domenica, Settembre 25, 2022

Eventi Comunitari

Verso la festa di Pentecoste

La gioia del cristiano nell’essere amato da Gesù

Omelia del 9 maggio 1986

Divo BarsottiLa gioia del cristiano nell’essere amato da Gesù

Sì è detto ieri che il dono dello Spirito Santo ci dà la possibilità di conoscere il Cristo. “Il mondo non lo conoscerà, ma voi lo conoscerete” (cfr. Gv 14,17); “mi conoscerete” anzi, dice Gesù nel Sermone dopo la cena. Anzi, dice di più che conoscerlo: lo vedremo. In noi – si disse ieri – che è questo il primo effetto dell’azione dello Spirito. Certo, l’azione dello Spirito Santo ci dà anche l’esperienza della pace, del sentimento vivo di una pienezza interiore, ma tutto questo sarebbe ben poca cosa se tutto questo non fosse l’effetto di un rapporto nuovo con Cristo Gesù. Lo vedremo, stabiliremo con Lui un rapporto.

Stamani, ecco, ci dice qual è il primo effetto di questo conoscere il Cristo, di questo vederLo – “vi vedrò di nuovo” (Gv 16,22) e noi lo vedremo. Qual è questo effetto? La gioia. Una gioia che distingue il cristiano come sentimento perenne, come sentimento continuo della sua vita, perché – dice Gesù nel Vangelo di oggi – “nessuno potrà rapirvi la vostra gioia” (Gv 16,22). Da questo dunque noi conosceremo se siamo cristiani: se possederemo la gioia. Una gioia pura, tranquilla, una gioia evidentemente che non è una gioia sensibile, ma una gioia vera, la gioia che nasce dalla koinonia (dalla comunione): come nell’amore umano la presenza dell’amato o dell’amata è l’origine prima, la sorgente più vera della gioia umana, così, nel piano di Dio, la presenza del Cristo. Perché la presenza del Cristo non è la presenza del giudice: è la presenza di Colui che ama. Domani sarà giudice, ma oggi non giudica: oggi, se tu gli fai posto, Egli viene con il dono del suo amore, Egli viene per essere tuo. Se dunque tu vivi la koinonia, la comunione col Cristo, tu non puoi che conoscere la gioia: una gioia serena, non come la gioia del mondo che è turbolenta, ma una gioia che è come la luce, penetra l’essere umano, lo purifica e lo solleva. Una gioia pura che penetra tutto l’essere, lo rende più leggero, più libero; è come se togliesse all’anima ogni peso, è come se togliesse all’anima ogni sua opacità; purezza e limpidità della gioia, della gioia cristiana. Noi dobbiamo vivere questa gioia pura. Egli è con noi e rimarrà sempre con noi; nulla potrà separarci da Lui, nessuno potrà rapirci dunque la nostra gioia, come dice Gesù nel Vangelo di oggi, proprio perché Egli rimane con noi, Lui che è l’amore, proprio perché Egli rimane, vive con noi, vuol essere nostro, Lui che è l’amore.

S’è detto prima: se Egli viene oggi viene come colui che ci ama, non come colui che ci giudica. E ricordatevi quello che diceva allora sant’Efrem: “Se tu accogli oggi il Signore, non ci sarà giudizio per te perché sei già passato dalla morte alla vita. Il giudizio è per coloro che sono morti e la presenza del Cristo li manifesta tali, vuoti, soli. La dannazione è questa solitudine estrema dell’anima che non è amata e non può amare più. Ma tu, tu vivi con Lui ed Egli vive con te: con la resurrezione di fatto questo si è compiuto. Egli è divenuto intimo a ciascuno, compagno nel cammino che ognuno deve compiere quaggiù nella terra.

