lunedì, Ottobre 21, 2019

SACRO E PROFANO? (1958)

Prima di tutto questo vorrei domandarmi stamani: se nel Cristianesimo vi è ancora qualcosa di profano. Abitualmente noi pensiamo alla vita religiosa come ad una vita che è tangente alla vita profana, ma non alla vita religiosa come vita unica, che tutto abbraccia, tutto penetra di sé e tutto trasfigura. Vien sempre fatto di pensare che altra è l’anima quando va in chiesa, quando compie certi atti religiosi, altra è la sua missione e la sua vita quando deve occuparsi della famiglia, della professione, del proprio lavoro. Anche quando un’anima religiosa, sinceramente religiosa, cercherà di fare in modo che la sua vita familiare, matrimoniale o professionale non sia di ostacolo alla vita religiosa, anche quando cercherà che questa sua vita debba essere espressione di vita religiosa, alimento alla vita religiosa, non sempre né totalmente l’anima vede che non vi è nessuna differenza fra la sua vita religiosa e quest’altra vita professionale o familiare che pure essa deve vivere. Cioè, si santifica la vita familiare o professionale cercando di accettarla come penitenza, senza vedere in essa una nostra testimonianza di vita cristiana (…).

Ora, è importante vedere invece come non vi è, per noi anime consacrate al Signore e che vogliamo tendere nella perfezione al Signore, alcuna distinzione tra sacro e profano: non vi è distinzione perché, per un’anima veramente consacrata a Dio, non esiste il profano. Il cristiano è colui per il quale tutta la creazione è rinnovata, è penetrata di grazia, è trasfigurata da una divina presenza; il cristiano è colui per il quale tutto l’universo è ritornato ad essere il Regno di Dio (…).

Un’anima che vive nel matrimonio, una sposa, una madre, una che ha una sua professione nel mondo, non vive nessuna separazione dal mondo – dico separazione nel senso effettivo: effettivamente può sentirsi anche meno a posto nel mondo di un’altra anima che ci ha rinunziato, ma effettivamente non vive alcuna separazione, vive come tutte le altre mamme, le altre spose. Appunto per questo, non vivendo alcuna separazione dalle altre, si impone soprattutto per queste anime il raggiungimento di una unità nel piano soprannaturale, nel piano di Dio; si impone cioè per queste anime, più ancora che per quelle che fanno i Voti, che non vi sia nulla di profano. Ma se vi è qualcosa di profano perfino per chi ha fatto i Voti, pensiamo quanto può essere difficile per chi praticamente si abbandona facilmente agli impulsi della natura, quanto sia difficile, vivendo nel mondo un impegno di lavoro, in una vita familiare di matrimonio, il realizzare tutta una trasfigurazione, tutta una penetrazione di grazia in tutto l’universo, in tal modo che per l’anima non vi sia divisione fra sacro e profano, ma quello che per gli altri è profano, che può esser profano per un’anima verginale, non sia invece per quest’anima che sacramento, segno di una divina presenza, comunione continua con la Divinità.

È certo che è difficile, ma è certo che questo è anche l’impegno vostro. Non vivere due vite: una vita religiosa e una vita profana, una vita naturale e una vita soprannaturale. (…). Non così, non così! Ma vivere invece tutta una vita, che è vita di santità, e vivere questa vita, che è vita di santità, non tanto quando si dicono le Lodi di Dio, quanto piuttosto quando siamo coi bambini, quando dobbiamo pensare al marito, quando provvediamo alla famiglia, o quando lavoriamo. Se voi sottraete a questo impegno di consacrazione religiosa la vostra vita familiare, i vostri impegni di lavoro, praticamente sottraete a questo impegno la massima parte del vostro tempo, nella vostra vita. Voi, invece, vi siete consacrate totalmente: questo importa che tutta la vostra vita sia veramente un rapporto costante col Signore, una continua comunione con la Divinità, sia veramente vita religiosa.

(…) Bisogna concepire la nostra vita come essenzialmente una vita di comunione con Dio. Dio non sta a fianco di coloro che amiamo, Dio non è l’invisibile presenza di una Realtà che non ha nulla a che vedere col rapporto continuo che noi dobbiamo stabilire coi nostri familiari – col marito, coi figlioli (…). No, non ci deve esser differenza fra l’atto onde noi accudiamo alle faccende domestiche e l’atto onde noi viviamo la comunione con Dio, la nostra vita divina. È nel lavorare in casa che noi dobbiamo vivere la nostra vita divina, è nel pensare ai figli, è nel vivere la nostra vita matrimoniale che noi dobbiamo vivere la nostra unione con Dio.

Esercizi spirituali a Firenze, 16 luglio 1958