martedì, Gennaio 19, 2021

Omelia per la Notte di Natale

*Omelia del 24 dicembre 1991*

 Il cristianesimo è credere veramente che Dio ci ama

Credo, per capire qualche cosa, bisogna cercare di ricordarci e di commentare la seconda lettura che è stata fatta durante questa liturgia, dall’epistola di Paolo a Tito.  “È apparsa a tutti gli uomini”, dice Paolo, “la benignità del Signore”. E poi dice che avverrà poi la manifestazione della gloria. Ecco, precisamente in questi due tempi che noi possiamo comprendere che cos’è il cristianesimo. Se veramente il Cristo avesse realizzato pienamente su tutte le dimensioni dell’essere la salvezza, noi dovremmo dire che Egli ci ha ingannato, dovremmo dire che ci ha deluso: il mondo è sempre quello di prima. Che cosa è sostanzialmente cambiato nell’uomo, nell’umanità dalla venuta del Cristo? È avvenuta la venuta del Cristo: Dio si è fatto uomo, Dio é disceso fino alla nostra povertà, Dio ha voluto assumere la nostra umiltà. Dio in questo ha manifestato l’infinito suo amore che non ha potuto sopportare di essere da noi diviso, di essere da noi lontano. Non solo sulla croce Egli ha assunto il peccato dell’uomo; prima ancora, nella sua stessa nascita, Egli ha assunto la nostra debolezza, la nostra povertà, il nostro nulla. Ed è precisamente in questa assunzione della nostra povertà che si manifesta l’amore, se noi crediamo. Certo che è incredibile il cristianesimo: senza una grazia particolare è ben difficile che noi possiamo pensare, che noi possiamo credere che quel bambino che nasce, per caso, come appare dal Vangelo di oggi, per caso, sembra, che nasce per caso a Betlhem, sia il Figlio di Dio l’Onnipotente, il Figlio di Dio, Colui per il quale è stato creato l’universo, Colui al quale tendono tutte le cose. Chi lo potrebbe pensare? Ma è proprio nel fatto che Dio voglia discendere fino alla nostra povertà che si manifesta il suo amore. Egli non può sopportare di essere diviso da noi, di essere diverso da noi. È proprio dell’amore prendere l’altro, e possedere l’altro e divenire una sola cosa con l’altro che si ama. E Dio ha voluto essere uomo perché così soltanto poteva manifestare il suo amore; poteva darci tutti i benefici che noi potevamo desiderare ma non ci avrebbe amato.

Chi ama non desidera le cose dell’amato: desidera l’amato. Quando due s’innamorano e vogliono poi sposare, sì, possono accettare anche il regalo dell’anellino con la perla o qualche altra cosa, ma non è questo che può compiere l’unione dei due. L’unione dei due implica il dono di sé all’altro, dono per tutta la vita, dono esclusivo. Tutto l’amante dona all’amato, tutto l’amato riceve dall’amante, e tutto vuol dire lui stesso. Così Dio amandoci si è donato totalmente e si è fatto uno con noi. Ma è questa la salvezza? Sì, per ora è questa la salvezza. La redenzione compiuta da Cristo mi sembra che sia un po’ veramente troppo, come dire… Sì, mi sembra che si esageri troppo nel parlare di quello che la Chiesa può fare sul piano sociale, sul piano politico, sul piano culturale: può far sempre ben poco. È inutile che noi compiamo le cose: Dio ci ha lasciato nella nostra condizione umana di povertà e di bisogno. Poteva, certamente poteva liberarci da tutto questo, ma era giusto che noi volessimo credere al suo amore e volessimo credere al suo amore non tanto perché Egli ci donava quello che Egli poteva donarci indipendentemente da Sé, ma perché noi dovevamo invece capire che non ci avrebbe amato se non fosse divenuto uno con noi, perché noi divenissimo una sola cosa con Lui. 

Che cos’è il cristianesimo? È questa notte. Guardate che tutti i misteri del cristianesimo si compiono di notte, perché veramente tutta la vita del mondo è come la notte. L’uomo vive un mistero dal quale mistero non può sollevarsi, non può uscire: tutto rimane misterioso nella nostra vita, e la nascita e la morte, e il senso che può avere la nostra vita e il valore che possono avere i nostri atti. A chi domanderemo il perché di questo nostro vivere se non abbiamo la fede? Che cosa ci soccorre a capire, ad accettare la vita presente? Ma se abbiamo la fede allora possiamo accettare: Egli vuole che noi sappiamo fidarci di Lui. Verrà un momento in cui Egli si manifesterà e allora la redenzione compiuta oggi sul piano soltanto della vita interiore esploderà anche sulla dimensione sociale, sulla dimensione politica, sulla dimensione cosmica perché, se veramente noi siamo il termine dell’amore di Dio, miei cari fratelli, non si può accettare che l’uomo sia meno di tutta la creazione. È il termine ultimo dell’amore: Dio non ama la creazione che in vista dell’uomo. Tutto quello che Dio ha compiuto l’ha compiuto per me, l’ha compiuto per voi. E dico per me perché l’amore è sempre esclusivo: Dio é infinito e può amare con tutto se stesso ciascuno di noi, senza togliere nulla a nessuno. Egli ama ciascuno di noi come se fosse unico al suo amore; l’Infinito non si divide, l’Infinito non può avere parti, Egli si dà tutto a ciascuno. Io sono al termine, io sono al vertice della creazione: Egli mi ama. E io comprendo questo amore precisamente celebrando la natività di Gesù, perché se avessi dovuto celebrare stasera i miracoli del Signore, la manifestazione – non so – della sua gloria, non sarei stato sicuro che Egli mi amava. Quando uno ama si ordina all’amato, si mette al di sotto dell’amato; fintantoche tu non ti ordini nei confronti di colui che ami e ti metti al di sotto perché l’amato diviene per te il tuo fine, tu non ami. Tu puoi servirti dell’altro ma non lo ami. E Dio ha voluto mettersi al di sotto di tutto perché amava noi; noi dovevamo essere il termine ultimo del suo amore. Noi contempliamo quest’amore divino in un bimbo, nella sua debolezza, in un bimbo che non sa parlare, in un bimbo che non può camminare, in un bimbo che aspetta tutto da te. Sembra che tu debba dargli tutto ed é invece tutto il contrario: tutto tu ricevi da Lui. Che cosa ricevi? La certezza di essere amato.

