giovedì, Gennaio 20, 2022

Stendersi fra due estremi (1988)

«Probabilmente la decima è la più bella tra tutte le Esclamazioni di santa Teresa, la più viva di pathos, la più drammatica. La preghiera è strutturata in tre paragrafi della stessa lunghezza e si articola sapientemente in una contrapposizione continua fra i peccatori e Dio, Dio e i peccatori. Teresa, nel mezzo, è solidale con gli uni e con l’Altro; è dalla parte di Dio ed insieme si sente essa stessa peccatrice. Diviene veramente colei che unisce i due estremi: la santità divina e il peccato del mondo (…).

Anzitutto proviamo a considerare Dio uno dei «personaggi» del dramma. Chi è Dio per Teresa? I nomi che gli dà non sono mai degli attributi impersonali o almeno lo sono raramente. (…) Prima lo chiama «Dio dell’anima sua», e poi «Amico sincero». Con questo nome si spinge più oltre, perché Dio è certo il nome che trascende ogni nome, ma quando «Amico» viene dopo aver detto che è Dio, tutta la divinità si offre in comunione di amore all’anima sposa. È proprio per questa amicizia che Teresa può rivolgere a Dio una preghiera veramente straordinaria, la preghiera di tutti i grandi amici di Dio. Essa chiede che se anche i peccatori non vogliono, per la sua preghiera debbano essere salvati; essa si offre non per coloro che nel peccato non hanno chi intercede per loro, ma per coloro che non vogliono nemmeno questa intercessione. Il suo amore deve vincere l’ostinazione del male.

(…) A questo Dio al quale Teresa è così intimamente unita, rivolge la sua preghiera, il cui contenuto è la salvezza universale. In un primo tempo sembra mettersi dalla parte di Dio contro i peccatori, ma poi prevale la pietà. Mentre da principio ella vede il suo Dio ferito, ucciso fra orribili dolori, in seguito vede invece i peccatori morti e poi condannati ad una pena eterna. Passa dunque dalla visione di Dio col quale ella si fa solidale nel sentimento della pena per l’offesa ricevuta, ad una pena ancora più grave per i peccatori che hanno inferto queste ferite, che hanno ucciso il suo Dio.

Dunque Teresa è unita contemporaneamente a Dio e, nonostante tutto, ai peccatori. La sua unione con lui non la divide da nessun peccatore. È questo il dramma del cristiano quaggiù; in forza della nostra unione con Dio dobbiamo sentirci solidali col peccato del mondo. Quanto più siamo uniti con Dio tanto più diveniamo come il Cristo, l’Agnello che porta sopra di sé il peccato del mondo. Teresa non prende le difese dei peccatori, ma vuole che quel Dio che essi hanno offeso e ucciso, ora debba donare a loro salvezza.

(…) Teresa ora diviene corredentrice: è consapevole dei suoi peccati passati, che l’hanno resa ancor più solidale con questo mondo di peccato. E non può che chiedere che cessino – «con i miei» – anche i peccati di tutti. Ma immediatamente, siccome i peccati suoi sono già cessati, ella si mette dalla parte di una che era peccatrice. Come per le preghiere di Marta e Maddalena (probabilmente lei pensa a Maddalena come il tipo dell’anima contemplativa) Gesù ha risuscitato Lazzaro, così Teresa peccatrice, ma perdonata, ora con la sua preghiera e il suo pianto chiede la risurrezione di questi morti. E dice: «Essi non chiedono di risorgere e forse non vogliono nemmeno risorgere, ma come per la preghiera di lei tu lo hai fatto risorgere, ascolta ora la mia preghiera».

Nel terzo paragrafo non è più lei che prega, ma il Figlio di Dio prega in lei. Il Giudice è colui che è infinita misericordia: «Chi vi prega è il Giudice stesso che vi dovrà condannare». Notiamo queste parole grandissime: è Dio che prega gli uomini, che si rivolge a loro perché accolgano il suo amore; Dio vuol essere ascoltato, implora l’uomo che gli faccia posto nel cuore. Non è il peccatore che desidera allontanare da sé la sua pena, che non vuol precipitare nell’inferno, ma è Dio che non sopporta che un suo figlio, anche se peccatore, possa andare perduto. «E il Giudice stesso che dovrà condannarvi (dovrà, perché non potrà salvarvi se voi non volete), che ora vi prega».

Al termine della preghiera è davvero la misericordia che vince; non vi è altra giustizia che quella della misericordia: e qui veramente vengono fuse insieme giustizia e misericordia. In questa preghiera, la santa mantiene un legame profondo, vivo, drammatico sia con Dio che con i peccatori, e questa unione la crocifigge. E veramente questa la crocifissione: lo stendersi fra i due estremi, il dover stringere insieme il peccato del mondo e la santità stessa di Dio, l’abisso del male umano e l’abisso della misericordia infinita. Le due braccia si stendono a raggiungere queste due rive infinitamente lontane. Teresa diviene, in fondo, la mediazione stessa del Cristo che stende le braccia». 