Vi ho detto altre volte: l’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus è il simbolo della stessa vita umana. Non c’è una pagina del Vangelo che meglio esprima quello che è la vita dell’uomo quaggiù sulla terra: un pellegrinare, un andare verso la casa, e in questo cammino possiamo sentirci tristi, e in questo cammino possiamo sentirci soli, e in questo cammino ci sembra di essere dei vinti. No: Egli si accosta a noi, Egli viene con noi, Egli si accompagna al nostro cammino finché i nostri occhi non si aprono e noi lo riconosciamo. Allora possiamo dire: “Come ardeva il nostro cuore quando Egli era con noi!” (Lc 24,32). Ma perché parlare al passato – scusa – perché vuoi parlare al passato? Egli è sempre con te; se tu non lo ri-scacci, se tu non ti allontani da Lui, Egli rimane con te ed è in questa presenza del Cristo – che è l’amore – che l’anima nostra troverà la pace, la dolcezza, la gioia: dobbiamo vivere questo.

Come veramente certi scrittori non hanno capito nulla del Cristianesimo. Hai presente, Andrea, Alle fonti del Clitumno di Carducci? Secondo Carducci sembrerebbe che il Cristo ha gettato la croce sulle spalle dei suoi fedeli e gli ha detto “Portala e servi, sii schiavo!”. Schiavi, noi schiavi? Il cristiano è l’unico uomo libero. Il peso della croce? Ma non è vero: la croce per noi ora è la macchina che ci solleva a Dio, come dice sant’Ignazio di Antiochia. Noi non conosciamo che la gioia, la gioia anche nei tormenti, come i martiri, la gioia anche nelle torture – come i martiri – perché nessuno può rapirci la gioia di sentirci amati e amati da un Dio: Egli è con noi. È il primo effetto – dicevo – di questa presenza del Cristo che l’anima nostra vive. Certo, per conoscere questa gioia bisogna vederlo, bisogna cioè avere coscienza di questa presenza di amore, cioè bisogna vivere la koinonia, questo senso di comunione intima col Cristo vivente. Non si tratta di essere buoni; la bontà viene dopo. Prima di tutto si tratta di guardarlo. La prima cosa che ha fatto Nera è il fatto che si è innamorata di Domenico, poi da questo incontro con Domenico lei ha cercato di contentarlo in tutto, di essere vicino a lui, di aiutarlo; così anche noi lo faremo col Cristo, ma prima di tutto bisogna innamorarci di Lui, bisogna guardarlo e innamorarci. È la prima cosa che si impone, se no le virtù diventano un peso, se no le virtù diventano un qualche cosa che ci affatica, che ci stanca, che ci dà noia. No: le virtù possono essere soltanto amate da noi se sono frutto dell’amore. Ma prima di tutto viene l’amore e l’amore non esiste, non è possibile per noi amarci se non vediamo Colui che vogliamo amare, che dobbiamo amare. Anche Nera s’è innamorata quando ha visto Domenico: se Domenico stava giù in Sicilia e lei stava a Verona non poteva mica innamorarsi, bisognava che lo vedesse. Anche tu ti sei innamorato di Amalia, vero? Ma fintanto che non l’hai vista, eri innamorato di Amalia? Non potevi essere innamorato.

Prima cosa che si impone è il rapporto personale con colui che dobbiamo amare. Allora per noi la prima cosa che si impone è che veramente nell’azione dello Spirito Santo Egli a noi si faccia presente, che per l’azione dello Spirito Santo noi vediamo Gesù. Ed è precisamente questo che ci dice proprio Gesù nel sermone dopo la cena: “Voi mi vedrete perché come io vivo così voi vivrete” (Gv 14,19). Lo [mi] vedrete: lo Spirito Santo ci dà gli occhi per vederlo. Ecco che cosa fa lo Spirito Santo dapprima e una volta che lo abbiamo veduto lo Spirito Santo suscita in noi questa gioia, dilata la nostra anima nella gioia, una gioia pura. Sì, la gioia di sentirci amati. Non è un’altra gioia: è la gioia di sentirci amati da un Dio.

