giovedì, Ottobre 22, 2020

Omelia mons. G. Simoni

Mons. Gastone Simoni

Omelia nell’anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Divo Barsotti (18 luglio 1937)

Parrocchia di Santa Maria a Settignano, 18 luglio 2020

[Letture del giorno: Mi 2, 1-5; Sal 9; Mt  12, 14-21]

Fratelli e sorelle,

queste due letture dall’Antico Testamento e dal Nuovo Testamento sono tali da farci meditare sul rapporto fra due persone che hanno illustrato Firenze e tutta la nostra zona. Mi riferisco naturalmente a don Divo Barsotti e a Giorgio La Pira. Ho già rammentato La Pira all’inizio di questa celebrazione perché si deve a lui il fatto che don Barsotti dalla diocesi di San Miniato sia passato a Firenze. Firenze, che è stato l’ambiente ecclesiale e civile dove è cresciuta la sua voce di sacerdote, la sua illuminazione nei confronti di tante persone e la sua fecondità spirituale ed apostolica.

Leggendo la prima lettura, dal profeta Michea – uno dei profeti classici, su per giù del tempo di Isaia e di Osea -, si potrebbe dire che questa pagina sarebbe stata molto cara a La Pira. In questa pagina, infatti, il profeta Michea, che parla in nome di Dio nell’ambito della Giudea, insegna quella che potremmo chiamare oggi l’etica sociale, la dottrina sociale e morale della Chiesa:  l’insegnamento che viene da Dio tramite la Chiesa, e che riguarda le relazioni nell’ambito della società umana, a livello locale e a livello globale. Michea, come abbiamo ascoltato, ha scritto qui una pagina molto severa nei confronti di coloro che, approfittando del loro potere, potere economico-sociale più che politico, spadroneggiavano sui poveri e li umiliavano. “Ascoltate dunque ciò che dice il Signore: «Su, fa’ lite con i monti e i colli ascoltino la tua voce!  Ascoltate, o monti, il processo del Signore…»” (Mi 6, 1-2). Una pagina sul processo di Dio a coloro che sono gli accaparratori della ricchezza ingiusta e, ingiusti loro, profittano del loro potere. Non si contentano di essere in alto nella società ma vogliono schiacciare, rendere sempre più bassi, sfruttandoli, coloro che non hanno nulla: i poveri. Leone XIII li avrebbe chiamati i ‘proletari’, coloro che hanno per loro solo la prole, non hanno altro.

“«Ascoltate, o monti, il processo del Signore […] perché il Signore è in lite con il suo popolo,” –  col suo popolo, non con gli altri! – “e intenta causa con Israele. Popolo mio, che cosa ti ho fatto?»” (Mi 6 2-3). Queste parole noi le ascoltiamo e riascoltiamo durante la Settimana Santa. “«In che cosa ti ho stancato, ti ho deluso? Rispondimi.  Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto,  ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria?»  […] Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno?  Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere, per il mio peccato? Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono, ciò che richiede il Signore da te.” (Mi 6, 3-8) Cosa? Che cosa richiede il Signore da te, popolo del Signore? Da te,  persona credente, da te, comunità credente, che cosa ti richiede? Nel mondo, nella società, in mezzo alle genti, che cosa ti richiede perché tu ti distingua? “Praticare la giustizia, amare la pietà e camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6, 8). Non l’accaparramento di beni su beni, non tutto quello che ti fa comodo per la tua vita, per il tuo onore, per la tua sazietà temporale. Pratica la giustizia! Di quale giustizia si parla? Evidentemente qui intende la giustizia nei rapporti sociali, tra il popolo. Non umiliare i deboli, i poveri ma aiutarli, promuoverne la vita. Considerarli persone umane da liberare dai pesi ingiusti che portano, frutto della cattiveria e dell’egoismo dei più potenti, di coloro che hanno e vorrebbero avere ancora di più. Noi, a questo proposito, potremmo ricordare anche la legge del giubileo in Israele.

Si capisce come questi testi di Isaia, di Geremia, di Michea, di Amos, siano considerati dei testi basilari per la dottrina sociale della Chiesa per l’indicazione del dovere e dell’esigenza della giustizia, dei vari tipi di giustizia, che praticamente coincide con la liberazione dai pesi gravosi e ingiusti che pesano sulle spalle della povera gente, a livello locale e a livello globale.

