venerdì, Agosto 07, 2020

Dall’alienazione alla Presenza

Esercizi spirituali a La Verna, 3-10 agosto 1980

Noi ora viviamo una vita di alienazione: non solo le cose non sono presenti a noi, ma neppure fra noi siamo presenti, anzi non siamo nemmeno presenti a noi stessi. (…) Siamo mistero a noi stessi, non ci conosciamo, non ci possediamo. Nessuna presenza è possibile quaggiù; tutta la nostra vita è alienazione.

(…) E badate bene che noi sperimentiamo tanto più la lontananza quanto più si ama, perché quanto più si ama, tanto più sentiamo questa incomunicabilità, perché nell’amore noi desideriamo di vivere una partecipazione piena, desidereremmo di vivere nell’altro e totalmente per l’altro. E l’altro chi è? Chi è per me il mio fratello, chi è per me un mio figlio? Chi è per me?

Cosa terribile, la presenza! Voi lo vedete, può morire una persona e l’altra rimane: come ci conosciamo? Cos’è l’uno per l’altro? Invece nella Trinità se il Figlio non è, non è nemmeno il Padre; se il Padre non è, non è nemmeno il Figlio. La Presenza che è la pericòresis, che è la ‘circuminsessione’, la presenza di ogni persona all’altra persona, è la vita delle tre Persone divine. Questa è la Presenza reale del Cristo. Noi siamo nella misura che il Cristo vive in noi, perché quello che costituisce la nostra vita vera, la nostra vita inseparabile, come diceva sant’Ignazio di Antiochia, è il Cristo.

(…) Noi tutti siamo chiamati a vivere questo rapporto col Cristo, perché quello che distingue il cristiano è questo rapporto. Come quello che distingue le persone divine nella Trinità è il rapporto di ogni persona all’altra correlativa, così nel Cristianesimo quello che ci distingue è il rapporto col Cristo. Nelle Persone divine c’è il rapporto del Padre al Figlio e del Figlio al Padre nell’unità dello Spirito; nell’economia cristiana quello che la distingue è il rapporto nuziale (non di filiazione, ma nuziale) fra il Cristo e noi, fra noi e il Cristo. Ecco perché nei mistici la vita spirituale trova sempre il suo compimento in quello che si chiama il matrimonio spirituale, o unione trasformante.

(…) La prima cosa dunque che per noi s’impone, in vista di questo rapporto col Padre, in vista di questo rapporto con tutti gli uomini, di questa unità che ci stringe fra noi, è l’incontrarci con Gesù, Figlio di Dio. Il Vangelo, il Cristianesimo è Gesù. Il libro sacro, per noi cristiani, non è un libro di dottrina, ma è il libro che ci parla di Cristo, che ci fa conoscere il Cristo, che ci mette in rapporto con Lui. E più ancora che nel Vangelo, il Cristianesimo ha il suo compimento nella liturgia e nella liturgia eucaristica, dove non si fa presente per noi che Cristo Signore. E non si fa presente che in quanto ci siamo noi, perché è sempre necessaria la presenza di una persona creata perché si faccia presente il sacerdozio di Cristo; ed è sempre necessaria la presenza anche del cristiano perché ci sia anche il Cristo vittima. Non c’è mai il Cristo indipendentemente da te, non ci sei mai tu come uomo veramente redento senza di Lui. La presenza del Cristo suppone sempre la presenza degli altri. Fin dall’inizio poteva mai essere fatto presente nostro Signore senza la Madonna? Si è incarnato senza Maria? Gesù non è senza l’uomo, l’uomo non è senza Gesù. L’uomo è veramente rapporto col Verbo.