Sei povero, sei peccatore? Oh, basta che tu ti apra e l’amore di Dio già ti riempie di sé. Possono essere i nostri peccati a impedire a Dio di amarci? I nostri peccati possono impedirci di credere al suo amore, perciò di aprirci ad accogliere l’amore, ma Dio è amore, non è altro che amore. Vi ricordate quello che vi ho detto? Se anche per un istante solo, un attimo, il demonio dovesse pentirsi e aprirsi all’amore di Dio, l’amore di Dio lo colmerebbe della sua felicità infinita, immensa: Egli rimane l’amore. È il dannato che si chiude, rifiuta l’amore, non vuole accogliere l’amore, ma tu, tu lo guardi. Se lo guardi, ecco, sei preso dall’amore per Lui, ma prima di tutto accetti di essere amato, accogli questo amore, ti apri totalmente ad accogliere questo amore. E allora non sono le nostre virtù e non sono i nostri peccati che attirano l’amore di Dio: le nostre virtù non sono altro che l’effetto dell’amore che Egli ci porta. Una volta che noi accogliamo in noi l’amore di Dio l’amore di Dio ci trasforma, ma non è un prezzo che noi paghiamo per ottenere l’amore. Eh, ci vorrebbe ben altro che le nostre virtù per ottenere l’amore di Dio! Che cosa noi siamo per attirare l’amore di un Dio che è infinito, l’amore di un Dio che in sé medesimo è beatitudine somma ed eterna, per attirare l’amore di un Dio che è santità immensa e pura? No, Dio non è attirato dal nostro amore, dalle nostre virtù, ma Egli ci ama liberamente, ma Egli ci ama gratuitamente, ma Egli ci ama per nulla. E noi dobbiamo davvero aprirci ad accogliere il Cristo: se lo vediamo, se nello Spirito Santo noi otteniamo gli occhi per poterlo vedere, noi lo riconosceremo, Egli viene per portarci Sé medesimo, infinito. E noi, nell’accogliere questo dono di amore, conosceremo la gioia stessa di Dio.

Un mese e mezzo fa la Thea, sai che cosa mi disse? Che non sentiva la pena di aver lasciato la palestra, l’insegnamento dello Yoga, non sentiva nemmeno la pena di aver lasciato di fare scultura; la pena che sentiva è di non poter danzare. Lo dicesti, vero? E io le ho sempre detto che dovrebbe esserci alla Trasfigurazione almeno un’ora e mezza di danza ogni giorno; dovremmo vivere questa gioia serena, questa gioia piena di sentirci uniti al Signore, sentire che il Signore è con noi. Perché anche quando non ritorni alla Trasfigurazione di qui, non fai un passo di danza? Tutta la nostra vita dovrebbe essere questo canto continuo di amore, questa gioia pura che deve traboccare da noi. Quando tu passi per Settignano dovrebbero tutti volgersi a guardare: che cosa c’è qui? Perché veramente è – come dire? – è una meraviglia un’anima che sa di essere amata da Dio. Non ti sembra? Oh, se tu senti il rimpianto di questo vuol dire proprio che tu ancora non lo hai conosciuto. Bisogna che Egli entri nella tua vita e la sconvolga, doni a tutta la tua vita davvero di essere questo trionfo di amore, questo canto di amore, in risposta all’amore che Egli ti porta. Sì, lo dico sempre anche nei monasteri là dove vado a fare gli esercizi: guardate che ogni monastero dovrebbe essere una scuola di danza. Santa Teresa la faceva anche fisicamente, ma se non volete farla fisicamente almeno col vostro spirito dovete sentire veramente di essere sciolti, liberi di vivere una vita che è canto, che è armonia, che è danza divina.

Ecco, questo mi sembra che il Signore ci dica: vederlo è essere pieni di gioia, incontrarci con Lui è svegliarci veramente a una gioia pura ed immensa. Pura: non c’è violenza, non c’è esaltazione mistica, è una gioia che ti penetra come l’acqua e lentamente ti investe e lentamente ti purifica. È come – più ancora che come l’acqua – è come la luce; la luce entra attraverso le finestre. Io stamani ho aperto giù la biblioteca, erano le 4.30: non si vedeva proprio nulla, ma poi pian piano la luce è entrata. E allora non importava più nemmeno che la luce fosse accesa, perché da tutte le finestre entrava e illuminava ogni cosa.

Così è la pace di Dio, così è la gioia di Dio: entra pian piano, penetra tutto, tutto trasforma, tutto diviene limpido, tutto diviene luminoso, tutto diviene puro. Ecco, questa è la gioia di Dio. Che noi possiamo conoscerla davvero per rendere testimonianza di una presenza di Dio nel cuore dell’uomo.