Queste parole, questi messaggi sono attualissimi, lo sappiamo bene! E sono stati particolarmente cari, appunto, ad una persona come Giorgio La Pira. Ma erano cari anche a don Divo Barsotti; a parte alcune piccole incomprensioni verso, si potrebbe dire,  l’eccessiva sfiducia nel progresso del mondo e nella speranza che poteva connotare, in qualche modo, l’apostolato di La Pira, il suo pensiero. Lui vedeva nel futuro splendore, novità, gloria di Dio, liberazione dei poveri, pace sulla terra, fino a sfiorare quella che don Barsotti diceva essere un po’ una pericolosa tendenza millenarista, come  se ci fosse preparato sulla terra, nella storia umana del nostro futuro,  un millennio di pace e di giustizia. E Barsotti a ripetere che non si dovevano coltivare queste eccessive fiducie come se il peccato non ci fosse più nel mondo. Ma Barsotti coincideva con La Pira quando si trattava di difendere la povera gente.

Questa pagina che chiamerei “lapiriana” per certi aspetti è anche “barsottiana”, nel senso che egli ha assolutamente condiviso la predicazione della liberazione dei poveri dagli ingiusti perché si affermasse una società la più giusta e più fraterna possibile; e perché? Perché corrispondente al volere di Dio, alla giustizia di Dio. La giustizia umana è tale, è veramente realizzabile ed è da realizzare perché è la giustizia di Dio: questa è la nota fondamentale di don Barsotti. Ma era la stessa nota fondamentale di La Pira. Anche La Pira vedeva il programma di giustizia, di liberazione, di fraternità nel mondo, nel mondo dei rapporti sociali e nei rapporti fra le nazioni, in nome di Dio, in nome di Cristo, in nome dei profeti, dei profeti di Dio, di Israele e degli apostoli di Cristo. Non c’era contrasto. Mai c’è stato contrasto, da questo punto di vista, tra il La Pira liberatore dei poveri, propagatore della giustizia e della pace nel mondo, e il Barsotti che viveva la vocazione di custodire, di far capire alla gente, ai cristiani, alla Chiesa anzitutto, la giustizia di Dio. E praticamente cosa è la giustizia di Dio? Il progetto di Dio per un’umanità giusta e fraterna. Ma per un’umanità non solo giusta e fraterna nei rapporti fra persona e persona, fra gruppo e gruppo, fra nazione e nazione, ma giusta e fraterna perché fondata sull’essere figlioli di Dio tutti, tutti! La giustizia di Dio è il piano di Dio per il bene dei suoi figlioli nel mondo, basato sulla loro condizione radicale di essere figlioli di Dio, quindi fratelli fra di loro. Il primato di Dio: ecco la giustizia particolarmente sottolineata da don Barsotti.

Il primato di Dio! Non ci si avventuri a compiere dei sogni terrestri sulla base dell’ateismo o sulla base di una dimenticanza, di un’emarginazione più o meno non teoretica ma pratica di Dio dal consorzio umano, dai dibattiti sociali, perché tutto quello che è a favore della vita umana, della fraternità umana, della giustizia umana, del benessere umano sulla terra, è basato sul volere supremo di Dio. La giustizia di Dio è il progetto di Dio per tutti i suoi figli nel mondo, progetto di Dio che trova il suo compimento nell’amicizia di ciascuno di loro, dei suoi figlioli nel mondo con Lui, nell’amore di Lui, nella recezione dell’amore di Lui verso di loro e nell’espressione dell’amore di loro verso di Lui, che porta con sé la conseguenza dell’amore fraterno fra di noi.

C’è una coincidenza in questo, fra la giustizia tra gli uomini concepita e favorita da La Pira e la giustizia di Dio che era tanto cara a don Barsotti, ma al tempo stesso allo stesso La Pira. Tutta la predicazione di La Pira in qualche maniera, se si leggono le sue pagine, era sempre nell’ambito della sua visione del progetto divino sulla storia umana, sulla società umana. E questo è lo specifico di Barsotti. Qual è lo specifico di Barsotti, se si leggono bene le sue pagine, se ricordiamo le parole che abbiamo ascoltato da lui, la sua passione profetica? Qual è il suo specifico? Non anzitutto, certo, la giustizia terrena ma anzitutto la giustizia di Dio, ma intesa come diritti di Dio per noi e doveri fondamentali nostri nel riconoscere anzitutto Dio origine della nostra vita, padre della nostra vita, salvatore della nostra vita. E nel riconoscere che solo da questa base, da questo fondamento deriva la giustizia tra i fratelli, la giustizia tra i figli di Dio nel mondo. E anche nel corso della loro storia terrena, per quanto battuta dal male, neppure don Barsotti si rassegnava alla miseria ingiusta del mondo; come La Pira. Ma don Barsotti ha particolarmente messo in risalto la giustizia di Dio, il primato della giustizia di Dio, concepita come suo progetto riguardante i suoi figlioli, da cui promana anche il progetto di una sistemazione fraterna, pacifica dei suoi figlioli nel mondo.