Questo, questo ci dice il cristianesimo. Il cristianesimo non è altro, ma non è mica poco, sapete. Cristianesimo vuol dire credere veramente che un Dio ci ama. Noi sentiamo che vivere per noi uomini vuol dire sentire che siamo conosciuti, sentire che siamo amati. Non possiamo vivere in noi stessi; chiusi in noi stessi viviamo soltanto la morte. Ma d’altra parte noi sentiamo anche questo, che non vi è alcuna creatura che ci conosca fino in fondo e che fino in fondo non dico ci ami, ma possa rispondere alla nostra esigenza di amore. Dio ci ama, ecco il cristianesimo. Tutto il cristianesimo é nella fede di essere amati da Dio, sentirci termine di questo amore immenso, di questo amore infinito, nella notte di questo mondo. Tutto sembra essere oscuro, tutto sembra non avere senso, tutto sembra che deluda ogni nostra speranza, ma perché noi non vogliamo Dio, vogliamo le cose di Dio. Noi non ci contentiamo che Egli ci ama; vogliamo le sue cose e con questo rifiutiamo veramente l’amore, perché chi ama non sa di che farsene delle cose se non riceve l’amato. Questo è il Natale. E se questo è il Natale, questa è anche la condizione precisamente della umanità fintanto che Egli non si manifesterà nella gloria; sempre la Chiesa vivrà nell’ombra, sempre la Chiesa vivrà nell’umiltà, nella povertà; è inutile che si alzi le trombe… La Chiesa sarà sempre una ben povera cosa, perché Dio non ha dato alla Chiesa altro che quello di testimoniare la Sua presenza; non gli ha dato né potere politico, né potere sociale, né potere economico e poco anche il potere culturale. Che cosa gli ha dato? Ha dato a tutti noi la capacità di credere che Egli ci ama, la capacità per ciascuno di noi di abbandonarci al suo amore e lasciarci amare da lui. Tutto il cristianesimo è qui. Non è facile: dicevo prima, credere è la cosa più difficile che possa esistere oggi nel mondo. Tutto è possibile o almeno tutto è più facile; credere invece a quello che dice il cristianesimo sembra esorbitante, sembra veramente impossibile all’uomo, e vi dirò ancora che è impossibile credere. La fede di fatto è un dono; non possiamo pretendere con la nostra intelligenza di giustificare l’atto di fede. È come, vedete, la fede è come l’esperienza sensibile: posso io cercare di giustificare il fatto che vi vedo qui davanti? Ma tutta la mia vita poggia sulla certezza della oggettiva realtà di quel mondo che attraverso i sensi io percepisco. Come l’oggettiva realtà del mondo fisico si giustifica per me attraverso l’esperienza sensibile, così si giustifica per me il mistero di Dio attraverso una percezione interiore che non è così violenta come l’esperienza sensibile e tuttavia è una percezione, ha un carattere esperienziale. Lo dice san Tommaso d’Aquino. Non crediate che sia per me soltanto una parola: spesso il cristianesimo diventa una parola, un’ideologia. Non è un’ideologia, è un’esperienza di vita; non è un’ideologia: è un incontro di amore; non è un’ideologia, è una presenza viva di Dio che entra nella mia vita. Ed è questo che io vivo proprio anche stasera, il giorno di Natale. Vivo l’esperienza di un Dio che realmente mi ama. Oh, prendere fra le nostre braccia il bambino e sapere che quel bambino che aspetta tutto da te è Colui che ti ha creato, è Colui che un giorno ti giudicherà. Tutta la grandezza di Dio è in quel batuffolo di carne che sembra non avere nessuna possibilità di sopravvivere se io, io non sono al suo servizio, non mi metto al suo servizio.  

