giudizio divino. Non sottrarre nulla a questo fuoco, non difendere nulla, che vuole dire: ricondurre sempre tutto in quel centro dove abita Dio, dinanzi alla sua presenza, portare tutto dinanzi alla sua luce perché la luce illumini tutto e tutto sia gettato nel fuoco della sua santità perché tutto, questo fuoco, bruci e consumi. Nessun attaccamento interiore o esterno, nessuna aspirazione, pensiero, nulla deve essere sottratto. Che Dio giudichi tutto. Se tu non hai il coraggio di rinunciare immediatamente alle tue imperfezioni, che almeno tu senta il disagio di conservarle. L’amore puro è soltanto dei santi; l’anima che non è santa, nella misura in cui non è santa, nella misura in cui si dona all’amore, non può volere altro che la sua purificazione. (…)

L’amore divino ti condanna per salvarti, deve spezzarti per poterti ricomporre, deve bruciarti perché tu possa resuscitare, e tu devi subire questo fuoco, devi accettare in questa presenza il peso di una condanna che ti spezza e ti frantuma. Si tratta di una purificazione che è propria dei principianti, di una purificazione dai peccati e dalle imperfezioni volontarie. Quando fossimo giunti a tanto che l’amore divino non avesse più da bruciare in noi le imperfezioni volontarie, avrebbe comunque da consumare la molteplicità degli affetti e dei pensieri, i modi umani. La purezza del cuore esige la riduzione all’unità.

Il grande combattimento dei monaci è la lotta contro i pensieri, non solo contro i pensieri cattivi, ma contro qualunque pensiero, perché l’anima tutta si raccolga in una attenzione umile e pura al Signore. L’uomo deve ridurre all’unità tutta la sua vita; deve rimanere nel vuoto di tutto, fisso, immobile in Dio, nel sentimento confuso della sua presenza, nell’attenzione a lui che è silenzio. Il contenuto della vita dell’anima è questa adesione nella fede pura. E per questo l’anima deve disprezzare ogni visione, ogni estasi, andare oltre perché Dio non assomiglia a nessun tuo pensiero, non si identifica a nessun sentimento.

La giustizia e la carità

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

Nell’ultima parte della parabola degli operai nella vigna Nostro Signore mette in rapporto e in contrasto la giustizia che gli uomini vogliono con la carità che Egli dona. (…) Che diritto poteva avere chi aveva lavorato mezz’ora, tanto più che Nostro Signore non gli aveva promesso nulla? Non soltanto non c’era nulla di pattuito fra i lavoratori e il padrone. A quelli che trova alla terza ora dice: «Andate, e quello che è giusto ve lo darò», ma alla sesta, alla nona, all’undecima ora, egli non dice nulla… «Andate anche voi a lavorare». E quelli certamente non si aspettano nulla. Possono pensare: «Beh, non si fa nulla, ci viene anche a noia di stare con le mani in mano, sempre al solicchio ad aspettare che ci prendano a lavorare. È meglio lavorare…». Non è vero? Non è vero forse che è già un dono quello di levarci dalla nostra ignavia, dalla nostra pigrizia per impegnarci a qualcosa? Si ringrazierebbe quello che ci chiede un qualche lavoro, piuttosto che essere lasciati sempre soli, senza far nulla.

Ed a questi che hanno lavorato in fondo per mezz’ora, ma hanno fatto quello che il padrone chiedeva, proprio a questi il padrone per primo si rivolge, questi premia per primi, a questi Egli tutto dona. Verso di loro Egli non ha che bontà, come verso di Lui questi operai non hanno avuto altro che il gesto affettuoso di fare un po’ di lavoro senza nulla pretendere. Essi non hanno preteso nulla e hanno ricevuto ogni cosa.

Ecco quello che c’insegna la parabola: c’insegna a vivere il nostro rapporto con Dio nella verità, come rapporto di amore. Noi sappiamo che quello che facciamo al Signore è soltanto un piccolo gioco; che volete, lavorare per dieci minuti non è un gioco? Non diamo importanza al nostro lavoro. Quelli che hanno lavorato tutto il giorno si danno importanza: «Come? Tu tratti quelli che sono venuti l’ultima mezz’ora come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo?» Si davano importanza. Ma che volete che sia la nostra vita di fronte al Signore, anche se noi abbiamo lavorato? È tutto un piccolo gioco. Il nostro lavoro è una cosa da niente, ma facciamolo volentieri dal momento che Egli ce lo chiede… E in cambio Egli ci dona l’amore. Non abbiamo fatto nulla e tutto abbiamo ricevuto. (…) Il santo sente sempre che tutto quello che dona è un piccolo gioco; è l’offerta di un sassolino che il bambino dona al babbo o alla mamma, nulla di più. È una cosa da nulla e, proprio perché è una cosa da nulla, Dio ti ricompensa con amore immenso, con amore infinito.

(…) Così è Dio con l’uomo, miei cari fratelli. Il nostro rapporto con Dio si fonda sull’amore, sulla pura misericordia; deve essere veramente vissuto come il rapporto di un bambino con il suo Padre celeste, un bambino che sa che nulla vale quello che offre, ma sa che tutto può ricevere in cambio del suo piccolo dono. Perché la misura del premio non è il prezzo di quello che doni: è la grandezza dell’amore di Colui che risponde al tuo piccolo gesto.

