giovedì, Gennaio 20, 2022

Un monachesimo interiorizzato “1” (1988)

«Noi siamo un monachesimo interiorizzato, non perché vogliamo essere meno monaci di chi vive nel monastero. (…) Dobbiamo vivere la vita di tutti come l’ha vissuta Gesù. Gesù si è chiuso in un monastero, in un’abbazia? No, è vissuto in mezzo agli uomini, ma nessuno è più santo di Lui. A noi Egli ha dato una vocazione che è simile alla sua più di quella degli altri monaci. Egli ci lascia in mezzo ai fratelli, ma in mezzo ai fratelli vuole che siamo sacramento di Lui, vivo e luminoso.

Ecco quello che la Comunità ci impone. Che il Signore ci doni di rispondere ad una vocazione tanto alta».

Esercizi a Vittorio Veneto (TV), 24-28 agosto 1988

Un monachesimo interiorizzato “2” (1988)

“In qualunque stato, in qualunque condizione di vita, in qualunque età e qualunque sia il sesso, noi dobbiamo vivere una spiritualità monastica, perché la Comunità è un movimento monastico. Si è detto fin dall’inizio che noi vogliamo realizzare un monachesimo interiorizzato, cioè vogliamo esser monaci nel mondo, senza la difesa della clausura, senza la difesa del silenzio e soprattutto senza il distacco dai nostri fratelli.

(…) Nel rispetto dunque dello stato di vita di ciascuno, noi dobbiamo vivere una spiritualità monastica. Non è qualche cosa che si aggiunge alla nostra vita, ma deve penetrarla dall’intimo e trasformarla, pur nel rispetto dello stato di vita di ciascuno”.

Esercizi a Zafferana Etnea (CT), 6-10 giugno 1988

Un monachesimo interiorizzato “3” (1988)

«Non crediate mai che il fatto di vivete nel mondo vi impegni ad una santità minore di quella che il Signore può chiedere ad una Carmelitana o a una Benedettina! Ci impegna alla medesima trasformazione, perché oggi si impone davvero che Gesù di nuovo venga e cammini nelle vie del mondo. Gli uomini non vanno più a Lui ed è il Cristo che deve andare a loro.

Ecco perché noi siamo nel mondo: non perché apparteniamo al mondo, ma perché il mondo ha bisogno di questa rivelazione del Signore; e ciascuno di noi lo deve essere».

Esercizi a Vittorio Veneto (TV), 24-28 agosto 1988

Un monachesimo interiorizzato “4” (1986)

«Guardate che io sono stato convertito, si può dire, da Dostoevskij: è stato lui a dirmi anche il tipo di vita che Dio voleva da me e da voi, il monachesimo interiorizzato nel mondo. Vi ricordate, ne I fratelli Karamazov, lo staretz Zosima che rimanda nel mondo Alëša? Ecco, se nella Comunità ci sono delle case di vita comune, sono per sorreggere, per alimentare coloro che devono vivere nel mondo e nel mondo devono vivere la stessa nostra vita: una vita monastica, cioè una ricerca di Dio, (…) una vita che afferma, anche nell’esercizio delle professioni sociali, il primato delle virtù teologali, il primato della preghiera, dell’unione con Dio».

Ritiro a Casa San Sergio, 19 gennaio 1986

Vivere come Gesù (1981)

«La cosa che si impone nella Comunità è questo: vivere il primato della contemplazione senza separarsi dal mondo, per vivere come Gesù, come sacramento di una Presenza divina tra gli uomini. (…) Questa vita contemplativa trasformi i nostri comportamenti e i nostri rapporti e si irradi al mondo e sia testimonianza viva di una presenza di Dio tra gli uomini e sia manifestazione della sua vita tra noi».

Ritiro del 29 gennaio 1981 a Bologna

Un monachesimo interiorizzato “7” (1988)

«È questo il monachesimo interiorizzato che dovrebbe essere la nostra vita. Monaci, sì, lo siamo, ma monaci senza clausura; monaci, sì, lo siamo, ma monaci che vivono in tutte le situazioni e condizioni di vita, purché però queste situazioni e condizioni di vita divengano per noi il sacramento di una divina Presenza, in tal modo che attraverso tutto e in tutto, noi viviamo la nostra donazione a Dio, la nostra unione con Lui».

Adunanza del 7 febbraio 1988 a Firenze

Un monachesimo interiorizzato “6” (1986)

«Il monachesimo interiorizzato, proprio della Comunità, è come quello di Gesù, monachesimo che rifugge da una separazione dai fratelli; tuttavia non vuole un’assimilazione con loro, perché il mondo è deserto da Dio e in esso Dio rimane sconosciuto. Invece, noi non siamo fatti a sua immagine e somiglianza, non siamo suoi figli? Allora questa immagine di Dio deve essere particolarmente risplendente e luminosa in noi… Siamo nel mondo perché gli uomini si accorgano di Dio, entrino in un certo rapporto con Dio, vengano a conoscere che Dio è: la nostra presenza deve suscitare la fede».