Domenica delle Palme

L’amore di Dio rovesciato sul mondo

Omelia di Divo Barsotti, 22 marzo 1985 – (Domenica delle Palme)

La liturgia di quest’oggi è estremamente complessa: sembrerebbe che fossero uniti due tronconi che non creano per sé l’unità. È una liturgia di gloria: non per nulla abbiamo la veste di colore rosso e abbiamo iniziato acclamando al Cristo che, entrando in Gerusalemme, veniva in qualche modo proclamato dal popolo il re messianico. Era l’intronizzazione del Re. È dunque un atto di gloria.

Poi invece abbiamo letto la Passione del Signore.

Come si uniscono questi due avvenimenti? Lo sappiamo precisamente dalla stessa liturgia e anche dal pensiero dei Padri, ma prima ancora dal pensiero stesso degli evangelisti, dalle parole stesse di Gesù. Voi avete ascoltato quello che dice Gesù dinanzi al Sommo sacerdote: “Da oggi in avanti voi vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra del Padre” (cfr. Mt 26,63). Era un condannato, sapeva che cosa lo aspettava: non solo la morte, ma la morte di croce, la morte più spaventosa, la morte riservata agli schiavi. E tuttavia proprio in quel supremo momento si proclamava Figlio di Dio, uguale al Padre. E ben compresero i sommi sacerdoti le parole di Gesù: si stracciarono infatti le vesti e dissero: “Non abbiamo più bisogno di accuse: abbiamo ascoltato con i nostri orecchi la bestemmia” (cfr. Mt 26,65). E dunque è Gesù che unisce la suprema ignominia alla glorificazione indicibile che Egli fa di Se stesso: Figlio di Dio nella sua morte. Dice l’Inno dei vespri che abbiamo cantato: “Regnavit a ligno Deus” (Dio ha regnato dal legno; Inno Vexilla regis). E dice anche Gesù nel IV vangelo: “Quando sarò innalzato da terra trarrò tutto a me” (Gv 12,32). È proprio l’essere crocifisso e sospeso su un patibolo infame che fece di Lui colui che redimeva il mondo e lo riacquistava, ne faceva il suo possesso: Regno suo e del Padre.

Allora la celebrazione di questo giorno è celebrazione di gloria sotto il segno dell’umiltà, è celebrazione di trionfo sotto il segno dell’umiliazione suprema. In Gesù si congiungono gli estremi: Egli assume il peccato del mondo, Lui che è il Figlio di Dio. E proprio perché assume il peccato del mondo, Lui, che è il Figlio di Dio, lo cancella, riempie il vuoto infinito che sussiste tra la creazione e il Creatore con l’infinito suo amore.

Ora non conviene fare tanti discorsi per chiarire a noi la grandezza del mistero che siamo per celebrare. Conviene piuttosto ricordarci che il mistero del Cristo continua: nella nostra umiltà noi siamo i figli di Dio. E tanto più noi siamo garantiti di essere partecipi della gloria che è propria del Figlio, tanto più in questo mondo viviamo il nascondimento, l’umiltà, la sofferenza, la morte. Anche in noi continua e si fa presente il mistero di questa unione degli estremi: l’umiltà con la gloria, la povertà con il regno, il nascondimento con il trionfo. Dobbiamo per questo cercare di vivere quella fede che ci è chiesta contemplando e partecipando in questi giorni al mistero del Cristo. Dobbiamo vivere quella medesima fede nei riguardi nostri: troppe volte noi scegliamo una parte della verità e allora ci sentiamo oppressi, stanchi e sfiduciati perché le prove si accumulano sopra di noi, perché noi ci sentiamo degli emarginati, perché noi ci sentiamo umiliati dalla nostra vita, messi da parte, e non consideriamo che questo è l’aspetto che è significativo di un’altra realtà che è la realtà di un nostra grandezza, la realtà di una nostra elezione. È nella misura che

veramente noi viviamo e partecipiamo a questa umiliazione del Cristo che noi siamo anche uniti a Lui che è Figlio di Dio.

Altre volte invece noi ci leghiamo soltanto all’aspetto che sembra positivo, ci gonfiamo interiormente perché siamo giovani, perché abbiamo dei buoni successi nella vita, perché tutto sembra facile nel nostro cammino… e non ci rendiamo conto che tutto questo – se non è legato a una partecipazione alla passione del Cristo – già di per sé ci esclude dalla vera gloria, ci esclude dalla vera partecipazione alla sua vittoria e al suo trionfo.

