sabato, Agosto 15, 2020

Sabato Santo

Meditazione di p. Damiano
Don Divo Barsotti, primo piano.
Padre Divo Barsotti, a seguire una sua omelia.
Divo Barsotti – Sabato Santo 1996

Meditazione per il Sabato Santo

p. Damiano, 11.4.2020

Carissimi fratelli e sorelle,

Il sabato santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica omelia: “che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme…. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi”. Quello che ora viviamo non è la morte di un uomo, di un santo, ma la morte di Dio, vissuta in umile semplicità. Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”. Gesù che scende agli inferi, nelle radici più oscure e piagate della natura umana, ha condiviso e condivide il nostro arduo cammino. Silenzio del sabato santo, morte di Dio. Apparente, però: è un nascondimento che porta però in sé una rivelazione. La povertà di Dio che muore nel suo Cristo, sposa l’infinità povertà nostra, il nostro male di vivere, il nostro peccato, per liberarcene. Nell’inferno dell’angoscia, della solitudine umana, della tragedia di tante vite, Cristo è sceso e scende, muore per darci la vita.

Il Sabato santo è la cerniera perenne tra la croce e la risurrezione, seme di luce nel buio. Luce nelle tenebre. E così nella vita della Chiesa, noi viviamo già la redenzione, la gloria, la vita di Dio, ma sotto un abito esterno di morte. Solo morendo a tanti idoli umani incontriamo Gesù, solo entrando nel grande silenzio del nostro ‘io’, lo troviamo in noi vivo, nel suo morire per risorgere con noi.     

Il contenuto liturgico del Sabato Santo è molto complesso e vorrei condividere con voi due aspetti importanti di questa liturgia: quello della discesa di Gesù agli inferi e quello del silenzio. 

Descendit ad inferos (Discese agli inferi)

Il padre ci ricorda anzitutto che la Chiesa in questi ultimi secoli ha messo da parte, pur senza negarlo, questo dogma che è uno dei dogmi fondamentali del Cristianesimo primitivo. Gesù che discende agli inferi: che significato ha per i cristiani di oggi questa espressione? È grave cercare di dimenticare o almeno non cercare di realizzare tutto quello che crediamo (…). L’espressione “Descendit ad inferos” contenuta nel Simbolo degli Apostoli (o Credo apostolico) ci richiama un’altra discesa di Gesù oltre quella della sua incarnazione. Come l’ascensione porta il Cristo nel seno del Padre, cioè al di là di ogni limite, di ogni misura, nella trascendenza infinita di Dio, così questa discesa implica, di per sé l’affondare nell’abisso più fondo della creazione: infatti gli inferi, l’inferno, indicano la più grande umiliazione del Figlio di Dio. Ma questo dogma nella sua dimensione misterica, ha due facce: implica sì, la suprema umiliazione del Cristo, ma anche la suprema glorificazione, la massima espressione della potenza del Cristo vittorioso. Da una parte la discesa negli inferi è il precipitare di Dio negli abissi: prima si fa uomo, muore, poi discende nella tomba ed infine addirittura nell’abisso più profondo, cioè negli inferi. Ma d’altra parte, siccome si tratta della discesa di un Dio, gli inferi divengono cielo. Poiché gli inferi non possono trattenere un Dio, né in qualche modo limitarlo, condizionarne la vita; sono invece essi stessi che vengono distrutti dal fatto che Dio discende (…).

Questo significa che Dio non può discendere senza che gli abissi diventino cielo. Gli inferi non possono trattenere Dio né condizionarlo, ma Dio trasforma gli abissi nella manifestazione della sua potenza. Perciò nella discesa agli inferi l’umiltà più profonda si identifica alla gloria di Gesù Cristo: l’impotenza, la debolezza di un Dio che discende fino negli abissi, quasi, del nulla, divengono la manifestazione dell’onnipotenza divina, di un potere che vince gli inferi.

Anche quest’anno abbiamo più volte pensato la Quaresima come un cammino, il cammino che Adamo dovrà fare per tornare dal suo esilio verso il paradiso. Questo cammino di ritorno è possibile solamente perché è preceduto dal cammino del nuovo Adamo che scende agli inferi alla ricerca del nostro progenitore e lo trae con sé nel regno dei cieli. Dal suo nascondimento Adamo può ora passare alla comunione con Dio. Come dice un’antica omelia per il Sabato Santo: “Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura…. io non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste, ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita ma io che sono la vita, ti comunico quello che sono” (Seconda lettura dell’Ufficio delle letture).

   Adamo è tornato in se stesso, come il figlio prodigo; può abbandonare il suo nascondimento e l’esilio. L’antica paura è dissolta, l’amore vince il timore. Felice caduta che trova una rinascita più bella.

Benedetto XVI, in una sua catechesi per il Sabato santo, ci ha ricordato come nel nostro tempo, specialmente oggi, l’umanità sia diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo. E tuttavia la morte del Figlio di Dio ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. È il mistero più oscuro della fede e nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Gesù Cristo è disceso agli inferi: che cosa significa questa verità oggi per noi? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù rimanendo nella morte ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Nel regno della morte è risuonata la voce di Dio, l’Amore è penetrato negli inferi: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli. Con questa disposizione interiore cessa la paura, si spengono la confusione e la vergogna e lo Spirito si apre alla fiducia in un futuro migliore, l’attesa non è quella della morte, ma di una nuova vita, dopo la purificazione. 