Ecco, allora, la pagina del Vangelo di Matteo, che ci parla, appunto, di Gesù. Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo affidando a noi la parola della riconciliazione, che è anzitutto riconciliazione di noi con Dio attraverso Cristo, il riconciliatore, il salvatore. I farisei, dice il Vangelo di Matteo al capitolo 12, tennero consiglio contro Gesù per farlo morire; perché? Perché aveva esercitato il suo ministero secondo il suo programma esposto a Nazaret di realizzare un giubileo liberante per tutti i figli di Dio oppressi nel mondo dai dolori, dalle ingiustizie, dalle cattiverie. E  allora, Lui che guarisce nel giorno di sabato, Lui che permette ai suoi discepoli di cogliere un po’ di spighe di grano da mangiare quando hanno fame, Lui che fa capire la relatività della legge mosaica e anche di tutte le leggi che ne conseguivano, perché il sabato vero è anzitutto la cura dell’uomo e non l’osservanza di alcune disposizioni. Si osservano certe disposizioni perché servono, sono relazionate alla cura dell’uomo, alla cura della vita umana, alla sua serenità, alla sua gioia, alla sua pace. E così Gesù è visto come il Servo; qui Matteo cita Isaia: “Ecco il mio servo che ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà la giustizia alle nazioni” (Is 42, 1). Ma la giustizia che Gesù annuncia alle nazioni è anzitutto la  giustizia di Dio, il riconoscimento dell’unico Dio, della sovranità di Dio, della sovranità che è la gloria del mondo, della sovranità che coincide coll’estendersi dei suoi figlioli nel mondo. Non è separabile il bene umano dal riconoscimento del primato assoluto di Dio.

Questo dicono i profeti, questo dice Gesù, questo insegnava Barsotti, questo insegnava anche La Pira. Questo uomo nuovo, mite, che non spezza una canna già incrinata, non spegne una fiamma smorta perché deve far trionfare la giustizia in modo che nel suo nome possano sperare le nazioni (cfr. Is 42, 2-3). La giustizia che è insieme, appunto, volontà di Dio, progetto di Dio sulla vita e la convivenza umana da cui consegue la possibilità nel mondo di sperare, di avere una speranza di miglioramento nel mondo anche dal punto di vista terreno.

C’è una coincidenza assoluta nonostante, ripeto, alcune precisazioni e possibili incomprensioni tra i due grandi profeti che abbiamo avuto a Firenze; una coincidenza profonda nel vedere il primato della giustizia di Dio, del riconoscimento di Dio, del primato di Dio che porta conseguentemente il riconoscimento dei diritti umani, delle persone umane, dei gruppi umani, delle nazioni umane. Dobbiamo ringraziare Barsotti, dobbiamo ringraziare La Pira, perché ci hanno aiutato a penetrare più profondamente nella parola di Dio tramandata dai profeti, nella parola di Dio che ha trovato la sua completezza nella profezia e nell’atteggiamento di Gesù.

La giustizia di Dio in Gesù avrà il suo culmine: quando, fratelli e sorelle? Sulla croce! Quando egli si sottopone a quell’umiliazione, a quelle torture, a quel regno del male. Vi entra dentro non per restarvi prigioniero ma per sfondarlo e superarlo; e con la sua morte e la sua resurrezione e il dono dello Spirito far entrare nel mondo, appunto, lo spirito divino che riporta le persone al contatto con Dio, alla comunicazione con Dio e alla comunicazione fra loro. Grazie a Dio! Grazie a Dio!

Io credo che la più grande lezione di don Barsotti è proprio questa. Attraverso tutti i suoi commenti biblici, attraverso le sue contemplazioni e meditazioni profonde, attraverso la passione che metteva nel parlare che talvolta scuoteva le coscienze, la passione profetica di don Barsotti. La ricordiamo sempre espressa talvolta in un linguaggio molto calmo, molto mite, ma talvolta in uscite appassionate, forti, perché ci si ricordasse, appunto, del primato assoluto di Dio e del suo amore per noi e del dovere nostro di riamarlo, da cui provengono tutti i beni della terra.