Chiedere Dio a Dio (commento alle Esclamazioni di santa Teresa d’Avila), pp. 44-53

Un grande stupore (1989)

Il Vangelo della guarigione del servo del centurione ci offre uno spunto per la nostra meditazione. Si è detto che la vita religiosa consiste in un rapporto di amore in cui per primo è il Signore che intraprende questa comunione e inizia il colloquio, poi è l’uomo che risponde. Ciò significa che l’anima deve avere la percezione che è un Dio che gli parla. Si rivela ciò dalle parole del centurione: «Signore, io non sono degno» (cfr. Lc 7, 6); egli ha capito dalle parole di Gesù che colui che gli parlava era il Signore. Forse non la percezione chiara che fosse il Figlio di Dio, ma ha comunque avvertito che qualcosa di grande era avvenuto; egli ha ascoltato una parola di uno che gli parlava in nome di Dio, di uno che aveva stabilito tra coloro che ascoltavano e Dio un certo rapporto misterioso. Proprio per questo il centurione si sente indegno di invitare il maestro, di chiedergli un miracolo.

Ed ecco allora uno dei fondamenti della vita religiosa: noi siamo sicuri di avere ascoltato Dio se nasce in noi questo senso di stupore. Come… Dio parla a me? Che cosa noi siamo? Uomini che oggi ci sono e domani non sono più, e Dio l’infinito si rivolge a ciascuno di noi? Dobbiamo avere questa percezione, perché se non l’abbiamo non vivremo mai la vita religiosa. Questa comporta la nostra apertura nella fede alla nuova dimensione della nostra vita. Fino ad adesso si viveva la nostra piccola vita, si studiava, si scriveva, si leggeva, e ora Dio entra nella tua vita e tu rimani come sospeso nell’ammirazione, direi come paralizzato nelle tue potenze.

Vedete, quello che meraviglia il centurione non è il fatto che il maestro faccia il miracolo – perché anzi il miracolo lo chiede lo stesso – ma il fatto che il maestro si occupi di lui, vada nella sua casa. La cosa più grande nella vita religiosa non sono i doni che possiamo ricevere da Lui, ma che Lui entri nella tua casa, che stabilisca un rapporto di amore con te. Se noi avessimo davvero una percezione viva che Colui che ha creato il cielo e la terra è entrato nella nostra casa (cioè nella nostra vita), che cosa sarebbe mai la nostra vita! Sarebbe, come dicono i santi, un grande stupore.

Una delle cose più difficili nella vita cristiana è credere all’amore divino. Siamo così povera cosa… Una di voi mi diceva poco fa di sentirsi una formica: altro che formica di fronte a Lui che è l’immenso! E tuttavia ci ama, ci ha scelto, ci ha chiamati per nome e ci dice: «Ecco, sono tutto per te». Questa è la vita religiosa! Nel sentimento del nostro nulla avere questa percezione che è per noi sempre motivo di stupore infinito: siamo scelti da Dio! Che cosa è mai tutta la grandezza umana nei confronti di quello che un’anima vive se vive la percezione sicura che Dio è tutto per lei? Anche la vita più umile diventa di una grandezza smisurata, una grandezza che noi non sappiamo nemmeno concepire.

Si capisce davvero come la parola dell’uomo, dopo quella di Dio, sia una parola di stupore e di ammirazione, ma anche di perfetta umiltà: «Signore, non sono degno che tu venga nella mia casa».

Dal Ritiro del 4 giugno 1989 a Genova

 

Cercare Dio (1957)

L’uomo cerca Dio. Lo cerca continuamente nonostante che Dio sembri allontanarsi sempre più. Non è questa la vera vittoria del cristiano? Non è questa la grandezza della vita cristiana? A ottant’anni, l’uomo, come a venti, cerca il Signore. Dopo tanti anni, non verrebbe la voglia di mandare a spasso tutto e vivere tranquillamente la vita senza tanti pensieri? Eppure, ecco, la vita cristiana è questa continua ricerca, questa giovinezza perenne di un’anima che non è mai vinta dalle proprie debolezze, dalle proprie miserie, ma riprende ogni giorno il suo cammino. È in questa ripresa che si manifesta l’onnipotenza della grazia divina, la forza di un Dio che vive nel cuore dell’uomo.

No, Dio non ci ha promesso la vittoria sulle nostre passioni, ci ha promesso questa vittoria: che non saremo mai vinti, scoraggiati dai nostri peccati.

Noi siamo salvi nella speranza. Quando eravamo giovani speravamo tante cose, ma poi tutte queste speranze son cadute; le nostre speranze umane sono sogni che, come le foglie, cadono. Via via che passano gli anni, tutti i nostri sogni cadono, e noi ci rendiamo sempre più conto di come sono limitate le nostre possibilità, come sono miseri i risultati che possiamo raggiungere.

Che cosa può essere mai tutta la grandezza umana che noi potremmo sperare? È nulla in confronto alla grandezza soprannaturale che ancora noi speriamo. E la nostra speranza è invincibile, è una certezza divina. È questa la speranza che ci anima e giorno per giorno, mentre cadono i sogni, rimanendo viva, invincibile nel cuore, continuamente ci solleva e ci spinge in un cammino senza riposo incontro a Dio.