Il mistero del Cristo è precisamente questa unità degli estremi, unità degli estremi che sarà sempre presente nel mondo fintanto che nel mondo sarà presente la Chiesa. E io come amo questa Chiesa ora vilipesa, questa Chiesa umiliata, questa Chiesa che sembra sempre più emarginata nel mondo di oggi… come amo questa Chiesa, segno davvero di una presenza di Dio! Oh, come non desidero affatto nessun trionfo, nessun successo per la Chiesa e per gli uomini di Chiesa. Come invece desidero per loro lo stesso destino che ha scelto Gesù. Ma quel lo che è vero per la Chiesa è vero anche per me: desiderare un trionfo umano, credere che Dio debba servire alle nostre ambizioni terrene, è in fondo non capire nulla di quello che è il Cristianesimo, perché noi non possiamo né potremo mai dissociare nel mistero del Cristo – che viene reso presente nelle sue membra; noi siamo il suo corpo, fino alla fine dei tempi – l’umiltà dalla gloria, non può dissociarsi la vita dalla morte, non può dissociarsi la sofferenza dalla beatitudine stessa di Dio.

È questo il mistero che celebriamo nel giorno di oggi. Gesù entra in Gerusalemme come re messianico. Il suo ingresso nella santa città è l’inizio veramente del Regno: “Ecco Colui che viene, il re, il figlio di Davide!” (cfr. Mc 11,9-10); così lo acclamavano i fanciulli. E dice Gesù a coloro che li rimproverano perché non li fa tacere: “Se essi tacessero, griderebbero le pietre!” (cfr. Lc 19,40). Veramente dunque in quel momento, in quell’istante, iniziava il Regno di Dio; veramente in quell’istante prendeva possesso del Regno il Signore, ne prendeva possesso in quanto, assumendo il peccato del mondo, doveva essere condannato, ma nella sua stessa condanna Egli avrebbe distrutto il male del mondo.

Come lo distruggeva? Ecco il problema. La cosa è molto semplice, in fondo. Che cos’è il male, il male che Gesù ha voluto prendere sopra di sé? Non è certo il peccato come tale – perché Egli non ha fatto peccato – ma ha preso su di sé gli effetti del peccato che sono la distruzione stessa dell’essere, sia per quanto riguarda il suo corpo, la sua vita fisica, sia per quanto riguarda la sua anima, la sofferenza morale. Non solo: anche la sofferenza spirituale, la desolazione dell’anima sua, il sentimento dell’abbandono del Padre. È stato schiacciato, è stato calpestato, è stato conculcato: nulla è rimasto sano in Lui. E questa visione del Cristo è veramente qualcosa che noi non tolleriamo: vedere Gesù, contemplarlo nella sua passione, è veramente qualcosa che supera la nostra possibilità di resistenza. Non riusciremmo a guardarlo, non riusciremmo a contemplarlo in quella sua umiliazione. Veramente non è più un uomo, ma un verme (cfr. Sal 22,7).

Però, ecco, perché nell’assumere tutto questo male Egli vince? È semplice: perché il male, per sé, è l’effetto del peccato. In Lui il male era l’atto supremo dell’amore: Egli non doveva conoscere sofferenza, Egli non dove va conoscere la morte, Egli non doveva conoscere umiliazione, tantomeno doveva conoscere l’abbandono del Padre. Ma tutto questo l’ha assunto per amore: la

sua passione è Lui che l’ha voluta, e l’ha voluta per donare a noi la sua vita. Quello che era dunque l’effetto del male è divenuto manifestazione e prova di un amore infinito, di un amore immenso. Il male si è rovesciato, è divenuto il segno dell’amore di Dio: Dio si è fatto presente per noi in quella umiliazione suprema. E non vi è rivelazione più alta di Dio che quella umiliazione, e non vi è rivelazione più alta di Dio di quella morte, perché mai Dio ha rivelato talmente Se stesso come quando ha rivelato questa infinita tenerezza di amore per la quale ha scelto di prendere sopra di Sé tutto il male del mondo per donare a noi la sua vita. Ecco Dio chi è.