(…) Il rapporto è totale, Egli vuole tutto da te e tutto Egli si dona. Questo rapporto soltanto ci distingue, perché è un rapporto personale, ma in questo rapporto personale onde noi siamo tutto per Lui e Lui tutto per noi, noi non viviamo più che un’unica vita: la vita del Cristo è la mia vita, la mia morte è la sua morte. Non è la morte del Cristo che diviene la mia morte, ma al contrario è la mia morte che Egli fa sua, facendo suo anche il mio peccato; ed è la sua vita che diviene la mia vita. Non c’è più dunque un’altra vita per noi. Se io vivo una mia vita propria, vuol dire che non ho realizzato la mia unità col Cristo. Se ancora ho una mia proprietà di vita, di sentimenti, non ho ancora realizzato la mia vocazione cristiana. Realizzare la mia vocazione cristiana vuol dire non vivere più che la sua vita: «Vivo ego, iam non ego; vivit vero in me Christus [non son più io che vivo, ma è Cristo che vie in me]» (Gal 2, 20).

La nostra vita è il mistero pasquale

Adunanza del 3 aprile 1958 (Giovedì Santo )

Cerchiamo di non distrarci, di prepararci alla liturgia di oggi, che è partecipazione al mistero del Cristo. Cristo fa presente questo mistero non come uno spettacolo, ma rinnovandolo in noi: ci inserisce in questo atto, di cui noi siamo attori piuttosto che spettatori.

 La liturgia pasquale deve chiamarci a vivere tutta la vita questo mistero. Alla nostra consacrazione non possiamo rispondere che in quanto viviamo questo mistero, perché si è sempre detto che la consacrazione religiosa non è un’altra consacrazione dalla consacrazione battesimale, ma è una consapevole e libera accettazione di quegli obblighi che derivano a noi dalla consacrazione battesimale. E gli obblighi sono uno solo, ma uno che investe tutta la vita: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente». Questo noi abbiamo promesso il giorno del battesimo e nessuno può andare oltre l’adempimento di questa legge. In fondo, questa legge è stata adempiuta soltanto da Cristo: Lui solo totalmente si è ordinato a Dio, in forza precisamente dell’assunzione che il Verbo ha operato di questa natura, onde la natura umana, nel Cristo, è stata ordinata totalmente al Padre.

 Vivere questi obblighi, vivere questa consacrazione battesimale importa per noi vivere la morte e la risurrezione di Gesù. Già san Paolo nella lettera ai Romani fa vedere come noi siamo battezzati nella sua morte e il battesimo è anche una partecipazione alla risurrezione, quando emergendo dalle acque l’anima risorge rinata dal bagno di vita.

 Il battesimo (…) ci ha dato una partecipazione al mistero del Cristo onde noi partecipiamo veramente al mistero dell’incarnazione divina; però, questo essere inseriti nel Cristo non ci fa vivere ancora personalmente il suo mistero, non dice una nostra partecipazione volontaria, libera, cosciente, piena, personale, a questo mistero. La consacrazione che abbiamo fatto in seguito, invece, è l’accettazione degli obblighi del battesimo per un impegno volontario di portare fino alle ultime conseguenze, di rispondere, insomma, a tutte le esigenze divine di morte e di resurrezione.

 Ora, questa morte e questa resurrezione noi la possiamo vivere soltanto nella misura che siamo uniti a Gesù; è inutile pensare di vivere la consacrazione religiosa se noi non vediamo questa consacrazione religiosa come l’atto onde noi ci inseriamo nel Cristo, viviamo in unione con Lui.

 Vivere la nostra consacrazione religiosa è impegno costante di unione con Cristo, è impegno costante di partecipazione al mistero pasquale. L’atto che stiamo per compiere nell’assistere alla Messa è l’atto sociale più alto, più grande, più significativo, ma anche più efficace, di tutto quest’anno che noi viviamo; e così la comunione pasquale che noi stiamo per fare stasera è l’atto più grande di tutto l’anno – dico la comunione di stasera, ma non separo la comunione di stasera da quella di domenica e da quella del Sabato Santo, come non separo la partecipazione alla Messa di stasera dalla partecipazione alla Messa di domani e del Sabato Santo. Non posso pretendere che tutti siate presenti il Sabato notte; per questo è importante che almeno alla prima Messa pasquale, del Triduum Paschale, siamo tutti presenti. E coloro che non sono presenti si sentano presenti con noi, vivano con noi questo mistero! E il perché è chiaro: tutta la nostra vita non è che una partecipazione al mistero che vien celebrato, non è che il far nostro quel mistero al quale noi assistiamo, non è che l’inserimento sempre più profondo in questa Presenza che la liturgia stabilisce, realizza.