È questa speranza che giorno per giorno c’impone un nuovo sforzo, c’impedisce di abbandonarci vinti, scoraggiati, delusi. È questa speranza che ogni giorno ci muove in una ricerca sempre nuova di Dio. Egli è lontano: eppure, giovani ancora di forze e di amore, noi tendiamo a Lui; lo cercheremo fino alla morte e non potremo dire mai di averlo raggiunto. Quanto più Egli vivrà nei nostri cuori tanto più grande sarà l’ansia dell’anima di poterlo possedere, perché quanto più lo possederemo tanto più ci renderemo conto che Egli rimane al di là di ogni nostra presa, inafferrabile, irraggiungibile, immenso.

Oh! Cercare Dio! È tutta la vita cristiana, tutta la nostra vita. La nostra vita se deve essere il ritorno al paradiso perduto, deve essere una conversione continua, una continua fuga, senza stanchezza. Avanti! Il Signore ci ha chiamato, dobbiamo cominciare ora il nostro cammino… Avanti! Nessun timore e nessuno scoraggiamento. È Lui che vive nei nostri cuori, è Lui che ci dà il potere di cercarlo e di trovarlo: Dio!

La via del ritorno, II edizione 2010, pp. 25-27

Il tesoro nel campo (1970)

Due cose ci dice la parabola di Matteo del tesoro nel campo: «Il Regno dei cieli è un tesoro nascosto». E poi anche: «Colui che lo trova lo nasconde di nuovo» (cf. Mt 13, 44).

(…) Che cos’è questo Regno dei cieli paragonato ad un tesoro nascosto? E come mai anche dopo trovato lo si deve nascondere ancora? Intanto è vero un fatto: Dio è nascosto dalle cose. Dio non è un bene che appare direttamente; è sempre nascosto, anche se si trova ovunque, in ogni situazione.

Se voi volete trovare Dio senza affondare, senza scavare in quello che fate, nella situazione nella quale vi trovate, voi non lo troverete mai perché Dio non si manifesta mai apertamente. Dio rimane presente ma sempre nascosto.

Che cos’è questo Dio che tu devi trovare? Probabilmente non si trova lontano da quello che fate, non è in un luogo diverso da quello in cui voi vivete, non implica per voi un andare lontano, un lasciare le vostre cose; implica invece un cercare un poco, uno scavare un poco nel terreno che vi circonda.

(…) A tutti è dato un campo da lavorare ed è la nostra medesima vita, ed è in questa medesima vita che Egli è nascosto, ma noi non lo sentiamo, non lo vediamo. Perché? Perché Egli è nascosto e ci vuole la fede in Dio per poterlo scoprire. Ed ecco perché tutti evadiamo dalla situazione nella quale ci troviamo per cercare di trovare chissà che cosa, e non ci rendiamo conto che nella misura che cerchiamo qualche altra cosa da quello che noi possediamo, in realtà noi perdiamo Dio, perché probabilmente per ciascuno di noi Dio non si troverà mai che nel campo dove la Provvidenza ci ha posto a lavorare.

Soltanto bisogna che si lavori molto sodo, che si scavi molto profondo per poter trovare proprio in questo campo, che la Provvidenza ci ha dato, il tesoro. La nostra vita terrena, la nostra malattia, la nostra povertà, la nostra vecchiaia… dobbiamo renderci conto che questo è il campo dove è nascosto il tesoro. Perché se lo cerco altrove non solo perdo la pace del cuore, ma perdo Dio stesso perché non compio la sua volontà, perché è nell’accettazione umile e serena a questa volontà divina che il mio cuore trova la pace, trova la gioia.

Quello che è il campo che Dio mi ha dato da coltivare, questo è il campo del mio tesoro, un tesoro che è al di sopra di ogni cosa, ma è nascosto. Troppe volte per noi rimane sempre nascosto, e si vive tutta una vita senza scoprirlo. Se poi tu questo dono lo conquisti e ti rendi cosciente che, davvero nella tua vita, povera e modesta fin che vuoi, in una situazione concreta anche la più umile, Dio è con te, tu lo perderai ugualmente se tu non lo nascondi nuovamente! Perciò con quale umiltà e gelosa cura dobbiamo conservare il tesoro, dobbiamo conservare la grazia di questa coscienza di essere di Dio, questa coscienza che Dio è nostro, che Dio è con noi e che noi siamo con Lui. 

Esercizi spirituali a Venezia, 23 ottobre 1970

Essere la gioia di Dio (1998)

L’amore del padre, che nella parabola (cfr. Lc 15, 11-32; la parabola del figlio prodigo) si manifesta così grande e in modo quasi inconcepibile, non può non suscitare una risposta di amore in chi è amato. Il comando dell’amore di Dio da una parte, prima di tutto, ci insegna come noi dobbiamo amare Dio e come l’amore di Dio in noi debba essere il fondamento di ogni virtù, il carattere precipuo della nostra vita religiosa; ma dall’altra parte ci dice anche che non solo l’amore che noi dobbiamo a Dio è cosa mirabile e grande, ma che è ancora più mirabile e grande l’amore che Egli ci porta. Non tanto l’amore che noi abbiamo per Lui, quanto soprattutto il fatto che Egli ci ama. Colui che è l’infinito e in Sé ha una beatitudine immensa, è come se nulla possedesse fintanto che non possiede il tuo cuore. Ci ama così che noi siamo la sua gioia, che noi siamo la sua vita.