Non è tanto dunque né la sofferenza né la gloria che contano: gloria e sofferenza sono aspetti di un solo mistero che è l’amore di Dio, un amore che si è rovesciato nel mondo e ha colmato tutti gli abissi, un amore che si è rovesciato nel mondo e ha sollevato il mondo fino a Dio.

Questo noi contempliamo, questo dobbiamo contemplare in questi giorni di Passione. Fermarci soltanto a considerare la morte, a considerare la passione del Signore, è insopportabile. Lo dicevo pochi giorni fa. Una volta mio fratello mi disse: “Leggi un po’ questa pagina”. E mi presentò Il ponte sulla Drina di Ivo Andric [il romanzo fu pubblicato nel 1945, ndr], il più grande romanziere jugoslavo. Era la descrizione di un impalamento: un povero diavolo, un povero uomo che veniva impalato dai turchi, perché aveva fatto crollare un ponte, il ponte sulla Drina. Non sopportai: lessi alcune righe e poi gli detti il libro. “Non riesco a leggerlo, non posso leggerlo”. Un impalamento… Ma se noi considerassimo la morte di Cristo sarebbe ancora peggiore, perché là era una sofferenza fisica, umana, bestiale. Qua non è soltanto una sofferenza fisica, è una sofferenza di tutte le specie: fisica, morale, spirituale. Su tutte le potenze del Cristo il male si è rovesciato e l’ha totalmente distrutto. Non potremmo sopportare la passione. D’altra parte il contemplare la gloria del Cristo ci fa sentire così diversi da Lui. Non si tratta di contemplare né la morte né la gloria: si tratta di vedere nel Cristo la rivelazione suprema dell’amore di Dio, di questo Dio che ha voluto scendere in un abisso più fondo dell’abisso nel quale siamo discesi; per poter risollevare tutto il mondo a Sé Egli è disceso fino nelle radici stesse del mondo e tutto lo ha sollevato fino alla gloria del Padre. La passione del Cristo è la rivelazione di questo amore immenso, di questo amore infinito.

Ci crediamo? Si tratta precisamente di credere perché umanamente parlando il segno rimane sempre il male, il segno rimane sempre l’umiltà, il segno rimane sempre la morte. E se non ci fosse la fede davvero quello che la Chiesa ci insegna sarebbe solo pazzia. Non per nulla dice Paolo, che la croce è pazzia per i pagani e scandalo per i giudei (cfr. 1Cor 1,23). Anche per noi sarebbe così e non sarebbe altro che così. Ci vuole certamente la fede, ma chi ha la fede allora può contemplare questa presenza di un Dio che ancora ci ama e ci fa partecipi del suo stesso mistero, unendoci a Sé, anche nell’umiltà, anche nella povertà della nostra condizione umana, per farci però anche partecipi della sua dignità di Figlio, per elevarci a sé e colmarci del suo medesimo amore.

Oggi non si può meditare la passione, oggi non si può nemmeno considerare soltanto l’acclamazione dei fanciulli: si devono vedere questi due aspetti uniti in Cristo perché si manifesti a noi l’amore infinito di Dio.

Clicco quindi educo

Percorso di formazione all’uso di ‘internet’ e dei ‘social media’

come strumenti di crescita e di apertura agli altri

Il Comitato della Famiglia e il Comitato per lo studio dell’utilizzo dei social hanno organizzato una serie di quattro incontri on line nei giorni 16 e 30 ottobre e 13 e 27 novembre per riflettere insieme sull’uso di internet e dei social media al fine di conoscere le logiche di tali strumenti e le sfide che pongono, per imparare ad averne un uso sempre più consapevole.

L’iniziativa è nata da una esigenza manifestata dal Comitato della Famiglia di sostenere le famiglie nell’educazione dei figli ad un uso corretto dei social media e degli strumenti digitali (telefonini, p.c., …) consci delle ripercussioni che questi possono avere sulla crescita umana e spirituale della famiglia stessa. Il Comitato per lo studio dell’utilizzo dei social ha accolto e condiviso questa esigenza che può ben essere inserita tra le finalità per cui il Comitato stesso è stato istituito.

