domenica, Ottobre 25, 2020

Meditazioni sul Vangelo di Matteo Capitoli 14-18

Segnaliamo un’altra bella novità in biblioteca in quest’ultimo scorcio dell’anno. Finalmente, nel mese di settembre, è stato pubblicato dalla casa editrice Sef il terzo volume del commento di padre Barsotti al vangelo di Matteo. Si tratta della parte centrale del vangelo dove si parla del primato di Pietro, della moltiplicazione dei pani e della Trasfigurazione. Un ‘occasione propizia per approfondire un vangelo ascoltato nelle domeniche di questo anno A e ritornare alle sorgenti della nostra spiritualità che il nostro padre Fondatore ha voluto compendiare in quell’Ut sitis patris vestri tratto proprio da Matteo.

«Chi è Cristo? Gesù non ti chiede che tu giudichi la sua dottrina, che tu emetta un giudizio su quello che Egli dice: Egli vuole da te una confessione su di Lui. su Lui stesso. Questa è la cosa importante: ed è in questa domanda non soltanto l’originalità del cristianesimo, ma il fatto centrale della storia del mondo, il fatto centrale della vita di ogni uomo. Chi e Cristo? L’umanità vive soltanto per dare una risposta a questa domanda: l’uomo non può eluderla. Può essere che l’uomo non si sia incontrato con Cristo, non lo abbia conosciuto: ma se un giorno lo conosce, se gli uomini un giorno si incontrano col Cristo, questa domanda si pone ed è questa domanda che determina tutto. È veramente un vertice. Di fatto, proprio perché è un vertice, essa crea due versanti: divide gli uomini secondo la risposta che gli uomini daranno, li divide in modo assoluto» (Divo Barsotti)

Divo Barsotti (Palaia 1914-Firenze 2006). sacerdote, teologo c mistico toscano cuna delle figure eminenti della Chiesa italiana del Novecento.
Per interessamento di Giorgio La Pira cui fu legato da profonda amicizia, pochi anni dopo l’ordinazione sacerdotale lasciò la nativa Palaia cosi trasferì a Firenze dove iniziò la sua fecondissima attività di predicatore c scrittore.
Ha scritto commenti alla Sacra Scrittura, opere a carattere agiografico, teologico espi rituale oltreché diari c poesie. Appassionato lettore di Dostoevskij c degli autori russi c irresistibilmente attratto dal cristianesimo orientale ha anche fatto conoscere in Italia figure di santi quali Sergio di Radonez, Serafino di Sarov. Silva no del Monte Athos. Tra i suoi libri più importanti sono da annoverare // mistero cristiano nell’anno liturgico.
Il Signor e è uno. Cristianesimo russo. Il Dio di Abramo, Meditazioni sull’Esodo, La rivelazione dell’amore. Meditazioni sull’Apocalisse, La fuga immobile. Egli inoltre è stato fondatore di una comunità di ispirazione monastica denominata “Comunità dei figli di Dio” che abbraccia fratelli e sorelle che vivono in case di vita comune e laici consacrati nel mondo.

Domande retoriche (1967)

«Stamani mi domandavo se la Parola di Dio era veramente per me la Parola di Dio. È Dio veramente che mi parla o sono io che mi fingo di ascoltare un altro, mentre ascolto solo me stesso? Mi domandavo: e la mia preghiera è veramente la mia parola rivolta a Dio, o non piuttosto rivolta a me stesso? Spesso la vita religiosa non è forse come irreale, senza vero contenuto, come un girare intorno a se stessi? (…).

Senza dubbio queste domande sono retoriche, ma dobbiamo ripetercele continuamente, perché non sia retorica la vita».