È un insegnamento che troviamo già nel Vecchio Testamento. Il profeta Isaia dice infatti che come lo sposo ama la sposa così Dio ama te e come lo sposo trova la sua gioia nella sposa così Dio trova la sua gioia in te (cfr. Is 62, 5; prima lettura della messa vespertina nella vigilia di Natale). La meditazione dell’amore che dobbiamo portare a Dio è superata dalla consapevolezza che noi siamo l’oggetto del suo amore. Si è sempre detto, ed è la verità, che Dio è il fine dell’uomo. Tutta la nostra vita tende consapevolmente o inconsapevolmente a Lui perché vogliamo la verità, perché vogliamo la pace, perché vogliamo la bellezza, perché vogliamo la vita, perché vogliamo l’amore: e Dio è la pace, la bellezza, l’amore; tutto si identifica a Lui nella sua realtà ultima.

Se questo è vero, è vero anche che noi siamo la gioia di Dio, che noi siamo la sua ricchezza, che noi siamo la sua vita. Chi ama trova nell’amato la sua gioia; così anche Dio trova in noi la sua gioia. È una cosa inconcepibile, certo, ma non vi è nulla di più inconcepibile del Credo cristiano; supera veramente ogni nostra aspettativa, ogni nostro pensiero.

D’altra parte non sarebbe Dio colui che si rivela, se Egli non dovesse superare ogni nostra concezione religiosa, ogni nostro pensiero, ogni nostro desiderio e speranza. Per questo possiamo veramente cantare nel Credo: «Propter nos et propter nostram salutem descendit de caelis». Dio ha voluto farsi uomo per noi. Tutto è per noi, noi siamo la causa finale di tutte le opere di Dio, come se in noi Egli, pienamente, trovasse l’ultima perfezione della sua vita, l’ultima e la più grande gioia del suo cuore.

È un insegnamento che sembra blasfemo: come possiamo pensare che Dio abbia bisogno dell’uomo? Che Dio non soltanto ci ami, ma faccia di noi il termine stesso di tutto il suo amore? Eppure è come se il paradiso non fosse più nulla per Lui. Egli lascia di fatto la gioia del cielo e si fa uomo: bambino nella grotta di Betlemme, fanciullo nella bottega di Giuseppe, uomo peregrinante attraverso i villaggi della Galilea e della Giudea per annunciare il regno di Dio; conduce una vita di povertà, di umiltà, di stenti. E ancora di più: vive una vita di oltraggi da parte degli uomini, di odio da parte dei sommi sacerdoti, di morte. Per noi Egli tutto sceglie, tutto vuole. Egli ci ama. Nulla è per Lui la sua sofferenza, se attraverso questa sofferenza può salvarci, perché la sua vita non è la sua gioia, perché la sua vita non è la sua ricchezza: siamo noi la sua vita. Come per noi dopo la nostra morte tutto ci apparirà inutile tranne l’amore che avremo portato al Signore, perché è quello che ci farà vivere eternamente, così per Lui è nulla il paradiso senza di noi. Così Egli ci ama.

Ritiro del 22-23 marzo 1998 a Solarino (SR)

Giustizia e misericordia (1972)

Mi sembra che l’insegnamento della prima lettura (cfr. Sap 12, 13. 16-19) sia una delle dottrine che il magistero dei dottori d’Israele amava sottolineare fino dal commento di una delle prime pagine della Genesi (cfr. Gen 18, 23 ss), quando cioè Abramo chiede che Dio usi misericordia verso le città di Sodoma e Gomorra: chiede questa misericordia di Dio a motivo della sua giustizia, ed è uno degli insegnamenti più profondi di tutta la dottrina rabbinica, anche se noi cattolici non lo sentiamo dire molto spesso. Da noi si oppone spesso la giustizia alla misericordia, invece il Giudaismo antico vedeva nella misericordia l’unico modo, da parte di Dio, di esercitare giustizia. Dio è giusto nella misura che è buono, Dio è giusto nella misura che è misericordia, Dio è giusto nella misura che Egli ha pietà. Ci sembra che l’insegnamento teologico della tradizione cristiana, più che dipendere dalla Sacra Scrittura – benché dipenda anche dalla Sacra Scrittura, non lo nego – dipende anche da una certa visione delle virtù come ce le ha date Aristotele.

(…) Riprendiamo un poco il concetto di giustizia che è proprio dei pagani: giustizia è dare a ciascuno quello che gli è dovuto. Ora Dio non deve nulla a nessuno, però Dio deve qualcosa a Se stesso. Ma in che modo la giustizia divina può essere ripagata se non da Lui? Egli deve a Se stesso dunque di colmare quello che è deficiente nella creatura; alla giustizia divina non può rispondere altro che la misericordia infinita. Pretendere dalla creatura come tale è per Iddio mettersi nella condizione di non avere mai il pagamento. L’uomo non ha nulla da dare a Dio in compenso di quello che può avergli tolto. E allora, se Dio vuole essere pagato, non può essere pagato che da Se stesso. La risposta alle esigenze divine non può essere data che dal suo amore ineffabile. È quello che diceva sant’Agostino: «Chiedimi, ma dammi anche quello che chiedi!». È Dio soltanto che risponde a Dio, e nessun altro può rispondere a Dio che Lui stesso.