 Vivere questo, per sentire che non siamo più noi poveri uomini, per sentire che non soltanto non siamo staccati fra noi. La partecipazione al mistero cristiano fa la comunità, perché crea l’unità nostra, onde noi siamo tutti un solo Gesù, un solo Cristo, ma non soltanto questo: fa sì anche che noi non possiamo più vivere una nostra vita né personale né puramente umana. La nostra vita è la vita del Cristo, la nostra vita non ha altro valore, altro significato: è la vita del Cristo. Con quale rispetto noi dobbiamo usare di noi stessi, con quale sentimento di riverenza dobbiamo renderci conto della grandezza di ogni nostra giornata! È facile, ed è comodo, adorare Gesù nel tabernacolo, perché questo è significare una distinzione da Lui, una nostra separazione da Lui – Tu sei l’Altro che adoro. È molto più difficile, invece, vivere questa unità col Cristo onde noi dobbiamo usare con noi la massima riverenza, come di cosa sacra, perché in noi è Lui che vive, in noi è Lui che si fa presente.

La nostra vita è il Mistero di Dio.

L’amore di Dio ci condanna per salvarci

Verso la visione (Ed. Paccagnella, 1999), pp. 113-117

Noi dobbiamo lentamente ricondurre tutte le potenze al servizio dell’amore, ad essere soggette alla forza di un amore che ci metta nella condizione di raggiungere Dio, di trasformarci in lui per poterlo vedere. Non sottraiamo nulla alla potenza della carità. Ma è questa la cosa che costa di più alla nostra natura, perché per sottoporre alla carità tutta la nostra vita interiore con le sue imperfezioni, le sue mancanze, noi dobbiamo accettare liberamente il giudizio divino, un giudizio sperimentato e vissuto nella nostra vita quotidiana. Perché ci distraiamo? Perché non tolleriamo questa condanna. Ma l’amore ci condanna per salvarci. La condanna di Dio fintanto che viviamo quaggiù è una condanna ordinata alla nostra salvezza.

Per salvarci bisogna che Dio ci condanni. Primo atto con cui Dio ci salva è quello con cui ci giudica e ci condanna. È nella misura in cui noi accettiamo questo giudizio, questa condanna divina, che noi, rinnegando noi stessi, ci uniamo con Dio, dice sant’Agostino. Perché la nostra purificazione si compia, prima di tutto si impone che noi subiamo questa condanna dell’amore. La nostra purificazione implica infatti l’esperienza di una condanna e di una pena: tu non accogli l’amore se non lasciandoti bruciare, consumare dal fuoco. In gran parte la vita interiore di un’anima finché non giunga alle soglie della contemplazione infusa, e più profondamente allora perché il fuoco dell’amore raggiunge l’intima radice dell’essere, è precisamente esperienza di un fuoco che ti brucia, esperienza di una spada che ti penetra e ti taglia. Così la vita del cristiano è in gran parte l’accettazione amorosa di un giudizio divino. Mantenerci nella presenza di Dio vuole dire sopportare pazientemente una luce che offende i nostri occhi troppo deboli e ci acceca, un fuoco che ci brucia. Noi saremmo contenti di possedere la grazia, ma vorremmo sottrarci al suo potere di investire totalmente l’essere nostro trasformandoci in Dio.

Perché tutto questo? Precisamente perché non sopportiamo questo bruciore, questa pena, questa luce che ci offende.