Credere nel cristianesimo vuol dire questo: se voi aspettate dalla Chiesa qualche altra cosa, la Chiesa può darvi qualche altra cosa, ma vi deluderà lo stesso. Non pretendete che la Chiesa possa stabilire la giustizia. Oltretutto sarebbe impossibile; chi conosce i valori di ciascuno? E poi quando li conoscessimo, chi ha il potere di rispondere al diritto che può avere ciascuno in forza dei valori che egli esprime? Come é possibile la giustizia, come è possibile la pace quando di fatto ci sono gli egoismi che ancora mettono in contrasto, almeno in tensione, l’uno contro l’altro, l’uomo contro l’uomo, il popolo contro popolo, la nazione contro nazione? Fintanto che vi è l’egoismo che domina, è mai possibile che questo mondo conosca il superamento di queste tensioni? Certo, noi tutti dobbiamo cercare di collaborare, di vivere e di impegnarci a rendere più facile la vita, a renderla più anche profeticamente trasparente nei riguardi di quello che noi attendiamo, nei riguardi della nostra speranza, di quella speranza che non ci confonde, come dice San Paolo, la speranza finalmente che Dio un giorno ci colmerà di tutti i suoi beni. Ma intanto noi dobbiamo vivere, nell’umiltà di questa condizione nostra, la dolcezza del cristianesimo. Vedete, quello che celebriamo sembra veramente qualche cosa che fa anche sorridere. Grandi avvenimenti? Niente: la nascita di un bimbo. Grandi avvenimenti? Non solo la nascita di un bimbo, di un bimbo che rimane poi per tutta la vita, almeno per trent’anni, sconosciuto a tutti, nessuno sa nulla di lui e non fa nulla in trent’anni. E noi celebriamo questa nascita, noi celebriamo questa povertà, noi celebriamo questa debolezza. 

Si diceva prima: non è qualche cosa che indica per noi, che è per noi anzi delusione di una promessa mancata. È invece l’accettazione, piuttosto la verità di una promessa mantenuta che è al di là però di ogni nostra attesa, di ogni nostra aspettativa. Poteva aspettare Isaia che il bambino mettesse la mano nell’aspide, ma perché giocare a queste cose? In fondo sarebbe stata una specie di magia che poi avrebbe lasciato il mondo come lo trovava. Si poteva pensare che la venuta del Cristo avrebbe portato la pace alle nazioni, e invece voi sapete che dopo il Cristo le guerre di religione si sono moltiplicate e anche oggi ci sono. E allora, che cosa ha fatto il cristianesimo? Oh, miei cari fratelli, se crediamo, se veramente crediamo Dio è con noi, vive la nostra piccola vita. Se fosse stato, se fosse soltanto stato un grande uomo che avesse compiuto grandi cose nella vita presente, era difficile per ciascuno di noi poter vivere con lui è che lui vivesse con noi. Ma ecco il cristianesimo: non soltanto si è fatto bambino, si è fatto uomo, ma vive con ciascuno di noi. E non disturba la nostra vita: la vita del più umile come la vita del Papa è lo stesso. Il Papa non vive di più di quello che vive un facchino: quello che dice la grandezza di una vita è soltanto la capacità dell’uomo di aprirsi a questo dono di amore. Dio vive con noi e vive con noi proprio adattandosi alla nostra condizione umana, vivendo la nostra piccola vita. Durante la sua vita passibile anche lui era condizionato dal tempo, dallo spazio; se viveva in un luogo, non viveva in un altro. E, condizionato dal tempo, cresceva – come dice il Vangelo – in età, sapienza e grazia, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, ma ora non più. L’unica differenza che esiste fra Il Bambino che nasce a Betlemme 2000 anni fa e il Cristo che vive ora con noi è il fatto che, risorto da morte, Egli è invisibile, sì, ma presente a ciascuno; è invisibile, sì, ma tutto si dona a ciascuno.

Voi farete, almeno molti di voi faranno la comunione. Che cosa ricevono nella comunione? Tutto il Signore. Non abbiamo un’esperienza di questo dono, è vero, però noi sappiamo con certezza, con fede, che tutto Dio si dona ciascuno. Ecco vedete, eppure a me avviene qualche volta, posso fare la comunione e magari distrarmi. È una cosa impressionante: com’è possibile accogliere Dio e anche distrarci? Ma è così: Dio discende proprio fino alla nostra povertà. Non cambia nulla, ma è tutto cambiato. Egli è nostro, Egli diviene la nostra gioia e la nostra ricchezza.

Miei cari fratelli, non voglio trattenervi di più. Dico soltanto questa cosa: ricordatevi che la vita dell’uomo quaggiù è una notte che terminerà soltanto nella manifestazione del Cristo. Il mistero ci avvolgerà sempre, ma, se ci avvolge il mistero, nella fede noi sappiamo che – pur nella notte – Uno c’è vicino, Uno ci segue, Uno ci accompagna, Uno ci porta, Uno ci protegge e ci difende.  Non dubitiamo di Dio, non ci smarriamo; non angustiamoci troppo. Viviamo nella pace e nell’abbandono, viviamo nella semplicità di una vita che è comunione continua con Colui che ci ha amato e ci ama e non ci lascia mai più.

