venerdì, Aprile 19, 2019

Vivere dentro (1959)

Laparoladelpadre

Che grande gioia essere con voi in questo giorno di Pentecoste. È la festa dello Spirito di Dio, dello Spirito Santo. Non la festa della Terza Persona della Santissima Trinità in quanto procede dal Padre e dal Figlio, o dal Padre per il Figlio, nel mistero intimo della vita divina, ma la festa dello Spirito in quanto lo Spirito ci è stato donato e si è diffuso sopra la terra, in quanto lo Spirito è il dono di Dio, il dono che Dio ci ha fatto di Sé per vivere Egli stesso nei nostri cuori.

È la festa che porta a compimento i disegni di Dio: nel dono dello Spirito veramente si compie l’incontro di ogni anima con Dio. Non si compie soltanto un incontro: si realizza un mistero, il mistero di una partecipazione personale di ciascuno di noi all’intima vita di Dio. Nel dono dello Spirito noi siamo stati attratti nel seno della divina Trinità, noi siamo divenuti della famiglia stessa di Dio; non più soltanto chiamati remotamente a questa vita divina, ma già partecipi di essa nel segreto più profondo della nostra natura. (…)

E noi siamo chiamati stamani ad aprire l’abisso della nostra anima per accogliere Dio in noi: accogliere questo amore immenso, infinito, accoglierlo per sentirci “ripieni”; è questa l’espressione che ritorna durante la festa della Pentecoste: «Repleti sunt onnes Spiritu Sancto» (At 2, 4), «Replevit totam domum ubi erant sedentes» (At 2,2). Egli sempre riempie di Sé; Dio solo può riempire. Ecco il mistero della Pentecoste. Abisso infinito che aspetta la grazia, il nostro cuore si apre all’amore divino perché Dio voglia effondersi in lui, ed ecco che nel dono che la sua anima riceve l’uomo si sente ripieno: ogni suo desiderio è stato più che colmato dal dono che Dio ha fatto di Sé, ogni speranza è stata superata e trascesa, ogni aspettativa vinta dall’amore divino.

Dio stesso è venuto. Non verrà soltanto domani: la vita del Cristianesimo è esperienza di un dono presente. Noi viviamo il dono di Dio nel mistero di una povera vita, nel mistero di un’intima sofferenza, ma viviamo il dono di Dio nel possesso beato di una beatitudine immensa. Siamo veramente ripieni.

Che cos’è la pace che Gesù ci dona lasciandoci, se non precisamente il suo Spirito, o almeno il frutto di questa presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo? Come potrebbe l’uomo aver pace se non fosse saziato nella sua brama, se non fosse ricolmato nel suo vuoto? La pace è il segno di questa divina pienezza che il cuore umano possiede, e noi possediamo la pace, segno intimo di una divina presenza, segno che ci garantisce, ci assicura questa presenza divina. Possediamo e viviamo la pace, che nulla potrà mai compromettere, né le sofferenze fisiche, né le sofferenze morali, né l’abbandono degli uomini, né le umiliazioni di fronte agli altri, né le nostre stesse miserie che sono tanto grandi. Nulla può compromettere la nostra pace, perché la nostra pace non ha la sua origine in noi, ma in una Presenza che rimane. Questo è il mistero della Pentecoste: Egli non discende, ma è disceso, Egli rimane. Il mistero della Pentecoste è un mistero permanente.

(…) Pur vivendo giorno per giorno avvenimenti che sembrano uguali e diversi perché si succedono in un ritmo continuo, pur vivendo in questo tempo che scorre, la nostra anima già è ancorata all’eternità perché Dio è in lei e lei è in Dio. Il tempo è finito già: ve ne rendete conto? Vi rendete conto che il paradiso davvero è incominciato per noi? Basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si è fatto presente perché tutte le onde del tempo non raggiungano più l’anima che vive in una immutabile pace il dono divino; basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si fa presente per essere la sua ricchezza e il suo amore, per essere la sua gioia e il suo riposo.

Se noi non viviamo la pace e perché noi ancora viviamo fuori, mentre Egli è dentro. (…) Sta a noi vivere ora la vita del cielo, non sta più a Dio, perché Dio già si è dato. Se non viviamo già in paradiso la colpa non è delle cose, o tanto meno la colpa è di Dio: la colpa è soltanto nostra che ancora viviamo al di fuori.

Omelia del 17 maggio 1959 a Casa San Sergio (FI)