Gli antichi Padri parlano della vigilanza. Si tratta di mantenerci fermi nella luce di Dio per sopportare in ogni istante il suo giudizio che ci condanna: la vigilanza è ordinata a questo giudizio. Praticamente nella vigilanza di cui parlano i Padri si esercita il giudizio divino. Non sottrarre nulla a questo fuoco, non difendere nulla, che vuole dire: ricondurre sempre tutto in quel centro dove abita Dio, dinanzi alla sua presenza, portare tutto dinanzi alla sua luce perché la luce illumini tutto e tutto sia gettato nel fuoco della sua santità perché tutto, questo fuoco, bruci e consumi. Nessun attaccamento interiore o esterno, nessuna aspirazione, pensiero, nulla deve essere sottratto. Che Dio giudichi tutto. Se tu non hai il coraggio di rinunciare immediatamente alle tue imperfezioni, che almeno tu senta il disagio di conservarle. L’amore puro è soltanto dei santi; l’anima che non è santa, nella misura in cui non è santa, nella misura in cui si dona all’amore, non può volere altro che la sua purificazione. (…)

L’amore divino ti condanna per salvarti, deve spezzarti per poterti ricomporre, deve bruciarti perché tu possa resuscitare, e tu devi subire questo fuoco, devi accettare in questa presenza il peso di una condanna che ti spezza e ti frantuma. Si tratta di una purificazione che è propria dei principianti, di una purificazione dai peccati e dalle imperfezioni volontarie. Quando fossimo giunti a tanto che l’amore divino non avesse più da bruciare in noi le imperfezioni volontarie, avrebbe comunque da consumare la molteplicità degli affetti e dei pensieri, i modi umani. La purezza del cuore esige la riduzione all’unità.

Il grande combattimento dei monaci è la lotta contro i pensieri, non solo contro i pensieri cattivi, ma contro qualunque pensiero, perché l’anima tutta si raccolga in una attenzione umile e pura al Signore. L’uomo deve ridurre all’unità tutta la sua vita; deve rimanere nel vuoto di tutto, fisso, immobile in Dio, nel sentimento confuso della sua presenza, nell’attenzione a lui che è silenzio. Il contenuto della vita dell’anima è questa adesione nella fede pura. E per questo l’anima deve disprezzare ogni visione, ogni estasi, andare oltre perché Dio non assomiglia a nessun tuo pensiero, non si identifica a nessun sentimento.

La giustizia e la carità

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

Nell’ultima parte della parabola degli operai nella vigna Nostro Signore mette in rapporto e in contrasto la giustizia che gli uomini vogliono con la carità che Egli dona. (…) Che diritto poteva avere chi aveva lavorato mezz’ora, tanto più che Nostro Signore non gli aveva promesso nulla? Non soltanto non c’era nulla di pattuito fra i lavoratori e il padrone. A quelli che trova alla terza ora dice: «Andate, e quello che è giusto ve lo darò», ma alla sesta, alla nona, all’undecima ora, egli non dice nulla… «Andate anche voi a lavorare». E quelli certamente non si aspettano nulla. Possono pensare: «Beh, non si fa nulla, ci viene anche a noia di stare con le mani in mano, sempre al solicchio ad aspettare che ci prendano a lavorare. È meglio lavorare…». Non è vero? Non è vero forse che è già un dono quello di levarci dalla nostra ignavia, dalla nostra pigrizia per impegnarci a qualcosa? Si ringrazierebbe quello che ci chiede un qualche lavoro, piuttosto che essere lasciati sempre soli, senza far nulla.

Ed a questi che hanno lavorato in fondo per mezz’ora, ma hanno fatto quello che il padrone chiedeva, proprio a questi il padrone per primo si rivolge, questi premia per primi, a questi Egli tutto dona. Verso di loro Egli non ha che bontà, come verso di Lui questi operai non hanno avuto altro che il gesto affettuoso di fare un po’ di lavoro senza nulla pretendere. Essi non hanno preteso nulla e hanno ricevuto ogni cosa.

Ecco quello che c’insegna la parabola: c’insegna a vivere il nostro rapporto con Dio nella verità, come rapporto di amore. Noi sappiamo che quello che facciamo al Signore è soltanto un piccolo gioco; che volete, lavorare per dieci minuti non è un gioco? Non diamo importanza al nostro lavoro. Quelli che hanno lavorato tutto il giorno si danno importanza: «Come? Tu tratti quelli che sono venuti l’ultima mezz’ora come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo?» Si davano importanza. Ma che volete che sia la nostra vita di fronte al Signore, anche se noi abbiamo lavorato? È tutto un piccolo gioco. Il nostro lavoro è una cosa da niente, ma facciamolo volentieri dal momento che Egli ce lo chiede… E in cambio Egli ci dona l’amore. Non abbiamo fatto nulla e tutto abbiamo ricevuto. (…) Il santo sente sempre che tutto quello che dona è un piccolo gioco; è l’offerta di un sassolino che il bambino dona al babbo o alla mamma, nulla di più. È una cosa da nulla e, proprio perché è una cosa da nulla, Dio ti ricompensa con amore immenso, con amore infinito.