Non ti separare…

Dio solo e Gesù crocifisso, 1985, pp. 56-58

Noi viviamo con Cristo una sola vita e la nostra vita è la lode del Padre, è la salvezza del mondo. Se il Figlio di Dio è la lode sostanziale del Padre, tu dovrai essere la lode della sua grazia. (…) Ma Cristo è anche l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Noi dobbiamo essere la lode di Dio, perché siamo una sola cosa col Verbo incarnato, ma dobbiamo essere anche una sola cosa con tutti gli uomini perché siamo una sola cosa col Cristo Salvatore del mondo. Cristo è la santità di Dio e Cristo ha preso su di sé il peccato del mondo.

Questa è la vita paradossale del cristiano. Paradosso supremo: nel tuo amore, in Cristo, devi realizzare l’unione con Dio e con gli uomini peccatori, devi vivere la santità di Dio e rispondere per tutti i peccati del mondo. Non puoi dividerti da un solo peccatore: se ti dividi da un solo peccatore, ti dividi da Cristo. Essere uno col Cristo significa essere in Lui la lode di Dio e insieme l’Agnello che porta il peccato del mondo. Questo è divenuto il Cristo nella sua morte di croce.

Fino alla sua morte non aveva assunto il peccato; aveva assunto la nostra natura, ma non il peccato degli uomini. Nell’istante medesimo in cui ha assunto la responsabilità dell’universale peccato, si è rovesciato su di Lui il castigo di tutti i peccati, ed è morto. In quell’atto di morte Egli ha rivelato il suo amore, un amore più grande di tutti i peccati. Per questo, nella sua morte è divenuto il Salvatore di tutti. Vuoi tu dividere la tua responsabilità dalla responsabilità dei fratelli che ami? No. Allora anche tu devi assumere il peso di questi.

Si coltiva troppo il nostro piccolo giardino: si ricorda soltanto di aver mancato perché ci siamo distratti nella preghiera … Non ti separare dal peccato del mondo! Senti come tuo il peccato di tutti, perché tutti sono uno con te: nel tuo amore, tu devi salvarli.

Il peccato divide l’uomo da Dio, divide gli uomini fra loro; ma il tuo amore in Cristo deve superare il loro peccato e salvarli: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Questo è l’amore: gli uomini possono volersi dividere dal Cristo, odiarlo, ma il Cristo non si divide da alcuno. Il Cristo li abbraccia tutti nella sua misericordia e nel suo amore.

E abbracciare tutti nell’amore e nella misericordia significa per Cristo divenire responsabile di tutto il peccato del mondo dinanzi al Padre. Per questo Egli deve subire l’esperienza dell’abbandono del Padre, divenire come il peccato vivente. Lo dice san Paolo: “Egli divenne peccato” (cfr. 2Cor 5,21). Non perché abbia peccato, ma perché, assumendo tutti i peccati, di tutto il male Egli diventa responsabile di fronte a Dio.

Maddalena (di Canossa) ebbe questo amore. Nelle Memorie essa dice che vorrebbe rimanere in purgatorio per tutta la vita, pur di salvare tutte le anime. E voi, che cosa avete fatto, che cosa fate? A che ‘pro’ tutte le opere, se poi le anime che avete conosciuto dovessero andare all’inferno? La carità suprema verso il prossimo non potrà essere che la loro salvezza. Tutto quello che fate, ogni opera, è in ordine alla salvezza: senza questa tutte le opere precipitano nel nulla, vanno in fumo. Se dopo aver fatto tanto, le anime vanno all’inferno, quale bene avete procurato?

La carità è in ordine a questa salvezza. Come ha fatto Gesù Crocifisso: Egli ha amato, ma solo nella sua morte ha salvato, perché nella sua morte ha assunto il peccato dell’universo. Vi siete consacrate a Dio perché nessun uomo possa essere separato da voi. Non soltanto dovete abbracciare tutti i bisogni umani; dovete ancora essere consapevoli di tutti i peccati del mondo. Non dovete ritrarvi di fronte al peccato: nostro Signore non si ritrasse quando la Maddalena si gettò ai suoi piedi. Non dovete dividervi, non dovete condannare. Ogni condanna del prossimo è la vostra condanna, perché ogni condanna suppone una divisione, e una divisione anche dall’ultimo dei peccatori, è divisione da Cristo.

Finché l’uomo non è morto, è sempre chiamato alla redenzione. Il Cristo è morto per lui, si è identificato con lui per assumere il suo peccato, il suo dolore, la sua sofferenza, la sua umiliazione. Tutto quello che è proprio di ogni uomo deve essere tuo. La carità deve farti una cosa con tutti e non ti chiede, per questo, meno della tua morte.

Vita angelica

Meditazione sulla preghiera a Gesù (1994), pp. 85-90

«Bios anghelicòs». Nella vita angelica, la vita contemplativa si associa alla vita attiva; gli angeli sono al servizio degli uomini nello stesso tempo che adorano Dio. Potremmo pensare a una vita contemplativa che ci separi dai nostri fratelli: non è così: gli angeli che contemplano incessantemente Dio sono gli stessi che ti guidano nella vita e ti conducono nelle vie del Signore.