Ringraziamo il Signore di avere avuto questo sacerdote, della fecondità che questo sacerdote ha sprigionato da sé perché unito al Signore. Quanta grazia ha diffuso, quanta luce ha acceso, quanta conversione ha suscitato, quanto movimento spirituale – i figli di Dio – ha favorito nella sua vita, nel suo ministero vario, nella sua vita abbastanza lunga dominata, nella libertà e nella consapevolezza più bella, da questa passione per Iddio e il suo primato assoluto! Benedetto e  distributore di benedizioni in mezzo al mondo. Allora, mentre noi ringraziamo il Signore del sacerdozio così fecondo, e voi ne siete la testimonianza più eloquente, di don Barsotti, esprimiamo anche noi il desiderio di essere persone che vivono tutti i giorni, momento per momento, sotto lo sguardo sovrano del Signore, sotto lo sguardo benedicente del Signore, sotto la sua misericordia. Perché alla fine la giustizia di Dio, come dicevo, si manifesta nella croce di Gesù, ma particolarmente in quelle parole straordinarie che sono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). Non è la giustizia punitiva nei confronti dei suoi nemici, di coloro che lo stanno sbeffeggiando dopo averlo torturato e giudicato, processato e condannato. La giustizia di Dio si manifesta nell’espressione della sua infinita misericordia. Addirittura, con quelle parole li sta quasi scusando Gesù: «Padre, perdona loro perché non vedono nulla, son ciechi, non sanno quello che fanno. Perdonali, Signore!». Questa è la giustizia suprema di Dio. La giustizia predicata dai profeti è incipiente nei confronti della manifestazione della rivelazione della giustizia di Dio che Gesù ha supremamente vissuto riassumendo tutta la sua vita e tutto il suo apostolato in quelle parole dette dall’alto della croce.

Ci aiuti, il Signore, ad essere giusti come il Signore ci vuole e a riconoscere la giustizia di Dio che coincide con il suo amore misericordioso.

Natività di san Giovanni Battista

Divo Barsotti – Omelia nel giorno della natività di san Giovanni Batttista – Lunedì 24 giugno 1991

Pasqua 2020

Triduo Pasquale

Sabato Santo

Sabato Santo

Venerdì santo

Venerdì santo

Giovedì Santo

Giovedì Santo

Dall’alienazione alla Presenza

Esercizi spirituali a La Verna, 3-10 agosto 1980

Noi ora viviamo una vita di alienazione: non solo le cose non sono presenti a noi, ma neppure fra noi siamo presenti, anzi non siamo nemmeno presenti a noi stessi. (…) Siamo mistero a noi stessi, non ci conosciamo, non ci possediamo. Nessuna presenza è possibile quaggiù; tutta la nostra vita è alienazione.

(…) E badate bene che noi sperimentiamo tanto più la lontananza quanto più si ama, perché quanto più si ama, tanto più sentiamo questa incomunicabilità, perché nell’amore noi desideriamo di vivere una partecipazione piena, desidereremmo di vivere nell’altro e totalmente per l’altro. E l’altro chi è? Chi è per me il mio fratello, chi è per me un mio figlio? Chi è per me?

Cosa terribile, la presenza! Voi lo vedete, può morire una persona e l’altra rimane: come ci conosciamo? Cos’è l’uno per l’altro? Invece nella Trinità se il Figlio non è, non è nemmeno il Padre; se il Padre non è, non è nemmeno il Figlio. La Presenza che è la pericòresis, che è la ‘circuminsessione’, la presenza di ogni persona all’altra persona, è la vita delle tre Persone divine. Questa è la Presenza reale del Cristo. Noi siamo nella misura che il Cristo vive in noi, perché quello che costituisce la nostra vita vera, la nostra vita inseparabile, come diceva sant’Ignazio di Antiochia, è il Cristo.

(…) Noi tutti siamo chiamati a vivere questo rapporto col Cristo, perché quello che distingue il cristiano è questo rapporto. Come quello che distingue le persone divine nella Trinità è il rapporto di ogni persona all’altra correlativa, così nel Cristianesimo quello che ci distingue è il rapporto col Cristo. Nelle Persone divine c’è il rapporto del Padre al Figlio e del Figlio al Padre nell’unità dello Spirito; nell’economia cristiana quello che la distingue è il rapporto nuziale (non di filiazione, ma nuziale) fra il Cristo e noi, fra noi e il Cristo. Ecco perché nei mistici la vita spirituale trova sempre il suo compimento in quello che si chiama il matrimonio spirituale, o unione trasformante.

(…) La prima cosa dunque che per noi s’impone, in vista di questo rapporto col Padre, in vista di questo rapporto con tutti gli uomini, di questa unità che ci stringe fra noi, è l’incontrarci con Gesù, Figlio di Dio. Il Vangelo, il Cristianesimo è Gesù. Il libro sacro, per noi cristiani, non è un libro di dottrina, ma è il libro che ci parla di Cristo, che ci fa conoscere il Cristo, che ci mette in rapporto con Lui. E più ancora che nel Vangelo, il Cristianesimo ha il suo compimento nella liturgia e nella liturgia eucaristica, dove non si fa presente per noi che Cristo Signore. E non si fa presente che in quanto ci siamo noi, perché è sempre necessaria la presenza di una persona creata perché si faccia presente il sacerdozio di Cristo; ed è sempre necessaria la presenza anche del cristiano perché ci sia anche il Cristo vittima. Non c’è mai il Cristo indipendentemente da te, non ci sei mai tu come uomo veramente redento senza di Lui. La presenza del Cristo suppone sempre la presenza degli altri. Fin dall’inizio poteva mai essere fatto presente nostro Signore senza la Madonna? Si è incarnato senza Maria? Gesù non è senza l’uomo, l’uomo non è senza Gesù. L’uomo è veramente rapporto col Verbo.