(…) Così è Dio con l’uomo, miei cari fratelli. Il nostro rapporto con Dio si fonda sull’amore, sulla pura misericordia; deve essere veramente vissuto come il rapporto di un bambino con il suo Padre celeste, un bambino che sa che nulla vale quello che offre, ma sa che tutto può ricevere in cambio del suo piccolo dono. Perché la misura del premio non è il prezzo di quello che doni: è la grandezza dell’amore di Colui che risponde al tuo piccolo gesto.

Ecco, miei cari figlioli, quello che c’insegna la parabola. Non vi sembra che sia una cosa grande? E un’altra cosa grande della parabola è questa: che in fondo nessuno rimane senza lavorare. Più o meno tutti noi siamo ingaggiati, dunque, nel lavoro per il padrone, chiamati a un’ora diversa, lavorando di un lavoro più o meno faticoso e con spirito più o meno di amore; noi tutti, tuttavia, lavoriamo. E Dio dona a tutti una paga, un premio al termine della giornata. Tutti noi siamo diversi e lavoriamo con spirito diverso, ma tutti noi lavoriamo e lavoriamo per Lui.

Ecco, anche questo è bello sentire, per non opporci gli uni agli altri, come fanno qui gli operai della vigna. No, mie care figliole; (…) noi saremo ben contenti se domani saremo fianco a fianco, spalla a spalla a ricevere il premio insieme a qualche eretico o comunista che pure, senza saperlo, aveva lavorato per Lui. E non pretendeva nulla per il proprio lavoro, perché non sapeva nemmeno se ci sarebbe stato un padrone, che avrebbe dato qualcosa per questo lavoro.

In dialogo col mondo

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

(…) Stamani mi dicevo: l’ateismo moderno che cosa è? Non forse una condanna alla Chiesa, a noi cristiani? L’ateismo moderno non sarà forse, almeno in parte, la testimonianza religiosa più valida della generazione presente? (…) Queste anime cercano: il fatto che esse cercano è importante. Vuol dire che in quelle anime c’è certamente l’azione di Dio. Un’anima non può cercare se Dio stesso non la muove. Probabilmente siamo noi che non cerchiamo più, che siamo estranei al Signore. Il fatto di non cercare per noi cristiani può significare soltanto una cosa: che abbiamo trovato. Ma l’aver trovato sul piano psicologico, sul piano morale, sul piano di una realizzazione di salvezza, vuol dire per noi cristiani essere già dei santi. Se nella nostra vita non c’è un certo dramma interiore, non c’è una certa volontà di purezza, non c’è una certa volontà di sincerità estrema, vuol dire che siamo tutti degli ipocriti, vuol dire che siamo tutte maschere che nascondono Dio; vuol dire che noi, molto spesso, diveniamo l’ostacolo primo alle anime sincere di trovare Dio.

(…) Miei cari figlioli, queste parole che vogliono dire? Che dobbiamo essere sinceri. E vogliono dire anche questo: che noi dovremmo forse di più ascoltare gli uomini di oggi. Certo, in quello che essi ci dicono avremo forse non soltanto da imparare, ma anche da metterci in guardia: è estremamente pericoloso per noi la suggestione della loro ricerca, perché noi non possiamo mettere fra parentesi la verità che noi possediamo, anche se dobbiamo mettere invece in discussione la testimonianza che di questa verità dà la nostra vita.