La vita contemplativa nel Cristianesimo non separa dai fratelli, ma importa un superamento, un trascendere e abbracciare ogni cosa. Solo l’amore può realizzare questa vita. Noi vivremo la vita angelica se vivremo dinanzi al trono di Dio come rappresentanti dei nostri fratelli. Il fatto d’impegnarti per gli uomini non ti deve distogliere da Dio. La vita contemplativa non deve essere per te una dispensa dalla vita attiva, non può essere in nessun modo un pretesto perché tu ti senta meno impegnato nella salvezza degli uomini. Allora soltanto tu realizzerai il tuo ideale in modo perfetto quando, vivendo la tua vita contemplativa dinanzi a Dio, vivrai come colui che è a servizio di tutti i fratelli, e tutti li porta nel cuore davanti al Signore. È questa la vita angelica, l’ideale di vita che tu devi realizzare.

(…) È già difficile vivere una vita di preghiera continua: tanto più sarà difficile questa preghiera che dovrebbe consumare tutte le potenze del cuore e dell’anima, tutta la vita, mentre si compie poi la nostra missione all’ufficio, alla scuola, in casa, ecc. Dobbiamo vivere nel mondo, in nessun modo sottrarci al mondo, ma vivere nel mondo come testimoni dell’Invisibile, essere nel mondo come una rivelazione di Dio. Vivere nel mondo, in unione con tutti i fratelli, in un continuo rapporto con loro di amore, di servizio… eppure essere in mezzo a loro come un’apparizione del Cielo.

(…) Dobbiamo vivere in Cielo, anche quaggiù. Vivere in Cielo sarebbe facile se il Signore ci portasse fuori di questo mondo con la morte. Invece non dobbiamo morire, non dobbiamo sottrarci a questo mondo; dobbiamo rimanere quaggiù, e vivere un rapporto continuo con le cose, un servizio continuo ai nostri fratelli, ma vivere quaggiù una vita di pace, di beatitudine, di amore – essere quaggiù in qualche modo la sua luce.

Dobbiamo essere come angeli. Che cosa vuol dire essere come angeli per quel che riguarda il nostro rapporto con Dio? Per quel che riguarda il nostro rapporto con gli uomini? Essere angeli per il Signore vuol dire vivere in un totale oblìo di sé, come consumati nella presenza di Dio – colui che vede il Signore non può ricordarsi di sé. Un’anima che vede il Signore non può avere più conoscenza di sé: Dio la invade talmente che la cancella. L’anima non sente di aver più alcun valore, come non esistesse più… Umiltà totale di un’anima che è come sparita ai propri occhi, dimentica così di se stessa da non sapere più nulla di sé, da non poter più attrarre a sé alcuna creatura! Umiltà che non obbedisce più alla forza centripeta, che attrae a se stessi, ma alla legge di un amore centrifugo che totalmente si dà e non conserva più per sé alcuna cosa. Umiltà totale che s’identifica all’atto dell’adorazione. L’atto di adorazione perfetta non esige certo l’annientamento ontologico, ma quel puro annientamento psicologico della creatura che fa come se essa non fosse.

(…) E tuttavia questo non basta. Investito dalla grazia, trasformato nel Cristo tu vivi ancora nel mondo – tu hai ancora una missione da compiere, tu devi servire. Che cosa è l’angelo di Dio nel suo rapporto col mondo? Puro strumento della volontà divina. Dio per compiere i suoi disegni volle gli angeli: è per gli angeli che si compie quanto Dio vuole quaggiù. Che cosa vuol dire per noi non aver più una volontà propria? La volontà dell’uomo è a servizio esclusivo di Dio: l’uomo non vuole che la Sua volontà. Non ha più un suo disegno da compiere perché non ha più desiderio alcuno. L’uomo è attivo nei confronti delle creature, perché è puramente e totalmente passivo di fronte a Dio. L’angelo non riceve comando dalla creatura, non subisce l’azione dell’uomo: egli è totalmente passivo di fronte a Dio, sempre in ascolto della divina parola, sempre disponibile a Lui, sempre totalmente impegnato al compimento del divino volere.

Ecco quanto c’impone la vita religiosa: di essere come angeli, per vivere una vita che sia adorazione pura e universale servizio.

Il progressivo svelamento di un solo mistero

Dal mito alla verità, Gribaudi, Torino 1991, pagg. 12-16

Euripide è uno scrittore privilegiato per chi vuole tentare di scoprire l’azione segreta di Dio che, anche fuori di Israele, prepara lentamente l’avvento del Cristo, termine ultimo del cammino dell’uomo.