Ritiro a Casa San Sergio, 6 gennaio 1986

Un monachesimo interiorizzato “5” (1984)

«Penso che l’idea prima della Comunità mi sia venuta quando facevo il liceo leggendo I fratelli Karamazov, perché questo fu anche il libro che mi convertì al cristianesimo. Ve l’ho detto altre volte: volevo andare via dal seminario, perché mi dava noia quel cristianesimo vissuto spesso così stupidamente, tante volte così povero, così anemico come mi veniva insegnato.

L’impressione di quanto poteva essere grande il cristianesimo leggendo Dostoevskij, penso che abbia avuto la sua importanza anche per la nascita della Comunità, perché accennava ad un monachesimo vissuto nel mondo, dove dobbiamo essere testimoni di Dio, sacramento vivente della divina presenza»

Esercizi spirituali a Paestum, 18-22 giugno 1984

Apostolato sociale

Il Papa [Pio XII] ha affermato che la responsabilità dei mali ricade anche sui cristiani. Perché questa responsabilità? Il cristiano non può e non deve volere che nella vita sociale valgano altre dottrine che la dottrina di Cristo, né può, senza rinnegare l’integralismo cristiano, affidare ad altri un compito che lui solo può e deve compiere. La società cristiana deve essere l’opera dei cristiani. Il dualismo nella vita del cristiano deve essere soppresso. Il Cristianesimo è la salvezza dell’uomo, dell’uomo come tale, di tutto l’uomo. (…)

È tempo di portare Dio nel mondo. È tempo che la luce di Cristo risplenda e il riconoscimento della sua Regalità universale doni agli uomini la giustizia, l’amore e la pace. Solo nel regno di Cristo la giustizia si abbraccia all’amore, e dall’amore e dalla giustizia nasce la pace (…).

Chi in questi giorni gravissimi rinnega la sua responsabilità di cristiano e non si sente la forza di assumere il proprio compito e non fa oggi il proposito di dar tutta la vita e di porre se stesso al servizio dei fratelli, lottando e sacrificandosi per l’avvento di una società finalmente cristiana, rinnega Cristo che vuol essere amato nei suoi propri fratelli e con la sua passività lavora in favore di coloro che preparano per il popolo amare illusioni e rovine.

«Esprimere il proprio parere sui doveri che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere ascoltato», non sono soltanto due diritti, sono anche i doveri dell’uomo nello stato. Il cristiano non può e non deve rinnegare e spogliarsi della sua libertà nemmeno dinanzi allo stato. AI di sopra dello stato e della società egli deve affermare i suoi diritti personali, la sua dignità naturale che è il fondamento necessario della sua dignità soprannaturale di figlio di Dio. Non può il cristiano accettare una vita di pura passività nello stato, delegando totalmente ad esso la cura e il rispetto di sé. Un cristiano che accetta un totalitarismo di stato, ha già rinnegato la sua dignità di persona, la sua libertà di figlio di Dio.

Nello stato l’uomo cristiano deve avere voce attiva perché anch’egli deve contribuire alla vita pubblica: egli deve insorgere quando si attenti ai diritti che ha ricevuti da Dio, non può permettere che lo stato attenti all’istituto familiare, alla vita dei cittadini, alla proprietà, alla libertà della Chiesa e nemmeno deve permettere che lo stato, ridotto a una parvenza di potere e di autorità, sia alla mercé della violenza rivoluzionaria, o consacri con la sua legislazione l’ingiustizia sociale contro le giuste rivendicazioni di una massa che deve sorgere a dignità vera di popolo fruendo realmente nella vita civile di quei diritti che Dio ha dato a ciascuno.

Mentisce a se stesso colui che si dichiara cristiano e non fa quanto è in lui perché l’odio delle classi e delle nazioni si plachi, che cessi l’ingiustizia sociale che grava sulle massa operaia; che la persona umana nel nuovo ordinamento sociale possegga quella libertà giuridica, politica ed economica che solo permette un vivere umano. E difficile è vedere come possa ciascuno contribuire a questo risanamento del mondo, senza entrare animosamente in un movimento politico che unisca in una sola aspirazione, in una sola forza, in una sola azione politica tutte le anime rette e di buona volontà. Mentisce al popolo colui che si dichiara cristiano e non fa quanto il popolo si aspetta da una fede che proclama la giustizia, l’amore fra gli uomini, la pace nella fraternità universale. Perché la massa oggi diserta la Chiesa, se non per colpa di noi, che non abbiamo dato al popolo una sufficiente prova che il Cristianesimo non era soltanto una luminosa dottrina, ma anche l’attuazione di essa? Azione è il comando dell’ora. Facciamo che il popolo veda la potenza miracolosa dell’amore cristiano, e il popolo non si agiterà più andando dietro a coloro che lo illudono con vane promesse.