È certo pericoloso ascoltarli, ma è anche assolutamente necessario per noi. Cioè, per dirla in altre parole: il pericolo, il rischio non ci dispensa. La vita dell’uomo di per sé è una vita di rischio, è una vita di pericolo. Se evito il rischio, se evito il pericolo, bisogna che dorma, cioè che non viva. Vivere vuol dire per noi, certo, affrontare il pericolo di un colloquio, il pericolo di un dialogo come vuole il Sommo Pontefice. Ora io capisco la grandezza di quella sua enciclica, con la quale egli praticamente ha voluto dare come un programma al suo pontificato: il dialogo (cfr. Ecclesiam suam, 1964). Programma di un pontificato che vuol essere l’aprirsi della Chiesa al mondo in un dialogo vero. Dialogo del cristiano non soltanto con gli altri cristiani non cattolici, ma del cristiano anche con gli atei, del cristiano coi comunisti, del cristiano con tutti gli uomini, perché nella misura che gli uomini vivono hanno sempre qualche cosa da darti.

Ora ho capito come non la Chiesa Corpo Mistico del Cristo, ma la cristianità – cioè la Chiesa in quanto siamo noi che la componiamo – vive solo se noi ci manterremo aperti in un dialogo vero con tutte le anime vive, anche se queste anime bestemmiano, perché molto spesso la bestemmia può essere una testimonianza di Dio, come lo è nell’Antico Testamento il libro di Giobbe. Non è una ribellione continua il libro di Giobbe a Nostro Signore? Eppure rimane uno dei libri ispirati. Quanto spesso invece i nostri piccoli libercoli di pietà – che certamente non sono un’espressione di una ribellione a Dio – sono però veramente una maschera che nasconde la grandezza divina, sono soltanto dei piccoli sonniferi per le anime pie! E le anime pie sono le vecchie signore che ormai, poverette, non possono fare altro che dormire e passare dal letto alla poltrona. Queste siamo noi, probabilmente.

Ora, l’anima viva sa veramente affrontare la tempesta e l’uragano. E il cristiano deve affrontare l’uragano e la tempesta così come l’ha affrontata Gesù, che è veramente il nostro Maestro. Egli è vissuto in dialogo col mondo nel quale viveva; così noi dobbiamo vivere in un dialogo aperto, vivo con gli uomini di oggi.

Apertura ecumenica

Ritiro del 19 gennaio 1986 a Casa San Sergio

Nell’Ottavario per l’unità dei cristiani… si vuole parlare soprattutto della riunione alla Chiesa di tutti i fratelli che hanno fede in Cristo. Allora un primo rilievo bisogna fare, a cui ci richiama continuamente il Papa [Giovanni Paolo II]: è vero, l’unità si esprime sul piano visibile nella Chiesa cattolica, che ha il suo centro nel papato, ma è vero che, indipendentemente dal papato, la Chiesa occidentale, tutta la Chiesa occidentale – perciò tutti i cattolici dell’America, dell’Africa, dell’Europa, cioè settecento milioni di cattolici – sono solo una parte dell’una catholica; è quello che continuamente ci dice il Papa. Non so se noi italiani l’abbiamo compreso. Guardate che il gesto del Papa di fare patroni dell’Europa Cirillo e Metodio sta a significare la parzialità del cattolicesimo latino. Se noi ci ritiriamo nel nostro cattolicesimo latino, noi, anche se siamo col Papa, praticamente impediamo alla Chiesa di essere cattolica di fatto, di mostrarsi “una” di fatto, perché la Chiesa già è Oriente ed Occidente.

(…) Fino da quando è nata la Comunità, si può dire, noi abbiamo avuto lo sguardo rivolto all’Oriente. Dobbiamo renderci conto che, anche se siamo pochi, quello che conta non è tanto la riunione degli orientali a noi, quanto la disponibilità nostra ad accogliere gli orientali. Rendiamoci conto, dunque, che il nostro cristianesimo ha bisogno di un suo completamento con la visione, con la mentalità, col senso cristiano che può avere l’Oriente (…).