Ma voi capite di qui come sia meravigliosa la vita cristiana! Non abbiamo nulla da temere. Abbiamo commesso dei peccati? Ebbene chi è che diviene l’inizio della redenzione? Una prostituta, la Maddalena: e chi è che va in paradiso per primo? Un ladrone. Ma è giusto che sia così. Perché? Oh! Perché Dio, come diceva sant’Agostino, coronando i nostri meriti, non corona che i suoi doni. Dio solo risponde a Dio, e quando l’anima crede di dare qualche cosa di suo, allora quest’anima già si mette fuori da ogni ordine di grazia; quando l’uomo si fida di se stesso, quando l’uomo crede nelle proprie virtù, quando l’uomo si sente un galantuomo, quando l’uomo è contento e soddisfatto di sé e crede di portare a Dio qualche cosa, è proprio in questo caso che quest’uomo è estraneo alla vita divina, perché tu non puoi portare a Dio se non quello che Egli ti ha dato.

La giustizia dunque di Dio è la sua stessa misericordia. Egli non può essere giusto, Egli può essere buono, longanime perché nulla può essere sottratto al suo dominio: giusto giudice, Egli eserciterà la sua giustizia in una bontà senza confine, in un amore che non conosce misura. È quello che diceva del resto anche uno dei nostri grandi mistici medioevali, il beato Suso: «Alla giustizia divina che è infinita non risponde se non una misericordia infinita». Perché ci deve mandare all’inferno Nostro Signore? Certo, se tu ci vuoi andare ci vai, ma perché dovrebbe mandartici Lui? Tanto, anche mandandoti all’inferno, non ottiene nulla da te: mica ottiene un risarcimento per il nostro peccato! L’unico risarcimento che può ottenere per il nostro peccato è il suo Sangue divino, è il suo amore infinito; solo questo amore risponde all’abisso della colpa.

L’abisso della colpa è colmato soltanto da Dio: non dall’atto umano, non dalla pena dell’uomo. E proprio perché la pena dell’uomo non può soddisfare la giustizia divina, questa pena sarà eterna. Cioè, non perché l’eternità della pena soddisfi, ma perché non potendo soddisfare, l’uomo rimane nella pena, il debitore rimane insolvibile. Allora, dal momento che ci scapita l’uomo e ci scapita Dio, perché Dio dovrebbe mandarmi all’inferno?

Apriamo la nostra anima ad accogliere il dono della misericordia infinita! Accogliamo questa misericordia infinita che sola risponde alle esigenze della sua divina giustizia, della sua Santità.

Ritiro a Firenze del 23 luglio 1972

Amen! Vieni Signore Gesù! (1988)

Miei cari fratelli, è la Pasqua, e la Pasqua è veramente il dono di Dio ad ogni anima che lo voglia accogliere in sé. Certo, per noi che viviamo nel tempo, un incontro reale con Dio può scuoterci fin nel profondo. Non siamo ancora adattati a questo incontro con la divinità.

È giusto che viviamo nella penombra della fede, perché il nostro organismo umano non reggerebbe all’incontro con la luce infinita, all’incontro con questo Dio che è un fuoco inconsunto e immenso. E per questo si dovrà vivere l’attesa nell’umiltà, nel silenzio; ma l’umiltà e il silenzio nel quale dobbiamo vivere è un silenzio pieno di speranza, è un silenzio sempre più desideroso dell’incontro finale.

(…) Vi ricordate il saluto che era proprio della Comunità agli inizi, quando la Comunità è stata fondata? «Ecco, il Signore viene!». «Amen! Vieni Signore Gesù!». Sono le parole del Vangelo a cui rispondono le ultime parole dell’Apocalisse (Mt 25, 6; Ap 22, 20). Sono le parole che dovrebbero essere l’espressione più viva della nostra vita cristiana, perché nella nostra vita cristiana dobbiamo sentire e sapere che Egli viene. Chi è Dio per noi se non «Colui che era, che è e che viene» (Ap 1, 8)?

«Ecco, il Signore viene»: ecco il saluto. E l’anima si apre alla venuta del Cristo in un desiderio vivo di amore: «Amen! Vieni Signore Gesù!». È la preghiera dei primi cristiani; e perché non dovrebbe essere la preghiera dei cristiani di oggi? Voi sapete come finiva la preghiera eucaristica della Didaché: «Venga la tua grazia e passi questo mondo». Finisca questa scena in cui viviamo soltanto un’attesa, in cui viviamo soltanto l’esperienza dell’esilio, di una lontananza da Colui che amiamo. Ma domani che festa sarà! Quando i nostri occhi si apriranno e lo vedranno, Lui che abbiamo atteso fin dalla nostra giovinezza, Lui al quale abbiamo donato tutta la vita. Quale festa sarà! Ma la festa è già cominciata, perché Egli già ora viene per noi: nell’umiltà, nel silenzio, Egli è presente (…).