Se Dio ha elevato l’umanità all’ordine di grazia fin dalle origini, così da dover ammettere che lo stato di natura pura concretamente mai è esistito per l’uomo, dobbiamo anche affermare che fin dalle origini Dio ha ordinato l’uomo al Cristo futuro, anche prima del peccato di Adamo. Del resto la Bibbia non inizia con la vocazione di Abramo, ma con la creazione dell’uomo, e Adamo è già figura del Cristo, come Eva di Maria. Tutta la vita dell’umanità è una storia sacra. Certo, se difficile senza l’azione dello Spirito è riconoscere il carattere profetico della storia di Israele, tanto più difficile è scoprire il volto del Cristo nella rivelazione cosmica, fondamento delle religioni pagane. Tuttavia sempre più si impone alla teologia cattolica di studiare, non solo l’armonia dei due Testamenti, ma anche, e ormai soprattutto, il rapporto segreto e l’armonia fra tutte le religioni e la religione cristiana. Ho detto “ormai soprattutto” perché la conoscenza di ogni tradizione religiosa attraverso le comunicazioni sociali è divenuta tale che rimandare questo studio, che solo può assicurare la trascendenza della religione cristiana e la sua cattolicità, rischia di non giustificare più la sua affermazione di essere l’unica vera. Se non è cattolica non può essere unica, se non è unica non può essere vera.

Il cammino della umanità non è che il progressivo svelamento di un solo mistero. Così l’espressione di ogni cultura umana nella letteratura, nell’arte di ogni nazione, ha un carattere almeno parzialmente profetico, tutto annuncia e attende il compimento di quel mistero nella Presenza, anche velata eppure reale, del Cristo.

Privilegiata ci sembra, fra tutte, la cultura greca dal momento che la stessa rivelazione dell’Antico Testamento termina in lingua greca e abbiamo tutto il Nuovo Testamento in questa lingua. Se vogliamo ascoltare Dio, è attraverso questa lingua che Egli anche oggi ci parla. La lingua non è un mezzo indifferente alla trasmissione del messaggio di Dio. Con la lingua, Dio ha dovuto assumere in qualche modo anche il pensiero, anche la poesia, perché il pensiero e la poesia sono inseparabili dalla lingua. La lingua di ogni nazione è plasmata infatti dal pensiero e dalla poesia. Ci sembra pertanto un dovere scoprire nel pensiero e nella poesia dei greci la preparazione al Vangelo. Vi sono profeti anche fra i pagani secondo i mistici Giustino e Clemente di Alessandria, ma forse dobbiamo dire di più: ogni grande poeta, ogni grande filosofo misteriosamente annuncia il Cristo venturo, lo suppone se Egli è venuto.

Dobbiamo ascoltare Dio in ogni uomo che ci parla, perché Dio, prima di assumere la nostra natura umana, ne ha assunto la lingua.

 (…) Certo non dobbiamo sollecitare i testi. I testi debbono parlare da sé. Avviene tuttavia qualcosa di simile, per questi testi della letteratura classica, di quanto è avvenuto per i testi dell’Antico Testamento: solo nell’adempimento ultimo si è riconosciuta nei testi la profezia. Il Nuovo Testamento illumina l’Antico. Solo il Cristo può aprire il libro sigillato con sette sigilli, solo dal Cristo il libro riceve la sua interpretazione autentica. È cosi anche per la tragedia dei greci? È possibile che noi oggi riconosciamo nella letteratura classica quella preparazione evangelica di cui ci ha parlato il Concilio? Gli eroi più grandi, i più famosi nel mito sono Eracle e Dioniso; la loro storia era ricca di nuove e imprevedibili prove. Distingue i due eroi una sorte contraria: Eracle è un uomo e diviene al termine un dio, Dioniso è un dio e discende fra gli uomini, si fa vedere, vive con loro. Nel primo il mito risponde all’ansia dell’uomo che pretende di divenire immortale e compagno degli dèi, nel secondo il mito al contrario sembra voglia illustrare come il dio si faccia vicino all’uomo, cerchi la sua compagnia e, pur rimanendo dio, ponga la sua dimora fra loro. Sempre terribile è il dio e tuttavia l’uomo sempre lo cerca, tenta la sua vicinanza: il mito sembra nascere da questa invincibile attrazione del divino e insieme dal senso oscuro di una sua presenza.

Questa è preghiera

Meditazione sulla preghiera a Gesù (1994), pp. 17-20

Bisogna evitare i malintesi quando si parla di preghiera continua. Si dice che è preghiera il lavoro, che è preghiera la sofferenza, si dice anche che è preghiera lo studio: invece, né il lavoro è preghiera, né la sofferenza è preghiera, né lo studio è preghiera. Solo la preghiera è preghiera, niente altro. Di per sé la sofferenza è sofferenza, lo studio è lo studio, il lavoro è lavoro, come anche la preghiera è preghiera – non vi sarebbero due nomi a definire la medesima cosa. Due nomi definiscono due cose diverse: se lavoro e preghiera, sofferenza e preghiera, studio e preghiera fossero la medesima cosa, non avrebbero nomi diversi.

Come, dunque, vivere una preghiera continua? Pregare è vivere un rapporto con Dio: l’anima deve vivere questo rapporto. Come lo vivrà? Nemmeno la preghiera è preghiera se noi crediamo che essa consista nella recita di una formula; la preghiera è invece un atto che precisamente stabilisce un rapporto con Dio e fa sì che l’uomo inizi un colloquio, un movimento di amore, viva con Dio una sua unione.

(…) La continua preghiera è il contrario che fare continue preghiere. La moltiplicazione di una formula piuttosto che realizzare la continua preghiera sembra renderla impossibile, perché la continua preghiera vuol essere non moltiplicazione di atti ma stato di unità, di semplicità, di purezza. E tuttavia è solo attraverso la moltiplicazione di atti che fissano lo spirito in un solo contenuto intelligibile, che diviene possibile la preghiera pura.