(…) Il rapporto è totale, Egli vuole tutto da te e tutto Egli si dona. Questo rapporto soltanto ci distingue, perché è un rapporto personale, ma in questo rapporto personale onde noi siamo tutto per Lui e Lui tutto per noi, noi non viviamo più che un’unica vita: la vita del Cristo è la mia vita, la mia morte è la sua morte. Non è la morte del Cristo che diviene la mia morte, ma al contrario è la mia morte che Egli fa sua, facendo suo anche il mio peccato; ed è la sua vita che diviene la mia vita. Non c’è più dunque un’altra vita per noi. Se io vivo una mia vita propria, vuol dire che non ho realizzato la mia unità col Cristo. Se ancora ho una mia proprietà di vita, di sentimenti, non ho ancora realizzato la mia vocazione cristiana. Realizzare la mia vocazione cristiana vuol dire non vivere più che la sua vita: «Vivo ego, iam non ego; vivit vero in me Christus [non son più io che vivo, ma è Cristo che vie in me]» (Gal 2, 20).

La nostra vita è il mistero pasquale

Adunanza del 3 aprile 1958 (Giovedì Santo )

Cerchiamo di non distrarci, di prepararci alla liturgia di oggi, che è partecipazione al mistero del Cristo. Cristo fa presente questo mistero non come uno spettacolo, ma rinnovandolo in noi: ci inserisce in questo atto, di cui noi siamo attori piuttosto che spettatori.

 La liturgia pasquale deve chiamarci a vivere tutta la vita questo mistero. Alla nostra consacrazione non possiamo rispondere che in quanto viviamo questo mistero, perché si è sempre detto che la consacrazione religiosa non è un’altra consacrazione dalla consacrazione battesimale, ma è una consapevole e libera accettazione di quegli obblighi che derivano a noi dalla consacrazione battesimale. E gli obblighi sono uno solo, ma uno che investe tutta la vita: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente». Questo noi abbiamo promesso il giorno del battesimo e nessuno può andare oltre l’adempimento di questa legge. In fondo, questa legge è stata adempiuta soltanto da Cristo: Lui solo totalmente si è ordinato a Dio, in forza precisamente dell’assunzione che il Verbo ha operato di questa natura, onde la natura umana, nel Cristo, è stata ordinata totalmente al Padre.

 Vivere questi obblighi, vivere questa consacrazione battesimale importa per noi vivere la morte e la risurrezione di Gesù. Già san Paolo nella lettera ai Romani fa vedere come noi siamo battezzati nella sua morte e il battesimo è anche una partecipazione alla risurrezione, quando emergendo dalle acque l’anima risorge rinata dal bagno di vita.

 Il battesimo (…) ci ha dato una partecipazione al mistero del Cristo onde noi partecipiamo veramente al mistero dell’incarnazione divina; però, questo essere inseriti nel Cristo non ci fa vivere ancora personalmente il suo mistero, non dice una nostra partecipazione volontaria, libera, cosciente, piena, personale, a questo mistero. La consacrazione che abbiamo fatto in seguito, invece, è l’accettazione degli obblighi del battesimo per un impegno volontario di portare fino alle ultime conseguenze, di rispondere, insomma, a tutte le esigenze divine di morte e di resurrezione.

 Ora, questa morte e questa resurrezione noi la possiamo vivere soltanto nella misura che siamo uniti a Gesù; è inutile pensare di vivere la consacrazione religiosa se noi non vediamo questa consacrazione religiosa come l’atto onde noi ci inseriamo nel Cristo, viviamo in unione con Lui.

 Vivere la nostra consacrazione religiosa è impegno costante di unione con Cristo, è impegno costante di partecipazione al mistero pasquale. L’atto che stiamo per compiere nell’assistere alla Messa è l’atto sociale più alto, più grande, più significativo, ma anche più efficace, di tutto quest’anno che noi viviamo; e così la comunione pasquale che noi stiamo per fare stasera è l’atto più grande di tutto l’anno – dico la comunione di stasera, ma non separo la comunione di stasera da quella di domenica e da quella del Sabato Santo, come non separo la partecipazione alla Messa di stasera dalla partecipazione alla Messa di domani e del Sabato Santo. Non posso pretendere che tutti siate presenti il Sabato notte; per questo è importante che almeno alla prima Messa pasquale, del Triduum Paschale, siamo tutti presenti. E coloro che non sono presenti si sentano presenti con noi, vivano con noi questo mistero! E il perché è chiaro: tutta la nostra vita non è che una partecipazione al mistero che vien celebrato, non è che il far nostro quel mistero al quale noi assistiamo, non è che l’inserimento sempre più profondo in questa Presenza che la liturgia stabilisce, realizza.