Battesimo di fuoco, p. 181 (6 novembre 1967)

Dov’è carità e amore, qui c’è Dio

La vita dei cristiani è una vita che deriva da una sola sorgente, da un solo principio “quasi formale”; lo Spirito Santo che vive in tutti noi perciò deve manifestare sempre più l’unità ontologica che è propria dell’essere nostro. Lo Spirito Santo non soltanto unifica le potenze dell’uomo, unifica gli uomini fra di loro in una Chiesa unica che è il corpo di Cristo, ma questa unità che è di tutta la Chiesa deve rivelarsi nell’attività sua propria. Se lo Spirito Santo ha creato una comunità cristiana, la comunità cristiana ora deve manifestare questa unità.

Come? Nell’amore, in un amore fraterno che dona a tutti gli stessi sentimenti, gli stessi pensieri, in un amore fraterno che fa sì che l’amore dell’uno prevenga l’altro, sia un amore preveniente, un amore per il quale ognuno è a servizio dell’altro. Sia dunque un amore vicendevole che si traduce nell’umiltà, nella benignità, nella pazienza, un amore che mai opprime, che mai possiede, ma invece si dona. Quando il dono è reciproco realizza davvero l’unità, perché se io donassi soltanto senza ricevere, io mi perderei; è vero che donando senza nulla ricevere, riceviamo sempre Dio; comunque non ricevendo mai nulla dalla comunità non si creerebbe veramente l’unità tra i fratelli, che si realizza nella misura in cui l’amore è reciproco; io mi dono e l’altro ugualmente si dona e io vivo nell’altro e l’altro vive in me. Ma tutto questo può avvenire a una condizione: che il nostro amore si incarni come l’amore del Cristo nell’obbedienza, nell’umiltà, nella pazienza, che sono il vero volto dell’amore cristiano.

Ecco perché nel capitolo XIII della Prima Lettera ai Corinzi Paolo dice che la carità è benigna, è longanime, è paziente, che la carità tutto sopporta, tutto spera; è una carità che non è mai vinta da alcuna cosa perché mai nulla aspetta, perché non è mai una risposta all’amore dell’altro; se fosse una risposta all’amore dell’altro sarebbe anche misurata dall’amore dell’altro e dal valore dell’altro; invece è misurata soltanto da Dio, che vive in te, dalla possibilità che dai a Dio di vivere in te.

Amore paziente, benigno, longanime, umile – come dice san Pietro -, un amore che non risponde all’ingiuria con l’ingiuria, ma nemmeno risponde con una benedizione alla benedizione dell’altro, perché l’amore che previene è sempre un amore gratuito: io non amo perché l’altro mi ama, amo perché amo come Dio, e proprio perché non aspetto nulla non può mai venire meno il mio amore per l’altro e non può nemmeno esservi una reazione contraria all’amore, se da parte dell’altro ricevo ingiuria. Come l’amore di Dio è una pura effusione di luce senza fine verso tutti, noi siamo stati chiamati a questo: a vivere l’eredità dei santi e l’eredità dei santi è Dio stesso. Dio che vive nel tuo cuore e Dio altro non è che l’amore.

(…) Questa vita composta in unità e nella pace è una vita in cui è presente Dio stesso; gli occhi di Dio riposano così sopra il giusto ed Egli ascolta le loro preghiere, cioè la vita dell’uomo non è più una semplice vita umana, è già il segno, il sacramento di una presenza del Cristo fra gli uomini, perché là dove regna l’amore, là dove si stabilisce la pace, quivi Dio è presente: dov’è carità e amore, qui c’è Dio. L’insegnamento ultimo di questa catechesi sembra precisamente questo: una vita di pace, di serenità, di benevolenza è già il sacramento di una divina presenza; i cristiani, già in questa vita, realizzano e danno agli altri la testimonianza di una presenza di Dio ed essi stessi vivono in questa divina presenza la gioia di una intimità divina, la gioia di una comunione che trascende il tempo e le cose; anzi, in questa comunione con gli uomini, l’uomo comunica già con l’Assoluto, l’uomo comunica con Dio.

Commento alla Prima Lettera di Pietro, pp. 94-97