Stasera noi abbiamo acceso il cero pasquale nella notte del tempo. E il cero si è alzato su di noi: «La luce di Cristo!» (Lumen Christi) abbiamo gridato e ci siamo prostrati, perché proprio nel cero abbiamo visto il simbolo di Lui, noi abbiamo contemplato e vissuto il nostro incontro con Cristo. Egli è venuto. È venuto come nel Cenacolo, è venuto come all’alba del giorno di Pasqua apparve alle pie donne. Secondo molti esegeti il Vangelo che si legge questa notte non sarebbe che la narrazione della prima apparizione di Gesù: quell’angelo vestito di bianco, seduto sul sepolcro, sarebbe Gesù, il Gesù imberbe delle catacombe. Il Gesù glorioso, il Gesù della Resurrezione non ha più la barba, è divenuto giovane della giovinezza dell’eternità. Così hanno rappresentato nelle catacombe il Cristo risorto e così lo vide la prima generazione cristiana.

Quando apparve ai discepoli, si presentò così come lo avevano conosciuto, ma le pie donne lo videro nella sua gloria, nella sua giovinezza, vestito di bianco, come trionfatore. Il bianco è il colore del trionfo, della vittoria. Lo videro trionfatore della morte e ne ebbero paura. Anche loro, povere donne, non avevano la possibilità di incontrarsi con questa gloria improvvisa che era balenata ai loro occhi. Ebbero paura e scapparono. Dovette poi il Signore adattarsi alla loro povertà e apparire come un viandante che andava per la sua strada quando si mostrò ai due discepoli (cfr. Lc 24, 15-16); dovette apparire come un ortolano a Maria di Magdala (cfr. Gv 20, 15)… Il Signore si adatta alla capacità povera che noi abbiamo di poterci incontrare col mondo divino.

(…) Chiediamo al Signore che egli si adatti anche con noi alla nostra povertà, perché se egli vuole entrare nella nostra vita, non debba spaventarci, non debba creare in noi un senso di smarrimento (…). Se Egli ci deve apparire, che Egli apparisca come sulle rive del lago invitandoci a mangiare quel pesce che Egli aveva fatto pescare, ma che aveva già pronto arrostito per la colazione dei suoi discepoli.

Oh! Che Egli ci prepari davvero il suo banchetto! Ce lo prepara stasera con la santa Messa. Non andremo noi tutti a fare la comunione? È il banchetto a cui Egli ci invita. (…). Accogliamolo in noi con umiltà vera! Accogliamolo in noi con fede profonda! E sia la nostra vita, da oggi in avanti, una continua comunione con Lui.

Omelia della notte di Pasqua, 2 aprile 1988, Triduo pasquale a Desenzano (BS))

Vivere il mistero del Natale (1992)

L’Incarnazione è una cosa che ci riguarda e ci riguarda personalmente; e ci riguarda più di qualsiasi altra cosa. Certo il mistero della Trinità è grandissimo, ma può interessarci solo attraverso il mistero dellIncarnazione; perché senza il mistero dell’Incarnazione Dio rimane trascendenza infinita.

Non importa nemmeno che io sappia che egli è Padre, Figlio e Spirito Santo, perché non mi interessa più. Vive in una eterna solitudine, nella sua trascendenza infinita, in un silenzio che non è morte, perché è vita infinita; ma è una vita che per me è e rimarrà sconosciuta. Dio si fa presente per me quando si fa uomo; quando lega questa sua vita divina a una natura umana, fragile come la mia, passibile come la mia, limitata come la mia.

(…) Miei cari fratelli, la prima cosa dunque che dobbiamo vivere in questo Natale è questa comunione che si è stabilita fra l’uomo e Dio. Anche noi, come Gesù, viviamo una condizione umana di povertà e di debolezza, ma tutto questo non ci impedisce più di credere e anche di sapere che nella nostra povertà e umiltà Dio vive con noi. (…) Non cé più questo abisso che separa la creatura dal creatore, che separa Dio dall’uomo. Viviamo una comunione di amore.

(…) È questo che noi dobbiamo vivere nel Natale: Dio è tanto buono che vuole aver bisogno di noi. Non siamo noi soltanto che abbiamo bisogno di lui, non siamo noi soltanto che aspettiamo questo dono immenso di amore da parte di Dio; è Dio che aspetta tutto da te. Maria gli dette la natura umana, Giuseppe la sua protezione, la sua difesa: un povero bimbo appena nato, con una fanciulla per madre che non poteva avere più di 16-17 anni, sola, lontana dal suo paese, bisognosa certamente di difesa. Dio chiede a noi una difesa, una protezione; chiede di poter nascere da te, di poter vivere di te.

(…) Chi è Gesù per te? Il Natale te lo dice: non è un amico, perché è ancora troppo piccolo per essere un amico; non è nemmeno uno sposo, perché non ci si sposa con uno che è appena nato; è il tuo figlio. Il Natale ti chiama a vivere questo rapporto, il rapporto soprattutto della madre con il figlio, il rapporto di Maria con Gesù. Devi vivere questo. Questo figlio che nasce, vuole da te tutta la tua tenerezza; non ti permette di dividere il tuo amore con altri. Egli pretende tutto, vuole tutto. Apre le sue piccole braccia perché vuole che tu lo porti sulle tue braccia; esige da te il dono di tutto il tuo amore, perché anch’egli tutto si dona a te. Questo vuol dire vivere il Natale. Il presepio sarà una bella cosa, può essere una bella cosa tutto quello che volete, ma più importante di tutto sarà sempre il vivere questo rapporto di amore.