 Vivere questo, per sentire che non siamo più noi poveri uomini, per sentire che non soltanto non siamo staccati fra noi. La partecipazione al mistero cristiano fa la comunità, perché crea l’unità nostra, onde noi siamo tutti un solo Gesù, un solo Cristo, ma non soltanto questo: fa sì anche che noi non possiamo più vivere una nostra vita né personale né puramente umana. La nostra vita è la vita del Cristo, la nostra vita non ha altro valore, altro significato: è la vita del Cristo. Con quale rispetto noi dobbiamo usare di noi stessi, con quale sentimento di riverenza dobbiamo renderci conto della grandezza di ogni nostra giornata! È facile, ed è comodo, adorare Gesù nel tabernacolo, perché questo è significare una distinzione da Lui, una nostra separazione da Lui – Tu sei l’Altro che adoro. È molto più difficile, invece, vivere questa unità col Cristo onde noi dobbiamo usare con noi la massima riverenza, come di cosa sacra, perché in noi è Lui che vive, in noi è Lui che si fa presente.

La nostra vita è il Mistero di Dio.

L’amore di Dio ci condanna per salvarci

Verso la visione (Ed. Paccagnella, 1999), pp. 113-117

Noi dobbiamo lentamente ricondurre tutte le potenze al servizio dell’amore, ad essere soggette alla forza di un amore che ci metta nella condizione di raggiungere Dio, di trasformarci in lui per poterlo vedere. Non sottraiamo nulla alla potenza della carità. Ma è questa la cosa che costa di più alla nostra natura, perché per sottoporre alla carità tutta la nostra vita interiore con le sue imperfezioni, le sue mancanze, noi dobbiamo accettare liberamente il giudizio divino, un giudizio sperimentato e vissuto nella nostra vita quotidiana. Perché ci distraiamo? Perché non tolleriamo questa condanna. Ma l’amore ci condanna per salvarci. La condanna di Dio fintanto che viviamo quaggiù è una condanna ordinata alla nostra salvezza.

Per salvarci bisogna che Dio ci condanni. Primo atto con cui Dio ci salva è quello con cui ci giudica e ci condanna. È nella misura in cui noi accettiamo questo giudizio, questa condanna divina, che noi, rinnegando noi stessi, ci uniamo con Dio, dice sant’Agostino. Perché la nostra purificazione si compia, prima di tutto si impone che noi subiamo questa condanna dell’amore. La nostra purificazione implica infatti l’esperienza di una condanna e di una pena: tu non accogli l’amore se non lasciandoti bruciare, consumare dal fuoco. In gran parte la vita interiore di un’anima finché non giunga alle soglie della contemplazione infusa, e più profondamente allora perché il fuoco dell’amore raggiunge l’intima radice dell’essere, è precisamente esperienza di un fuoco che ti brucia, esperienza di una spada che ti penetra e ti taglia. Così la vita del cristiano è in gran parte l’accettazione amorosa di un giudizio divino. Mantenerci nella presenza di Dio vuole dire sopportare pazientemente una luce che offende i nostri occhi troppo deboli e ci acceca, un fuoco che ci brucia. Noi saremmo contenti di possedere la grazia, ma vorremmo sottrarci al suo potere di investire totalmente l’essere nostro trasformandoci in Dio.

Perché tutto questo? Precisamente perché non sopportiamo questo bruciore, questa pena, questa luce che ci offende.

Gli antichi Padri parlano della vigilanza. Si tratta di mantenerci fermi nella luce di Dio per sopportare in ogni istante il suo giudizio che ci condanna: la vigilanza è ordinata a questo giudizio. Praticamente nella vigilanza di cui parlano i Padri si esercita il giudizio divino. Non sottrarre nulla a questo fuoco, non difendere nulla, che vuole dire: ricondurre sempre tutto in quel centro dove abita Dio, dinanzi alla sua presenza, portare tutto dinanzi alla sua luce perché la luce illumini tutto e tutto sia gettato nel fuoco della sua santità perché tutto, questo fuoco, bruci e consumi. Nessun attaccamento interiore o esterno, nessuna aspirazione, pensiero, nulla deve essere sottratto. Che Dio giudichi tutto. Se tu non hai il coraggio di rinunciare immediatamente alle tue imperfezioni, che almeno tu senta il disagio di conservarle. L’amore puro è soltanto dei santi; l’anima che non è santa, nella misura in cui non è santa, nella misura in cui si dona all’amore, non può volere altro che la sua purificazione. (…)

L’amore divino ti condanna per salvarti, deve spezzarti per poterti ricomporre, deve bruciarti perché tu possa resuscitare, e tu devi subire questo fuoco, devi accettare in questa presenza il peso di una condanna che ti spezza e ti frantuma. Si tratta di una purificazione che è propria dei principianti, di una purificazione dai peccati e dalle imperfezioni volontarie. Quando fossimo giunti a tanto che l’amore divino non avesse più da bruciare in noi le imperfezioni volontarie, avrebbe comunque da consumare la molteplicità degli affetti e dei pensieri, i modi umani. La purezza del cuore esige la riduzione all’unità.