Ecco, miei cari figlioli, quello che c’insegna la parabola. Non vi sembra che sia una cosa grande? E un’altra cosa grande della parabola è questa: che in fondo nessuno rimane senza lavorare. Più o meno tutti noi siamo ingaggiati, dunque, nel lavoro per il padrone, chiamati a un’ora diversa, lavorando di un lavoro più o meno faticoso e con spirito più o meno di amore; noi tutti, tuttavia, lavoriamo. E Dio dona a tutti una paga, un premio al termine della giornata. Tutti noi siamo diversi e lavoriamo con spirito diverso, ma tutti noi lavoriamo e lavoriamo per Lui.

Ecco, anche questo è bello sentire, per non opporci gli uni agli altri, come fanno qui gli operai della vigna. No, mie care figliole; (…) noi saremo ben contenti se domani saremo fianco a fianco, spalla a spalla a ricevere il premio insieme a qualche eretico o comunista che pure, senza saperlo, aveva lavorato per Lui. E non pretendeva nulla per il proprio lavoro, perché non sapeva nemmeno se ci sarebbe stato un padrone, che avrebbe dato qualcosa per questo lavoro.

In dialogo col mondo

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

(…) Stamani mi dicevo: l’ateismo moderno che cosa è? Non forse una condanna alla Chiesa, a noi cristiani? L’ateismo moderno non sarà forse, almeno in parte, la testimonianza religiosa più valida della generazione presente? (…) Queste anime cercano: il fatto che esse cercano è importante. Vuol dire che in quelle anime c’è certamente l’azione di Dio. Un’anima non può cercare se Dio stesso non la muove. Probabilmente siamo noi che non cerchiamo più, che siamo estranei al Signore. Il fatto di non cercare per noi cristiani può significare soltanto una cosa: che abbiamo trovato. Ma l’aver trovato sul piano psicologico, sul piano morale, sul piano di una realizzazione di salvezza, vuol dire per noi cristiani essere già dei santi. Se nella nostra vita non c’è un certo dramma interiore, non c’è una certa volontà di purezza, non c’è una certa volontà di sincerità estrema, vuol dire che siamo tutti degli ipocriti, vuol dire che siamo tutte maschere che nascondono Dio; vuol dire che noi, molto spesso, diveniamo l’ostacolo primo alle anime sincere di trovare Dio.

(…) Miei cari figlioli, queste parole che vogliono dire? Che dobbiamo essere sinceri. E vogliono dire anche questo: che noi dovremmo forse di più ascoltare gli uomini di oggi. Certo, in quello che essi ci dicono avremo forse non soltanto da imparare, ma anche da metterci in guardia: è estremamente pericoloso per noi la suggestione della loro ricerca, perché noi non possiamo mettere fra parentesi la verità che noi possediamo, anche se dobbiamo mettere invece in discussione la testimonianza che di questa verità dà la nostra vita.

È certo pericoloso ascoltarli, ma è anche assolutamente necessario per noi. Cioè, per dirla in altre parole: il pericolo, il rischio non ci dispensa. La vita dell’uomo di per sé è una vita di rischio, è una vita di pericolo. Se evito il rischio, se evito il pericolo, bisogna che dorma, cioè che non viva. Vivere vuol dire per noi, certo, affrontare il pericolo di un colloquio, il pericolo di un dialogo come vuole il Sommo Pontefice. Ora io capisco la grandezza di quella sua enciclica, con la quale egli praticamente ha voluto dare come un programma al suo pontificato: il dialogo (cfr. Ecclesiam suam, 1964). Programma di un pontificato che vuol essere l’aprirsi della Chiesa al mondo in un dialogo vero. Dialogo del cristiano non soltanto con gli altri cristiani non cattolici, ma del cristiano anche con gli atei, del cristiano coi comunisti, del cristiano con tutti gli uomini, perché nella misura che gli uomini vivono hanno sempre qualche cosa da darti.

Ora ho capito come non la Chiesa Corpo Mistico del Cristo, ma la cristianità – cioè la Chiesa in quanto siamo noi che la componiamo – vive solo se noi ci manterremo aperti in un dialogo vero con tutte le anime vive, anche se queste anime bestemmiano, perché molto spesso la bestemmia può essere una testimonianza di Dio, come lo è nell’Antico Testamento il libro di Giobbe. Non è una ribellione continua il libro di Giobbe a Nostro Signore? Eppure rimane uno dei libri ispirati. Quanto spesso invece i nostri piccoli libercoli di pietà – che certamente non sono un’espressione di una ribellione a Dio – sono però veramente una maschera che nasconde la grandezza divina, sono soltanto dei piccoli sonniferi per le anime pie! E le anime pie sono le vecchie signore che ormai, poverette, non possono fare altro che dormire e passare dal letto alla poltrona. Queste siamo noi, probabilmente.

Ora, l’anima viva sa veramente affrontare la tempesta e l’uragano. E il cristiano deve affrontare l’uragano e la tempesta così come l’ha affrontata Gesù, che è veramente il nostro Maestro. Egli è vissuto in dialogo col mondo nel quale viveva; così noi dobbiamo vivere in un dialogo aperto, vivo con gli uomini di oggi.