Ed ecco la ragione di Casa San Sergio: in questa casa, infatti, noi abbiamo sentito di vivere questo bisogno di reintegrare nella Chiesa cattolica i valori della Chiesa orientale. A me fa un po’ paura tutto questo, perché non voglio che sia una moda, e non voglio nemmeno cessare di essere un cattolico latino; sono cattolico appunto se trascendo quello che è parziale nella mia confessione cristiana, integrandolo con quello che è parziale nella confessione cristiana dell’Oriente. Io debbo sentirmi veramente fratello di san Serafino, fratello di san Sergio, fratello di tutti i grandi santi che ha avuto la Russia e che ha avuto la Grecia in questi ultimi tempi.

(…) Dobbiamo avere ammirazione e amore per questi cristiani, e l’amore non è soltanto un dare, implica anche un voler ricevere; se tu rifiuti di ricevere, non ami. Io debbo amare l’Oriente e non devo pretendere nulla, però nemmeno posso rifiutare di ricevere; io debbo saper ricevere la testimonianza del loro cristianesimo, di un cristianesimo che è certo uno col nostro, eppure è diverso. Sono aspetti complementari di una medesima vita, e in questi aspetti complementari il nostro stesso cristianesimo diviene uno e cattolico, perché senza questi aspetti esso rischia di essere troppo razionale, troppo logico, troppo giuridico, difetti propri del cristianesimo occidentale.

Perché oggi molti sono contro la Chiesa come istituzione? Perché il senso giuridico ha pesato troppo sulla nostra esperienza cristiana. (…) È precisamente questo che noi dobbiamo imparare dall’Oriente: dobbiamo imparare a liberarci da un certo giuridicismo e anche da una concezione troppo moralistica del cristianesimo. Dobbiamo ritornare a una spiritualità di tipo maggiormente dogmatico e liturgico, piuttosto che moralistico. Che cosa mai sono le nostre virtù nei confronti dei sacramenti divini, che ci uniscono a Cristo e ci fanno una sola cosa con Lui? Dobbiamo ritornare a vivere i sacramenti; pensate che cos’è la Messa! È il Cristo che fa presente per noi l’atto supremo del suo amore.

(…) Miei cari fratelli, noi dobbiamo liberarci da questi difetti, che dicono la parzialità del nostro cristianesimo. Certamente anche quello orientale è un cristianesimo parziale, ma, siccome noi siamo cattolici, è giusto che non guardiamo tanto i difetti degli altri, quanto piuttosto quello che manca a noi, pur sapendo e riconoscendo che noi siamo nella vera Chiesa. Dobbiamo essere grati a Dio, che ha voluto che nascessimo nella Chiesa cattolica, che per noi sia così facile e così naturale riconoscere nel Papa veramente il vertice di tutta la gerarchia, il sacramento dell’unità visibile della Chiesa. Ma questa gratitudine a Dio non ci deve impedire di sentire, come vuole il Papa attuale, la parzialità del nostro cristianesimo, il quale deve trovare il suo compimento in un cristianesimo che è complementare al nostro. Tutto questo non vuol dire diventare orientali, perché, se diventiamo orientali, non saremo più né orientali né occidentali. Siamo nati qui, il nostro latte materno è quello che ci ha dato la Chiesa latina e un figlio rimane sempre figlio della sua madre; però dobbiamo aprirci ad accogliere quello che può darci la Chiesa orientale perché il nostro cristianesimo sia più vivo, più pieno, più uno, più cattolico.

La vera conoscenza di Dio

«L’uomo non potrebbe conoscere Dio se non nella misura che in Lui è trasformato. Ogni altra conoscenza di Dio tende per sé a trasformare Dio nell’uomo, a proporzionare Dio alla povertà della creatura, alla piccolezza dell’uomo».

Cento pensieri sulla conoscenza di Dio, n. 79 (pag. 85)

La vera e ultima Pasqua

«(…) La festa di Pasqua è certo il ricordo sacramentale della morte e della resurrezione del Cristo, ma quel mistero non potrebbe essere celebrato se noi non anticipassimo anche la fine e la resurrezione di tutte le cose, la vera Pasqua, la Pasqua ultima, definitiva, quando intorno alla tavola di Dio si raccoglieranno tutti gli uomini, di tutte le stirpi, di tutti i tempi, per vivere la gioia pura, immensa di una loro comunione con Dio».

La presenza del Cristo, p. 175 (I edizione)