Il grande combattimento dei monaci è la lotta contro i pensieri, non solo contro i pensieri cattivi, ma contro qualunque pensiero, perché l’anima tutta si raccolga in una attenzione umile e pura al Signore. L’uomo deve ridurre all’unità tutta la sua vita; deve rimanere nel vuoto di tutto, fisso, immobile in Dio, nel sentimento confuso della sua presenza, nell’attenzione a lui che è silenzio. Il contenuto della vita dell’anima è questa adesione nella fede pura. E per questo l’anima deve disprezzare ogni visione, ogni estasi, andare oltre perché Dio non assomiglia a nessun tuo pensiero, non si identifica a nessun sentimento.

La giustizia e la carità

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

Nell’ultima parte della parabola degli operai nella vigna Nostro Signore mette in rapporto e in contrasto la giustizia che gli uomini vogliono con la carità che Egli dona. (…) Che diritto poteva avere chi aveva lavorato mezz’ora, tanto più che Nostro Signore non gli aveva promesso nulla? Non soltanto non c’era nulla di pattuito fra i lavoratori e il padrone. A quelli che trova alla terza ora dice: «Andate, e quello che è giusto ve lo darò», ma alla sesta, alla nona, all’undecima ora, egli non dice nulla… «Andate anche voi a lavorare». E quelli certamente non si aspettano nulla. Possono pensare: «Beh, non si fa nulla, ci viene anche a noia di stare con le mani in mano, sempre al solicchio ad aspettare che ci prendano a lavorare. È meglio lavorare…». Non è vero? Non è vero forse che è già un dono quello di levarci dalla nostra ignavia, dalla nostra pigrizia per impegnarci a qualcosa? Si ringrazierebbe quello che ci chiede un qualche lavoro, piuttosto che essere lasciati sempre soli, senza far nulla.

Ed a questi che hanno lavorato in fondo per mezz’ora, ma hanno fatto quello che il padrone chiedeva, proprio a questi il padrone per primo si rivolge, questi premia per primi, a questi Egli tutto dona. Verso di loro Egli non ha che bontà, come verso di Lui questi operai non hanno avuto altro che il gesto affettuoso di fare un po’ di lavoro senza nulla pretendere. Essi non hanno preteso nulla e hanno ricevuto ogni cosa.

Ecco quello che c’insegna la parabola: c’insegna a vivere il nostro rapporto con Dio nella verità, come rapporto di amore. Noi sappiamo che quello che facciamo al Signore è soltanto un piccolo gioco; che volete, lavorare per dieci minuti non è un gioco? Non diamo importanza al nostro lavoro. Quelli che hanno lavorato tutto il giorno si danno importanza: «Come? Tu tratti quelli che sono venuti l’ultima mezz’ora come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo?» Si davano importanza. Ma che volete che sia la nostra vita di fronte al Signore, anche se noi abbiamo lavorato? È tutto un piccolo gioco. Il nostro lavoro è una cosa da niente, ma facciamolo volentieri dal momento che Egli ce lo chiede… E in cambio Egli ci dona l’amore. Non abbiamo fatto nulla e tutto abbiamo ricevuto. (…) Il santo sente sempre che tutto quello che dona è un piccolo gioco; è l’offerta di un sassolino che il bambino dona al babbo o alla mamma, nulla di più. È una cosa da nulla e, proprio perché è una cosa da nulla, Dio ti ricompensa con amore immenso, con amore infinito.

(…) Così è Dio con l’uomo, miei cari fratelli. Il nostro rapporto con Dio si fonda sull’amore, sulla pura misericordia; deve essere veramente vissuto come il rapporto di un bambino con il suo Padre celeste, un bambino che sa che nulla vale quello che offre, ma sa che tutto può ricevere in cambio del suo piccolo dono. Perché la misura del premio non è il prezzo di quello che doni: è la grandezza dell’amore di Colui che risponde al tuo piccolo gesto.

Ecco, miei cari figlioli, quello che c’insegna la parabola. Non vi sembra che sia una cosa grande? E un’altra cosa grande della parabola è questa: che in fondo nessuno rimane senza lavorare. Più o meno tutti noi siamo ingaggiati, dunque, nel lavoro per il padrone, chiamati a un’ora diversa, lavorando di un lavoro più o meno faticoso e con spirito più o meno di amore; noi tutti, tuttavia, lavoriamo. E Dio dona a tutti una paga, un premio al termine della giornata. Tutti noi siamo diversi e lavoriamo con spirito diverso, ma tutti noi lavoriamo e lavoriamo per Lui.

