martedì, Agosto 20, 2019

Senso del peccato e misericordia di Dio (1980)

Il sentimento di umiltà nasce dal rapporto vero col Cristo. È nella misura che conosco Dio che conosco me come creatura, perché fintantoché non conosce Dio, l’uomo si sente sempre qualcosa. Altre volte vi ho detto che l’umiltà deriva dalla fede; cioè se non mi pongo davanti a Dio non sarò mai umile. Potrò esser modesto, ma non sarò mai umile. Nei tuoi confronti io sono un uomo; io posso avere una certa intelligenza e tu ne hai un’altra; ma non c’è mai umiltà, perché nei confronti di un altro uomo io resisto. È soltanto nei confronti di Dio che in me viene meno ogni senso di un mio valore perché tutto ricevo. Lo stesso essere non è mio, ma mi è stato donato. Io non sono nulla! Non potrei mai usare in senso proprio il verbo ‘essere’, perché perfino l’essere mi è stato donato; io non ne ho la proprietà, perché mi può essere tolto in qualunque istante. Io sono sicuro della mia eternità perché Dio me la garantisce, ma in me non c’è nulla che me la possa assicurare. È soltanto dunque di fronte a Dio che posso realizzare il mio nulla.

Ma su ventiquattro ore quanto tempo stai alla presenza di Dio? Si parla di Dio come concetto, ma come si vive realmente alla presenza di Dio? Il problema è tutto qui. Infatti che cos’è la vita del cielo? In cielo non hai da fare altro che stare alla presenza di Dio e vivi questo tuo nulla e l’essere infinito di Dio. Per stare in paradiso non dobbiamo fare altro che vivere nella Presenza. Ed è questo che dobbiamo vivere anche quaggiù. So benissimo che davanti a Dio non siamo nulla, ma lo si dice a parole, perché di fatto poi, non vivendo davanti a Dio, crediamo sempre di essere qualcosa e oltretutto ci teniamo ad essere qualcosa. Il problema è qui: tu devi mantenerti nella sua presenza per sentire il tuo nulla.

Nei confronti del Cristo poi – ecco il peccato – è vero che se tu approfondisci soltanto il senso della colpa, questo non ti porta ad una umiltà che apre, ma ad un senso di abiezione che fa più male che bene, anche sul piano spirituale. Non per nulla sul piano spirituale, indipendentemente dal fatto religioso, oggi, proprio perché c’è meno fede, si desidera che il senso del peccato venga meno perché così l’uomo acquista una maggiore libertà. È giusto? Per chi non ha fede non trovo nulla da eccepire, perché chi non ha fede non ha modo di superare questa paralisi che il senso della colpa crea in lui. Meglio eliminare il senso della colpa, il complesso della colpa, come vi diranno tutti gli psicanalisti. Su un piano naturale è giusto perché non vi è modo di rimediare al peccato.

Per noi il problema è un altro: il senso del peccato nel cristianesimo nasce dal fatto che siamo amati e amati per nulla. E tanto più l’amore di Dio è reale, quanto più si riconosce che questo amore è gratuito. Ma se l’amore di Dio è veramente gratuito, il senso del peccato, invece di paralizzarti, ti apre ad una confidenza sempre maggiore. Ecco quello che dice santa Teresa di Gesù Bambino nell’ultima pagina della sua Autobiografia: «Io sento che se anche avessi commesso tutti i peccati possibili, in me non diminuirebbe di un grado la mia confidenza in Lui» (…).

È la misericordia infinita che fa nascere in noi il senso del peccato; proprio perché non crediamo nella misericordia, noi ci atteggiamo sempre a essere buoni. Proprio perché non crediamo nella misericordia, cerchiamo di farci belli. Una donna che invecchia e può non piacere più al suo uomo, sta davanti allo specchio anche delle ore per farsi bella, e ugualmente le anime pie cercano di farsi belle perché non credono nella misericordia di Dio. Invece nella misura che conosci il Cristo e lo conosci come misericordia infinita, e lo conosci come l’amore incarnato, è proprio il senso del tuo peccato che fa presente in te Lui che è misericordia (…).

Il senso del peccato nel cristiano non è mai separabile dall’atto col quale l’anima si apre alla misericordia infinita, perché se separi il senso del peccato da questo senso della misericordia di Dio, allora tu rompi l’unità della vita spirituale. L’unità della vita spirituale è sempre Dio e l’uomo che realizzano una loro unione nell’amore. L’amore che realizza l’unità fra l’uomo e Dio è un amore che è misericordia, è un amore che suppone il nulla della creatura e il peccato dell’uomo.

Esercizi spirituali ad Arliano (LU), 15 giugno 1980