martedì, Agosto 20, 2019

La Bibbia dei poveri (1975)

Dicevo ieri all’Omelia che ho ricevuto da un eremita (Daniel Ange) un libro piuttosto singolare: [Dalla Trinità all’Eucarestia, poi pubblicato nel 1980 da Ancora], la contemplazione del Mistero della Trinità in due veglie di preghiera fatte dinanzi all’icona della Trinità del Rublev e che introducono l’anima nel Mistero della Santissima Trinità proprio attraverso questa medesima icona. Fino a qualche secolo fa il popolo cristiano meditava i misteri della nostra religione contemplandoli nell’arte dei musei o negli affreschi di cui erano letteralmente piene le pareti del tempio: la ‘Bibbia dei poveri’ si chiamava allora, ma qualche volta è una Bibbia più sapiente, più ricca, più viva dei nostri commenti della Scrittura, che poi d’altra parte non raggiungono più tutto il popolo cristiano, perché oggi si compra la Bibbia o i commenti della Sacra Scrittura… e chi li legge? In realtà la visione di una pittura, di un affresco, di una tavola è non solo infinitamente più facile, ma può offrirsi in un modo più semplice a tutti i cristiani, ed è veramente grave che nella nostra Chiesa cattolica l’arte sia divenuta soltanto un fatto di decorazione, di ricchezza; la ricchezza non è mai un fatto religioso.

L’arte puramente decorativa distrugge l’arte sacra, sia architettura, scultura o pittura. Non nego che vi siano grandissimi pittori italiani; nego che dopo un certo periodo della storia, questa pittura o scultura o architettura sia sacra: è una scultura e una pittura che dovrà essere portata fuori di chiesa. Bisogna dare tutta questa pittura allo Stato perché se la conservi, perché in realtà questa pittura distrae; è cosa antireligiosa e antisacrale.

Ma l’arte non è stata sempre così; si è detto che per tanti secoli è stata invece lo strumento più universale di formazione, di educazione religiosa per il popolo e lo è ancora nella Chiesa orientale e nella Chiesa ortodossa. Noi abbiamo una grandissima e ricchissima, ma non in senso vero, arte sacra, fino forse a tutto il secolo XIV, e anche forse XV, almeno una parte. Invece di meditare solo gli scritti di santa Teresa o di san Giovanni della Croce o di sant’Ignazio di Loyola o di san Francesco, sarebbe molto importante che noi meditassimo la pittura per esempio di Giotto, di Cimabue, forse anche di Masaccio, e – perché no – il Beato Angelico. In ogni città vi sono delle grandi opere d’arte sacra; sarebbe meraviglioso, per esempio, se Valentina volesse istruirci sull’arte di Chiusi, se se ne ricorda. Non farci una relazione sull’arte, ma arrivare veramente a una meditazione, a una contemplazione teologica del Mistero attraverso proprio il contatto con certe opere d’arte; è una cosa che dobbiamo cominciare a fare. Guardate che sono 500 anni che non lo fa più nessuno.

Lo dobbiamo fare noi; è meraviglioso pensare che nell’Oriente le opere d’arte sono teologia. Guardate che anche oggi in Russia si può dire che i teologi son nati da un secolo e non sono mica grandi, ma teologia vera sono le opere di Teofane il Greco e di Rublev, ed è vero ed è giusto che sia così, anche perché a differenza del ‘Testamento’ di san Francesco o delle opere di san Giovanni della Croce, le opere d’arte pittorica hanno un carattere più universale della poesia e del trattato. Gli scritti di santa Teresa ci rivelano, ci rendono testimonianza della sua esperienza interiore – così è per san Giovanni della Croce – e non si adattano a tutti. È un grave errore che tutti si voglia passare per quella via; l’arte non tanto è testimonianza ed espressione della religione propria di colui che dipinge, quanto forse anche di tutto un mondo, di tutta un’epoca. È indubbio che le grandi cattedrali romaniche in Italia e le grandi cattedrali gotiche della Francia, sono più la testimonianza della religione di un popolo che la testimonianza della religione di un architetto. E quello che è vero per la grande architettura è vero anche in un certo senso per la pittura; ecco perché nell’Oriente le icone non hanno in generale il nome dell’artista che le ha dipinte – in generale non si conosce e non ha importanza – però in realtà l’icona è la testimonianza, è l’espressione della vita religiosa di tutta la Chiesa ortodossa russa, di tutta la Chiesa ortodossa greca, dei popoli orientali cristiani.

Sarebbe una cosa meravigliosa se un altro anno Margherita (Santi) facesse una relazione sulla Maestà di Cimabue, che è stupenda; Cimabue è veramente un uomo religioso. Si può fare un libro di studio teologico e spirituale sulla Maestà di Cimabue, sulla Maestà di Giotto. Anche i palermitani possono fare uno studio su alcuni mosaici di Monreale o della Cappella Palatina. Chi è di Venezia (qui abbiamo la nostra carissima Fernanda) può meditare su alcune opere di San Marco (…).

Mi piacerebbe che tutti facessero qualcosa; magari soltanto una paginetta, non chiedo di più.

Ritiro del 29 giugno 1975 a Casa San Sergio (FI)