Ecco, anche questo è bello sentire, per non opporci gli uni agli altri, come fanno qui gli operai della vigna. No, mie care figliole; (…) noi saremo ben contenti se domani saremo fianco a fianco, spalla a spalla a ricevere il premio insieme a qualche eretico o comunista che pure, senza saperlo, aveva lavorato per Lui. E non pretendeva nulla per il proprio lavoro, perché non sapeva nemmeno se ci sarebbe stato un padrone, che avrebbe dato qualcosa per questo lavoro.

In dialogo col mondo

Adunanza a Firenze – 6 febbraio 1966

(…) Stamani mi dicevo: l’ateismo moderno che cosa è? Non forse una condanna alla Chiesa, a noi cristiani? L’ateismo moderno non sarà forse, almeno in parte, la testimonianza religiosa più valida della generazione presente? (…) Queste anime cercano: il fatto che esse cercano è importante. Vuol dire che in quelle anime c’è certamente l’azione di Dio. Un’anima non può cercare se Dio stesso non la muove. Probabilmente siamo noi che non cerchiamo più, che siamo estranei al Signore. Il fatto di non cercare per noi cristiani può significare soltanto una cosa: che abbiamo trovato. Ma l’aver trovato sul piano psicologico, sul piano morale, sul piano di una realizzazione di salvezza, vuol dire per noi cristiani essere già dei santi. Se nella nostra vita non c’è un certo dramma interiore, non c’è una certa volontà di purezza, non c’è una certa volontà di sincerità estrema, vuol dire che siamo tutti degli ipocriti, vuol dire che siamo tutte maschere che nascondono Dio; vuol dire che noi, molto spesso, diveniamo l’ostacolo primo alle anime sincere di trovare Dio.

(…) Miei cari figlioli, queste parole che vogliono dire? Che dobbiamo essere sinceri. E vogliono dire anche questo: che noi dovremmo forse di più ascoltare gli uomini di oggi. Certo, in quello che essi ci dicono avremo forse non soltanto da imparare, ma anche da metterci in guardia: è estremamente pericoloso per noi la suggestione della loro ricerca, perché noi non possiamo mettere fra parentesi la verità che noi possediamo, anche se dobbiamo mettere invece in discussione la testimonianza che di questa verità dà la nostra vita.

È certo pericoloso ascoltarli, ma è anche assolutamente necessario per noi. Cioè, per dirla in altre parole: il pericolo, il rischio non ci dispensa. La vita dell’uomo di per sé è una vita di rischio, è una vita di pericolo. Se evito il rischio, se evito il pericolo, bisogna che dorma, cioè che non viva. Vivere vuol dire per noi, certo, affrontare il pericolo di un colloquio, il pericolo di un dialogo come vuole il Sommo Pontefice. Ora io capisco la grandezza di quella sua enciclica, con la quale egli praticamente ha voluto dare come un programma al suo pontificato: il dialogo (cfr. Ecclesiam suam, 1964). Programma di un pontificato che vuol essere l’aprirsi della Chiesa al mondo in un dialogo vero. Dialogo del cristiano non soltanto con gli altri cristiani non cattolici, ma del cristiano anche con gli atei, del cristiano coi comunisti, del cristiano con tutti gli uomini, perché nella misura che gli uomini vivono hanno sempre qualche cosa da darti.

Ora ho capito come non la Chiesa Corpo Mistico del Cristo, ma la cristianità – cioè la Chiesa in quanto siamo noi che la componiamo – vive solo se noi ci manterremo aperti in un dialogo vero con tutte le anime vive, anche se queste anime bestemmiano, perché molto spesso la bestemmia può essere una testimonianza di Dio, come lo è nell’Antico Testamento il libro di Giobbe. Non è una ribellione continua il libro di Giobbe a Nostro Signore? Eppure rimane uno dei libri ispirati. Quanto spesso invece i nostri piccoli libercoli di pietà – che certamente non sono un’espressione di una ribellione a Dio – sono però veramente una maschera che nasconde la grandezza divina, sono soltanto dei piccoli sonniferi per le anime pie! E le anime pie sono le vecchie signore che ormai, poverette, non possono fare altro che dormire e passare dal letto alla poltrona. Queste siamo noi, probabilmente.

Ora, l’anima viva sa veramente affrontare la tempesta e l’uragano. E il cristiano deve affrontare l’uragano e la tempesta così come l’ha affrontata Gesù, che è veramente il nostro Maestro. Egli è vissuto in dialogo col mondo nel quale viveva; così noi dobbiamo vivere in un dialogo aperto, vivo con gli uomini di oggi.