giovedì, Ottobre 01, 2020

Dall’alienazione alla Presenza

Esercizi spirituali a La Verna, 3-10 agosto 1980

Noi ora viviamo una vita di alienazione: non solo le cose non sono presenti a noi, ma neppure fra noi siamo presenti, anzi non siamo nemmeno presenti a noi stessi. (…) Siamo mistero a noi stessi, non ci conosciamo, non ci possediamo. Nessuna presenza è possibile quaggiù; tutta la nostra vita è alienazione.

(…) E badate bene che noi sperimentiamo tanto più la lontananza quanto più si ama, perché quanto più si ama, tanto più sentiamo questa incomunicabilità, perché nell’amore noi desideriamo di vivere una partecipazione piena, desidereremmo di vivere nell’altro e totalmente per l’altro. E l’altro chi è? Chi è per me il mio fratello, chi è per me un mio figlio? Chi è per me?

Cosa terribile, la presenza! Voi lo vedete, può morire una persona e l’altra rimane: come ci conosciamo? Cos’è l’uno per l’altro? Invece nella Trinità se il Figlio non è, non è nemmeno il Padre; se il Padre non è, non è nemmeno il Figlio. La Presenza che è la pericòresis, che è la ‘circuminsessione’, la presenza di ogni persona all’altra persona, è la vita delle tre Persone divine. Questa è la Presenza reale del Cristo. Noi siamo nella misura che il Cristo vive in noi, perché quello che costituisce la nostra vita vera, la nostra vita inseparabile, come diceva sant’Ignazio di Antiochia, è il Cristo.

(…) Noi tutti siamo chiamati a vivere questo rapporto col Cristo, perché quello che distingue il cristiano è questo rapporto. Come quello che distingue le persone divine nella Trinità è il rapporto di ogni persona all’altra correlativa, così nel Cristianesimo quello che ci distingue è il rapporto col Cristo. Nelle Persone divine c’è il rapporto del Padre al Figlio e del Figlio al Padre nell’unità dello Spirito; nell’economia cristiana quello che la distingue è il rapporto nuziale (non di filiazione, ma nuziale) fra il Cristo e noi, fra noi e il Cristo. Ecco perché nei mistici la vita spirituale trova sempre il suo compimento in quello che si chiama il matrimonio spirituale, o unione trasformante.

(…) La prima cosa dunque che per noi s’impone, in vista di questo rapporto col Padre, in vista di questo rapporto con tutti gli uomini, di questa unità che ci stringe fra noi, è l’incontrarci con Gesù, Figlio di Dio. Il Vangelo, il Cristianesimo è Gesù. Il libro sacro, per noi cristiani, non è un libro di dottrina, ma è il libro che ci parla di Cristo, che ci fa conoscere il Cristo, che ci mette in rapporto con Lui. E più ancora che nel Vangelo, il Cristianesimo ha il suo compimento nella liturgia e nella liturgia eucaristica, dove non si fa presente per noi che Cristo Signore. E non si fa presente che in quanto ci siamo noi, perché è sempre necessaria la presenza di una persona creata perché si faccia presente il sacerdozio di Cristo; ed è sempre necessaria la presenza anche del cristiano perché ci sia anche il Cristo vittima. Non c’è mai il Cristo indipendentemente da te, non ci sei mai tu come uomo veramente redento senza di Lui. La presenza del Cristo suppone sempre la presenza degli altri. Fin dall’inizio poteva mai essere fatto presente nostro Signore senza la Madonna? Si è incarnato senza Maria? Gesù non è senza l’uomo, l’uomo non è senza Gesù. L’uomo è veramente rapporto col Verbo.

(…) Il rapporto è totale, Egli vuole tutto da te e tutto Egli si dona. Questo rapporto soltanto ci distingue, perché è un rapporto personale, ma in questo rapporto personale onde noi siamo tutto per Lui e Lui tutto per noi, noi non viviamo più che un’unica vita: la vita del Cristo è la mia vita, la mia morte è la sua morte. Non è la morte del Cristo che diviene la mia morte, ma al contrario è la mia morte che Egli fa sua, facendo suo anche il mio peccato; ed è la sua vita che diviene la mia vita. Non c’è più dunque un’altra vita per noi. Se io vivo una mia vita propria, vuol dire che non ho realizzato la mia unità col Cristo. Se ancora ho una mia proprietà di vita, di sentimenti, non ho ancora realizzato la mia vocazione cristiana. Realizzare la mia vocazione cristiana vuol dire non vivere più che la sua vita: «Vivo ego, iam non ego; vivit vero in me Christus [non son più io che vivo, ma è Cristo che vie in me]» (Gal 2, 20).