Tu devi essere la Vergine che accoglie il bambino, tu devi essere Giuseppe che lo protegge, tu devi essere tutti coloro che hanno avuto un rapporto con il Cristo in quell’evento della sua nascita. Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Può darsi che anche a voi avvenga, come a san Giovanni della Croce o come alla beata Cristina Ebner, di portarlo fisicamente sulle braccia. Cristina prese il bambino Gesù dal presepio e lo portò al refettorio cantando: ed ecco che il bambino divenne vivo nelle sue braccia. Come si verificò anche a Greccio per san Francesco: Francesco, vestito da diacono, prende il bambino e il bambino diventa vivo nelle sue mani. Perché non dovrebbe esser così? Ma anche se Gesù non volesse fare il miracolo di farsi sentire vivo, dovreste ugualmente dire con san Giovanni della Croce: “Signore Iddio, se di amore devo morire, questo è il momento”. Sì, perché Dio non ci può dare di più, quando ci ha dato se stesso, divenendo la nostra ricchezza vera, la nostra gioia più pura, tutto il nostro amore.

Ritiro del 20 dicembre 1992 a Firenze

Avvento: rivelare Cristo a un mondo vuoto di Dio (1957)

Il mondo è così vuoto di Dio! Gli uomini vagano in una tenebra spessa e non sanno dove andare. E noi viviamo vicino a loro e non ci rendiamo conto dell’angoscia che stringe la loro anima, non ci rendiamo conto del vuoto della loro vita.

Oggi piuttosto che contare le anime che conoscono il Signore, si potrebbero contare quelle che non lo conoscono, per le quali il Cristianesimo forse non è che un ammasso di superstizioni, una vaga speranza che essi non sanno giustificare. Essi vivono come nostri fratelli e non posseggono la ricchezza più grande della nostra anima: il Signore.

È soprattutto per renderci conto della nostra responsabilità verso di loro che viviamo l’Avvento, per renderci conto che dobbiamo essere noi la rivelazione di Cristo in un mondo pagano, che dobbiamo essere la luce del mondo, il sale della terra. E invece il Cristianesimo oggi sembra esser divenuto impotente a risanare l’umanità, sembra essere non più sorgente di calore, di vita, di luce, ma una vana reliquia di tempi passati. Nell’intimo dell’anima di tutti questi uomini è il pensiero, il timore che tutto sia finito e che nasca ora, per mezzo della scienza o della cultura, una nuova età; che tutto quel che i secoli passati ci hanno trasmesso siano sogni vani. Tutto sembra vuoto, solo un’angoscia profonda stringe le anime: il senso che né la tecnica né la filosofia né il benessere possano rispondere al desiderio del cuore. E allora gli uomini sognano una nuova religione “libera da miti”, come essi dicono, perché senza di essa sembra impossibile vivere quaggiù.

Di fronte allo smarrimento di questa moltitudine immensa (i veri cristiani sono oggi pochissimi anche fra noi) quanto più grave è la nostra responsabilità di messaggeri e testimoni di Cristo! Non possiamo essere contenti della nostra salvezza personale lasciando che questa massa si perda, non possiamo strapparci alla solidarietà che ci lega a loro. L’esser cristiani ci dà una responsabilità verso di loro, ci dà un compito immane: quello di rivelare a questi uomini Dio.

Noi siamo pochi e poveri, non siamo né geniali né potenti, siamo povera gente, umile gente. Che differenza vi è fra noi e i pescatori della Galilea? Ma proprio per questo deve ripetersi il miracolo di allora. Pochi, poveri e impotenti, noi dobbiamo essere la luce del mondo, la forza che lo solleva; altrimenti è segno che non crediamo neanche noi. Non abbiamo modo di salvare questo dono che ci è stato dato se non rivelandolo agli altri.

Venga dunque il Natale, e sia una nascita nuova di Gesù nel mondo, nella povertà e nell’umiltà delle nostre case e dei nostri cuori. Nasca il Signore in noi e si riveli al mondo: questa è la preghiera che oggi gli innalziamo. Chiediamo la santità, ma una santità che sia irradiazione di luce su tutta la creazione, non una santità che salvi noi soli e dia a noi soli la perfezione e la gioia. Se vogliamo una santità di questo genere Dio non ce la dona, perché non possiamo sottrarci dal compito di tutti coloro che hanno trovato il Signore: il compito di rivelarlo agli altri.

(…) S’impone una santità che, se deve esser proporzionata al bisogno del mondo, deve esser più grande di quella di tanti santi canonizzati, perché oggi è più grande il vuoto da colmare. I santi canonizzati in questi ultimi decenni, salvo pochi (santa Teresa del Bambin Gesù, il Curato d’Ars e pochi altri) non hanno dato al mondo l’impressione di una presenza divina. Il mondo non se n’è accorto. La nostra vita deve essere qualcosa di più. E il dir così non è presunzione da parte mia, perché io non considero voi ma il bisogno del mondo e la missione del cristiano.