È una iniziativa nuova e diversa da quelle che la nostra Comunità ha sempre proposto. Ma essa va inserita nel compito del Comitato della Famiglia di studiare i problemi della famiglia e proporre opportuni indirizzi per la crescita spirituale dei genitori e sui rapporti tra gli sposi e di questi con i figli (Art. 66 Statuto). Il fatto stesso che il Consiglio della Comunità nel 2020 abbia deciso di costituire un Comitato temporaneo per lo studio di questi mezzi indica chiaramente l’importanza che si dà ad un corretto utilizzo degli stessi anche nel nostro cammino.

L’iniziativa è nata per le famiglie ma, come potete vedere dal programma, essa ha aspetti di interesse per tutti coloro che utilizzano questi strumenti o che sono in rapporto educativo con chi ne fa uso.

Il Consiglio di quest’anno ha approvato all’unanimità la proposta sottolineandone la valenza formativa. Non si tratta di una proposta volta a dare ricette o risposte preconfezionate ma spunti di riflessione per favorire l’educazione all’uso responsabile di questi strumenti. Il desiderio è quello di evitare un approccio superficiale, ma riflettere sulle conseguenze e implicazioni che questi strumenti hanno su vari aspetti della vita, da quello psicologico a quello affettivo e alle inevitabili conseguenze per quello spirituale.

Le relatrici di questi incontri saranno: per i primi tre, la prof.ssa Stefania Garassini docente di Content Management e Digital Journalism all’Università cattolica di Milano (di cui potete vedere una breve intervista ), collaboratrice con il mensile Domus e con il quotidiano Avvenire e presidente di Aiart Milano, associazione nazionale che opera nella formazione ad un uso consapevole dei media. L’ultimo incontro sarà tenuto dalla nostra Lia Novembre, consacrata della Famiglia Sicilia Occidentale, psicologa e psicoterapeuta.

Programma degli incontri:

1) Incontro introduttivo: le logiche degli strumenti e le sfide che pongono.

La tecnologia non è neutrale. Le sue logiche:

– la rilevanza (è importante quello che mi riguarda direttamente): io sono il centro;

– le bolle filtro (do fiducia a chi la pensa come me): mi chiudo in una cerchia in cui gli altri confermano le mie convinzioni;

– la popolarità quantificata,il like e commenti: cerco l’approvazione degli altri (quasi) a ogni costo;

– il controllo sull’attenzione (la distrazione/la dipendenza): perdo la capacità di concentrarmi sull’essenziale e mi lascio trascinare dal flusso che arriva.

2) Educare ad un uso consapevole.

Perché i nostri figli hanno più che mai bisogno di una guida: l’inganno della teoria dei ‘nativi digitali’.

Opportunità e rischi per ragazzi e genitori:

– esplorazione della conoscenza e creatività;

– agilità mentale;

– dipendenza, sovra-consumo;

– contenuti estremi, pericolosi, pornografia;

– la realtà virtuale, come mantenere e coltivare la consapevolezza;

– importanza della gradualità: inserire gli strumenti tecnologici in modo progressivo e al momento giusto. Normative sull’età di accesso e sulla responsabilità dei genitori. Quali regole e perché.

3) Il tempo davanti allo schermo non è tutto uguale:

I social media. Che cosa sono, come funzionano.

Quali sono i servizi on line, videogiochi, tv, video, i personaggi e le storie che amano i nostri figli.

Nutrire le proprie passioni: app., tutorial, risorse per lo studio, conferenze, video scientifici, strumenti per collaborare e produrre contenuti.

Genitori-mentori: condividere, proporre, educare.

4) Internet: nuove normalità e nuove patologie.

Concludiamo con quanto la prof.ssa Garassini ci ha scritto a presentazione del suo programma: “Lo sviluppo tumultuoso della tecnologia non ha messo in secondo piano il ruolo educativo degli adulti, rendendolo semmai ancora più necessario. E non occorre una competenza tecnologica specifica per esercitarlo. È necessario però predisporsi all’ascolto e avere una curiosità ‘buona’ riguardo al mondo on line”.

Comitato della Famiglia

Comitato per lo studio dell’utilizzo dei social