lunedì, Ottobre 21, 2019

Monaci nel deserto del mondo (1971)

Un teologo ortodosso, Pavel Evdokimov, diceva che con Serafino di Sarov era nato il monachesimo interiorizzato. Ora, noi siamo dei monaci, ma i monaci nuovi. Non i monaci che vivono in clausura, non i monaci che vivono lontano dalle città, nel deserto, ma vivono in mezzo al deserto del mondo, in mezzo al deserto di Modena, in mezzo al deserto di Firenze, in mezzo al deserto di Napoli, in mezzo al deserto di New York.

Ecco quello che noi dobbiamo essere. E la cosa più importante per me è proprio quello che vi dico stasera: abbiamo voluto dedicare questa casa a San Sergio per richiamarci, attraverso San Sergio, attraverso San Serafino, a quello che è il monachesimo nuovo che oggi si impone ai cristiani. Vivere una vita dedicata a Dio, una vita che sia testimonianza della presenza di Dio nel cuore dell’uomo. Vivere questa testimonianza nelle nostre case, nel lavoro, nell’insegnamento, nella famiglia; viverla nel deserto delle città, perché le città sono deserte di Dio. Che vuoto pauroso! È più vuota oggi la città di Dio di quanto non sia vuoto il deserto. È veramente nelle nostre città che, oggi, non si conosce più Dio, che non si sa più nulla di Lui.

Ecco, allora: noi vogliamo vivere come monaci, come testimoni del Dio vivente in mezzo a queste città!

Ci sentiamo soli, non soli perché gli altri sono lontani, ma soli perché gli altri non posseggono più il Signore. Ci sentiamo testimoni sempre più rari di una divina Presenza. E per questo ci sentiamo impegnati a trasfigurarci nei confronti del mondo. San Serafino di Sarov si trasfigurò: anche noi dobbiamo trasfigurarci nella dolcezza e nell’umiltà, in modo che tutta la nostra vita dica Dio agli uomini, riveli Dio e la sua carità; riveli la sua luce, doni al mondo la sua pace, la sua gioia.

Non abbiamo più bisogno dei santi che stanno nelle nicchie, di cartapesta o di gesso, ma di santi in carne e ossa che guardano, camminano, servono gli uomini e intanto danno testimonianza di vita divina. Lo Spirito Santo è lo Spirito che dona la vita.

Non siamo soltanto delle anime pie: è troppo poco! Dobbiamo essere dei santi e dei grandi santi, pur continuando nel nostro lavoro. Dobbiamo imporre noi, agli altri, la Presenza di Dio, proprio perché gli uomini non la cercano più. È Dio che cerca gli uomini attraverso di noi. E noi dobbiamo andare in mezzo agli uomini per portare ovunque la Presenza di Gesù. 

Quale grande vocazione è la nostra! San Francesco è nulla in paragone di quello che dobbiamo essere noi. Ve lo dico schiettamente. È vero. San Francesco portava Dio in un mondo che ancora conosceva Dio; noi dobbiamo portarlo in un mondo che non Lo conosce più. Ora c’è bisogno di una santità molto più grande, anche se di forme nuove, per dire che Dio è; e Dio è la Santità. Anche quelli che vorranno vivere nel quarto grado della Comunità, se un giorno il quarto grado ci sarà, non dovranno chiudersi nella clausura e nel silenzio, ma vivere come Serafino di Sarov negli ultimi cinque anni della sua esistenza, in mezzo agli uomini, per donarsi agli altri e, intanto, vivere una vita tutta divina.

Tutto questo impone un esercizio eroico di virtù come vivevano i padri del deserto? Direi qualche cosa di più e qualche cosa di meno. Fede luminosa, preghiera continua e viva. Dobbiamo essere anime di luce nelle quali si riflette tutta la bellezza del cielo. Come noi saremo testimoni di questa nuova santità, lo sa Iddio. Ma certamente Dio compirà in noi questa santità se saremo fedeli e se saremo docili allo Spirito Santo: tutto il nostro dovere è di essere docili allo Spirito Santo. È Lui solo che ci fa santi. E lo Spirito Santo si dona a ciascuno (…).

Una cosa perciò vi chiedo: dovete credere alla vostra vocazione perché certamente il primo dovere che si impone per essere santi è credere all’amore di Dio, ad un amore personale, ad un amore infinito per ciascuno di noi, anche se siamo poveri peccatori, misere ed imperfette creature. La nostra imperfezione non è un limite, non è un ostacolo all’onnipotenza di Dio. Se noi crediamo a questo amore, Dio potrà trasformarci. Non sono io che lo spero, è la Chiesa che vi vuole santi, è Dio stesso, in un momento così grave, così triste per la Chiesa e per tutta l’umanità. Oggi mancano i santi.

La nostra vita non ci impedisce di essere santi nella famiglia, nella città, ovunque. Non è presunzione, per noi, tendere alla santità: vi siamo obbligati! Iddio ci chiede questo! E la santità nostra sarà per il bene dei fratelli. Nessun incontro fra gli uomini avviene che non sia pieno di responsabilità eterna per ciascuno di noi perché, quando io mi incontro con un’anima, è il Cristo che s’incontra con quest’anima per la sua salvezza. Ogni incontro ha il suo peso di responsabilità per te: ti donerai nel silenzio, nella dolcezza, nella tua umiltà, nella tua disponibilità. Ti donerai nella gioia e nella fede.

Questo dobbiamo vivere.

Ritiro a Casa San Sergio (FI) del 2 giugno 1971