È certo che tutto questo si realizza nel modo più cosciente e più puro con la preghiera comunemente detta, che importa una parola che è atto di amore, di umiltà, di abbandono, che importa una parola che include l’atto di fede, di speranza, di carità; ma non è detto che anche un atto che immediatamente non si traduca in parola non debba stabilire un rapporto, una unione. Non sempre è necessaria la parola a stabilire l’unione; anche il silenzio stabilisce l’unione quando l’amore è profondo. Può essere un atto. Per esempio: io incontro una persona che da tanto tempo non vedo: le stringo la mano, non parlo – lo stringere la mano stabilisce un contatto, rafferma e ravviva un rapporto di amicizia, di affetto, di stima… stabilisco una unione con questa persona.

Così, il mio rapporto con Dio lo vivo attraverso la parola, posso viverlo attraverso il silenzio, attraverso atti esteriori. Anche quel silenzio, quegli atti sono preghiera se stabiliscono questo rapporto; al contrario, io posso dire il rosario senza pregare, se il rosario non mi mette in rapporto con Dio. Una mamma che soffre vicino al letto del suo bambino malato vive un rapporto col suo bambino mediante appunto la sua sofferenza, attraverso l’occhio che lo contempla; il rapporto può essere stabilito anche dal contatto della manina che la mamma si stringe al cuore, anche quando la mamma sia lontana e non abbia altro rapporto col bambino che quello della sofferenza di saperlo lontano, di non poterlo vedere, non saper più nulla di lui. È in questa sofferenza che il rapporto esiste: la sofferenza è allora veramente il mezzo onde essa vive il rapporto col figlio.

Così è in rapporto il padre col suo figliuolo quando lavora per lui, quando fatica, quando suda per ottenere i mezzi per mandare avanti i suoi studi, per poterlo educare, nutrire: il lavoro del padre è un atto onde il padre vive il suo rapporto col figlio. Non lo vive chiacchierando tutto il giorno col figliuolo, ma lavorando per lui. Noi possiamo soffrire e pregare, se la sofferenza ci mette in rapporto con Dio; possiamo lavorare e pregare se il lavoro ci mette in rapporto con Dio. È preghiera l’atto che pone l’uomo in rapporto con Dio, che stabilisce questo rapporto e lo rende sempre più intimo e stretto.

Di per sé, possiamo dire, neppure la preghiera è preghiera – cioè la preghiera in quanto è recitazione di una formula, atto particolare di pietà -, preghiera sarà soltanto quell’atto umano che è espressione di fede, di speranza, di carità, onde l’anima si abbandona, si affida e confida, onde l’anima desidera il suo Dio e a Lui si protende, a Lui si unisce, lo abbraccia e lo ama.

Questa è preghiera.

Lasciarci invadere da Dio

Dall’omelia del 6 agosto 1984 a Casa San Sergio

(…) Si parlava stamani dell’importanza che ha la memoria nella vita cristiana. Il “ricordo di Dio” (espressione cara a San Basilio Magno, che è in fondo il Dottore della vita contemplativa nell’Oriente, il maestro del monachesimo orientale) è precisamente questo lento essere investiti dalla presenza di Dio in noi, cosicché noi abbiamo coscienza precisamente di questa sua Presenza nella nostra vita. Bisogna che sempre più, sia pur lentamente, questa invasione di luce penetri in noi e ci trasformi, faccia sì che tutta la nostra vita sia un’adesione pura alla luce divina. Non si tratta di far grandi cose, anzi la vita contemplativa semplifica. Se ora dite tante preghiere ne direte meno, però direte una preghiera che investe tutta la vita, ed è, come diceva San Gregorio di Nissa, il “sentimento di Dio”: di Dio non come una presenza a noi estranea, non come una presenza contigua davanti a noi, ma come una Presenza che ci investe nell’intimo; ci sentiamo posseduti da Lui, sentiamo che la sua presenza in noi ci trasforma, diveniamo come lo strumento della sua azione. Posseduti dal Signore, sentiamo che Egli vive attraverso le nostre potenze, pensa con la nostra intelligenza, ama col nostro cuore, opera con le nostre mani.

Fintanto che non viviamo questo non possiamo dire di vivere la nostra vocazione nella Comunità. Bisogna che veramente il Signore ci strappi a noi stessi ed Egli stesso viva in noi. Siamo un solo corpo con Lui e, se siamo un solo corpo con Lui, è Lui che deve vivere in noi. Le parole di San Paolo dovrebbero essere vere per ogni cristiano, ma debbono assolutamente esserlo per noi, se non vogliamo essere dei mentitori: «Vivo io ma non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me» (Gal 2, 20).