(…) Questo è l’Avvento: impegno di essere noi quei santi, quei rivelatori di Cristo che il mondo aspetta e non vede.

Ritiro del 15 dicembre 1957 a Casa San Sergio (FI)

Conversione: un terremoto interiore (1968)

Siamo nella Quaresima: la Quaresima ci richiama alla penitenza. È con la penitenza che si è iniziato il ministero di Gesù.

Ma che cos’è precisamente la penitenza? Soltanto il pentimento di quello che possiamo aver fatto di male sarebbe ben poco per caratterizzare invece quello che con questo termine intende la Chiesa e intende il Signore. Il termine “penitenza” è una traduzione molto imperfetta di un termine greco che viene usato dagli evangelisti proprio per dire il contenuto della prima predicazione di Gesù, quando inizia il suo ministero.

Il termine greco è metánoia e voi potete capire già che cosa può voler dire. Nous è la mente, è lo spirito, anzi la psiche, l’anima, e meta vuol dire proprio un capovolgimento, un rovesciamento del nostro essere interiore.

Di qui voi capite che quando noi pensiamo che penitenza voglia dire soltanto pentimento dei peccati è troppo poco. Quando pensiamo alla penitenza come al complesso di azioni afflittive, mortificanti per la nostra natura, ugualmente si dice qualcosa ma non si dice quasi nulla, perché, quando si pensa appunto ad azioni afflittive, in generale si pensa a quelle azioni afflittive che non toccano affatto il nous, lo spirito, ma toccano il corpo.

Ecco perché uno dei decreti ultimi sulla riforma della penitenza quaresimale sembrava quasi eliminare quello che finora sembrava il contenuto specifico proprio della Quaresima. Quello che poteva sembrare il vero contenuto della Quaresima era stato eliminato non dalla Chiesa, ma dal fatto che i cristiani non ci credevano più, non facevano più nulla in questo senso. Ma forse i cristiani, non sottomettendosi più a quelle prove, davano segno d’aver capito di più la penitenza veramente cristiana, se non altro davano l’impressione di aver capito che quelle penitenze valevano poco e non era il caso nemmeno di dar loro importanza.

Qual è allora la vera penitenza a cui ci richiamano il Signore e la Chiesa nel tempo quaresimale? Questa penitenza ci richiama intanto a una coscienza di una nostra opposizione radicale con Dio. Se si impone una conversione, segno è che noi non siamo rivolti al Signore, ma gli voltiamo le spalle.

Possiamo noi dire questo? Sì, possiamo dirlo! Nel fondo del nostro spirito noi rimaniamo in una certa opposizione a Dio fintanto che non siamo dei santi. Solo il santo vive, anche nell’atto suo primo, anche nell’atto suo più interiore, questa perfetta adesione a Dio, questa perfetta trasparenza dell’essere alla luce divina. Noi nel nostro più intimo siamo opachi alla luce, nel nostro più intimo, senza esserne forse nemmeno consapevoli minimamente, noi viviamo una certa opposizione a Lui. E questa opposizione da che cosa deriva?

Mi sembra così chiaro quello che dice sant’Agostino, mi sembra così evangelico e così biblico: «Due amori fecero le due città: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio». La vera conversione è una conversione che implica precisamente l’amore. L’amore è il rivolgersi dell’essere, è l’ordinarsi dell’essere: l’essere ama in quanto si ordina. E dunque questo vuol dire che di per sé non si può dividere l’essere dall’amore; praticamente c’è un’identificazione fra essere e amore, però il contenuto di questo amore deriva dall’ordinarsi. Ci si ordina in un modo o ci si ordina in un altro. Se tu non ami Dio, non per questo non ami: ami te stesso. Se tu ami Dio, non per questo tu non sei, anzi realizzi te stesso precisamente come Dio ti ha voluto, come suo figlio e sua creatura.

Qual è la conversione dunque a cui ci chiama il Signore, la vera penitenza? È questo terremoto interiore, questo rivolgimento dell’essere onde tutto in noi si ordina a Lui, e per ordinarsi a Lui si strappa a un precedente amore, sfugge, si sottrae a un’attrazione che s’imponeva finora al nostro spirito e ci sottraeva, almeno in parte, a Dio stesso.

Se noi non avessimo bisogno di questa conversione, noi saremmo già santi. Possiamo dire di essere santi? No: vuol dire che abbiamo bisogno di convertirci. Se la santità è il nostro ordinarci totale a Dio, vuol dire che ancora non siamo totalmente ordinati, vuol dire che abbiamo bisogno di conversione. Ma da che cosa? Probabilmente, per noi tutti, dall’amore di noi stessi, come dice sant’Agostino: «Due amori fecero le due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé».

Si impone dunque una liberazione dai nostri egoismi, si impone dunque che noi sappiamo veramente rinunciare a noi stessi. L’abnegazione di sé: ecco quello che implica la conversione del cuore.

Ritiro del 4 marzo 1968 a Viareggio