lunedì, Ottobre 21, 2019

Discese agli inferi (1987)

Il contenuto liturgico del Sabato Santo è molto complesso ed anche diverso nell’oriente dall’occidente. L’occidente è più legato all’avvenimento esterno ed in questo giorno in particolare alla sepoltura di Gesù, mentre l’oriente cerca di comprendere, o almeno di percepire, il mistero che l’avvenimento esteriore fa presente, come il segno fa presente la realtà.

Il senso del mistero che si cela nella sepoltura del Cristo è ambiguo, cioè ha due aspetti diversi ma complementari, tanto che non si possono separare. Anzitutto è da tener presente che la Chiesa in questi ultimi secoli ha messo da parte, pur senza negarlo, uno dei dogmi fondamentali del Cristianesimo primitivo: la discesa di Gesù agli inferi. Che significato ha per i cristiani di oggi questa espressione? È grave cercare di dimenticare o almeno non cercare di realizzare tutto quello che crediamo (…).

L’espressione “descendit ad inferos” contenuta nel Simbolo degli Apostoli ci richiama un’altra discesa di Gesù oltre a quella della sua incarnazione. Come l’ascensione porta il Cristo nel seno del Padre, cioè al di là di ogni limite, di ogni misura, nella trascendenza infinita di Dio, così questa discesa implica di per sé l’affondare nell’abisso più fondo della creazione: infatti gli inferi, l’inferno, indicano la più grande umiliazione del Figlio di Dio. Ma, come dicevo prima, questo dogma nella sua dimensione misterica, ha due facce: implica sì, la suprema umiliazione del Cristo ma anche la suprema glorificazione, la massima espressione della potenza del Cristo vittorioso. Da una parte la discesa negli inferi è il precipitare di Dio negli abissi: prima si fa uomo, muore, poi discende nella tomba ed infine addirittura nell’abisso più profondo, cioè negli inferi. Ma d’altra parte, siccome si tratta della discesa di un Dio, gli inferi divengono cielo! Poiché gli inferi non possono trattenere un Dio né in qualche modo limitarlo, condizionarne la vita, sono invece essi stessi che vengono distrutti dal fatto che Dio discende! Da qui derivano certe proposizioni, non dogmatiche, ma proprie anche dei Padri greci, per i quali l’apocatastasi [il ristabilimento nell’ordine primitivo] è un fatto, direi, di cui non si può dubitare (…).

Tenete presente la pittura occidentale portata sempre a dipingere soltanto i fatti esterni, la storia: essa non rappresenta mai la discesa negli inferi. Né Masaccio né Giotto né altri pittori occidentali fanno alcun richiamo a questo dogma. Invece quasi tutte le icone delle Chiese orientali, quando rappresentano il Cristo, o raffigurano il Pantokrator (l’Onnipotente) o la discesa negli inferi. Così nella rappresentazione della resurrezione si vedono le porte crollare e i piedi di nostro Signore sui battenti delle porte e Lui che dà la mano da una parte ad Adamo e dall’altra ad Eva e li trae a sé (…).

Perciò nella discesa agli inferi l’umiltà più profonda si identifica alla gloria di Gesù Cristo: l’impotenza, la debolezza di un Dio che discende fino negli abissi, quasi, del nulla, divengono la manifestazione dell’onnipotenza divina, di un potere che vince gli inferi (…).

Eppure io debbo credere alla realtà di un inferno eterno! Ma che cosa vuol dire allora questa discesa negli inferi di nostro Signore? Bisogna ricordare quello che diceva la beata Giuliana di Norwich che si può leggere nelle Rivelazioni del Divino Amore o nel piccolo libro scritto da me, Tre mistici e il loro messaggio (dei tre il più importante è proprio quello di Giuliana di Norwich). Di fronte a questo dogma non dobbiamo dire né di sì né di no, ma soltanto tacere. A Giuliana il Signore diceva: “Tutto andrà a buon fine, io ti dico che tutto andrà a buon fine”. Non dice che noi dobbiamo negare l’inferno, ma che tu non devi metterti al di sopra di Dio (…).

Il mistero che celebriamo in questo giorno, la discesa di Gesù negli inferi, ci dice che non c’è più un luogo della terra, della creazione, anche in senso metaforico, spaziale, che non sia pieno di Dio, cioè, della sua santità, della sua gloria, del suo amore. Ma allora i dannati? La contraddizione potrà essere eliminata dalla conoscenza che avremo domani riguardo il dannato. È evidente che Dio riprende tutte le cose da lui create riassumendole e glorificandole in sé mediante il suo Verbo, ma la persona umana che è pura determinazione di sé che è libertà pura, può anche non essere assunta, se non lo vuole (…)”.

Meditazione tenuta a Desenzano (BS) il 18 aprile 1987, Sabato Santo