Insieme con il profeta Daniele possiamo dire: “Per il tuo nome, Signore, non abbandonarci per sempre, non rompere la tua alleanza e non allontanare la tua misericordia da noi”. E san Massimo il Confessore dice: “O Signore, Padrone Onnipotente, esaudisci la nostra supplica, perché noi non riconosciamo nessun altro all’infuori di Te”.

Silenzio

Il Sabato santo è il giorno del grande silenzio: “Oggi sulla terra c’è grande silenzio e solitudine… La terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato”. L’“Uomo dei dolori” che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, è nel sepolcro. Il silenzio del Sabato santo è come una sorgente che mormora, però è necessario il raccoglimento del cuore per poterlo comprendere.

L’importanza del silenzio nella nostra vita spirituale: come viviamo noi il silenzio e che tipo di rapporto abbiamo con esso? L’articolo 27 del nostro Statuto dice cosi: “Perché sia possibile una vita di preghiera è necessario che ognuno coltivi il raccoglimento e la mortificazione. Si difenda quel tanto di silenzio e di solitudine che a ciascuno è possibile”.

Lo Statuto usa un verbo forte in questo articolo: “è necessario” (27). Per l’incontro personale con Dio, perché sia possibile una vita di preghiera, “è necessario” che ognuno di noi impari a vivere il silenzio e il raccoglimento. Il silenzio per don Divo è sempre legato al raccoglimento, un termine-chiave che ritorna ben 4 volte nel nostro Statuto. ‘Raccoglimento’ non significa chiudersi in sé per evadere dagli altri; è una parola che viene dal latino raccogliere, ‘unire insieme’. Nel raccoglimento noi ci uniamo dentro di noi, ci unifichiamo, fuggendo la dispersione quotidiana e concentrando tutti noi stessi in Dio e allo stesso tempo unendoci a Dio.

Ma senza vivere il silenzio, il raccoglimento è impossibile.

Si può dire tanto del silenzio, bisognerebbe tacere più che parlare di esso. Sabino Chialà (monaco di Bose) all’inizio del suo piccolo libretto dedicato al silenzio, riporta un detto della tradizione rabbinica, in cui si racconta che un giorno, quando il rabbi Mendl di Worki fu a Kozk, il rabbi di Kozk gli chiese: ‘Dove hai imparato l’arte del silenzio?’ Stava per rispondere, ma ci ripensò ed esercitò la sua arte”.

Si può tacere per varie ragioni e non tutte sono secondo Dio. Dietro il non-parlare, si può celare di tutto. Isacco di Ninive dice: “Il silenzio continuo e la custodia della quiete perseverano nell’uomo per una di queste tre cause: o in vista della gloria degli uomini, o a motivo dell’ardore infuocato per la virtù, o perché si ha nell’intimo una qualche consuetudine con Dio che attira a sé il pensiero. Chi non possiede queste ultime due cause, quasi necessariamente si ammala della prima”. 

Il silenzio è una realtà ambigua e anche parziale. Nel senso che non è mai un bene in se stesso, né un bene assoluto. “Un fratello chiese ad abba Poimen: è meglio parlare o tacere? Gli disse l’anziano: ‘Chi parla per amore di Dio fa bene, e chi tace per amore di Dio, anche”. Il problema non è, dunque, parlare o tacere, ma vigilare su ciò che muove ogni nostro atteggiamento, su ciò che esso genera e ciò verso cui tende.

Giovanni il Solitario dice: “C’è un silenzio della lingua e un silenzio di tutto il corpo. C’è un silenzio dell’anima e un silenzio della mente, e c’è un silenzio dello spirito”. Con il tempo e l’esercizio, il silenzio deve diventare sempre più interiore, deve scendere sempre più in quel centro vitale che è il nostro cuore. Il silenzio dell’uomo interiore è l’espressione più autentica del tacere o la più completa. Il vero silenzio non lo si conquista, ma lo si riceve: è Dio che colma il nostro desiderio, e che a un certo punto ci dona il vero silenzio. Dice Isacco di Ninive: “Innanzitutto sforziamoci noi di tacere, e allora, dal nostro silenzio, sarà generato in noi un qualcosa che ci condurrà al silenzio. Che Dio ti dia di sperimentare ciò che dal silenzio è generato”.

Scrive don Divo nei suoi diari: “L’unica presenza vera è, in questo mondo, il silenzio di Dio – ma l’uomo non sa sopportarlo”. E in un altro diario afferma: “La vera preghiera è il silenzio dell’anima che accoglie Dio in sé”.       

Nel silenzio del sabato santo chiediamo allora insieme al Signore che, sull’esempio della Vergine Maria, anche la nostra preghiera possa giungere a questo silenzio: un silenzio pieno, non sterile, non disperato; un silenzio pieno di amore per Dio, per accogliere il Signore in noi e farlo vivere dentro di noi, nella nostra vita, e per accogliere in Lui tutti gli uomini.

Che il Signore ci doni la grazia di vivere il mistero del sabato santo. Amen.