mercoledì, Giugno 26, 2019

Non essere fermi (1963)

Riprendiamo la parola che riporta la Genesi, onde Dio ha voluto creare l’uomo. Questa parola è sempre stata argomento della meditazione dei Padri, particolarmente orientali: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (Gen 1,26).

Noi ci vogliamo fermare sulla prima parte: «Facciamo».

Già i Padri vedono una differenza assai grande fra questa parola e la parola onde Dio crea le cose. Nella creazione delle altre creature l’atto divino immediatamente solleva, trae dal nulla le cose nel loro essere e nella loro perfezione. La creazione dell’uomo è coestensiva di tutto il tempo, di tutta la storia: la creazione dell’uomo si prolunga sino alla fine dell’universo. Facciamo: è una azione continua. Egli crea: non solo l’atto divino è sempre supposto a un permanere dell’uomo nell’essere, ma Egli crea e l’atto creativo divino è anche una continua novità, è anche un continuo portare più in alto questa creatura che egli trae dal non essere, a Sé.

L’uomo non è creato. Anche quando noi siamo, non siamo perfettamente mai quello che il Signore ci ha voluti fin dall’eternità. Perché in noi si compia il disegno divino ci è necessario un lungo progresso, un lungo perfezionamento, e l’uomo sarà veramente come Dio lo voleva, creato ad immagine e somiglianza sua, solo alla fine dei tempi, e solo se si manterrà fedele, in una dipendenza umile e amorosa all’azione creatrice.

Il cammino dell’uomo è precisamente questo sollevarsi dell’essere umano verso una perfezione che lo sorpassa. Camminare vuol dire non essere fermi: ma che cosa vuol dire non essere fermi? È proprio dell’essere umano, della nostra natura, il non avere in sé una perfezione già compiuta; è proprio dell’essere umano, invece, cercarla, realizzarla ogni giorno di più. L’uomo è uomo soltanto se non è fermo; è uomo soltanto se progredisce, soltanto se tende al di là di ogni perfezione raggiunta, in un cammino in cui egli non potrà trovare riposo, perché il termine che Dio ha assegnato all’uomo è precisamente questo ideale: di essere secondo la sua immagine e la sua somiglianza.

Tanto più esplicitamente Dio è la meta dell’uomo nella restaurazione che ha fatto il Signore con la sua Redenzione, quando ha imposto all’uomo la perfezione stessa del Padre: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

Questo è proprio dello spirito umano, dicono san Gregorio di Nissa ed Origene: l’uomo non è se non in quanto è aperto verso l’infinito, la sua natura è tale che egli non può definirsi, non è se stesso che in quanto nega se stesso, per tendere al di là. La natura dell’uomo è la libertà, la libertà di un volere che deve adeguarsi sempre più alla volontà divina, alla perfezione stessa di Dio.

La natura dell’uomo è dunque precisamente il non essere fermo, il voler andare oltre, il tendere oltre, verso Dio. Creazione continua, continuo perfezionamento, continuo superamento di ogni limite.

(…) Bisogna che l’uomo superi continuamente se stesso. Ma come potrà superarsi? Considerate bene: se per essere uomo bisogna che io sia sempre qualche cosa di più di quello che sono, non posso essere qualche cosa di più di quello che sono, se non precisamente in una dipendenza assoluta da Dio, se non precisamente in quanto Dio mi crea ed io mi abbandono all’atto creativo.

L’uomo non potrà mai superare se stesso se una forza da altra parte non giunge a sollevarlo. Non vi è in noi il potere di un accrescimento di essere: ogni accrescimento di essere suppone un intervento creativo di Dio. E tutta la vita spirituale dell’uomo suppone una azione costante di Dio sull’anima sua, suppone un’azione immanente di Dio nell’uomo.

Itinerario dell’anima a Dio, II ediz. 1998, pp. 45-48