(…) Che possiamo dire della nostra vita? Che abbiamo giocato tutta la vita! Riceviamo il Signore tutti i giorni e ancora il Signore non ci ha trasformati in Sé! Oh, lo so bene che siamo delle povere creature, delle misere creature, ma so anche quanto questo dipende da noi, dal nostro poco impegno, dalla nostra scarsa volontà e soprattutto dal nostro orgoglio; crediamo di aver fatto tutto e ancora abbiamo da cominciare la vita cristiana. Meglio di noi sono i peccatori, i pubblici peccatori; non lo credete? Io lo credo! È mai possibile che noi si possa parlare di queste cose ed essere ancora così lontani dall’averle realizzate? Tutti i giorni ne parliamo, eppure viviamo una vita distratta, dissipata, superficiale;ancora siamo pieni di noi stessi, di amor proprio, ancora non sappiamo liberarci da tante suscettibilità. Possibile? Veramente Egli si dona a noi, ma noi non ci doniamo a Lui.

(…) Una cosa sola si impone, lo diceva anche il cardinal Mercier e prima Lallemant: la docilità allo Spirito Santo. Si tratterebbe soltanto di questa docilità, di strapparci ai nostri egoismi, di lasciarci possedere da Dio in umiltà e semplicità, in una grande pace interiore, e la nostra vita conoscerebbe la gioia. Perché vedete, miei cari fratelli, ha ragione proprio il padre Lallemant quando dice che per paura di essere infelici, noi scegliamo di essere infelici tutta la vita: abbiamo paura cioè di donarci a Dio. Proviamo un certo sgomento, vogliamo tenere il timone nelle nostre mani, vogliamo essere noi a guidare il nostro cammino, e così non ci doniamo a Dio, e così rimaniamo infelici. (…)

Miei cari fratelli, non dobbiamo disanimarci. Che cosa chiediamo tutti i giorni nella preghiera di Sant’Efrem? «Liberaci dallo spirito di oziosità, dallo scoraggiamento»: è la seconda cosa che chiediamo. Prima di tutto l’oziosità, perché dobbiamo metterci d’impegno, non dobbiamo giocare, non dobbiamo dormire! Passano gli anni e dobbiamo impegnarci sul serio non soltanto ad ascoltare Dio, ma anche ad abbandonarci a Lui. Poi lo scoraggiamento. Dio è l’onnipotenza: abbiamo perso tutti questi anni? Coraggio! Anche in meno di quattro anni Lui può farci santi.

(…) Si celebra oggi la festa della Trasfigurazione del Cristo: noi dobbiamo trasfigurarci. Come vi ho già detto, la nostra trasformazione prima di tutto avviene nel più intimo del nostro essere, e noi non possiamo averne nemmeno l’esperienza: avviene già nel Battesimo, per il fatto che nel Battesimo noi siamo inseriti nel corpo del Cristo. Ma poi l’azione della grazia investe le potenze spirituali: l’intelligenza e la volontà. Perciò la prima cosa che si impone per noi, dopo questa trasfigurazione compiuta dai sacramenti divini – specialmente da quei sacramenti che hanno impresso in noi il carattere – è la conoscenza di Dio: conoscenza che non è puramente astratta, è piuttosto la coscienza di Dio. Come noi siamo coscienti di noi stessi, esser coscienti che Dio ci investe, che Dio ci possiede, che Dio è in noi; sentirci come la pisside che contiene il corpo di Cristo, ma veramente come un’anima vivente che si sa penetrata, che si sente piena di Lui. Noi siamo veramente la dimora di Dio, il luogo di Dio; dobbiamo sentirlo. Nulla c’è per noi di più sacro di noi stessi; nemmeno il paradiso è più sacro di me, perché in paradiso Dio sarà per gli altri, ma Dio è per me in quanto è nel mio cuore; e io devo scendere nell’intimo mio per prendere coscienza di questa Presenza di Dio in me, per lasciare che Dio nella sua Presenza totalmente mi riempia e non ci sia più vuoto che Egli non riempia di Sé. Sentire in noi questa presenza di Dio, presenza del Cristo: ecco, questa è la prima cosa che noi dobbiamo realizzare. Ed è di qui che nasce la vita di contemplazione, ed è di qui che nasce la vita di preghiera, perché non può essere mai che si possa vivere una continua preghiera se non abbiamo questo sentimento di Dio che lentamente penetra tutta la nostra vita e la riempie di Sé.

Uno con tutti

«Se sei uno con tutti, allora non vi è un peccato tuo e un peccato degli altri, ma tuo è ogni peccato.
Tu non puoi dividere più la tua, dalla universale responsabilità e devi implorare per tutti la Misericordia infinita».

Cento pensieri sull’amore (1988), n. 49

Tutto è alienante se…

«Come più intelligente e più vera la concezione platonica di quella che vorrebbe oggi sostituirla! In realtà non la preghiera è alienante, non la vita religiosa, ma la vita del mondo, ma ogni rapporto con le cose e con gli uomini, se questo rapporto non ti riconduce, nel tuo intimo, a Dio.
Alienante mangiare, bere, dormire – alienante ogni lavoro, ogni avvenimento nel quale tu sei coinvolto, alienante perfino l’amore umano. Tutto ti allontana dal tuo intimo centro, e non ti riconduce a te stesso. Solo nell’atto in cui ti incontri con Dio, ti incontri anche con te».

In Cristo. Diario, 4 marzo 1981, pp. 21-22