Mentisce finalmente a Dio stesso colui che si dice cristiano e come cristiano non vive in un desiderio vivo di bene, in una volontà forte e decisa di servire Dio nel suo prossimo. Solo colui che serve è grande davanti al Signore, ed è nell’amore e nel servizio del prossimo che Dio riconosce i suoi figli.

Temi per una nuova coscienza sociale (1944), pp. 21-24

Un universo di nuovo trasparente (1960)

È possibile un incontro fra l’uomo e la vita animale, fra l’uomo e la vita vegetale, fra l’uomo e la vita minerale? Non ne sappiamo nulla. Siamo “exules in hac lacrimarum valle”, siamo esuli nella nostra vera patria; il mondo è estraneo a noi e noi estranei al mondo. Noi non ci rendiamo conto di questa estraneità perché usiamo di questo mondo, ma il mondo rimane sordo e muto; non ci parla e noi non gli parliamo, il mondo fisico non ci ascolta. Eppure ascoltava Gesù: la tempesta fu sedata (cfr. Mt 8, 23-27), Gesù camminò sulle onde (cfr. Mt 14, 22-32). Ma noi non ci ascolta, e noi non ascoltiamo questo mondo. Come mai?

Il mio linguaggio è un po’ ambiguo sul piano religioso? No, non è ambiguo. L’uomo ha una sua funzione nel mondo fisico. È stato chiamato per essere re del creato, e tutto quanto il mondo è stato creato come un giardino perché poi Dio potesse porvi l’uomo; era fatto per lui e ora non è fatto più per lui. Il mondo lo sente come estraneo e lui si sente estraneo al mondo. Quand’è che l’uomo riacquista un suo sentimento di comunione fraterna con le cose? Ecco, nei santi: ricordate il lupo di Gubbio nei Fioretti di san Francesco? Ricordate la predica agli uccelli di san Francesco? Ricordate quel che dice la vita di san Paolo primo eremita? San Girolamo scrive che, morto san Paolo, vengono due leoni, scavano la fossa, ci mettono san Paolo e se ne vanno come erano venuti. Sono leggende, ma è già interessante ed estremamente importante che nella storia della spiritualità cristiana, dai primi secoli fino ad oggi, questi fatti si rinnovino almeno come leggenda. È dunque un esigenza dello spirito umano che il mondo sia veramente fraterno con lui.

Ma non soltanto questo. È una promessa positiva del profeta Isaia: il lupo starà con l’agnello, e un bambino metterà la sua manina nella bocca dell’aspide e giocherà coi serpenti (cfr. Is 11, 6-8). Se fatti di questo genere forse sono leggendari nella storia della spiritualità cristiana, non è leggendario però il sentimento di comunione cosmica, di vera comunione fraterna con le cose, che è proprio di san Francesco di Assisi. Basta rileggere il Cantico delle creature: «Frate sole, sora acqua»: tutte le cose sono riavvicinate al cuore dell’uomo. L’uomo rivive come all’alba prima del peccato una innocenza che gli rende trasparente l’universo, lo fa vivere con esso, in modo che l’uomo partecipa la sua vita alle cose, e le cose rivelano il loro mistero al cuore dell’uomo.

Sono pagine veramente cristiane anche quelle di Dostoevskij, in cui Alioscia, dopo aver assistito alla lettura del Vangelo di Giovanni nella camera ardente dove è esposto il suo staretz morto, esce fuori e si getta in terra e la bacia: vuole abbracciare tutta questa terra e realizza una sua alleanza con essa. L’uomo si allea di nuovo con la terra, dalla quale si è separato col peccato e sente in questa alleanza che tutti i mondi vibrano nell’anima sua. Ricordate anche Macario nell’Adolescente, sempre di Dostoevskij? L’estasi di Macario all’alba, quando gli uccelli cominciano a cantare? «E io dico agli uccelli: cantate! E io dico alla acque: scorrete!» Questo senso che la natura è tornata nuovamente amica dell’uomo e l’uomo le parla perché la natura già vive in lui, con lui.

La redenzione dell’uomo porta alla redenzione delle cose, e la redenzione delle cose si realizza precisamente in questa comunione delle cose con l’uomo; attraverso questa comunione le cose si trasfigurano della stessa luce onde l’uomo si trasfigura, sono redente della stessa redenzione onde l’uomo è redento, sono illuminate e glorificate da Dio della stessa gloria e della stessa luce che glorifica l’uomo.

I “nuovi cieli e la nuova terra” promessi sono questa creazione, ma illuminata, trasfigurata dal di dentro, da quella medesima grazia che avrà trasfigurato l’uomo alla fine dei giorni.

Adunanza a Firenze, 2 ottobre 1960